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La tempesta per il governo non è finita

21 Novembre 2013

di Marcello Sorgi
(da “La Stampa”, 21 novembre 2013)

Pagato a carissimo prezzo, agli occhi dell’opinione pubblica, il salvataggio della Cancellieri, e appresso a lei del governo, che non avrebbe retto alle sue dimissioni, non è servito purtroppo a ridare un po’ di stabilità a Letta e al suo sofferente esecutivo. A giudicare dal tenore del dibattito di ieri alla Camera, anzi, dopo la rottura del centrodestra maturata nel fine settimana, il virus corrosivo della divisione adesso ha di nuovo aggredito il centrosinistra.

L’idea che con la nascita di una destra di governo, alternativa a quella populista e berlusconiana che si accinge a passare all’opposizione, la maggioranza sarebbe subito diventata più omogenea e più forte, al momento è ancora lontana dalla realtà. Le due destre infatti marciano divise per colpire unite. E soprattutto quella di governo, il Nuovo Centrodestra che avrebbe dovuto incassare il salvataggio della Cancellieri come una propria vittoria, sembra in primo luogo preoccupato di non apparire subalterno al premier e al suo partito. Di qui attacchi simmetrici a Renzi, trattato da avversario, non come possibile nuovo alleato dei prossimi mesi, e additato, per propri interessi congressuali, come vero responsabile della messa in stato d’accusa della Guardasigilli.

Nel centrosinistra inoltre il voto di ieri lascia uno strascico di polemiche e un forte desiderio di rivincite che non tarderanno a manifestarsi. Bastava guardare i visi lunghi dei parlamentari del Pd, che hanno votato per pura disciplina la fiducia alla ministra, o ascoltare l’intervento alla Camera del segretario Epifani – concluso con un invito alla Cancellieri ad adoperarsi per fugare le ombre rimaste sul suo comportamento nei confronti dei Ligresti -, per capire che quello a cui si è assistito a Montecitorio è solo il primo tempo di una partita, che necessariamente si concluderà con le primarie dell’8 dicembre e l’annunciata ascesa del sindaco di Firenze alla segreteria del Pd. Si vedranno allora, dicono tutti, le vere intenzioni del nuovo leader. Ma se anche Renzi all’inizio avesse pensato di stare a guardare, anche per non dar ragione a tutti quelli che si aspettano che alla prima occasione faccia cadere il governo, ciò che è accaduto tra martedì e ieri – con la decisione di Letta di «metterci la faccia », malgrado il sindaco, e prossimo segretario, lo avesse invitato a fare esattamente il contrario, e con dalemiani e bersaniani che giravano per il Transatlantico facendo il gesto «tiè! » -, non costituisce certo un invito al futuro leader a porgere l’altra guancia.

Si dirà che forse era troppo presto, per aspettarsi un rasserenamento della tempesta continua in cui il governo è costretto a navigare fin quasi dalla sua nascita. Ed è vero. Tra qualche giorno, quando le due destre si divideranno sul voto per la legge di stabilità, e quando Berlusconi, dichiarato decaduto, sarà fuori dal Parlamento, il nuovo quadro politico fondato sull’asse tra Letta e Alfano, a cui si deve il salvataggio della Cancellieri, e sulla prosecuzione del governo fino al 2015, dovrebbe prendere corpo e consistenza. E a quel punto si capirà quale dei due nuovi poli della politica italiana sarà più forte, tra quello dei due «dioscuri » di Palazzo Chigi, su cui vigila il Quirinale, e quello movimentista di Renzi, che guarda più alla società civile e alla competizione con Berlusconi e Grillo, che non alle responsabilità istituzionali del partito che si accinge a guidare. Ma intanto, nelle due settimane e mezza che allineano, una dopo l’altra, le tre scadenze dell’approvazione della legge di stabilità, del voto sulla decadenza di Berlusconi e delle primarie del Pd, conviene tenersi pronti a continuare a ballare: perché la tempesta non è affatto finita e il governo dovrà ancora navigare alla cappa.


Il caso Cancellieri e la guerra di Renzi
di Arturo Diaconale
(da “L’Opinione”, 21 novembre 2013)

La decadenza di Silvio Berlusconi ancora non è stata votata, ma il governo ha già corso il primo pericolo di andare in crisi. Non per colpa dei falchi berlusconiani ora diventati Forza Italia, che ancora non sono usciti dalla maggioranza, ma per mano delle tensioni precongressuali del Partito Democratico esplose in occasione del caso Cancellieri. Enrico Letta ha accettato la sfida di Matteo Renzi, ha messo la propria faccia in difesa del ministro della Giustizia ed è riuscito ad imporre all’intero Pd di non affondare la Cancellieri per non affondare l’intero governo.

Ma la resa dei conti tra il Presidente del Consiglio ed il suo più forte e deciso sostenitore Giorgio Napolitano ed il partito da cui entrambi provengono è solo rinviata. E non di molto. Intanto perché nel difendere la Cancellieri il capo del governo ed il sovrano del Paese hanno scelto una linea suicida. Subordinare il sostegno al ministro della Giustizia all’assenza di una qualsiasi iniziativa da parte della magistratura significa esporsi al vento di un qualsiasi pubblico ministero alla ricerca di un po’ di visibilità. Basta la pubblicazione di un’ennesima intercettazione ambigua e la conseguente apertura di un’inchiesta per rendere la Cancellieri non più difendibile e riaprire la partita della stabilità del governo.

Ma il caso della ministra amica dei Ligresti è solo una pagliuzza rispetto alla trave del problema posto da un congresso del Pd ormai indirizzato verso l’elezione a segretario di un Matteo Renzi deciso ad essere l’alternativa al vecchio sistema di potere rappresentato proprio da Letta e da Napolitano. Il duello che il Presidente del Consiglio ha ingaggiato con il sindaco di Firenze sul caso Cancellieri, dunque, è solo l’avvisaglia di una guerra che è ancora tutta da consumare. Una guerra in cui la posta in palio non è solo la tenuta delle larghe intese, che Renzi vuole cancellare all’insegna del ripristino del bipolarismo.

E neppure del ruolo di Premier che lo stesso Renzi vuole togliere ad Enrico Letta per portare avanti il suo disegno di rinnovamento della sinistra italiana. Ma è soprattutto il ruolo di supremo tutore degli attuali e precedenti equilibri politici che Giorgio Napolitano interpreta da quando è sceso in campo in prima persona sulla scena della politica nazionale, imponendo prima la soluzione Monti e poi la soluzione Letta per riesumare al posto del bipolarismo i vecchi equilibri della Prima Repubblica. In questa luce il caso Cancellieri non è l’epilogo della sfida all’Ok Corral tra Letta e Renzi.

È solo la dichiarazione di guerra del prossimo segretario del Pd al Presidente della Repubblica ed al Presidente pro-tempore del Consiglio e l’avvio di un conflitto che per Renzi dovrà necessariamente assumere l’aspetto di una guerra-lampo. Il sindaco di Firenze sa bene che non potrà permettersi di fare il segretario del Pd per un anno di seguito prima di puntare alle elezioni anticipate ed alla premiership. Dovrà bruciare le tappe dell’offensiva contro il governo e contro le resistenze del Quirinale. Per non essere cucinato nel giro di qualche mese dalla vecchia guardia del Pd unita per l’occasione con la vecchia politica del supremo Colle!


PD(N): Partito di Napolitano
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 21 novembre 2013)

Dopo il voto di fiducia alla Cancellieri ho capito qual è l’equivoco in cui siamo caduti quando, al momento della sua rielezione accolta come salvifica, Napolitano parlò davanti alle Camere riunite di pacificazione nazionale.

Noi pensavamo che il presidente avrebbe usato la sua influenza su magistrati, Parlamento e governo per far abbassare i toni dell’accanimento giudiziario e politico contro Silvio Berlusconi. Sbagliavamo. Il presidente intendeva che ci avrebbe pensato lui a pacificare con le buone o con le cattive il Pd per garantire lunga vita alla sinistra e al suo premier Letta.

Anche Renzi non lo aveva capito, ma si è subito adeguato. E con la coda tra le gambe ha risposto: signorsì, rimangiandosi i giudizi sprezzanti sulla ministra e la richiesta di dimissioni. I suoi uomini hanno votato compatti per la fiducia. Sarà anche furbo, il sindaco, ma un conto è governare Firenze e andare in giro a fare lo spiritoso nelle comparsate tv, altro è stare a schiena diritta nell’arena del potere. Ha fatto la figura del pivello, quale probabilmente è, e ha sbattuto la testa alla prima uscita da segretario in pectore.

Ormai è chiaro. Chiunque vinca le primarie del Pd non potrà essere che un burattino nelle mani di Napolitano. Il quale, quando gli conviene, esercita eccome i suoi poteri nei confronti di chi gli si mette di traverso. Quando è toccato a lui finire nella rete delle intercettazioni imbarazzanti (col suo amico Mancino a sparlare della Procura di Palermo) le bobine sono state bruciate e il suo accusatore Ingroia è dato per disperso e anche i suoi colleghi non se la passano bene. Errore che i pm di Torino, competenti per il caso Cancellieri, si sono ben guardati dal compiere, assicurando a più riprese che mai e poi mai avrebbero indagato la ministra, a prescindere. Ognuno tiene famiglia ed è noto che a forzare la giustizia vai sul sicuro solo se nel mirino c’è Berlusconi. In quel caso, e solo in quello, Napolitano si chiama fuori: come potete pensare – sostiene – che io possa interferire con il corso della giustizia? Giammai.

Povero Pd. Lo hanno costretto a salvare una ministra amica dei Ligresti e in passato raccomandata da Berlusconi (l’ultimo verbale in tal senso è stato fatto uscire, guarda caso, tre minuti dopo il voto di ieri) pur di mandare avanti Letta. È tutto da ridere. È lo stesso Pd che tra pochi giorni voterà, con l’assenso di Napolitano, in modo retroattivo e palese – quindi incostituzionale – la legge sulla decadenza per buttare fuori Berlusconi dal Senato. Più che di Pd da oggi si parla di Pdn: partito di Napolitano.


Gli standard della moralità
di Antonio Polito
(dal “Corriere della Sera”, 21 novembre 2013)

Bisognerà mettersi d’accordo sugli standard di moralità pubblica, se vogliamo uscire dall’incubo di questo ventennio. Gli italiani non ne possono più dei livelli record di corruzione, favoritismo e nepotismo; ma il mondo politico è diviso sulle sanzioni. A un estremo ci sono quelli che perdonerebbero tutti per condonare se stessi; all’altro i Torquemada che condannerebbero chiunque pur di guadagnarsi il favore popolare. In mezzo c’è il Pd. Come dimostra il caso Cancellieri, la linea di frontiera passa di lì. E non è solo frutto di tatticismo, Renzi che vuole fare le scarpe a Letta, Cuperlo che vuole farle a Renzi, più una pletora di personaggi minori in cerca di fama. C’è qualcosa di più profondo.
Una deputata democratica confessava qualche giorno fa il suo imbarazzo: «Mia madre mi ha detto che se salviamo la Cancellieri non ci voterà mai più. Mio marito mi ha detto che non ci voterà più se l’abbandoniamo ». È questa incertezza sui principi a spiegare perché il Pd assomigli sempre più a un’agorà e sempre meno a un partito, una piazza dove tutti votano a piacere e molti obbediscono a impulsi esterni. In quale altro partito il segretario avrebbe rinunciato a presentarsi con una sua proposta all’assemblea che doveva decidere sulla sfiducia? C’è dovuto andare il presidente del Consiglio, per ricordare a tutti che se un partito al governo vota con l’opposizione contro il governo, non c’è più il governo. Civati l’ha definito un «ricatto », ma è l’Abc della politica.
Bisogna dunque cercare criteri per giudizi rigorosi ma equanimi, sottratti alla faziosità di quella lotta politica che, anche in assenza di atti giudiziari, non esita a sfruttare brogliacci di polizia, fughe di notizie, voci.

La prima regola è che i fatti contano più delle parole. Dopo quella telefonata – durante la quale il ministro non ha parlato come un ministro – la Cancellieri compì atti contrari ai propri doveri d’ufficio? Secondo la Procura, secondo i vertici del sistema penitenziario, e da ieri secondo il Parlamento, non li ha compiuti. Si fanno spesso paragoni con Paesi più virtuosi ed esigenti, dove i ministri si dimettono per non aver regolarizzato una colf o per aver copiato a un esame. Ma in Paesi con telefoni meno intercettati, la sanzione politica riguarda pur sempre atti effettivi, accertati, gli unici su cui può giudicare l’opinione pubblica. Sui peccati compiuti con pensieri e parole si risponde solo in confessionale, o alla propria coscienza. Anche nel diritto penale le intercettazioni sono considerate uno strumento di ricerca della prova, non la prova.
Seconda regola aurea: l’indignazione non può essere a corrente alternata. Faceva ieri un certo effetto vedere Montecitorio che si dilaniava sulle telefonate della Cancellieri e non sulle responsabilità della tragedia in Sardegna. Nei famosi «Paesi civili » sempre invocati, ci si dimette per una mancata prevenzione o un tardivo soccorso. Da noi ormai si accetta un disastro ambientale all’anno come una fatalità. Non è anche questo uno standard inaccettabile di moralità pubblica? Coloro che imputano alla Cancellieri di aver trascurato gli altri detenuti per favorirne una, sono gli stessi che (Grillo e Renzi in testa) si opposero all’amnistia proposta dal ministro per alleviare la scandalosa condizione di tutti i detenuti italiani. Quando avrà finito con i tabulati telefonici, la politica discuterà con la stessa passione del piano-carceri?


Quel pasticciaccio brutto di Via Arenula
di Gianfraanco Pasquino
(da “l’Unità”, 21 novembre 2013)

Che brutta storia questa dei comportamenti del Ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri. In qualche modo, non soltanto ha mentito, ma ha anche sottovalutato il peso delle sue telefonate, non di una persona come noi, ma di un Ministro. Ne ha fatte anche molte altre, a numerosi detenuti, addirittura un centinaio, sostengono i suoi difensori, ma quelle ai Ligresti, amici di lungo corso e persino datori di lavoro di suo figlio e collaboratori di suo marito, non erano certamente dello stesso tenore di quelle fatte a quegli altri detenuti. In interviste, difensive o all’attacco, entrambe piuttosto inappropriate, e nelle dichiarazioni ufficiali, il Ministro “tecnico” ha poi saputo mostrare molta più arroganza dei ministri “politici”. Contava, evidentemente, su qualche appoggio autorevole. Infatti, con una dichiarazione preventiva, anche questa forse non del tutto opportuna, è stato lo stesso Presidente della Repubblica a, per usare il linguaggio politichese, “blindarla”. Non è possibile escludere che Napolitano manifesti così la sua stima per un ex-prefetto che ha avuto modo di conoscere, non è noto quanto a fondo, quando lui era Ministro degli Interni.

Più probabilmente, Napolitano era, e rimane, molto preoccupato dalla stabilità e dalle sorti del governo Letta di cui è stato lo sponsor principale e alla cui esistenza ha legato anche la durata del suo mandato presidenziale. Famosa la sua affermazione “ne trarrò le conseguenze” qualora i partiti delle “larghe intese” eccedano nelle fibrillazioni e facciano cadere il governo, per di più senza neppure, andiamo ancora con il politichese, avere “messo in sicurezza” una legge elettorale nuova e sperabilmente migliore del vigente, vivo e vegeto, Porcellum. Napolitano e con lui Letta segnalano di avere nutrito il timore che le dimissioni di un ministro avrebbero scosso e fortemente indebolito il governo e che la sua sostituzione sarebbe stata difficilissima. Entrambi, in particolare, il capo del governo, hanno mandato un segnale di estrema debolezza. Può un Primo Ministro temere che un rimpastino dovuto a comportamenti censurabili, anche se non penalmente perseguibili, di un suo Ministro finiscano addirittura per provocare la caduta dell’intero suo governo? Se fosse così, emergono inevitabilmente due ipotesi inquietanti.

La prima è che Enrico Letta non abbia dopo più di sei mesi acquisito abbastanza autorevolezza da “suggerire” a un Ministro scelto da lui (o dal Presidente della Repubblica?) che l’ora delle dimissioni spontanee era scoccata, già un paio di settimane fa. Seconda ipotesi: che il centro-destra, pure diviso in due partiti, abbia fatto sapere che le dimissioni, comunque ottenute, della Cancellieri, sarebbero sfociate in una crisi formale con la richiesta di un rimpasto più consistente, magari con qualche posto anche per gli esponenti della rinata Forza Italia. Comunque, la reiezione così compatta della mozione di sfiducia da parte dei berlusconiani e degli alfaniani, motivata con toni esagitati da Fabrizio Cicchitto, fa pensare che il governo Letta verrà poi chiamato a pagare un qualche conto quando torneranno in ballo i pendenti problemi giudiziari di Berlusconi e della sua decadenza.

Sullo sfondo, ma soltanto sullo sfondo, sta la lotta, neanche tanto sorda, già in corso fra l’attuale capo del governo e il candidato alla segreteria del Partito Democratico, futuro candidato a Palazzo Chigi, il giovane e pimpante Matteo Renzi, ringalluzzito dalla sua vittoria percentuale persino fra gli iscritti, ma non abbastanza coraggioso da portare fino in fondo la sfida a Letta, chiedendo ai suoi parlamentari di votare la sfiducia a un Ministro, non al governo. Proprio per non destabilizzare quello che è anche il “suo” governo, le dimissioni del Ministro Cancellieri sarebbero state (saranno?) un gesto, per quanto tardivo, ancora apprezzabile.


Due articoli sul caso Cancellieri
(da “Dagospia”, 21 novembre 2013)

1. NUOVE OMBRE SULLA CANCELLIERI
Paolo Griseri per “La Repubblica”

Una giornata particolare, «la giornata più lunga della mia vita », dice a Montecitorio Annamaria Cancellieri. L’aula salva il ministro con larga maggioranza (405 contrari alla sfiducia, 154 favorevoli e 3 astenuti). Ma l’happy end dura esattamente 8 minuti. Tanti ne trascorrono dal flash di agenzia delle 14.55 «Cancellieri, Camera boccia mozione sfiducia » e il successivo delle 15.03: «Fonsai: Ligresti, dissi esigenza Cancellieri a cav ». La «giornata più lunga » del ministro della giustizia torna a complicarsi.

UNA RACCOMANDAZIONE
Le prime indiscrezioni sulla clamorosa deposizione del patriarca di Paternò si erano diffuse il 6 novembre. Si trattava solo di ipotesi perché quel giorno – lo stesso in cui la Guardia di Finanza aveva consegnato a Torino i tabulati delle telefonate tra i Cancellieri e Antonino Ligresti si era appreso che nelle carte dell’inchiesta Fonsai di Milano compariva il verbale di un interrogatorio compromettente in cui il capostipite parlava degli anni in cui era una vera potenza grazie alle amicizie con i politici a lui riconoscenti. Ieri, pochi minuti dopo il voto a Montecitorio, qualcuna delle parti del processo milanese ha deciso di diffonderne il contenuto.

Una scelta a scoppio ritardato che aveva evidentemente l’obiettivo di non interferire con la scelta dei deputati. Come se la rivelazione di quel particolare potesse far pendere la bilancia a svantaggio del ministro di giustizia. Nella parte che riguarda Annamaria Cancellieri il verbale è stringato: «Mi feci latore – dice Salvatore Ligresti – del desiderio dell’allora Prefetto Cancellieri, che era in scadenza a Parma e che preferiva rimanere in quella sede anziché cambiare destinazione ».

Questa vicenda emerge dall’interrogatorio perché il pm Luigi Orsi chiede a Ligresti in quali occasioni aveva raccomandato qualcuno ai politici: «Mi viene in mente un secondo episodio sempre con il Presidente Berlusconi », racconta Ligresti riandando con la memoria alla presunta spintarella a favore dell’attuale Guardasigilli. Ligresti si premura di far sapere che «in quel caso la segnalazione ebbe successo perché la Cancellieri rimase a Parma ». E chiarisce: «L’attuale ministro Cancellieri è persona che conosco da moltissimi anni e ciò spiega il fatto che si sia rivolta a me e io abbia trasmesso la sua esigenza al Presidente Berlusconi ».

L’interrogatorio di Salvatore Ligresti è del 15 dicembre 2012.
Annamaria Cancellieri è diventata ministro degli Interni con il governo Monti da poche settimane. Il riferimento di Ligresti è dunque evidentemente al periodo in cui Annamaria Cancellieri è stata commissario straordinario del Comune di Parma nel 1994. L’unica altra permanenza, come commissario prefettizio, sempre a Parma è delle due settimane precedenti la nomina a ministro degli interni. Ma è assai probabile che a Salvatore Ligresti non importassero i particolari della presunta raccomandazione. Il suo messaggio più importante sembra essere quella frase buttata là: «L’attuale ministro Cancellieri è persona che conosco da moltissimi anni.. ».

LA REAZIONE
Il ministro di giustizia si trova di nuovo, in pochi minuti, a doversi difendere in trincea. A dover parare un colpo insidioso perché torna a sottolineare quei rapporti con la famiglia Ligresti che sono stati al centro dei ragionamenti di chi ne chiede le dimissioni per inopportunità politica. Così a metà pomeriggio giunge la replica con una nota: «La ricostruzione è falsa e destituita di ogni fondamento ». E poi ricorda di non essere mai stata Prefetto a Parma ma «commissario nel 1994 e nel 2011. Come ha potuto Ligresti raccomandarmi a Berlusconi? ». «Né si comprende – aggiunge il comunicato di via Arenula – come Annamaria cancellieri avrebbe potuto chiedere di rimanere a Parma potendo ricoprire incarichi più impegnativi e qualificanti ».

LE CONSEGUENZE
La pubblicazione del verbale è arrivata provvidenzialmente in ritardo. E non solo per ragioni legate al voto di sfiducia. Va naturalmente premesso che, a differenza del testimone, un indagato non è obbligato a dire la verità al pm che lo indaga. E che dunque Ligresti avrebbe potuto semplicemente riferire una millantata raccomandazione nei confronti di Cancellieri per impressionare i suoi interlocutori.

Se, al contrario, quel lontano episodio si dimostrasse vero, si sarebbe potuto mettere in moto un meccanismo giudiziario assai pericoloso per il ministro. Perché quell’asserita raccomandazione avrebbe potuto, se letta insieme all’interessamento di Cancellieri per le condizioni carcerarie di Giulia Ligresti, giungere a ipotizzare il reato di abuso d’ufficio nei confronti del ministro di giustizia.

Che, avendo ottenuto una raccomandazione dai Ligresti, avrebbe cercato di sdebitarsi dandosi da fare per Giulia. Ipotesi ormai poco realistica dopo il trasferimento del fascicolo Cancellieri da Torino a Roma. Dovrebbe essere a questo punto la Procura della capitale ad accertare questa ipotesi, scartando quella della millanteria di Ligresti e radunare in un unico fascicolo gli atti delle indagini di Torino e di Milano.

2 – I PREFETTI DEL QUIRINALE
Marco Lillo per “Il Fatto Quotidiano”

Il presidente Napolitano è riuscito a imporre la sua linea al Pd. Ma la scelta di Enrico Letta di legare il destino del governo a quello di Annamaria Cancellieri, oltre che sbagliata, è poco o nulla saggia. Non solo per la telefonata del 17 luglio alla compagna di Salvatore Ligresti, in cui la ministra piagnucolava “non è giusto”, mentre la Finanza cercava ancora Paolo Ligresti, fuggito in Svizzera. Non solo per le raccomandazioni a favore di Giulia o per l`interrogatorio lacunoso sui rapporti con Antonino.

Il rischio per il governo non sta in quello che già si sa, ma in quello che il ministro non ci ha raccontato e che i Ligresti potrebbero improvvisamente ricordare. A cosa allude Gabriella Fragni quando rammenta ad Annamaria Cancellieri la chiacchierata nella cascina dei Ligresti, quando le due amiche parlarono di quel “maledetto periodo” in cui il figlio della ministra lavorava in Fonsai? Cosa si dicono esattamente nei 13 minuti di conversazione non registrati Annamaria e l`amico Antonino Ligresti?

Cosa dice il figlio della ministra, Piergiorgio Peluso, o la stessa Giulia Ligresti nelle telefonate intercettate a settembre e non ancora depositate? La fiducia al ministro e al governo resta appesa a troppe domande e a troppe inchieste aperte in ben tre procure della Repubblica. Un assaggio si è avuto ieri. Mentre la ministra scandiva in Parlamento: “Non ho contratto debiti di riconoscenza verso nessuno”, le agenzie di stampa pubblicavano le dichiarazioni di Salvatore Ligresti sulla sua raccomandazione a Berlusconi in favore dell`amica. Finché Annamaria Cancellieri resterà al suo posto, i giornali andranno a caccia di intercettazioni e verbali come questo.

E pubblicheranno interviste come quella del quotidiano La Stampa all`ex direttore degli hotel dei Ligresti, Antonio Cavaletto, che cita di passaggio, tra gli ospiti più pesanti del Tanka Village, “un prefetto morto due anni fa del quale preferisco non fare il nome”. Forse perché è scomparso e non può dire: “Ho pagato”. O forse perché lo chiamavano tutti “il prefetto del Quirinale”.


Ruby, depositate le motivazioni della condanna per Berlusconi
di Redazione
(da “Libero”, 21 novembre 2013)

I giudici della IV sezione penale del Tribunale di Milano hanno depositato le motivazioni della sentenza di condanna per Silvio Berlusconi nell’ambito della vicenda Ruby. All’ex premier erano stati inflitti 7 anni di carcere per le accuse di concussione e prostituzione minorile. Impossibile per i cronisti avere accesso agli atti.

Il presidente della quarta sezione penale del Tribunale di Milano, Giulia Turri, infatti, non ha autorizzato i giornalisti ad avere una copia delle motivazioni della sentenza del processo Ruby, depositate oggi giovedì 21 novembre. Nei giorni scorsi sei cronisti, “in qualità di rappresentanti dei giornalisti giudiziari del palazzo di giustizia di Milano”, avevano chiesto di poter estrarre copia della motivazione della sentenza a carico di Silvio Berlusconi, “trattandosi di un caso di interesse pubblico e di stringente attualità”. Il giudice ha però respinto la richiesta dei giornalisti, spiegando che ai sensi dell’articolo 116 del codice di procedura penale non sono “soggetti legittimati” a prendere visione delle motivazioni.


Sentenza Ruby, depositate le motivazioni della condanna a Berlusconi
di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 21 novembre 2013)

Quasi due mesi dopo il termine naturale i giudici della IV sezione penale di Milano hanno depositato le motivazioni della condanna a carico di Silvio Berlusconi a 7 anni di reclusione per concussione e prostituzione minorile per il caso Ruby. Il presidente del collegio, Giulia Turri, non ha autorizzato i cronisti che lavorano nel Palazzo di Giustizia di Milano ad estrarre copia delle motivazioni come normalmente avviene per sentenze di interesse pubblico.  Nei giorni scorsi alcuni cronisti, in rappresentanza dei giornalisti giudiziari del Palazzo di Giustizia, avevano chiesto con una formale istanza di poter estrarre copia delle motivazioni “trattandosi di un caso di interesse pubblico e stringente attualità e perché la libera stampa possa riportare completamente le notizie sulle determinazioni di questo collegio con celerità e puntualità”.  Il magistrato ha respinto l’istanza spiegando che i cronisti non sono “soggetti legittimati”.

Il 24 giugno scorso il collegio aveva inflitto sei anni per concussione e uno per prostituzione. Un anno in più di quanto chiesto dall’accusa sostenuta dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini e dal pm Antonio Sangermano. Per il Cavaliere i magistrati avevano stabilito anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici.  Cuore del processo è Karima el Mahroug, alias Ruby, ospite dei festini di Arcore, e l’intervento dell’allora premier sulla Questura di Milano perché la ragazza, fermata per un furto nel maggio 2010, fosse lasciata andare.

I giudici avevano rimodulato l’accusa in concussione per costrizione (articolo 317) invece che per induzione (articolo 319 quater, introdotto dalla nuova legge sulla corruzione) come ipotizzato dall’accusa: da qui l’aggravamento della pena. Il verdetto era arrivato dopo sette ore di camera di consiglio. I giudici avevano stabilito anche l’interdizione legale per la durata della condanna.

Il Tribunale aveva deciso anche la trasmissione degli atti alla Procura perché valutassero l’ipotesi di falsa testimonianza per le dichiarazioni di una lunga serie di testimoni, tra i quali la parlamentare del Pdl Maria Rosaria Rossi e l’europarlamentare Licia Ronzulli e di suo marito Renato Cerioli, il cantante Mariano Apicella (cui il Cavaliere aveva comprato casa), il pianista Danilo Mariani e di sua moglie Simonetta Losi (inserita poi nelle liste Pdl), e il commissario di polizia Giorgia Iafrate. Nella lista dei giudici tra gli altri c’era anche l’ex consigliere per le relazioni estere di Berlusconi, Valentino Valentini, che era con Berlusconi a Parigi quando telefonò in questura la sera del 27 maggio 2010.

I giudici avevano trasmesso ai pm i racconti a verbale di alcune delle Olgettine (Elisa Tosi, Francesca Cipriani, Elisa Barizonte, Miriam Loddo, Roberta Bonasia, Joana Visan, Barbara Faggioli, Cinzia Molena, Marianna e Manuela Ferrera, Raissa Skorkina), di Joana Armin, della prostituta brasiliana Michelle Conceicao (cui fu affidata Ruby dalla Minetti), dell’ex diplomatico in servizio presso la presidenza del Consiglio Bruno Archi (inserito nelle liste Pdl alle scorse elezioni), delle gemelle Concetta ed Eleonora De Vivo (che hanno ricevuto almeno un bonifico da Berlusconi). In particolare le ragazze, a processo in corso, venivano ancora aiutate economicamente dal leader del Pdl.

La Procura di Milano dovrà valutare anche le altre testimonianze. Con questo deposito oggi nasce ufficialmente l’inchiesta Ruby ter. I pm dovranno stabilire se i testimoni hanno mentito e perché.  Anche i giudici che hanno condannato Emilio Fede, Nicole Minetti e Lele Mora avevano trasmesso gli atti alla Procura: in quel caso anche di Berlusconi, dei suoi legali e della marocchina.

Quale sarà il titolo di reato – falsa testimonianza, corruzione in atti giudiziari o intralcio alla giustizia – il problema si profilerà a causa dei soldi che l’ex premier ha continuato a versare anche durante il processo alle Olgettine. Anche le indagini difensive degli avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo finiranno nella lente gli investigatori. Alcuni verbali difensivi furono trovati dagli investigatori della Polizia negli appartamenti di via Olgettina 65 a Milano dove vivevano, a spese del Cavaliere, alcune delle ragazze che partecipavano alle feste. Era il giorno delle perquisizioni successivo all’avviso di garanzia al presidente del Consiglio (14 gennaio 2011). I verbali poi non furono depositati ai pm come successo invece per altri documenti nei giorni successivi. Secondo gli investigatori i documenti con i racconti delle ospiti delle “cene eleganti” già siglati dagli avvocati del premier non risultavano controfirmati dalle testi stesse. E addirittura in casa della soubrette domenicana Marystelle Polanco gli uomini della squadra Mobile avevano scoperto non il suo verbale difensivo ma quello di Barbara Guerra.
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Qui la sentenza integrale.


Caso Ruby, depositate motivazioni sulla condanna di Berlusconi
di Luca Romano
(da “il Giornale”, 21 novembre 2013)

I giudici della quarta sezione penale di Milano hanno depositato le motivazioni della sentenza pronunciata nei confronti di Silvio Berlusconi, condannato in primo grado a sette anni di reclusione nell’ambito del processo sul “caso Ruby”. I giornalisti non sono stati autorizzati ad avere copia delle motivazioni.

Nei giorni scorsi alcuni cronisti, “in qualità di rappresentanti dei giornalisti giudiziari del palazzo di giustizia di Milano”, avevano chiesto di poterne avere copia “trattandosi di un caso di interesse pubblico e di stringente attualità”. Ma il giudice Giulia Turri, che ha depositato le motivazioni, ha respinto la richiesta spiegando che ai sensi dell’articolo 116 del codice di procedura penale non sono “soggetti legittimati” a prenderne visione. Dopo qualche minuto trapelano i primi stralci su ciò che i giudici hanno scritto nelle motivazioni: “Risulta innanzitutto provato che l’imputato abbia compiuto atti sessuali con El Mahroug Karima in cambio di ingenti somme di denaro e di altre utilità quali gioielli”. “Ritiene il Tribunale che la valutazione unitaria del materiale probatorio illustrato evidenzi lo stabile inserimento della ragazza nel collaudato sistema prostitutivo di Arcore ove giovani donne, alcune delle quali prostitute professioniste, compivano atti sessuali in plurimi contesti”.

“Risulta provato – si legge ancora – che il regista delle esibizioni sessuali delle giovani donne fosse proprio Berlusconi, il quale dava il via al cosiddetto bunga bunga in cui le ospiti di sesso femminile si attivavano per soddisfare i desideri dell’imputato, ossia per fargli provare piaceri corporei, come chiarito dalla stessa El Mahroug, inscenando balli con il palo da lap dance, spogliarelli, travestimenti e toccamenti reciproci”. I giudidi proseguono scrivendo che “a tale preludio faceva poi seguito la notte ad Arcore con il presidente del Consiglio, in promiscuità sessuale, ma soltanto per alcune giovani scelte personalmente dal padrone di casa tra le sue ospiti femminili. Certo è che, tra queste, egli scelse El Mahroug Karima in almeno due occasioni”.

In un altro passaggio si legge che c’è “la prova, al di là di ogni ragionevole dubbio, della consapevolezza dell’imputato della minore età di El Mahroug Karima nella forma del dolo diretto”.

“Il presidente del Consiglio dei ministri ha chiamato nel cuore della notte il capo di gabinetto per chiedere la liberazione” di Ruby “al fine di ottenere per sé un duplice vantaggio”: da un lato, la ragazza veniva in tal modo rilasciata per cui la stessa avrebbe potuto continuare indisturbata a frequentare Arcore e, dall’altro, evitava che la stessa potesse riferire alle forze dell’ordine o alle assistenti sociali di avere compiuto atti sessuali a pagamento con lo stesso imputato, garantendosi così l’impunità”. La prova che Berlusconi sapeva della minore età di Ruby? Per i giudici è nella telefonata che l’ex premier fece in Questura la notte tra il 27 e il 28 maggio 2010: “La prova della consapevolezza in capo all’imputato – scrivono – si trae logicamente dal comportamento tenuto da Berlusconi a seguito del controllo di Karima effettuato dal Commissariato Monforte-Vittoria in corso Buenos Aires”.

Berlusconi, si legge ancora nelle motivazioni della sentenza, avrebbe inquinato le prove del processo: “Ritiene il Tribunale di dovere tenere conto anche della capacità a delinquere dell’imputato, desunta dalla condotta susseguente ai reati, consistita nell’attività sistematica di inquinamento probatorio a partire dal 6 ottobre 2010, attuata anche corrispondendo a El Marough Karima e ad alcune testimoni ingenti somme di denaro”.

Il Cavaliere “non cessò affatto di avere rapporti con la minorenne” dopo la notte del controllo in questura il 27 maggio 2010, “tanto che ne pretese l’affidamento a Minetti Nicole, una delle fedeli frequentatrici della residenza di Arcore, bene inserita nel sistema prostitutivo, la quale coadiuvava addirittura l’imputato nella gestione degli appartamenti di via Olgettina, provvedendo a mantenere i contatti con il gestore dell’immobiliare e con il ragioniere Spinelli per i pagamenti delle spese e dei canoni di affitto delle ragazze”.

Secondo i giudici il capo di gabinetto della questura di Milano, Pietro Ostuni, obbedì alla richiesta dell’allora premier Berlusconi di rilasciare Ruby perché preoccupato da eventuali rischi sulla sua carriera. Se i giudici definiscono una “frottola” la parentela tra Ruby e il presidente Mubarak la condotta di Ostuni “rivela un palese timore del soggetto passivo, derivante dall’indebita richiesta avanzata da Berlusconi, tanto da non potere sottrarvisi, anche solo al fine di evitare eventuali ripercussioni negative sul suo futuro professionale, in virtù dei rapporti gerarchici intercorrenti tra i protagonisti e dei ruoli dagli stessi rivestiti”.

Molto duro il commento dei legali di Berlusconi, Niccolò Ghedini e Piero Longo: “Certo che la condanna a un cittadino a sette anni di reclusione in un processo dove tutte le asserite persone offese ne attestano l’innocenza, compresi i funzionari di polizia, è davvero un fatto che poteva accadere soltanto al presidente Berlusconi. Una concussione per costrizione con l’asserito concusso che nega di esserlo e che viene ritenuto tale perchè avrebbe potuto, ipoteticamente, temere effetti negativi per la sua carriera. Mai il dottor Ostuni ha prospettato di aver lontanamente pensato a tale evenienza. Nel contempo la dottoressa Iafrate ha costantemente dichiarato di aver deciso in piena e totale autonomia e libertà l’affido di Ruby” sottolineano Longo e Ghedini. “Parimenti è del tutto assurda la ricostruzione delle serate ad Arcore e dei rapporti con Ruby. Tutte le testimonianze, oltre trenta, che non collimavano con le poche dell’accusa, sono state non solo neglette ma addirittura ritenute false. Le nette e reiterate negazioni di Ruby, verbalizzate ben prima della serata del 6/10/2010, che segnerebbe a parere del Tribunale la consapevolezza del presidente Berlusconi in ordine alle dichiarazioni rese in Procura, non vengono neppure considerate”, rimarcano.

“Ruby ha sempre negato fin dal primo momento qualsiasi atto sessuale con il Presidente Berlusconi e qualsiasi dazione di denaro a ciò rivolta. Ugualmente la teste ha sempre ribadito che il presidente Berlusconi era inconsapevole, comunque, della sua minore età. Certo che la condanna ad un cittadino a sette anni di reclusione in un processo dove tutte le asserite persone offese ne attestano l’innocenza, compresi i funzionari di polizia, è davvero un fatto che poteva accadere soltanto al presidente Berlusconi”.


Ruby, depositate le motivazioni della condanna per Berlusconi
di Redazione
(da “Libero”, 21 novembre 2013)

Sesso comprovato con Ruby. Consapevolezza che la ragazza fosse minorenne. Regista del sistema prostitutivo in atto ad arcore. Scambio tra sesso e soldi. Sono queste le motivazioni per le quali lo scorso 24 giugno i giudici del tribunale di Milano hanno condannato Silvio Berlusconi a 7 anni di carcere con la pena accessoria dell’interdizione perpetua dai pubblici uffici, per concussione e prostituzione minorile. Motivazioni che sono state depositate questa mattina, a quasi cinque mesi dalla sentenza. Ma che originariamente erano state tenute nascoste ai giornalisti. Nei giorni scorsi sei cronisti, “in qualità di rappresentanti dei giornalisti giudiziari del palazzo di giustizia di Milano”, avevano chiesto di poter estrarre copia della motivazione della sentenza a carico di Silvio Berlusconi, “trattandosi di un caso di interesse pubblico e di stringente attualità”. Il presidente della quarta sezione penale, Giulia Turri, aveva però respinto la richiesta dei giornalisti, spiegando che ai sensi dell’articolo 116 del codice di procedura penale non sono “soggetti legittimati” a prendere visione delle motivazioni.

Solo un paio d’ore dopo c’è stato il via libera (come dovuto) e si sono potute conoscere le ragioni della condanna del Cavaliere. “Risulta innanzitutto provato che l’imputato abbia compiuto atti sessuali con El Mahroug Karima in cambio di ingenti somme di denaro (circa 3mila euro a prestazione, ndr) e di altre utilità quali gioielli” scrivono i giudici. La ragazza, in particolare, si sarebbe anche fermata due notti nella villa di Arcore. E ancora: “Il Tribunale ritiene che la valutazione unitaria del materiale probatorio illustrato evidenzi lo stabile inserimento della ragazza nel collaudato sistema prostitutivo di Arcore ove giovani donne, alcune delle quali prostitute professioniste, compivano atti sessuali in plurimi contesti”. Silvio Berlusconi “regista del bunga bunga”. E’ questo il ruolo che avrebbe rivestito il premier nelle cene di Arcore “Risulta provato che il regista delle esibizioni sessuali delle giovani donne – scrivono – fosse proprio Berlusconi, il quale dava il via al cosiddetto bunga bunga in cui le ospiti di sesso femminile si attivavano per soddisfare i desideri dell’imputato, ossia per ‘fargli provare piaceri corporeì, come chiarito dalla stessa El Mahroug, inscenando balli con il palo da lap dance, spogliarelli, travestimenti e toccamenti reciproci”.

Le formule usate nelle stesse motivazioni provano ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, l’assenza di prove nelle mani dei giudici. Che non a caso usano formule come “il tribunale ritiene…” e “risulta provato” (ma senza testimonianze in tal senso, registrazioni audio o video. E la prova della consapevolezza della minore età della ragazza da parte del Cav starebbe secondo le toghe “nella telefonata che fece alla questura di Milano”.


Il cortocircuito sinistra-magistratura. Ecco dove ci porta il superpotere giudiziario
di Incarcerato
(da “gli Altri”, 21 novembre 2013)

C’è un piccolo romanzo scritto nel lontano 1971 da Leonardo Sciascia intitolato “Il contesto”, una “parodia” aggiunge nel sottotitolo. Sciascia stesso raccontò che cominciò a scriverlo come un “divertimento” e presto gli si trasformò tra le mani in qualcosa di terribilmente serio. In un paese non nominato della Sicilia, eppure a noi tutti familiare, una successione di assassinii di magistrati scandisce la vita pubblica. Egli disse con assoluta chiarezza che, su uno sfondo tenebroso, si disegna questa storia, la fisionomia di un anonimo protagonista, quel Potere che –nelle parole di Sciascia – “Sempre più digrada nella impenetrabile forma di concatenazione che approssimativamente possiamo dire mafiosa” .

La sua era stata una grande provocazione che mise a nudo il miserevole ingranaggio della Giustizia nelle cui maglie ognuno può finire con estrema facilità ed esserne stritolato. Sciascia aveva non a caso scritto questo racconto inserendolo in un contesto angusto e nebuloso dove il bene e il male si contaminano l’un l’altro senza una linea di demarcazione ben definita. Egli stesso già da allora, quale indiscutibile conoscitore del fenomeno mafioso, ci mise in guardia da un pericolo subdolo quanto concreto, che la contropartita della mafia, in questo caso la Giustizia, potesse diventare complementare ad essa (molto spesso, ahimè, contigua ) se non curata dalla sua annosa malattia. La Magistratura è il terzo Potere dello Stato, ma non in ordine di grandezza. Sempre Leonardo Sciascia in un suo discorso nel 1983 (per fortuna non c’era Berlusconi, lo avrebbero tacciato di berlusconismo) disse senza remore “Ci sono cittadini che, conseguita una laurea in legge, fatto un concorso e vintolo, assumono un potere che nessun altro cittadino, in eguali condizioni, dentro le amministrazioni, ha sui propri simili. E’ un Potere enorme”. E’ l’unico Potere i cui adepti, se sbagliano rovinando le vite altrui, delle persone comuni e non, hanno non solo la possibilità di non pagare nessun errore ma continuano a fare carriera. Molto spesso, si dimettono di proposito (o si mettono in aspettativa), e “vincono” posti come assessori e deputati.

Magistratura che ha un Potere illimitato, formalmente indipendente dalla Politica come prevede la Costituzione ma di fatto ad essa contigua. Oltre ad avere correnti politiche (Magistratura Democratica, Unicost, Magistratura Indipendente, Movimento per la Giustizia, etc etc) maggiori di quelle della composizione parlamentare, infatti, i magistrati sono anche dentro gli organismi politici e diventano funzionari di Governo. Sono i cosiddetti “Magistrati fuori ruolo” che si distaccano dalla loro funzione originale e occupano i gabinetti ministeriali: non vedere una commistione tra magistratura e alta amministrazione è da miopi.

Tramite le loro inchieste, molto spesso, riescono a far cadere Governi, distruggere persone singole o anche “arrestare” movimenti antagonisti che combattono le criticità del Sistema (in alcuni casi anche opere in odor di mafia come i NO TAV). Poi molto spesso le inchieste si sgonfiano e gli indagati vengono assolti, ma il danno è stato prodotto ovvero lo scopo politico raggiunto. Sulla vita delle persone il danno è devastante anche in ragione dell’abuso della carcerazione preventiva che riguarda ben il 42 per cento della popolazione carceraria. Un dramma che è bene evidenziato e censurato anche dalle numerose sentenze europee. I PM sono veloci nell’arrestare le persone e nel sincerarsi che attendano in carcere il giudizio, poi con tutta la calma del mondo si dedicano al processo e scorrono mesi, anni, a volte decenni fino a quando si arriva in Cassazione. Il Potere giudiziario ha anche la capacità di tenere a freno le Riforme necessarie per contenere questa ingiustizia, comprese le aberrazioni delle torture di Stato. E’ un Potere che viene fomentato ed alimentato dalla politica stessa quando promulga le leggi come quelle “emergenziali”.

Ieri in nome dell’antiterrorismo hanno dato in mano ai Magistrati degli strumenti terribili. In nome della tanto decantata, abusata e stravolta parola “Legalità”, hanno ripristinato la tortura, e grazie alla legge del pentitismo (Sciascia da conoscitore della mafia, sapeva che sarebbe stato poi uno strumento pericoloso e utile alla criminalità organizzata stessa) hanno utilizzato i pentiti perché offrissero una verità, una qualsiasi, anche se portava a far arrestare tanti innocenti. E molti di loro si suicidarono o “furono suicidati”. Ma non importava nulla: la massa era educata a sostenere la lotta al terrorismo con qualsiasi mezzo. Oggi, in nome dell’antimafia si arriva allo stesso identico metodo. Dopo il vile attentato che costò la vita a Falcone e a Borsellino, alcuni organi giudiziari hanno usato ( e ancora oggi accade) i pentiti per trovare un colpevole delle stragi da dare in pasto alla massa. Non importa se, come è accaduto, dopo 19 anni di prigione, ai massimi rigori della detenzione differenziata, si scarcerassero alcuni “colpevoli” con tanto di scuse: erano innocenti. Nuove verità fumose, nuovi pentiti. In nome della pseudo lotta alla mafia esiste l’ergastolo ostativo che sottrae alla detenzione, per legge, ogni anelito di reinserimento o di rieducazione e il 41 bis, la detenzione di rigore, che spinge il detenuto al nichilismo spezzando ogni legame affettivo (sapete che per quest’ultimo l’Europa ci bacchettò e ci mise sullo stesso piano della Turchia?); due realtà del sistema giuridico e penitenziario che sono alla base dell’inciviltà di un Paese. Grazie a questo illimitato Potere Giudiziario, nonché agli organi di informazione, ai giornali che lo sostengono, ove ogni tanto qualche Magistrato si diletta a scrivere degli articoli a volte imbarazzanti, si è instaurata l’ideologia legalitaria che ha infettato, ahimè, anche la sinistra. E sta provocando un cortocircuito pericoloso che restringe ogni libertà di azione, ogni pulsione di innovazione e di cambiamento, grazie soprattutto all’arte del sospetto, della cospirazione che trova terreno fertile soprattutto quando scaturisce da inchieste giudiziarie.

Per chiarire quest’ultimo concetto propongo uno scenario fantapolitico. Un capo di forte ispirazione libertaria forma un Governo animato da buoni e sinceri propositi. Si dedica al problema carcerario essendo sensibile ai diritti umani. Vara nuove leggi come l’abolizione del 41 bis che ritiene una tortura di Stato e un inutile deterrente per arginare la criminalità organizzata. Abolisce l’ergastolo ostativo perché lo ritiene un ricatto di Stato del tutto anticostituzionale. Comincia a contenere, attraverso leggi ben definite, il fenomeno del falso pentitismo. Decide di chiudere delle carceri vergognose che fanno ancora parte di quella mefitica architettura carceraria così ben descritta nel libro “sorvegliare e punire”. Cosa potrà mai aspettarsi questo politico oltre alle inevitabili indignazioni giustizialiste del popolo del web e agli editoriali furbi di un nuovo Marco Travaglio? Potrebbe aspettarsi l’arrivo di un tizio che tiri fuori dal cilindro una fotocopia di uno pseudo papello che illustri le richieste di un nuovo capomafia. Il tizio molto probabilmente potrebbe trovare un PM pronto a credergli. Il politico si troverà a fare i conti con l’accusa del PM (che poi magari si dimetterà per fare carriera politica) di essere sceso a patti con la mafia. Insomma il politico sarà accusato di far parte della nuova Trattativa Mafia-Stato.
Non se ne uscirà più. E la mafia, sorride.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart