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La ripresa che non c’è

14 Giugno 2013

di Roberto Mania
(da “la Repubblica”, 14 giugno 2013)

Forse è meglio smetterla di parlare di ripresa. E mettere fine anche alla stucchevole gara tra i centri studi delle organizzazioni di interesse, da quello della Cgil a quello della Confcommercio, su quanti anni (decenni) ci vorranno perché la nostra economia ritorni ai valori pre-crisi. Semplicemente non si ritornerà indietro, non siamo più il calabrone che volava. Stiamo a terra, schiacciati a terra. E vi rimarremo per tanti lunghi anni. Il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, ha detto che questa crisi è peggiore di quella del ’29. Appunto. Questa è la nostra Depressione, non una crisi ciclica al termine della quale c’è la risalita. Nelle ultime Considerazioni finali il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha spiegato che la recessione “sta segnando profondamente” il potenziale produttivo. Il Centro studi della Confindustria ha calcolato una riduzione media del 15% e addirittura del 40% nel settore automobilistico. Vuol dire che il nostro apparato produttivo è ormai tarato su livelli significativamente più bassi e che non si prepara affatto alla ripresa. Il tasso di disoccupazione è raddoppiato in cinque anni. I consumi crollati. Sono aumentate le diseguaglianze sociali e la povertà. Sta cambiando la nostra vita. “Dovremo adattarci ad avere meno risorse. Meno soldi in tasca. Essere più poveri. Ecco la parola maledetta: povertà. Ma dovremo farci l’abitudine. Se il mondo occidentale andrà più piano, anche tutti noi dovremo rallentare”, sono le parole che Edmondo Berselli ci ha lasciato nell’ultima pagina del suo ultimo libro, “L’Economia giusta”. Basta illusioni e propaganda. La ripresa non ci sarà. Non nei prossimi anni, almeno.


Poche risorse vanno messe sulla crescita
di Stefano Lepri
(da “La Stampa”, 14 giugno 2013)

Sempre più difficile! L’esercizio di equilibrio di un governo che i vari pezzi della sua maggioranza sballottano in direzioni diverse nella giornata di ieri è diventato più affannoso. Il vicepresidente del Consiglio enumerava una serie di obiettivi di politica economica.

Nel contempo il ministro dell’Economia dichiarava di non poterli raggiungere tutti insieme salvo tagli alle spese severissimi «al momento non rinvenibili ».

All’esterno, alcuni limiti sono meglio definiti. Il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble boccia l’idea di esentare gli investimenti dal calcolo del deficit; da settimane i nostri politici ci si trastullavano facendo finta di non capire che l’allentamento di regole in discussione a Bruxelles riguardava materie assai più circoscritte.

Inoltre, gli umori dei mercati internazionali sono cambiati: «per motivi del tutto estranei alla politica italiana », secondo le parole di Fabrizio Saccomanni, ma sono cambiati. Ora si attende un rialzo dei tassi. Non si può più sperare in minori spese sugli interessi dei titoli di Stato.

Dall’Europa qualcosa lo avevamo già ottenuto. Il comune giudizio che la dose di austerità fin qui adottata sia sufficiente ha aperto nuovi margini sul bilancio 2014. Ciò nonostante, all’interno il gioco al rialzo continua. Si è data l’impressione che la fine della procedura contro l’Italia per deficit eccessivo (che poi ufficialmente chiusa ancora non è) potesse autorizzarci a peccare di nuovo, da subito. A questo si riferisce il richiamo arrivatoci nel bollettino della Bce.

Tutto insieme non si può fare: detassare le assunzioni dei giovani, evitare l’aumento Iva già previsto per legge il 1 ° luglio, togliere l’Imu sulla prima casa, ridurre il «cuneo fiscale » alle imprese, e chissà che altro. Occorre fare delle scelte; possibilmente evitando di dare retta a chi strilla di più e ragionando a mente fredda su che cosa è più utile.

Difficile riuscirci, se una componente della maggioranza continua a insistere che due più due fa tre e un’altra che quattro meno tre fa due. Un contributo a rimettere i piedi per terra l’ha dato ieri la Banca d’Italia: non è affatto vero che la proprietà della casa sia tartassata da noi, dato nella media con l’Imu paghiamo poco più della metà di quanto il fisco pretende in Francia e in Gran Bretagna.

Se una revisione dell’Imu va fatta, è solo per correggerne alcuni difetti. Nel frattempo, è logico che il governo rinunci a bloccare l’aumento dal 21 al 22% dell’aliquota principale dell’Iva. Proprio in una fase di consumi fiacchi come questa, l’effetto sui prezzi dovrebbe risultare contenuto. Non è nemmeno esatto che ne sarebbero danneggiati i più poveri, perché sui beni di prima necessità le aliquote agevolate resteranno ferme.

La priorità va riconosciuta nel lavoro. Il presidente del Consiglio la enuncia spesso, ma ora occorre passare ai fatti. Su come perseguirla girano idee diverse, gli industriali ne hanno alcune, i sindacati altre, altre categorie altre ancora; i partiti si cimentino su questo, su come trovare un filo comune tra le richieste degli uni e degli altri, invece di ripetere gli slogan che vengono meglio in tv.

Un sondaggista noto rifletteva giorni fa che dai cittadini la politica viene sentita lontanissima proprio ora che i partiti ordinano di continuo sondaggi di opinione, arricchendo la sua ed altre aziende che li svolgono. Beppe Grillo lo fa con la Rete, ma il risultato è ugualmente inconcludente, come sempre di più si vede. Se è giustificato che esistano politici di professione, è perché occorre l’arte di capire che cosa unisce un Paese frammentato, guardando in avanti. La si mostri.


Strage via D’Amelio, Spatuzza rivelò a Grasso il depistaggio già nel 1998
di Marco Lillo
(da “il Fatto Quotidiano”, 14 giugno 2013)
qui si può scorrere e leggere il verbale

Gaspare Spatuzza aveva svelato a Piero Grasso già nel 1998 che la storia della strage di via D’Amelio, come raccontata dal falso pentito Vincenzo Scarantino, era una balla. Non solo: in un colloquio investigativo rimasto finora segreto, Spatuzza aveva anche spiegato a Grasso perché Scarantino aveva mentito accusando se stesso e altri innocenti di reati mai compiuti. E aveva anche indicato il cognome del possibile responsabile di uno dei più grandi depistaggi della storia giudiziaria italiana: “Toto La Barbera” si legge nel verbale integrale che pubblichiamo su ilfattoquotidiano.it. Piero Grasso e il suo capo di allora, il procuratore nazionale antimafia Pierluigi Vigna, nel colloquio non chiedono a Spatuzza chi sia quel “Toto La Barbera”.

Ci sono due funzionari della Polizia coinvolti in questa storia con quel cognome. Il primo si chiamava Arnaldo La Barbera, era il capo del pool che ha realizzato quello che – secondo lo stesso Sarantino – era un depistaggio studiato a tavolino. Nel 1998, quando Spatuzza parla di un “Toto La Barbera” a Grasso era Questore a Napoli, e morirà nel 2002, onorato come il superpoliziotto che ha scoperto i colpevoli della strage. Poi c’è Salvatore La Barbera: oggi è capo della Polizia Postale ed è indagato anche lui a Caltanissetta per calunnia a seguito delle nuove dichiarazioni di Scarantino. Allora era un giovanissimo funzionario che dipendeva dall’omonimo più anziano. “Certo a leggere oggi quel verbale qualche rammarico viene. Forse se si fosse battuto più su questa strada alcune cose sarebbero venute fuori tempo fa e la verità su persone innocenti sarebbero emerse prima”, ha commentato il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari.

In questi giorni si sta celebrando il nuovo processo per la strage di via D’Amelio e tra il pubblico sparuto c’è sempre seduto all’ultimo banco un signore magro con gli occhiali. Si chiama Gaetano Murana e – a causa delle false accuse di Vincenzo Scarantino – è rimasto in carcere in isolamento per 18 anni. Se i magistrati avessero ascoltato i suggerimenti di Spatuzza del 1998, sarebbe potuto uscire dal carcere dieci anni prima. Nel 1998 la condanna non era definitiva però “dopo quel colloquio investigativo non fui più richiamato da nessuno e così – ha chiosato martedì durante il suo interrogatorio in aula a Roma, Gaspare Spatuzza – ora siamo qui a rifare tutto il processo”.

Oggi, con il senno di poi, è facile dare più importanza alle parole dette nel 1998 da Spatuzza rispetto alle menzogne con il timbro della Polizia di Scarantino. Ma quel verbale non era firmato perché non era presente l’avvocato di Spatuzza. Il colloquio era “investigativo”, una sorta di corteggiamento per convincere Spatuzza a pentirsi. Essendo fallito quel verbale non vale nulla. Nonostante la richiesta dell’avvocato Flavio Sinatra, difensore di due degli imputati, Salvatore Madonia e Vittorio Tutino, la Corte mercoledì non ha ammesso il verbale tra gli atti del dibattimento. Spatuzza nel 1998 non arrivava a dire: “Procuratore Grasso sono stato io!” ma diceva: “So che qualcuno ha rubato l’auto così, l’ha preparata così e Scarantino mente”. I giudici di Caltanissetta non conoscevano queste parole quando condannavano all’ergastolo gli innocenti. Ecco perché, anche se non è rilevante dal punto di vista processuale, il verbale merita di essere riportato.

***
Grasso: Ah, così è. E quindi quelli che l’hanno avuta rubata non sanno niente?
Spatuzza: Non sanno niente poi, altri ladri l’hanno rubata a loro. Orofino (il carrozziere accusato dal falso pentito Vincenzo Scarantino di avere ospitato nella sua officina la preparzione dell’auto, ndr) non esiste questo.

Grasso: In che senso non esiste?
Spatuzza: Non esiste. Perché chi l’ha rubata, l’ha messa dentro e l’hanno preparata. (…) Lui è estraneo a tutto. Aveva subito un furto.

Grasso: Lei allora dice che Orofino non sa?
Spatuzza: Non esiste. Loro hanno questa situazione all’officina, e prendono per dire una macchina mia?

Grasso: E allora come è andata?
Spatuzza: Praticamente stu disgraziato di Orofino fu coinvolto pirchi c’iru a rubari i targhi a notti stissu.

Grasso: Anche le targhe hanno rubato? Ma allora non si è fatta nell’officina di Orofino la preparazione?
Spatuzza: Nru nru. (verosimilmente lo Spatuzza annuisce come per dire di no, ndr).

Grasso: E queste targhe di macchine a loro volta rubate?
Spatuzza: No, erano di macchine che Orofino aveva nell’officina.

Grasso: Orofino aveva le macchine, vanno a rubare nell’officina di Orofino la targa che lui aveva dentro in riparazione. Dopo la usano per metterla nella macchina dell’autobomba, cosi è?
Spatuzza: Si

Grasso: Che viene preparata in un altro luogo, e non nell’officina di Orofino. E Scarantino in questa cosa che cosa che c’entra?
Spatuzza: Non esiste completamente .

Grasso: Non partecipa completamente?
Spatuzza: Non esiste.

Grasso: E scusi, com’è che allora le cose che lui ha detto che sa?
Spatuzza: Lui era a Pianosa, ha ammazzato un cristiano che doveva ammazzare, e ci ficiru diri chiddu ca nu avia adiri. Toto La Barbera.

Poi Grasso chiede dell’altro falso testimone di accusa, Andriotta. Spatuzza replica: “ ma, di… vieninu chisti? Si sono rifatti di nuovo pentiti? Tutti questi cinque nella stessa cordata, evidentemente”. Una cordata di falsi pentiti scoperta 10 anni dopo.


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Bart