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La stretta sui vitalizi degli onorevoli

2 Dicembre 2011

La rivolta, di cui si legge qui  e qui, dei parlamentari contro la ventilata stretta sui loro vitalizi mi dà l’occasione di tornare sull’argomento dei privilegi di cui godono i nostri politici, sia nazionali che locali.

Essi non hanno alcuna giustificazione. Sono uno scandalo e rappresentano il modo distorto in cui si è venuto trasformando nel tempo il concetto della politica. Che è servizio verso i cittadini, mentre è diventata gestione del potere per il potere. I vitalizi sono una delle espressioni più vergognose di tale gestione.
Tanto più se, come ormai è destinato a durare, la maggior parte dei cittadini (si salvano solo i soliti straricchi) stenterà sempre di più ad arrivare alla fine del mese.

L’altro ieri, partecipando ad un incontro, il relatore vagheggiava una società senza più conflitti, una specie di sapiente e tollerante comunità in cui ciascuno sapesse apprezzare il positivo che è negli altri e farlo proprio.
È un’utopia. L’umanità ha il suo progenitore non tanto in Adamo, ma nel suo figlio più crudele ed egoista, Caino.   Anche la grande Roma ha in Romolo il suo fondatore, il quale non esitò ad uccidere il fratello gemello Remo per regnare da solo sulla nascitura città.
Per non parlare del mister Hyde che alberga in ciascuno di noi.

Difficile quindi non fare i conti con l’ambizione e la sete di dominio che ci permeano.
La nostra politica è l’incarnazione moderna di quanto storia e leggenda ci hanno tramandato.
Lasciare dunque ai politici decidere del loro destino, è come lasciare libera la volpe in un pollaio. Essa mangerà tutto ciò di cui avrà desiderio, perfino oltre la fame che l’ha spinta a uccidere.

Se la politica deve tornare ad essere servizio al popolo, non vi è che una soluzione. Spogliare la funzione di tutti gli orpelli che la rendono appetibile agli ingordi e ai lestofanti.
Perciò, si remuneri l’eletto con uno stipendio che equivalga a quello che percepisce un dirigente dell’amministrazione pubblica. Tale stipendio non può sommarsi a quello percepito nella mansione precedente. Una volta terminato l’incarico, il politico, tanto a livello nazionale che locale, torni ad occupare la mansione precedente.
La misura della sua pensione sarà determinata dalla somma dei contributi versati sia quando ricopriva la carica politica sia quando ricopriva la mansione di lavoratore dipendente.
Solo in questo modo, reso poco vantaggioso ai profittatori, potremo sperare di avere politici interessati unicamente al bene comune.

Anche questa, non occorre che me lo si dica, rientra tra le molte chimere, o utopie, che anche a me, come a tanti di voi, frullano per la testa in questi mesi troppo bigi.
Ma leggendo gli articoli di questi giorni, tutti in attesa che Monti decida lunedì il nostro destino, altri come me hanno sgranato come un rosario sogni e desideri.
E, dunque, perché non io?

www.i-miei-libri.it

Altri articoli
“Il buon esempio è necessario” di Gian Antonio Stella. Qui.

“La rassegnazione incrociata del Cavaliere e del Pd” di Ugo Magri. Qui.

“il commento 2” di Francesco Forte. Qui.

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“Il dovere di salvare il risparmio” di Mario Sechi. Qui.


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Bart