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LETTERATURA: L’acchito, di Pietro Grossi

3 Gennaio 2008

di Paolo Cacciolati
(Paolo Cacciolati vive e lavora dalle parti di Torino, ha vinto vari concorsi di narrativa e ha pubblicato racconti e recensioni su riviste letterarie e sui siti Nazione Indiana, Lapoesiaelospirito, Bottega di lettura e con Fandango per la raccolta “Una palla di racconto”. In marzo 2008 è prevista l’uscita del suo primo romanzo, Mirco Michichi, generatore di entusiasmo per le Edizioni TEA, collana Neon!)

L’impressione che mi sono fatto del secondo libro di Pietro Grossi? Che son corso in libreria a cercare i racconti di esordio, Pugni.
A Pietro Grossi deve piacere il rischio, sia pure come strada obbligata. C’è questa faccenda del primo romanzo e del secondo libro che poteva essere un disastro.

Esordisce a ventotto anni, con Sellerio, e il suo libro è acclamato come una delle rivelazioni dell’anno scorso. Entra pure nella cinquina dello Strega. Chiaro che si finisce per ingenerare un sacco di aspettative, con un romanzo poi, l’ansia della conferma, il critico appostato dietro l’angolo come un brigante, come offrire la gola al pericolo di fallire. E invece.
Partiamo dal titolo, questa strana parola che suona dialettale, l’acchito.
Il risvolto di copertina ci avvisa che l’acchito è, nel gioco del biliardo, la posizione d’inizio della palla, dal francese quitte, “quieto, libero”. Bene, secondo me è un’indicazione volutamente fuorviante. E’ chiara la funzione di metonimia dell’acchito, ma non nel senso che vorrebbe far credere la seconda di copertina, perché la metonimia si esalterà con un capovolgimento di quella che all’inizio pare essere una situazione tranquilla, un colpo di biliardo banale, tanto per dare avvio alla partita.
E’ vero che il romanzo si avvia con la fotografia della posizione di partenza, nella vita del protagonista, Dino. C’è il biliardo, le partite con l’amico-maestro Cirillo. C’è il lavoro, un artigianato compiuto e silenzioso, a posare mosaici di ciottoli nelle strade della città (parrebbe Firenze, anche se mai nominata). E c’è una moglie, Sofia, con cui ha un rapporto sereno.
Tutto quadra. Tutto sbagliato. Avanzando nella lettura si comprende che il significato dell’acchito non è da ricercarsi nella partenza, quanto piuttosto nel ritorno alla situazione di partenza, dopo che il gioco è stato avviato. Il senso dell’acchito sta nel vedere cosa succede, durante questo ritorno, sta nei modi più impensati, nei passaggi più aggrovigliati attraverso i quali la palla (e la vita) ritorna alla situazione di partenza.
E, per delineare come si sviluppa questo ritorno, l’autore accompagna il lettore in una trama che si addensa progressivamente secondo i più classici dettami della narratologia. Due colpi di scena iniziali, incasinamento della storia, conflitti, minacce da varie direzioni, qualche presunto cattivo, situazioni di pericolo, e poi ancora un doppio colpo di scena, fino al rilascio finale, dove la narrazione si quieta.
Tutto ciò con un andamento da passista, soprattutto all’inizio. Parte in modo quasi dimesso, poi prende progressivamente forza, come un volano di ghisa, fino a percuotersi nella storia con la mazzata finale.
E alla fine, guarda caso, si ritorna all’acchito, e all’ultima piccola grande sorpresa.
Questo libro sembra un carillion, un meccanismo perfetto. Leggendolo, pensai che sì, funzionava benissimo, era un ottimo prodotto, ma alla fin fine gli mancava la genialata, il colpo d’ali. E invece ala fine arriva pure quello, alla faccia del colpo d’ali, potente come il decollo di un jet.
Grossi calibra i tempi, leviga il testo, lo asciuga, non un termine fuori luogo, non un aggettivo di troppo, non una descrizione inutile. C’è tutto quello che ci deve essere e nulla di più. In questo Grossi segue le orme di un altro giovane autore che si è imposto alla grande negli ultimi anni: Davide Longo.
Insomma, L’acchito è scritto perfin troppo bene. A cercare il pelo nell’uovo, c’è la figura della moglie di Dino forse troppo poco delineata, come a volerla tenere a distanza, ma mi chiedo se non sia una cosa voluta da Grossi, per rimarcare quel velo che pare separare il protagonista da tutte le cose, anche le più care.
Pi etro Grossi non ha manco trent’anni, ma è di una bravura mostruosa, però ciò che colpisce è la maturità nel sapere tratteggiare situazioni e modi di sentire che si pensa appartengano a età più avanzate rispetto alla sua.
Questa maturità “emotiva” si traduce, come dicevo, anche in una notevole maturità di scrittura.
Un piccolo esempio. A un certo punto c’è un passaggio di prospettiva magistrale. Nel testo Grossi utilizza costantemente la c.d. finta terza persona, segue il protagonista passo passo, introduce il lettore nei suoi pensieri (Dino si disse che non ce l’avrebbe potuta fare) e mostra solo quello che è filtrato dai suoi occhi (All’interno di quella gigantesca costruzione di cemento che pareva il ventre di un mostro avevano sistemato tre file di quindici biliardi…). Purissimo discorso libero indiretto. Invece, in uno dei momenti decisivi, l’autore passa alla terza persona pura. Dino arrivò fino di fianco al letto di sua moglie, si chinò accanto alla sua testa e le bisbigliò all’orecchio qualcosa che il dottore non riuscì a sentire.
In questo momento, solo in questo momento, Grossi abbandona il suo protagonista, lo lascia solo. Lo scrittore (e il lettore con lui) non saprà mai cosa ha detto Dino alla moglie. E non è un artificio stilistico, magari per introdurre un colpo di scena, semmai un modo per rispettare l’intimità del protagonista, evitargli l’intrusione della curiosità del lettore.
Bischeraccio d’un Grossi, non è molto che ha smesso di poppar latte dalla tettarella e ti disciplina il talento con il metodo, per di più fingendo di non farlo apposta.
Pietro Grossi, L’acchito, Sellerio.


Letto 3300 volte.


2 Comments

  1. Commento by felice muolo — 4 Gennaio 2008 @ 09:33

    Complimenti per il tuo stile disinvolto, Cacciolati. Da qui sono passato al tuo blog e non posso che rinnovarli. Mi sono anche divertito.

  2. Commento by Paolo — 6 Gennaio 2008 @ 11:59

    Grazie, Felice. Complimenti come i tuoi scaldano il cuore.
    Paolo

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