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La strada del mandato «condizionato »

22 Marzo 2013

di Marzio Breda
(dal “Corriere della Sera”, 22 marzo 2013)

ROMA – Lo stallo è continuato fino a sera. La strada per risolvere il rebus del dopo voto da stretta, anzi, strettissima, sembrava diventata un vicolo cieco. Eppure Pierluigi Bersani non si rassegnava e non si rassegna: è pronto a combattere fino in fondo e rivendica il diritto di imboccarlo, quel sentiero. Per quanto impervio e buio possa essere. Attraverso un richiamo alla corresponsabilità, vuole provare a mettere in piedi il suo «governo di cambiamento ». Insomma: è determinato ad aprire la sfida (sul proprio progetto, il proprio programma, i propri nomi) a «tutte le forze parlamentari », a costo di farsi dire pubblicamente di no e di non raggiungere così l’autosufficienza di cui avrebbe bisogno in Senato. E in ogni caso senza digerire l’idea di un passo indietro per carità di patria.

Ecco l’aggrovigliato nodo che ieri sera Giorgio Napolitano si è trovato a sciogliere, al termine di due giorni di consultazioni, facendo ricorso a tutta la sua esperienza politica e istituzionale. È difficile, per lui, non concedere al segretario del Partito democratico questa chance, attraverso un incarico. Difficile, per non dire impossibile, anche se sa bene – e lo sa Bersani – che un simile tentativo è esposto al rischio del fallimento e potrebbe dunque rivelarsi un azzardo, oltre che una perdita di tempo. Tuttavia il presidente della Repubblica un tale passo lo deve fare, in forza del responso delle urne, in base al quale il Pd può vantare la vittoria, seppur mutilata.

Ora, a parte lo scatto d’orgoglio politico e personale del candidato premier, a parte il suo bisogno di tenere unita una dirigenza in tensione e sotto stress, a parte il vago sapore pre elettorale che questa mossa si porta dietro, ciò su cui ci si è interrogati a lungo era la natura del mandato. Che, si può anticipare, non sarà pieno. Qualcuno azzardava che potrebbe essere «esplorativo », così che Bersani in persona verificasse se è in grado di ottenere i numeri dei quali ha bisogno: ma gli «esploratori » sono di solito figure terze, quasi sempre alte cariche dello Stato, e tale scelta non si applica mai a chi deve poi mettere in piedi il governo. Sarà quindi, comunque il Quirinale decida di qualificarlo (e la definizione risulterà dagli stessi contenuti con cui il presidente lo configurerà), un mandato «condizionato », e in un passaggio come il nostro la condizione regina è ovviamente che ci sia una maggioranza per la fiducia.
Sarà questo il primo, e provvisorio, giro di boa del consulto quirinalizio.

Napolitano lo formalizzerà nel pomeriggio di oggi, dopo aver completato in solitudine le sue riflessioni e tratto un bilancio dal faticoso confronto che ha avuto con tutti gli attori in campo. Il primo dato sensibile raccolto è che esiste una larga maggioranza che, nonostante le minacce incrociate dei giorni scorsi, non vuole tornare al voto: risultato scontatissimo, se non altro per l’istinto di autoconservazione che percorre un Parlamento appena insediato. Ha poi dovuto affrontare l’atteso faccia a faccia con il leader del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo (e c’è stata molta curiosità reciproca e qualche ironia sdrammatizzante), dopo il quale ha dovuto verbalizzare quel che in rete era stato già ripetuto infinite volte dal blogger: nessuna stampella al Pd, nessuna foglia di fico, nessuna fiducia a governi dei vecchi partiti. A parte il copione già recitato del centrodestra berlusconiano, l’autentico scoglio da aggirare era l’incontro delle 18 con Bersani. Dal Pd erano stati fatti filtrare segnali duri e preoccupanti anche per il Quirinale. Dall’entourage del vertice si continuava a bocciare qualsiasi scenario di larghe intese con il Pdl. Un arroccamento fondato su un vero ukase: se si insiste per un accordo con Berlusconi, si deve capire che, a parte una quarantina di renziani e una decina di veltroniani, gli altri 290 parlamentari del partito si schiereranno compatti contro. E non resterà altro che il voto.

Una pressione finalizzata a scoraggiare Napolitano e chiunque coltivi l’ipotesi di un esecutivo «del presidente », «istituzionale », «di scopo », o comunque lo si chiami (ipotesi sposata dal centrodestra nel tentativo di rimettersi in gioco), e sulla quale si erano sprecati gli identikit del possibile premier. Da stasera toccherà a Bersani, provare a far uscire il Paese dall’impasse. Non avrà molto tempo: due o tre giorni al massimo. Dopo di che, se tornerà sul Colle senza dimostrare – carta alla mano – di essersi guadagnato l’autosufficienza, l’ultima mossa sarà del capo dello Stato. E, contro ogni obliqua minaccia, c’è da giurare che un impensabile deus ex machina per un suo governo lui lo scoverà.


L’equilibrio indispensabile
di Sergio Romano
(dal “Corriere della Sera”, 22 marzo 2013)

Se tenessero alle sorti del Paese, le forze politiche avrebbero dovuto riconoscere, subito dopo il voto, che vi sono almeno tre fattori da cui è impossibile prescindere. In primo luogo non esistono vincitori. In un momento di buon senso Pier Luigi Bersani aveva ammesso che neppure il 51% avrebbe consentito al suo partito di governare il Paese. Oggi sembra invece convinto che lo 0,4% in più rispetto alla coalizione di centrodestra arrivata seconda lo autorizzi a pretendere per la sua parte, insieme alla presidenza delle Camere, la guida di un governo che vivrà alla giornata contrattando continuamente la fiducia con forze e gruppi decisi a pretendere, per esserne ripagati, concessioni non sempre utili e ragionevoli.

In secondo luogo occorrerà tornare alle urne, ma non con questa legge elettorale. Sapevamo che quella dell’on. Calderoli è una pessima legge, ma non potevamo immaginare che le elezioni si sarebbero concluse con un photofinish e che il voto avrebbe regalato il 54% della Camera al minor perdente. Votare con questa «lotteria » sarebbe molto più azzardato di quanto non fosse il secondo voto greco nel giugno del 2012. Potremmo avere un altro risultato inconcludente al Senato e addirittura una maggioranza del Movimento 5 Stelle alla Camera.

In terzo luogo ciò che maggiormente serve all’Italia in questo momento è un governo che non susciti i dubbi dell’Europa e lo scetticismo dei mercati. Ancora prima delle molte riforme necessarie al Paese occorre far capire immediatamente a tutti che la linea politica sarà quella concordata a Bruxelles nelle scorse settimane: la crescita, indubbiamente, ma senza deroghe al programma di risanamento dei conti pubblici, se non quelle concordate con l’Ue. Considerata alla luce di questa esigenza la strategia di Bersani ha avuto l’effetto di allungare i tempi dell’incertezza e di rendere la crisi italiana intraducibile in qualsiasi altra lingua europea.

Se il leader del Pd avesse preso atto della realtà, il tempo trascorso tra il voto e le consultazioni sarebbe stato impiegato per preparare soluzioni diverse, più adatte alle esigenze del Paese. So che non è realistico pensare a un’alleanza organica tra il Pd e il Pdl. Berlusconi ha risollevato le sorti del suo partito e continua ad avere un consenso che corrisponde grosso modo a un terzo dei votanti. Ma è una figura troppo controversa per essere accettabile alla maggior parte del Pd. Le differenze tra i due partiti, tuttavia, non sono tali da precludere il loro appoggio convergente a un governo istituzionale composto da persone competenti, credibili non soltanto in Italia, soprattutto estranee al clima delle contrapposizioni frontali e delle reciproche scomuniche. Non sarà comunque un governo di legislatura. Quando avrà cambiato la legge elettorale (un obiettivo che richiede quanto meno un accordo fra i due maggiori partiti), avviato qualche riforma istituzionale tra quelle su cui vi è un più diffuso consenso e dimostrato all’Europa che l’Italia non intende rinunciare al risanamento dei conti pubblici, vi saranno nuove elezioni in un clima diverso. Aggiungo che un paio d’anni all’opposizione sarebbero per il Movimento di Grillo la migliore delle scuole possibili.

È questa, credo, la strada per uscire dalla crisi. Permetterebbe di non perdere altro tempo alla ricerca di una maggioranza improbabile e il nuovo governo darebbe al mondo, ancora prima di cominciare a lavorare, il più efficace dei segnali.


Le risposte che il Paese aspetta
di Mario Calabresi
(da “La Stampa”, 22 marzo 2013)

La buona notizia della giornata di ieri è che finalmente è stata fatta chiarezza: ogni ipotesi di dare vita ad un governo con i voti di Grillo sembra definitivamente tramontata. Dovrebbe così finire l’affannosa e a tratti grottesca rincorsa dei favori del Movimento 5 Stelle.

La brutta notizia è che per prendere atto di questa indisponibilità ci sono voluti 25 giorni. Più di tre settimane passate a coltivare un’illusione, nonostante Grillo e i suoi non avessero mai lasciato margini di trattativa. Più di tre settimane in cui la cronaca ha registrato come dall’inizio dell’anno abbiano chiuso 167 negozi al giorno, che i fondi per la cassa integrazione in deroga stanno per finire, che i consumi sono in picchiata e perfino che gli immigrati filippini abbandonano l’Italia per trasferirsi in Germania. Il Paese ha bisogno di un governo subito, di risposte, di dare fiato alle imprese per non deprimere ulteriormente l’occupazione, e non di un’eterna campagna elettorale.

Ora, se il presidente Napolitano darà a Pierluigi Bersani l’incarico di verificare se esistono in Parlamento le condizioni per dare vita a un governo, gli schemi di gioco andranno completamente cambiati.

Il campo di gioco ora sarà limitato alle forze politiche che rappresentano il 75 per cento degli italiani che non hanno votato per Grillo. Il segretario del Pd dovrà infatti per forza rivolgersi agli altri partiti che siedono in Parlamento: Il Pdl, la Lega e i gruppi che fanno riferimento a Mario Monti. Un dialogo e una linea che non sono certo quelli usciti dalla direzione del Pd, da cui Bersani aveva ottenuto un mandato chiaro: trattare con Grillo o elezioni. Ma ora che Grillo ha sbattuto la porta è doveroso un tentativo per evitare le elezioni.

La novità che si può scorgere nelle parole pronunciate da Bersani ieri al Quirinale è l’allentarsi delle pregiudiziali, l’apertura a tutti i parlamentari senza distinzione. Certo resta ferma l’indisponibilità a formare governissimi, a dividere la patria potestà dell’esecutivo con Berlusconi, ma sembrerebbe essersi affievolito il rifiuto assoluto dei suoi voti (o di una sua astensione) se servissero a far nascere un esecutivo a guida Pd con ministri scelti nella sinistra o nella società civile.

Il percorso appare strettissimo, quasi impossibile, e il filo difficilissimo da riannodare, soprattutto dopo gli scontri e le tensioni delle ultime settimane, e dopo aver evitato ogni accordo per eleggere i presidenti di Camera e Senato. Ogni dialogo non potrà poi prescindere dalla scelta del prossimo presidente della Repubblica, l’unica carica che durerà ben di più sia di qualunque governo nascente sia del nuovo Parlamento. Una casella che è stata lasciata per ultima, anche se forse sarebbe stato più saggio partire proprio da lì, da una strategia che mettesse al centro l’unico punto fermo del nostro futuro.

Le strade che si è trovato davanti Bersani sono tutte di difficile gestione: prima c’era il Movimento 5 Stelle, quello che domani porterà tutti gli eletti a manifestare ai cantieri della Tav in Val di Susa, adesso il Pdl che i parlamentari prima li ha portati a manifestare sulle scale del Palazzo di Giustizia di Milano e ora in piazza a Roma.

L’unica chiave, per non arrendersi a tornare alle urne quest’estate, per non rifare un’altra sterile campagna elettorale, è mettere al centro i provvedimenti più urgenti per ridare fiato al Paese. Insieme si dovranno dare risposte alla rabbia dei cittadini, che chiedono di rivedere privilegi, finanziamenti e costi della politica. Ma tutto ciò va fatto per gli italiani, non per ingraziarsi Grillo, a cui i partiti non andranno mai a genio qualunque cosa facciano e a cui parole come responsabilità e governabilità non dicono nulla. Tutto ciò va fatto in modo serio e non propagandistico e senza dimenticare che mentre discutiamo il dimezzamento del numero dei parlamentari rischiamo il dimezzamento delle aziende in grado di stare in piedi nel Paese.


Onida gela l’armata anti Cav: Berlusconi non è ineleggibile
di Roberto Scafuri
(da “il Giornale”, 22 marzo 2013)

Questa proprio non ci voleva. A ventiquattr’ore dalla manifestazione di massa indetta nella piazza Santi Apostoli cara all’Ulivo prodiano, a un passo dal traguardo come Dorando Petri nelle Olimpiadi di Londra del 1908, a un capello dal traguardo considerevole di 250mila firme (alcune altisonanti) raccolte.

Il problema sarà dirlo con dovuta cautela a Paolo Flores d’Arcais, animatore del comitato che negli ultimi due decenni ha provato in tutti i modi a far capire al popolo come Silvio Berlusconi fosse ineleggibile, a norma della legge del 1957 che inibisce il Parlamento a titolari di concessioni pubbliche.

Attorno a questo importante risultato, fallito per un pelo nel ’94 e nel ’96, e così distante dalle ultime raccomandazioni di Napolitano («Garantire al Cavaliere la partecipazione politica »), si era coagulata nelle scorse settimane l’unico concreto punto di contatto tra il Movimento di Grillo e il partito di Bersani. Punto di contatto plasticamente identificato nel capogruppo dei senatori Pd, Luigi Zanda, unico del gruppo dirigente ad aver sottoscritto l’appello anti Cav e pronto, immaginiamo, a prendere parte alla manifestazione di domani «per la difesa della Costituzione e l’ineleggibilità di Berlusconi ». I fatti, però, congiurano contro titolo e obbiettivo. O si sta alla Costituzione, e con uno dei massimi suoi interpreti, il professor Valerio Onida, presidente emerito della Corte Costituzionale, o con l’idea di ghigliottinare lo scranno del Cav in forza di legge.

Onida, persona onesta fino al midollo, tanto da essere diventato negli ultimi giorni candidato-ombra a tutto in quanto cattolico, piddino e anti-casta, l’ha spiegato con la pazienza e la dovizia del giurista agli storici microfoni di Radio Popolare. Primo punto: «Nell’applicazione dell’attuale legge mi sembra difficile poter dichiarare ineleggibile Berlusconi ». Secondo – non di poco peso per chi aveva fatto del girotondismo la malattia infantile dell’antiberlusconismo, in nome delle leggi ad personam: «Il Parlamento non dovrebbe mai legiferare a favore o contro interessi personali.

Abbiamo una lunga storia di leggi ad personam, abbiamo una situazione giudiziaria con elementi anche critici, ma immaginare che il Parlamento e il governo si muovano per favorire o per non favorire soluzioni giudiziarie di una singola persona, mi sembrerebbe una brutta degenerazione ». Terzo – elemento di solito noto a chiunque abbia fatto almeno qualche esame introduttivo al diritto (superandolo) – ne bis in idem. «Fino ad ora la legge non è stata ritenuta applicabile nei confronti di Berlusconi, visto che non è più il rappresentante legale dell’azienda di cui è proprietario ». Il precedente, in un ordinamento giuridico, ha un suo peso. Dulcis in fundo: cambiare si può, perché no? «Si può pensare a una norma, in futuro, che prenda in considerazione le posizioni dominanti sul mercato della comunicazione. Ma questo, sarà per il futuro ».

Onida dixit. Ovvero, tanto per rendere onore all’onestà, un giurista che arrivò terzo alle primarie comunali milanesi del Pd nel 2010, che tutti indicano nome assai gradito ai ragazzi grillini (ma sapranno chi sia, questo Carneade del diritto che non mastica web, anche se ha un blog, e da cattolico non risulta abbia mai pronunciato neppure un timido «vaffa »). Addirittura, nella maionnaise impazzita giornalistico-politica degli ultimi giorni, era diventato su alcuni quotidiani e siti online il presidente del Consiglio in pectore. «Esercizio di fantasia, farneticazioni », ci ha scherzato lui in radio. Dilettanti allo sbaraglio. Anzi, allo sbadiglio.


“Grasso Koalition”
di Claudio Cerasa
(da “il Foglio”, 22 marzo 2013)

Il nuovo vaffa urlato da Grillo a Bersani e la disponibilità offerta da Pdl e Lega di appoggiare un governo di grande coalizione che – come chiede Napolitano – non abbia pregiudiziali sul centrodestra ha trasformato le consultazioni di Bersani in un referendum interno al Pd su un tema particolare: si può escludere di costruire una proposta finalizzata a raccogliere i voti dell’unica coalizione con cui si potrebbe costruire una maggioranza? In altre parole, aprire al Pdl è un tabù o i novanta minuti da Bersani al Quirinale hanno fatto cambiare qualcosa? Fino a qualche ora fa la linea del centrosinistra era quella uscita dalla direzione: andare alle Camere con una proposta “rivolta a tutto il Parlamento” per stanare i grillini a Palazzo Madama.

Ricevuto l’ennesimo “no” dal M5s e registrata la volontà del centrodestra di appoggiare un esecutivo guidato da Grasso (che non dispiace né al Cav. né a Maroni), Bersani ha capito che per far nascere un esecutivo non ci sono molte strade: o si affida a Grasso l’incarico o Bersani cambia linea. E ieri, almeno così sembra, dal leader del centrosinistra è arrivato un messaggio chiaro. “Napolitano – conferma al Foglio un esponente vicino al segretario – darà l’incarico a Bersani solo se capirà che Pier Luigi ha intenzione di aprire al centrodestra. E al di là dei tatticismi, bisogna dire che è stata offerta un’oggettiva anche se piccola nuova apertura dal Pd”. Lo scenario di una “Grasso Koalition” allargata al Pdl ha allarmato la gauche del centrosinistra e nel Pd sono molti i democratici convinti che sia una pazzia riproporre una maggioranza simile a quella che ha sostenuto Monti. “Per quanto mi riguarda – dice al Foglio Matteo Orfini, dei giovani turchi, 66 parlamentari tra Camera e Senato – io, anche se poi mi atterrei alle decisioni del gruppo, non voterei a favore di un governo non sostenuto anche dal 5 stelle”. La sinistra la pensa così ma dopo “la cauta apertura” la verità è che da ieri nel Pd è cambiata l’atmosfera, perché in fondo – dice un bersaniano – “se il Pdl dovesse sostenere un nostro governo, anche se a malincuore, non potremmo fare che una cosa: accettare, come ci chiede Napolitano”.


Concordia nazionale e scontro frontale
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 22 marzo 2013)

Da una parte la necessità della concordia nazionale, dall’altra la decisione della radicalizzazione dello scontro. La prima parte è interpretata da Giorgio Napolitano, la seconda da Pier Luigi Bersani. Il Capo dello Stato, non solo in omaggio al proprio ruolo istituzionale di garante dell’unità nazionale ma anche perché convinto che la conflittualità politica aggrava e non risolve la crisi in atto, è l’espressione della concordia nazionale. Che ha perseguito favorendo la nascita del governo tecnico in cui i due grandi schieramenti alternativi del bipolarismo hanno stipulato una tregua in nome dell’emergenza. E che continua a perseguire anche nelle ultime giornate del proprio mandato chiedendo alle forze politiche presenti nel nuovo Parlamento di dare vita il più presto possibile ad un governo che abbia la possibilità, grazie ad una maggioranza definita, di poter svolgere efficacemente il proprio compito emergenziale. Il segretario del Pd è in questo momento l’antitesi di Napolitano.

Ossessionato dalla resurrezione elettorale di Berlusconi e dalla necessità di recuperare i voti della sinistra confluiti sul Movimento Cinque Stelle, si è convinto che l’unico modo per conseguire i due obbiettivi sia quello della radicalizzazione dello scontro con il Cavaliere. E nel momento in cui sul nostro paese rischia di arrivare il vento destabilizzante dell’euro e della Unione Europea fatto nascere a Cipro dalle pretese ottuse dei banchieri dell’Europa del Nord, pensa di convincere Beppe Grillo a sostenere un governo a guida Pd offrendogli la distruzione del Cavaliere attraverso non solo l’arma giudiziaria ma soprattutto quella legislativa ( anticorruzione, conflitto d’interessi, ineleggibilità e via di seguito). Coesione nazionale o radicalizzazione dello scontro? Poiché sembra chiaro che Napolitano difficilmente potrebbe sconfessare se stesso decidendo di benedire la linea della radicalizzazione, è nata tra le file di chi pensa che solo la testa di Berlusconi può ammansire la belva Grillo l’idea di fare a meno di questo Capo dello Stato. Cioè di tirare la crisi di governo oltre il 15 aprile, data in cui il Parlamento è chiamato ad eleggere il nuovo Presidente della Repubblica, per sostituire Napolitano con un Capo dello Stato disposto a cavalcare la strategia della radicalizzazione e consentire a Bersani di dare finalmente vita ad un governo appoggiato da parte o da tutti i grillini.

Ma è proprio questa idea balzana a rendere evidente l’irresponsabilità e la confusione mentale dei teorici di una nuova guerra civile contro il centrodestra per consentire al Pd di avere sempre meno nemici a sinistra. Se il problema fosse Berlusconi e la sua presenza sulla scena politica la loro strategia avrebbe un qualche senso. Ma il problema non è il Cavaliere ma la crisi. Quella che ha fatto sfondare il debito pubblico oltre il tetto dei duemila miliardi, ha provocato una disoccupazione galoppante, ha imposto una pressione fiscale insostenibile e sta provocando il ritorno alla proletarizzazione di tutti i ceti medio-bassi del paese con il rischio di tensioni sociali incontrollabili. Si può permettere il paese la paralisi della crisi di governo in attesa di un nuovo Capo dello Stato disponibile a tradire la linea della coesione nazionale di Napolitano ed a spostare la strategia della radicalizzazione dello scontro di Bersani? La risposta è scontata. Ma solo per le persone di buon senso. Che però non mancano neppure all’interno del Partito Democratico a dispetto del girotondismo fuori tempo di un segretario pericoloso per se e per gli altri. A loro non resta che appellarsi. Nella speranza che la crisi decida di aspettare il loro risveglio.


Via D’Amelio, sarà sentito Napolitano
di Redazione
(dal “Corriere della Sera”, 22 marzo 2013)

CALTANISSETTA – Si è aperto nell’aula della Corte d’Assise di Caltanissetta il processo «quater » per la strage di via D’Amelio in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e gli agenti di scorta. Con una novità: il capo dello Stato Giorgio Napolitano sarà ascoltato come testimone.

LA RICHIESTA DEGLI AVVOCATI – L’avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino, il fratello del giudice ucciso dalla mafia nel 1992, ha chiesto la citazione come testimone (accolta dalla Corte d’Assise) del presidente. Il capo dello Stato all’epoca dell’eccidio, era presidente della Camera e, proprio per il suo ruolo, secondo il legale, era, «un osservatore privilegiato di quanto avveniva nei palazzi del potere ». Repici ha motivato la necessità di sentire Napolitano anche sulla base di quanto il presidente ha scritto in una lettera indirizzata alla figlia del suo predecessore Oscar Luigi Scalfaro. «Il capo dello Stato – ha spiegato l’avvocato – ha detto di avere accompagnato Scalfaro nei momenti decisivi del tragico biennio delle stragi di mafia ».

SENTIRE NAPOLITANO: RICHIESTA ACCOLTA – Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, verrà quindi ascoltato dalla Corte d’Assise di Caltanissetta. Ma nel corso del suo intervento, il capo dello Stato non potrà essere sentito riguardo alle intercettazioni telefoniche e ai contatti con l’ex presidente del Senato Nicola Mancino. Al termine dell’udienza di oggi, il processo è stato rinviato al 26 marzo, per stilare il calendario delle trasferte per ascoltare alcuni collaboratori di giustizia.

IL NUOVO PROCESSO – Imputati i boss Vittorio Tutino, Salvo Madonia e Calogero Pulci, Francesco Andriotta e Vincenzo Scarantino, i tre falsi pentiti autori del depistaggio costato l’ergastolo a sette innocenti. La Procura, rappresentata dal capo dei pm Sergio Lari, dall’aggiunto Domenico Gozzo, e dai sostituti Stefano Luciani e Gabriele Paci, ha illustrato la sua lista testi che prevede l’esame di 300 tra pentiti, politici, esponenti delle forze dell’ordine, magistrati e familiari delle vittime.

LISTA TESTI – Tra questi l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro, Massimo Ciancimino, Claudio Martelli, Luciano Violante, Giuliano Amato, Vincenzo Scotti, Nicola Mancino, Virginio Rognoni. Una lista testi con cui i pm si propongono di riscrivere la storia dell’eccidio di via D’Amelio nella fase esecutiva, ma non solo. Oltre ai pentiti Spatuzza, Giuffrè e Brusca, – Spatuzza in particolare ha consentito di riaprire l’inchiesta – verranno ascoltati i testimoni di una serie di vicende, come la scomparsa dell’agenda rossa di Borsellino, che non sono mai arrivate a un processo. Parte del processo sarà dedicata anche all’approfondimento del depistaggio dell’inchiesta e della trattativa Stato-mafia.

PARTI CIVILI – Si sono costituiti parti civili i familiari delle vittime, la Presidenza del Consiglio dei ministri, i ministeri dell’Interno e della Giustizia, la Regione siciliana, il Comune di Palermo, il centro Pio La Torre, Gaetano Murana e Gaetano Scotto, due dei sette condannati ingiustamente per la strage per i quali è stata chiesta la revisione del processo.


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Bart