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Quirinale, accordo Pd-Pdl su Marini

17 Aprile 2013

di Redazione
(da “Libero”, 17 aprile 2013)

Gialle, fughe di notizie, indiscrezioni. Un quadro complicato in perenne aggiornamento. Le ultime indiscrezioni arrivano direttamente da via dell’Umiltà, quartier generale del Pdl: il nome su cui si potrebbe trovare l’accordo dell’ultimo minuto con il Partito democratico è quello di Franco Marini, rappresentante dell’anima cattolica del Pd. Giuliano Amato, il favorito degli ultimi giorni, non ha infatti la garanzia di essere eletto. Troppe le resistenze sul dottor Sottile, che non piace ai vendoliani (significativi gli attacchi di Nichi Vendola al Pd: “Sento odor di inciucio”) ma non è gradito nemmeno agli ex Dc e ai Popolari. Amato, nonostante la stima di Silvio Berlusconi, non è inviso anche a molte correnti del Pdl: troppo “Casta”, troppo vecchio, e poi resta sempre l’uomo della patrimoniale e delle manovre lacrime e sangue.

Nei primi tre turni – Così, in questo contesto, si fa strada la candidatura di Franco Marini: un nome condiviso che ha tutte le carte in regola per essere eletto, partendo dal fatto che di lui, negli ultimi giorni, si è parlato poco (nella corsa quirinalizia, infatti, è meglio restare sotto traccia). Nei primi tre turni di voto, insomma, Pd e Pdl potrebbero convergere sull’ex presidente del Senato. Contro l’allora presidente del Partito popolare italiano, però, si schierano Matteo Renzi (non a caso Bersani potrebbe puntare su Marini), Matteo Orfini e i giovani turchi e infine Reggi, compatti con tutti gli altri parlamentari che gravitano nell’orbita renziana. Se si arrivasse alla quarta votazione il nome di Marini sarebbe però bruciato (nei primi tre turni servono 672 voti favorevoli) e gli scenari verrebbero stravolti.


Il Cavaliere: con Bersani è fatta. Una «stretta di mano » al telefono
di Francesco Verderami
(dal “Corriere della Sera”, 17 aprile 2013)

ROMA – «Direi che è fatta con Bersani », annunciava nel tardo pomeriggio di ieri Berlusconi, che proclamava «la fine della fase tattica » e parlava di un «accordo di ferro » per il Colle con il segretario del Pd sul nome di Amato, ritenuto «l’unico spiraglio ». Diceva la verità il Cavaliere o stava bluffando? Tutte e due le cose, l’uso del condizionale – quel «direi » – lo testimoniava. E non perché dovesse solo far finta di aver preso una decisione, ma perché la corsa per il Quirinale è sempre piena di insidie: in passato è bastato un niente per far saltare patti più saldi di quello che il leader del Pdl sostiene di aver stretto con il capo dei democrat.

Di certo c’è che i due si sentono ormai assiduamente e non hanno più bisogno di intermediari. Ma siccome una stretta di mano telefonica non basta a chiudere un simile negoziato, alla vigilia delle votazioni Berlusconi mantiene – al pari del suo interlocutore – un atteggiamento non ambiguo, bensì prudente. E c’è un motivo se dalla sua corte è iniziato a filtrare il nome di D’Alema, se il primo presidente del Consiglio post comunista è stato accreditato come «il candidato »: Amato era e resta la prima scelta per il Cavaliere; D’Alema è la carta di riserva, su cui puntare nel caso in cui l’accordo sull’ex sottosegretario di Craxi non dovesse reggere, e Berlusconi volesse evitare di restar fuori dai giochi, ritrovandosi al Quirinale una personalità non gradito se non ostile.

Il punto è che Amato produce anticorpi all’interno dei due schieramenti: inviso a molti nel Pd e osteggiato da Vendola, determina lo stesso effetto in un pezzo del Pdl e nella Lega. Perciò, se davvero – come sostiene Berlusconi – è stata trovata un’intesa con Bersani sul candidato, il problema è come farlo eleggere, mettendo a punto la tempistica per ufficializzare quel nome e sottoporlo ai grandi elettori. Per esempio, riuscirebbe Amato a superare le forche caudine del voto segreto già alla prima chiama? È stato calcolato che – in caso di accordo tra Pd, Pdl e Scelta Civica – ci sarebbe un margine di centosessanta senatori: basterebbe o sarebbe preferibile aspettare le successive due chiame? E se si optasse invece per la quarta votazione – quando servirà la maggioranza semplice – non ci sarebbe il rischio di aprire le porte ad altri giochi, scatenando i franchi tiratori?

Insomma, un passo falso e Amato sarebbe bruciato. Di qui la carta D’Alema, che Berlusconi ha valutato con lo sguardo però sempre rivolto agli amatissimi sondaggi: perché – agli occhi del suo elettorato – l’ascesa dell’ex segretario del Pds al Colle con il supporto del Pdl saprebbe di «inciucio », avrebbe un impatto maggiormente negativo rispetto ad Amato, che certo non è considerato una «novità ». Tuttavia, pur di non dover stare a guardare per la seconda volta l’elezione del capo dello Stato, il Cavaliere non ha escluso D’Alema dal mazzo. Preferirebbe Marini, «peccato che – giura scaricando le responsabilità sul fronte avverso – siano quelli del Pd a non volerlo ». Ancora una volta dice il vero o bluffa?

Di sicuro Amato incontra il gradimento di Berlusconi, che è in piena sintonia con Napolitano, da tempo sponsor dell’esponente socialista. Ma se il patto Pd-Pdl dovesse saltare, l’inquilino del Colle avrebbe un altro candidato che vedrebbe di buon occhio come suo successore. Sarà una semplice coincidenza, ma non c’è dubbio che il giudice costituzionale Cassese incontra i buoni uffici del capo dello Stato uscente, ed è il nome con cui Bersani potrebbe evitare di venire travolto da Grillo, che ieri pronto ha iniziato la manovra di accerchiamento al Pd e gli ha di fatto proposto un accordo su Rodotà. Con Cassese, Bersani si precostituirebbe un’exit-strategy, ecco perché ne ha fatto cenno l’altra sera a Monti.

Il premier uscente però vuole che sul Quirinale ci sia una «scelta condivisa » con il Pdl, e la reazione istintiva di Berlusconi all’ascolto di quel nome non è stata entusiastica: «Cassese chi? Quello che ha lavorato per bocciare il lodo Alfano? ». Chissà se Gianni Letta sarà riuscito a persuaderlo, spiegandogli che l’ex ministro di Ciampi «si è mosso sempre di intesa con il presidente della Repubblica ». Napolitano, appunto. Da quell’orecchio però Berlusconi non ci sente, e infatti nella rosa predisposta dal capo dei democrat ci sono Amato, D’Alema, Marini e la Finocchiaro, che ieri ha chiesto e ottenuto di non venire esclusa dalla lista. È sui primi due nomi però che si gioca la partita per il Colle. Berlusconi dice che «è fatta ». Sicuro che non si vada ai supplementari?


La scelta per il Colle non diventi un concorso di popolarità
di Luigi La Spina
(da “La Stampa”, 17 aprile 2013)

La scelta per il nuovo Presidente della Repubblica non si fa per concorso, ma non si fa neanche con un sondaggio di popolarità. La mancanza di autorevolezza da parte della classe politica a cui spetta la nomina del Capo dello Stato è tale che si sta diffondendo un nuovo gioco di società, all’insegna del presidente preferito.

Chi lo vuole donna, chi giovane, magari senza sapere che deve almeno aver compiuto 50 anni, chi lo vuole «nuovo », fuori dall’aborrita casta, chi lo vuole, invece, esperto, ma simpatico come Pertini, competente come Ciampi, saggio come Napolitano. Insomma, ogni italiano possiede l’identikit giusto, come quello dell’allenatore che saprebbe far vincere alla sua squadra la Coppa dei Campioni.

Il problema è che il futuro presidente italiano avrà un compito ancor più difficile. Altro che Coppa dei Campioni : qui si tratta di non far scivolare il nostro Paese nella serie B delle nazioni nel mondo. Ecco perché il punto di partenza da cui far nascere questa scelta non dev’essere il balletto sul nome a noi più gradito, ma una seria riflessione sul ruolo che dovrà svolgere il nuovo inquilino del Quirinale e, quindi, sulla persona più adatta a ricoprirlo nelle attuali difficilissime circostanze.

Le istituzioni politiche, come gli organi del corpo umano, si modificano secondo le funzioni a cui sono chiamate. La presidenza della Repubblica è l’esempio più evidente di questo fenomeno. Nella prima fase dello Stato democratico, caratterizzata da partiti forti, ideologie forti e forte identificazione degli italiani con i loro rappresentanti in Parlamento, bastavano capi dello Stato notai o arbitri. Quando si sono manifestate, tra crisi economiche e tensioni sociali, le prime vistose crepe nei rapporti tra la classe politica e cittadini, durante gli Anni 70 e 80, il Presidente è diventato il parafulmine dello scontento popolare, inteso sia come megafono degli umori generali, sia come mediatore dei conflitti. Una funzione esemplarmente esercitata da Pertini e, in parte, anche dal «picconatore » Cossiga. Il trauma del passaggio tra la prima e la seconda Repubblica, richiedeva, invece, la garanzia di un vecchio «padre della patria », come il costituente Scalfaro o quella riscoperta dell’orgoglio nazionale, indispensabile cemento unitario contro la disgregazione della Repubblica, che, forse, solo un’azionista come Ciampi poteva compiere senza rischi nostalgici.

È toccata a Napolitano l’ultima, necessaria metamorfosi quirinalizia. In una drammatica spaccatura tra destra e sinistra, tra berlusconismo e antiberlusconismo, una sfida che ha sostanzialmente bloccato lo sviluppo italiano condannando il nostro Paese all’immobilismo e, quindi, al declino, l’attuale Capo dello Stato è stato costretto a guidare la politica, rappresentando, dentro e fuori i confini nazionali, l’unica istituzione autorevole, super partes, capace di suscitare fiducia nei cittadini. Una istituzione, quella della presidenza della Repubblica, che, ormai, è più importante della presidenza del governo e tale sarà destinata a restare.

La memoria del passato, oltre a essere utile per diradare un po’ le nebbie del futuro, può servire anche per smascherare alcuni pregiudizi e far emergere la banalità di alcune delle osservazioni che, in questi giorni, sono più ripetute. Napolitano, non solo fu eletto da una risicata maggioranza, ma, quando fu nominato, era un politico di lunghissimo corso, per di più erede di una militanza comunista mai rinnegata. Eppure, l’uomo di parte è diventato il Presidente di tutti, anche dell’anticomunista per eccellenza, Silvio Berlusconi. Ma, cosa ancor più straordinaria, gli italiani, non considerano Napolitano un rappresentante della cosiddetta «casta », anche se ha passato più di mezzo secolo nelle aule parlamentari. Proprio perché, come si è detto prima, la funzione che le circostanze storiche costringono a esercitare al Quirinale è capace di trasformare l’uomo che vi abita. Fa diventare un democristiano, colto e riservato come Cossiga, un fantasioso demolitore del «bon ton » istituzionale. Costringe un severo conservatore come Scalfaro a essere considerato un campione della più accesa sinistra. Prende un garbato governatore della Banca d’Italia, lo avvolge in una bandiera tricolore e lo mette a cantare, con tutti gli italiani, l’inno di Mameli.

Ecco perché non è importante che il prossimo presidente sia uomo o donna, giovane o vecchio, politico di antica data o di fresca esperienza e, magari, neanche conterà il numero dei suoi elettori o il loro colore politico, anche se è auspicabile, naturalmente, la più ampia condivisione della scelta. Dovrà essere una persona che per 7 anni, un periodo che non consente una nomina dettata da esigenze contingenti, garantisca che la politica italiana, in un momento di estrema conflittualità interna e discredito tra i cittadini, non corroda le basi della democrazia. Dovrà essere punto di riferimento internazionale, interlocutore affidabile e autorevole dei più importanti leader , immagine di un’Italia rispettata nel mondo. Dovrà aiutare, con scelte difficili e pure impopolari, a far superare quel conservatorismo sociale e quell’egoismo corporativo che blocca, da almeno due decenni, l’economia del nostro Paese e che non si battono con la demagogia.

Compiti molto ardui, che richiedono competenza istituzionale, capacità di guida politica, esperienza internazionale, ma anche coraggio morale per compiere scelte innovative e resistere alla pressioni delle convenienze e delle abitudini. Perché il prossimo Presidente della Repubblica sarà determinante per il futuro del nostro Paese. Non è il caso di sceglierlo con l’applausometro.


L’anomalia nobiliare di Fabrizio Barca
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 17 aprile 2013)

Nessuno discute che l’irruzione di Beppe Grillo sulla scena politica nazionale rappresenti una sorta di bizzarra anomalia. Anche se il precedente di Guglielmo Giannini dimostra che non c’è nulla di nuovo sotto il sole d’Italia, non può non colpire che un comico si trasformi in leader politico ed alla sua prima uscita elettorale riesca a conquistare più di un quarto del voto degli italiani. Ma questa anomalia, che peraltro è stata cancellata proprio dalla piena legittimazione democratica avuta dai risultati elettorali, appare il classico fuscello di fronte alla trave nell’occhio rappresentata dalla improvvisa e prorompente apparizione sullo stesso firmamento politico nazionale dalla stella nascente di Fabrizio Barca.

È vero che quest’ultimo non è un comico urlatore con poche idee e pure confuse. Ed è un esimio professore apprezzato negli ambienti accademici italiani e stranieri. Ma è altrettanto vero che non ha avuto alcuna legittimazione da parte degli elettori e, dopo essere diventato ministro di un governo tecnico per cooptazione, ha deciso di dedicarsi alla politica prendendo la tessera del Pd solo da qualche giorno a questa parte e lanciando, come Palmiro Togliatti al ritorno dall’Urss, il progetto di un partito nuovo per l’intera sinistra italiana. Se un qualsiasi professore universitario stimato in Italia ed all’estero si fosse comportato come Barca ponendosi come il promotore del grande rinnovamento del maggior partito della sinistra italiana sarebbe stato, nella migliore delle ipotesi, totalmente ignorato. Invece l’emulo di Togliatti non solo è subito balzato agli onori delle cronache assumendo immediatamente il ruolo di possibile successore di Pier Luigi Bersani nella sfida contro Matteo Renzi per la leadership del Pd.

Ma è stato immediatamente promosso dai grandi media nazionali a demiurgo del grande progetto di ritorno al modello di partito di massa radicato nella società proprio dell’esperienza del Partito Comunista Italiano. Qual è la ragione che giustifica un credito così immediato ed ampio per Fabrizio Barca? Non i suoi titoli accademici e neppure l’esperienza di ministro nel governo Monti. La ragione principale è che Barca è il figlio di Luciano Barca, economista e stretto collaboratore di Enrico Berlinguer. Cioè fa parte di quella aristocrazia nata dalla vecchia guardia comunista che, forse per essere stata figlia di un Dio minore, ha prodotto generazioni di figli di un Dio assolutamente maggiore e superiore. Il titolo su cui Barca poggia la sua ambizione di riformare il Pd, la sinistra e l’intera politica italiana è, dunque, un titolo esclusivamente nobiliare.

Che sicuramente è supportato da grandi capacità personali, ma che per chiunque abbia un minimo di buon senso e non si voglia abbandonare al conformismo di massa prodotto dai media progressisti rappresenta una anomalia molto più inquietante di quella costituita da Beppe Grillo e dai suoi dilettanti allo sbaraglio come definiti dall’altro grande anomalo Silvio Berlusconi. In questa luce il caso Barca diventa fin troppo illuminante della reale anomalia esistente nel sistema democratico del nostro paese. Che è quella segnata dalla presenza di una casta chiusa che si perpetua da generazioni e che pretende di conservare il proprio predominio politico, economico e culturale sul paese in nome dei propri quarti di nobiltà conquistati nel secolo passato.


Intervista a Grillo a cura di Emiliano Liuzzi
(da “Il Fatto Quotidiano”, 17 aprile 2013)

Quello che arriva in Friuli, a Zoppola, paese alle porte di Pordenone, non è il solito Grillo. Anche nel suo linguaggio qualcosa è cambiato. È pacato e ha ritmi più politici. Nella tappa di Sequals, poche ore dopo, anche al Pd: “Dico a Bersani di votare Gabanelli: date questo segnale, poi vediamo. Noi abbiamo già alcune proposte, come quelle per una vera legge anticorruzione, una sul conflitto di interessi e una sull’ineleggibilità della Salma. Bersani si prenda le sue responsabilità, sarebbe il primo passo per governare insieme”.

A Zoppola non c’è un palco, Grillo passeggia su e giù per la piazza, parla con la gente. Come la signora che le chiede di andare in televisione a confrontarsi con gli altri e lui: “Ma io devo confrontarmi con voi, non con la tv. La tv l’ho già fatta, conosco a memoria i meccanismi, le inquadrature. Conosco il messaggio. La rivoluzione è dirlo qui. Poi mentre le sto parlando lei è già in tv. Non le vede le telecamere?”.

Prima di ripartire, Grillo accetta di rilasciare una lunga intervista al Fatto Quotidiano. La prima dopo le elezioni e, soprattutto, nel giorno in cui la partita per il Quirinale diventa concreta e decisiva. Grillo aspetta seduto a quella che è la sua scrivania a bordo del camper. Stesso mezzo che lo ha scorrazzato per l’Italia. Stesso autista, stesso tecnico del suono. Un incontro domanda e risposta, e non è semplice, perché Grillo è molto più abituato a fare monologhi.

Partiamo dalle cosiddette Quirinarie: da oggi avete un nome da votare?
Non me l’aspettavo, non mi aspettavo quel nome. Ero convinto che uscisse Gino Strada o, forse, Stefano Rodotà. Ma Gabanelli è un grande nome, segno che gli elettori nostri vanno già oltre rispetto a Grillo. E questa è una cosa sensazionale.

Ha sentito la Gabanelli?
No, non l’ho ancora sentita. Non sono certo che accetti l’ipotesi . Ma, appunto, i nostri cittadini hanno scelto il loro nome, in completa autonomia. E hanno indicato una persona perbene, in grado di svolgere quel compito in grande libertà. Gli altri hanno commentato: sarebbe la Repubblica delle manette. Magari, dico io.

Però alla fine, alla faccia della rete, ha vinto un volto della tv: non è un controsenso?
No. Ha vinto una donna di carattere, temperamento, una donna perbene. Non c’entra niente la tv, forse il piccolo schermo le ha dato un volto riconoscibile. Ripeto però: non mi aspettavo fosse lei la più votata.

La possibilità che Gabanelli e Gino Strada non accettino esiste?
È molto probabile, il terzo nome è Stefano Rodotà.

Crede che altre forze politiche convergano su una di queste ipotesi?
Mi sembra molto più probabile che il presidente venga eletto prima del terzo scrutinio grazie a un accordo tra il Pd e il Pdl. E questo accordo non passa dai nomi che noi proponiamo.

Se si dovesse andare oltre il terzo scrutinio, lei si giocherà la carta Prodi?
Non gioco nessuna carta. Sceglie la rete per me. Non scelgo io. Sono un portavoce come gli altri. Non capisco quanto ci vorrà perché venga compresa questa differenza.

Giriamola in un altro modo: le piacerebbe Prodi come presidente della Repubblica?
Non lo so, onestamente. Forse non è neanche lui la figura che serve a questo Paese in questa fase. Non è certo l’uomo del cambiamento.

Poi è il padre dell’euro e uno dei padri dell’Europa. E lei con l’Europa non ha questo grande feeling. O sbagliamo a interpretare?
Io vengo dipinto come antieuropeista. Ma non c’è niente di più falso. Mi aspettavo un’Europa diversa, con un cammino diverso. Si è fatta la moneta unica, poi si parlano 11 lingue diverse. E non voglio neppure l’abolizione dell’euro. Voglio che sia un referendum a decidere.

Com’è andato l’incontro con Napolitano? Vi siete visti, avete parlato in una sede istituzionale. Se lo aspettava di entrare in abito scuro al Quirinale?
Sono rimasto deluso da Napolitano.

Deluso per quello che riguarda il post-incontro?
Sì. È stato una delusione. Ci siamo lasciati in un modo, poi lui è tornato coi saggi. Per prendere tempo.

Ma lui cosa vi ha chiesto?
Se eravamo disposti a votare la fiducia al Pd. E noi abbiamo risposto che era il Pd a dover dare la fiducia a noi. Bersani voleva i nostri voti per insediarsi al governo. E continuare sulla strada tracciata fino a oggi.

Noi non abbiamo firmato cambiali in bianco. C’è un governo. Vogliono votare la legge sul finanziamento ai partiti? Bene, Bersani si presenti con l’assegno da 49 milioni. Così possiamo parlare.

Lei però non lascia grandi spazi. Dice Prodi no, inciuci no…
Il Pd può votare Gabanelli. Non credo che sia una donna per loro impresentabile. Se poi vogliono presentare Giuliano Amato, il braccio destro di Craxi, facciano pure.

Grillo, la sua vita è cambiata. Minacce considerate attendibili, altre meno. Ha intenzione di accettare la scorta?
Non voglio scorte, ma la mia famiglia ha paura: mia moglie, i miei figli. Mi trovo le persone più svariate sotto casa. Alcuni hanno i microfoni, altri non so chi siano. Ma non intendo cambiare il mio modo di vivere.

Continuerà con i comizi di piazza?
Dopo questi non ce ne saranno altri. Io e Casaleggio stiamo incontrando imprenditori. Lui ieri a Torino, io piccoli imprenditori liguri. Ma ancora non hanno capito che l’approccio con noi non è quello che hanno con gli altri.

Io non voglio i farmacisti o i notai che mi porgono i loro voti sul piatto in cambio di leggi di favore. Se è questo che cercano, possono restarsene a casa. Parliamo dei problemi. E di come si possono affrontare, non ci interessano gli affari di casta.

Ieri Berlusconi ha incontrato Renzi per un’ora al teatro Regio a Parma: chiusi nell’anticamera di un palco. Pizzarotti, il sindaco a 5 Stelle, Berlusconi non lo ha degnato di uno sguardo.
Non lo sapevo, non sapevo dell’incontro. Ma è la stessa anima che li spinge.

Eppure si doveva parlare di Pietro Barilla, era il centenario della nascita. Lei lo conosceva Barilla?
È stato un grande imprenditore. Gli portarono via la fabbrica e sputò sangue per riprendersela. Come sono stati grandi i Piaggio, i Costa, come è stato un grande industriale Adriano Olivetti.

Il Movimento 5 stelle perderà dei parlamentari per strada?
Lo abbiamo già messo in conto. Hanno già provato a comprarseli. Ma è nella natura delle cose che se ne perda qualcuno per strada.

Il Grillo privato?
Faccio una vita diversa, ma continuo a ripeterlo a tutti. È arrivato il momento che ognuno si prenda le proprie responsabilità. Io le mie me le sono prese.

E chi gliel’ha fatto fare?
Me l’ha fatto fare la preoccupazione. Io ho 65 anni, sono in una fase diversa della mia vita. Ma i miei figli no. Provo a lasciargli qualcosa che sia migliore di quello che hanno oggi e in un futuro prossimo. Non so quanti anni serviranno, ma il cammino è iniziato.

Inarrestabile?
Ci proveranno, a fermarci, ma il Movimento 5 Stelle non è un fenomeno isolato o passeggero.

Sogna o ci crede?
Un po’ tutti e due. Non saremmo arrivati dove siamo senza un pizzico di utopia. Ma quando parlo di riduzione degli orari di lavoro, ci credo. Serviranno 25, forse 30 anni, ma ci arriveremo.

(ha collaborato Martina Castigliani)


Accordi, ricatti e sorprese. Così sale un uomo al Colle
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 17 aprile 2013)

Undici presidenti, da Enrico De Nicola a Giorgio Napolitano, passando per Einaudi, Gronchi, Segni, Saragat, Leone, Pertini, Cossiga, Scalfaro e Ciampi.
Il primo dei quali ho memoria personale è Giuseppe Saragat. Salotto di casa, sulla tv in bianco e nero scorrono le immagini della diretta dalla Camera, cosa rara perché a quel tempo, eravamo nel 1964, la Rai iniziava le trasmissioni dell’unico canale solo a tardo pomeriggio.

L’elezione del Capo dello Stato era un evento che monopolizzava l’attenzione di tutti gli italiani e la mia famiglia non faceva eccezione. Di politica si parlava più di oggi ma se ne sapeva molto meno. Sui giornali si leggevano scarni resoconti ufficiali, le verità sulle lotte tra e nei partiti erano a conoscenza dei soli addetti ai lavori. La suspanse per la conta era quindi autentica, simile a quella per l’estrazione del lotto. Ce la farà, non ce la farà? Avevo sette anni e guardare quell’immagine fissa sul presidente della Camera che leggeva i nomi sulle schede mi fece sentire grande. Ricordo che per giorni il nome più votato fu quello di Brunetto Bucciarelli Ducci. Lo ascoltai tante di quelle volte, non so perché tifando che superasse il quorum, che mi è rimasto impresso in modo indelebile.
Oggi so, sappiamo, che la conta non può riservare alcuna sorpresa perché tutto avviene prima e fuori dall’aula.

Accordi, ricatti, intrighi e tradimenti dell’ultimo minuto. Questa è l’elezione del Capo dello Stato dalla quale, con forse l’unica eccezione di Einaudi e Cossiga, sono sempre state escluse le prime linee della politica. Del resto, se uno ha scalato un partito vuole dire che si è fatto troppi nemici, dentro e fuori, troppe sono le gelosie e le invidie che ha prodotto per essere, o solo apparire, come l’uomo di tutti. Una maledizione che invano i leader hanno cercato di vincere, tra gli ultimi in ordine di tempo Andreotti e Craxi. Eppure gli uomini che sono saliti al Colle sono sempre stati, nel bene e nel male, l’espressione del loro tempo. Ricostruire le loro storie, senza le suggestioni e la retorica figlie dell’attualità, è rileggere la storia dell’Italia repubblicana e di ognuno di noi. Dove eravamo, cosa facevamo e pensavamo quando il presidente di turno saliva al Quirinale e dirigeva il traffico del Paese? Buona lettura e buon viaggio nella vostra memoria.


Da Dagospia su Giuliano Amato, qui.


Polemiche sullo scrittore Primo Levi, qui, qui.


I funerali di Margaret Thatcher, qui.


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Bart