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La visita di Gheddafi: e torna in scena l’ipocrisia

31 Agosto 2010

Non accade sovente, ma a volte si trovano articoli così chiari e lucidi che valgono più di un voluminoso trattato o di un ampia discussione. L’articolo che è apparso stamani sul Tempo a firma di Mario Sechi, e intitolato “La battaglia di Tripoli”, è uno di questi (qui e qui).

A me Gheddafi non piace. Il suo è un regime dispotico, dove non credo che abbiano cittadinanza le libertà che proclama, soprattutto nei confronti delle donne. La spettacolarizzazione della sua visita romana con arredi e sermoni è ridicola oltre che di cattivo gusto.

Nel passato ci siamo dovuti sorbire visite di altri dittatori parimenti sussiegosi e ridicoli. Ma non ricordo che vi si sia perso tempo più del necessario.

Con Gheddafi invece si cerca di trovare ogni difetto del dittatore per gettare fango, come sempre, su Berlusconi, che ha stipulato con lui un trattato di amicizia e ne festeggia oggi il biennale. Ipocrisia, dunque, ancora una volta.

Nessuno si scomoda a sottolineare i riscontri economici, notevoli, che i buoni rapporti con la Libia hanno suscitato. Il nostro apparato produttivo ne è felicissimo ed è ben lontano dal seguire le aggressioni pelose e di parte di certa stampa antiberlusconiana.

Berlusconi è riuscito nei suoi anni di governo ad intessere ottime relazioni con due Paesi, ma non solo quelli, che le diplomazie dei governi precedenti, specie quelle di sinistra, non erano mai riuscite a mandare al di là di un rapporto formale. Insomma: contratti pochi e liti molte. All’opposto di quanto accade oggi con le relazioni internazionali realizzate dai governi Berlusconi.

Mario Sechi ci spiega, e fa capire anche a chi non vuole intendere, del perché contro Berlusconi certi partiti e certi poteri ce l’hanno a morte.

I buoni rapporti intessuti dai governi Berlusconi   stanno producendo, infatti, frutti insperati (perfino, sembra, il salvataggio di Unicredit), e contemporaneamente stanno sottraendo spazi commerciali ai Paesi che prima con la Libia e la Russia facevano affari d’oro: soprattutto Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia.

Qui sta la ragione dell’aiuto che viene alla nostra opposizione dall’estero. La caduta di Berlusconi significherebbe riaprire agli altri Paesi spazi commerciali ridottisi a causa dell’influenza su quei Paesi del nostro presidente del Consiglio.

Scrive Sechi:

“La caduta di Berlusconi provocherebbe non solo un immediato big bang nella politica interna e nello scenario dei partiti, ma farebbe implodere quel sistema di relazioni internazionali che il Cavaliere ha costruito con tenacia e fantasia. Altro che la Disneyland di cui cianciano i finiani senza aver capito cosa c’è davvero in ballo. A chi conviene? Ci sono le impronte digitali. Risolvere il caso è facile.”

Quando si usa l’espressione poteri forti, si indica sempre un coacervo di forze, alcune addirittura capaci di rimanere nell’ombra. In Italia, qualcuna di queste forze è venuta alla scoperto nel Meeting di Rimini, a cominciare da Passera e Bazoli, che si aggiungono così a Montezemolo, a De Benedetti, a De Bortoli, a Paolo Mieli, e via di questo passo.

Essi stanno dietro alle manovre politiche a cui Bersani fa da motore e a cui non sembra estraneo Fini (troppo scandalosamente attaccato alla poltrona), e forse neppure il capo dello Stato, il cui silenzio sulle presunte malefatte della terza carica istituzionale continua ad incombere come una cappa di piombo sul Paese, nonostante che su Dagospia si legga:

“7 – Il Colle, ovvero la «prima magistratura dello Stato » dapprima ha difeso Fini a spada tratta. Poi più nulla. Se ne è via via distaccato. Ci sarà un motivo?”

Non si prendono le distanze da Fini con il silenzio, ma obbligandolo a dire la verità.

Articoli correlati

“Il partito di Fini? È già un mostro a mille teste” di Francesco Cramer. Qui.

“Riforma elettorale, nuovo agguato a Berlusconi” di Giancarlo Perna. Qui.

“Quanti fratelli a sinistra per Gheddafi” di Felice Manti. Qui.

“Non sputate su Gheddafi: vale oro per l’Italia”. Qui. Da cui estraggo:

“Eppure basterebbe guardare a come il Cavaliere ha ri-orientato i business strategici dell’Italia. Russia, Turchia, Libia, Venezuela, Brasile, Panama (e speriamo anche Cina) stanno sostituendo le tradizionali partnership con gli Usa e con la Germania. Certo, l’Occidente resta il nostro primo mercato, ed è lì che si realizza il valore aggiunto. La produzione e gli accordi di lunga gittata si fanno però altrove: anche con regimi e personaggi discutibili, ma che garantiscono stabilità politica e flussi certi d’investimenti. Del convoglio “atlantico” eravamo un vagoncino di coda; qui possiamo essere una motrice. Logico che Usa, Francia, Germania e Inghilterra non gradiscano, come ha detto in una memorabile intervista il nuovo ambasciatore obamiano David Thorne.”

I precedenti. Qui. Da cui estraggo:

“Una curiosa foto nella galleria in rete del Quirinale mostra il sorriso smagliante del presidente Oscar Luigi Scalfaro, mentre stringe la mano al barbuto Fidel, a Roma, nel novembre del 1996.”


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2 Comments

  1. Commento by giuliomozzi — 4 Settembre 2010 @ 08:00

    L’articolo di Felice Manti al quale rinvii, Bart, dice delle cose interessanti. Ad esempio:

    “Nel 2006 scoppiarono le violenze a Bengasi dopo la maglietta con le vignette anti-Islam mostrate dal leghista Roberto Calderoli al Tg1. Gheddafi, saggiamente, disse che quell’incidente non avrebbe compromesso i rapporti tra i due paesi”.

    In quell’occasione la polizia libica sparò sui manifestanti, ammazzando undici persone. Calderoli fu cacciato dal governo (Berlusconi si dichiarò “in disaccordo totale”). Calderoli reagì facendo la vittima (“So che a me potrebbe anche succedere qualcosa, ma bisogna reagire a questa situazione. Non ci prendiamo in giro, l’attentato alle Torri Gemelle ci sono state prima delle eventuali provocazioni e la mia maglietta voleva essere proprio una segnalazione del rischio che proviene da quel mondo”, qui). Nessuno si assunse la responsabilità di quegli undici morti ammazzati.

    Ora Calderoli è di nuovo ministro. E Gheddafi viene in Italia e fa la sua proposta: dàtemi tot quattrini, e io vi fermo l’emigrazione via Libia; se non me li date, non la fermo. (Nota: le persone che tentano di arrivare in Italia via Libia e Mediterraneo sono pochissime, rispetto a quelle che ci arrivano per le vie normali. Ma i governi europei, e i governi italiani in particolare, hanno enfatizzato la faccenda per giustificare l’emissione di norme a tutela delle frontiere. Ora Gheddafi ci viene a chiedere di pagare lo scotto di questa enfatizzazione…).

    Ciò che si vede è che a queste persone qui non importa niente, ma proprio niente, di trovare soluzioni giuste ai problemi. Sono bravissimi – questo sì – a trovare soluzioni convenienti: convenienti per l’Unicredit, per la banca di Libia, per l’Enel, e così via. Ma nel momento in cui la politica estera italiana arriva a privilegiare non solo due stati di dubbia democrazia, ma due stati nei quali il gruppo di potere sembra muoversi sostanzialmente solo per il proprio tornaconto economico, forse potremmo domandarci se questi stati non ci rispecchino un po’.

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 4 Settembre 2010 @ 09:07

    Sotto il mio  post c’è un altro link interessante che rimanda all’articolo di Fausto Biloslavo, intitolato “Da Arafat a Castro, la realpolitik fa chiudere un occhio”.  

    La realpolitik è diventata una cattiva bibbia che si scrive ogni giorno. E’ praticata da destra a sinistra, senza remore.

    E’ da condividere la realpolitik? Non so dirti. Probabilmente, se è così praticata dappertutto, non solo in Italia, è una condizione imprescindibile. Una delle tante contraddizioni che che informano la vita degli uomini e dei popoli.

    Ciò che ho voluto indicare con il mio post  è lo scandalo che si solleva contro Berlusconi quando si sa che la realpolitik è praticata da tutti, e non solo dall’Italia e non solo dal governo Berlusconi. O la si condanna sempre o si chiude un occhio sempre – come dice l’articolista.

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