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L’altra Italia che non vota

12 Giugno 2013

di Antonio Polito
(dal “Corriere della Sera”, 12 giugno 2013)

Nel trionfo di Ignazio Marino ci sono dodicimila voti in meno di quanti ne ottenne Francesco Rutelli nel tonfo del 2008. I vincitori di questa tornata amministrativa faranno bene a tenerlo sempre a mente: i consensi ottenuti domenica e lunedì sono pochi. Non sarebbero bastati per vincere un anno fa e potrebbero non bastare tra un anno. L’improvvisa impennata dell’astensione meriterebbe anzi qualche riflessione un po’ meno rozza di quelle che circolano. C’è chi l’attribuisce alla crisi economica, ma altrove l’apatia elettorale è cresciuta piuttosto in periodi di prosperità, quando cioè le cose andavano troppo bene per cambiare (Blair e Clinton ne approfittarono), e si è ridotta in tempi difficili (vedi Obama). Dire che è segno di sfiducia nella democrazia rappresentativa è d’altronde un truismo, se non si spiega perché.

È probabile che l’era del «deficit zero », la chiusura cioè dei rubinetti della spesa pubblica, abbia colpito al cuore la politica tradizionale basata sullo scambio tra consenso e risorse. Senza soldi, consiglieri e sindaci non possono fare niente che abbia davvero rilevanza nella vita della gente, e gli elettori lo sanno. Forse la sinistra regge meglio nei Comuni proprio perché lì si presenta come partito della spesa (mentre rende meno quando in ballo c’è il governo nazionale, dove è vista come partito delle tasse).

In ogni caso è evidente che meno gente vota e meglio va il Pd. Stavolta il fenomeno è più macroscopico, ma è sempre stato così nella storia di quel partito e dei predecessori. Si tratta ovviamente di un bel problema per i suoi dirigenti, perché quando si tornerà a votare per il governo nazionale le percentuali di affluenza saliranno e i voti del Pd si diluiranno. Ma, a saperla leggere, è anche una buona notizia.

La maggiore fedeltà dell’elettorato democratico, anche di fronte a quello che mestatori interni e nemici esterni avevano definito il «tradimento » delle larghe intese, dovrebbe infatti indurre a liberarsi dell’ossessione della «base ». Quante volte, di fronte a scelte necessarie o semplicemente sagge, si è levata la voce di chi vi si opponeva minacciando: «Il nostro popolo non capirebbe ». Invece il popolo del Pd capisce benissimo. Magari soffre, ma capisce. E al suo partito chiede di governare, di fare, anche a costo di compromessi; non di strillare dalla riva del fiume mentre il Paese naufraga. Per questo il governo Letta non ha provocato il previsto rigetto nella base democratica, mentre quella grillina s’è squagliata.

Se così stanno le cose, il futuro leader del Pd dovrebbe finalmente preoccuparsi un po’ di più del resto degli elettori, di quelli da conquistare, di coloro che alle elezioni politiche hanno finora votato qualsiasi cosa pur di evitare la sinistra al governo e senza i quali non si vince quando l’affluenza sale. Alle ultime primarie, pur di fermare Renzi, questa operazione fu respinta dalla leadership del partito come una «contaminazione ».

E invece solo identificandosi con gli interessi dell’intero Paese e non di una mitica «base », governando con pazienza e stabilità, producendo risultati e cambiamenti reali, il Pd può trasformare questo effimero successo (una non sconfitta, per dirla alla Bersani) in un radicamento elettorale finalmente più ampio. Le vie della vocazione maggioritaria sono infinite, ma il governo Letta al momento è la migliore di cui il Pd disponga.


La messa è finita
di Ilvo Diamanti
(da “la Repub blica”, 12 giugno 2013)

VENT’ANNI dopo la Seconda Repubblica è finita. Questo mi sembra il senso “politico” di questa consultazione. Che ha le specificità e i limiti di un voto “locale”, ma assume comunque un significato politico “nazionale”.

LE TABELLE

Non solo perché ha coinvolto quasi 7 milioni di elettori, in 564 comuni. Tra cui, 16 capoluoghi di provincia e 92 città con oltre 15 mila abitanti. Ma perché, a mio avviso, conferma la svolta dalle elezioni politiche di febbraio. Segna, cioè, la fine della “rivoluzione” partita vent’anni fa, nel 1993, proprio dalle città. Dove, per la prima volta, si era votato “direttamente” per il sindaco. Quando, prima del ballottaggio, Silvio Berlusconi, “sdoganò” i post-fascisti, annunciando che, se, vi avesse risieduto, a Roma avrebbe votato per Gianfranco Fini. Ma la “rivoluzione” si produsse e riprodusse, soprattutto, nel Nord. In particolare, a Milano. La città di Mani Pulite dove Marco Formentini, candidato della Lega, divenne sindaco. Dove Silvio Berlusconi fondò Forza Italia, il suo “partito personale” e “aziendale”. Che l’anno seguente vinse le elezioni politiche. Aggregando Alleanza Nazionale, nel Centro Sud, e la Lega nel Nord. Così Milano conquistò l’Italia. E la “questione settentrionale” divenne “questione nazionale”. Il capitalismo popolare, della piccola impresa, rappresentato dalla Lega, insieme al capitalismo mediatico, finanziario e immobiliare, interpretato da Berlusconi. Conquistarono l’Italia. Complice l’Alleanza Nazionale del Sud.

Vent’anni dopo, quel percorso sembra finito. Il Forza-leghismo (come l’ha definito Edmondo Berselli) ha perduto la sua Bandiera. Il Nord. Il territorio. Il Centrodestra, in queste elezioni, è stato “s-radicato”, proprio dove era più “radicato”. Nei luoghi della Lega. A Treviso, per prima. La città di Gentilini – e del governatore Zaia. Ma la Lega ha perduto anche nelle città vicine a Verona. Feudo del Nuovo leghismo di Tosi.

Tutto il Centrodestra, però, si è “s-radicato”. Ovunque. I dati, al proposito, sono impietosi. Nei 92 comuni maggiori dove si è votato, prima di queste elezioni, il Centrodestra aveva 49 sindaci (di cui 2 la Lega da sola). Nel Nord “padano”, in particolare, amministrava 16 comuni maggiori (compresi i 2 della Lega), sui 28 al voto. Oggi la Lega è scomparsa. E il Centrodestra, guidato dal Pdl, ha “mantenuto” solo 14 città maggiori, in Italia, cioè meno di un terzo. E 3 nel Nord. In pratica: è quasi sparito. In questi giorni ha perduto le roccheforti residue. Da ultima, Imperia   –   il feudo di Scajola. Per prima   –   e soprattutto   –   Roma. La Capitale.

Il Centrodestra è affondato anche nel Centrosud e nel Mezzogiorno. Sconfitto a Viterbo, e nei principali capoluoghi siciliani dove si votava. A Messina, Catania, Ragusa, Siracusa. È questa la principale indicazione “politica” di questo voto “amministrativo”: la sconfitta del Centrodestra. Insieme al declino   –   simbolico e politico   –   del territorio. Eppure non è stato sempre così. Cinque anni fa, appena, il centrodestra governava ancora in alcune importanti capitali. A Milano, Palermo, Cagliari. Roma. Ora le ha perdute. Tutte. Cos’è successo, in questi ultimi anni? Ha pesato, sicuramente, il declino dei riferimenti sociali ed economici: l’impresa e gli imprenditori   –   ma anche i lavoratori   –   della piccola impresa. Il capitalismo finanziario e speculativo. La crisi globale li ha stremati. E li ha posti reciprocamente in conflitto. Inoltre, l’invenzione del Pdl non ha “coalizzato” Fi e An. Li ha svuotati entrambi. Ne ha fatto un solo, unico contenitore “personale”. La Lega, invece, si è “normalizzata”. È divenuta “romana”. Così, al Centrodestra è rimasta solo l’immagine   –   peraltro sbiadita   –   del Capo. Berlusconi. In ambito politico nazionale. Mentre a livello locale non è rimasto praticamente nulla.

La svolta oltre la Seconda Repubblica è sottolineato dal crescente peso dell’astensione, cresciuta notevolmente, rispetto alle elezioni precedenti. A conferma che la messa è finita. In altri termini: il voto non è più una fede. Così, occorrono buone ragioni per votare un partito o un candidato. E, prima ancora, per andare a votare. Negli ultimi vent’anni, il non-voto è stato, in parte, assorbito dal voto di protesta. Intercettato dalla Lega, ma anche da Berlusconi. Canalizzato, alle recenti elezioni politiche, da Grillo e dal M5S. In questo caso non è avvenuto. Al primo e a maggior ragione al secondo turno. Per ragioni fisiologiche   –   non ci sono preferenze da dare, i candidati si riducono a due, molte sfide appaiono segnate. Ma anche perché “non votare”, in una certa misura, è un modo per votare. E conta molto, visto lo spazio che gli viene dedicato dagli attori e dai commentatori politici.

Alla fine della Seconda Repubblica, così, riemerge il Centrosinistra. E soprattutto il Pd. Considerato in crisi, dopo il voto di febbraio. Ma soprattutto dopo-il-dopo-voto. Fiaccato “da” Berlusconi   –   regista delle larghe intese. “Da” Grillo e dal M5S   –   vincitori delle elezioni politiche. In questa occasione, il Pd, insieme al Centrosinistra, ha vinto ovunque. O quasi. In tutte e 16 le città capoluogo. In 21 comuni maggiori del Nord (su 28), 10 (su 12) nelle regioni rosse e in 22 nel Centro-Sud (su 52). Mentre il Pdl si è sciolto e la Lega è scomparsa. Mentre il M5S ha eletto il sindaco a Pomezia – seconda città del MoVimento, per peso demografico, dopo Parma. E va in ballottaggio a Ragusa. In altri termini, “resiste” ed “esiste”, ma non avanza, come nell’ultimo anno.

Un altro segno del cambio d’epoca. Perché se il territorio declina, come bandiera, torna ad essere importante come risorsa politica e organizzativa. E favorisce i “partiti” che ancora dispongono di una struttura e di persone credibili e conosciute, presso i cittadini. In altri termini, il Pd è un partito personalizzato, a livello locale. Ma è diviso e impersonale, a livello nazionale. Gli altri, il Pdl e lo stesso M5S, sono partiti personali in ambito nazionale. Ma senza basi locali. Così la competizione elettorale diventa instabile e fluida, come quel 50% di elettori senza bussola e senza bandiera. Per questo nessuno può né deve sentirsi al sicuro. Non il Pdl, partito personale e senza territorio, gregario di una Persona alle prese con troppi problemi personali. Ma neppure il Pd. Partito personalizzato, sul territorio, ma im-personale, a livello nazionale. La Seconda Repubblica bipolare fondata “dalla” Lega e “su” Berlusconi: è finita. Ma la Prima Repubblica, fondata “dai” e “sui” partiti, non tornerà. Da oggi in poi, ogni elezione sarà un “salto nel voto”.


“L’euro è letale. L’Italia scelga di uscire subito”
intervista di Vittorio Macioce a Edward Luttwak
(da “il Giornale”, 12 giugno 2013)

«Di euro si muore ». Edward Luttwak scandisce questo motto così, con l’aria di chi forse sta un po’ esagerando, ma neppure tanto. Perché l’Italia si trova a un bivio: pagare il conto salato per una scelta azzardata o continuare una «non vita da zombie » nel segno di un’austerity senza fine. Non è una profezia. Non è neppure un’opinione. È questione di logica, di numeri ed è ciò che pretende l’Europa. L’economista di Arad a volte è spietato, ma se lo fa è perché non crede nelle illusioni. Non ha mai pensato che l’euro fosse la mossa giusta per l’Italia. Siamo finiti, per scelta, nella casella sbagliata. E lui lo dice dal 1996. Scriveva. «Finirà come nel 1940. Allora l’Italia non aveva alcuna convenienza ad entrare in guerra, ma l’istinto del gregge fece sì che Mussolini, che pure l’aveva intuito, facesse questo errore. Si diceva, anche allora, tutte le potenze mondiali entrano nel conflitto, perché noi dobbiamo starne fuori? Siamo forse di serie B? E così l’Italia commise un grande errore ».

Luttwak come Cassandra?
«Spero di non fare la stessa fine. Non sono un veggente e non dialogo con gli dei. Forse so leggere la realtà ».

Una moneta non è una guerra?
«Sì, ma le conseguenze economiche a volte sono le stesse ».

L’Italia è in un vicolo cieco?
«No. Può scegliere ».

Cosa?
«Va via dall’euro. Sceglie un’altra moneta. Potrebbe tornare alla lira, ma io consiglio il baht thailandese. Questo significa che i ricchi italiani pagheranno molto di più le vacanze a St. Moritz e una Mercedes costerà un occhio della testa, però vedremo i muri tappezzati di avvisi con scritto: cercasi operaio specializzato. Le aziende italiane tornano a esportare, la Fiat farà 3-4 turni di lavoro, la produzione cresce, la disoccupazione scende e finalmente l’economia italiana torna a vivere. Adesso è praticamente morta ».

Sembra facile.
«Non è facile per niente. Perché c’è un prezzo da pagare altissimo. Farà male ».

Tipo?
«Le banche falliranno ».

C’è già la fila a ritirare i soldi.
«Ho detto che le banche falliranno, come imprese. I correntisti non rischiano. Non perdono i soldi ».

L’alternativa?
«Restare nell’euro, con un’economia da morti viventi. Non si uscirà mai dalla crisi. Immagini questa situazione che si protrae per cinquanta, cento anni o per sempre ».

Apocalittico.
«Non posso farci nulla. L’Italia ha firmato un patto con l’Europa. Il primo dovere è portare il deficit annuale a zero. Questa è già un’impresa. Significa tasse e tagli insopportabili. Ammettiamo però che ogni italiano accetti di diventare sempre più povero e senza futuro. Tutto questo non basta. L’Italia dovrà ridurre il debito pubblico di 40 miliardi. Sa cosa significa? Equivale a 10 Imu. Non ti riprendi più ».

I patti con l’Europa si possono rivedere, cambiare.
«Non c’è dubbio. Ma ai tedeschi non conviene. Non vogliono cambiare nessun parametro. A costo di uscire loro dall’euro. E senza la Germania questo euro non è più l’euro ».

O noi o loro?
«Esatto. Vede, ogni nazione deve scegliere razionalmente la propria valuta. I politici hanno caricato di un enorme valore simbolico il fatto di essere membri di un circolo monetario. Ma la zona euro fatta su misura per i paesi del Nord Europa, fosse in un’area monetaria più adatta alla sua economia. Siete come chi vive in un’isola del Mediterraneo e vuole frequentare un club di Amburgo. Il solo andare e venire ti manda in rovina ».

Può esserci euro senza Italia?
«Ma all’Italia conviene l’euro? Io penso di no. Tu staresti in un club dove i vantaggi sono pochi e il prezzo non solo è alto, ma rischia di cancellare il tuo futuro? Un individuo che pur di stare in un circolo esclusivo si rovina è uno stupido. Stranamente questa regola sembra non valere per gli Stati, ma il concetto è lo stesso ».

Siamo diventati così periferici?
«Per niente. Non è una questione di periferia, ma di interessi. Quelli italiani non sono gli stessi del Nord Europa. L’Inghilterra sta fuori e non è periferica. Ritiene invece che gli affari della Germania sono diversi dai suoi. L’economia italiana è così poco periferica che sta creando guai in tutto il mondo ».

Cioè?
«L’Europa e l’Italia in ginocchio per la crisi sono un problema per il Brasile, per la Cina, per gli Stati Uniti. Non conviene a nessuno. Sta saltando un equilibrio. L’Italia morente è un problema geopolitico grave. Da quando l’Italia è in Eurolandia non cresce. È un fatto: scarso lavoro, zero aumento del reddito. Certo, gli italiani possono appiccicarsi la medaglietta dell’euro, ma non esportano più. Se questi politici rispettabili si guardassero in giro e facessero una scelta razionale, cambierebbero subito valuta. I greci avrebbero dovuto farlo subito. Gli spagnoli ancor prima ».

Non le piace l’Europa, confessi.
«Non mi piace un’oligarchia che trova normale prendere i soldi dai conti correnti degli individui, di notte, come fanno i ladri ».

(Con quest’ultima risposta allude forse alla famigerata tassa sui conti corrente decisa di notte da Giuliano Amato? bdm)


Brutte coincidenze per il Cavaliere
di Liana Mirella
(da “la Repubblica”, 12 giugno 2013)

Brutte coincidenze per il Cavaliere. Nulla di pianificato ovviamente, solo un caso, anche se lui dirà che non è così, che c’è un orchestrato complotto ai suoi danni. Il 19 giugno la Consulta si occupa di lui per Mediaset. Più si avvicina la data, più si rafforza il tam tam dal palazzo, già anticipato da Repubblica, su una débacle per Silvio.

Il fondato pronostico è che sarà respinta la tesi del legittimo impedimento violato quel primo marzo del 2010 quando un consiglio dei ministri fissato all’improvviso avrebbe dovuto scalzare l’udienza, ma il presidente del tribunale D’Avossa andò avanti. Va da sé che nulla ne può sapere Napolitano, ma la sua esperienza politica lo porta a tutelare preventivamente una Corte su cui si stanno concentrando inaudite pressioni. Di qui il suo fermo appello («Rispetto per il giudice delle leggi ») a garanzia degli alti giudici.

Ma non basta. Nel calendario iellato dell’ex premier, ecco altre due date. È nota quella del 24 giugno, lunedì nero della sentenza Ruby. Gli avvocati danno per scontata la condanna. Ancora sconosciuta invece la notizia che in quella stessa settimana prenderà il via al Senato, nella giunta per le elezioni ed autorizzazioni – il più temuto ormai tra gli organismi di palazzo Madama – il caso dell’anno, quello dell’ineleggibilità di Silvio Berlusconi.
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Il Pdl fa muro, cerca appigli per ritardare il cammino della giunta, ma il neo presidente Dario Stefàno sembra proprio intenzionato a non farsi frapporre ostacoli. E il Pd è altrettanto determinato ad arrivare a una parola definitiva. Dice Felice Casson: «Di certo noi chiederemo due cose, che il caso dell’ineleggibilità sia fissato al più presto, che il presidente del comitato che affronterà l’esame tecnico sia la nostra vice presidente Stefania Pezzopane ». Scontato che il Pdl abbia a che ridire. Del resto ha già cominciato a fare melina.

L’altro vice presidente, l’ex sottosegretario alla Giustizia Giacomo Caliendo, ha già detto che quella dell’ineleggibilità di Berlusconi non è certo una priorità della giunta. Ne sa già qualcosa Stefàno. Avrebbe potuto tenere la prima riunione dell’ufficio di presidenza già questa settimana. Ma né il Pdl, né i grillini gli hanno comunicato, come pure lui aveva sollecitato, i nomi dei capigruppo. Il Pd ha dato il suo, Giuseppe Cucca.

Immediata contro mossa. Stefàno ha scritto una lettera a Pdl e M5S per sollecitare di nuovo l’indicazione dei capigruppo per poter fare subito il primo ufficio di presidenza. Comunque Stefàno è deciso ad andare avanti ugualmente, i casi di ineleggibilità saranno affrontati per primi, tra questi è prioritario quello di Berlusconi.

Le richieste, del resto, sono già in giunta da fine marzo di quest’anno. Concretizzano il famoso appello della rivista Micromega, primo firmatario Vittorio Cimiotta, che conduce questa battaglia dal 1996, sottoscritto da 250mila persone. Nella segreteria della giunta si contano nove ricorsi, tutti provenienti dal Molise, dal collegio alla fine scelto da Berlusconi tra i tanti in cui si era candidato.

Lì nove cittadini elettori hanno indirizzato una lettera al presidente del Senato e alla giunta per le autorizzazioni per mettere in evidenza che, sulla base della legge 361 del 1957, il Cavaliere non è eleggibile e deve tornarsene a casa. Iulia ed Elisabetta Iemma, Cristiano Di Pietro, Simona Contucci, Giuseppe Iuliani, Cristiano Marollo, Giuseppe Caterina, Gianni Tenaglia, Antonio D’Aulerio, questi i firmatari. Che adesso attendono una risposta. Come teme Casson «i tempi non saranno brevi » e per certo il Pdl farà di tutto per allungarli.


«Berlinguer ci ha insegnato che il partito è un valore »
di Rachele Gonnelli
(da “l’Unità”, 12 giugno 2013)

L’occasione è la 29 ricorrenza della morte di Enrico Berlinguer e il lancio della Fondazione che a suo nome erediterà tutto il patrimonio immobiliare e culturale, archivi inclusi, dell’ex Pci, il luogo è una saletta piccola, piena come un uovo, nel popolare quartiere del Quadraro, periferia sud-est della capitale, l’appuntamento è fissato da tempo ma cade il giorno dopo le elezioni che hanno riconsegnato, integralmente, Roma e 16 capoluoghi al centrosinistra con però un astensionismo maggioritario o quasi e un Pd lacerato e vittorioso insieme.

L’incontro ravvicinato con Massimo D’Alema inizia con una domanda spontanea come il calcio a una palla di un bambino. «Cosa direbbe oggi Enrico Berlinguer? ». D’Alema alza le sopracciglia, sospira, posta così è difficile, quasi antistorico, dare una risposta. Ma a lui non piacciano i giornalisti, trova modo di ribadirlo per essere fedele al suo personaggio «antipatico » e per dire che sono anche loro una casta – anzi, «un’oligarchia » – e dare una stoccata a Bisignani, l’uomo che sussurrava ai direttori di testata.

La risposta però arriva, lenta e inesorabile, condita di racconti di vita vissuta nella sua lunga carriera politica nata proprio accanto a Berlinguer, che lo notò a Pisa, giovane segretario cittadino e capogruppo a Palazzo Gambacorti, e lo volle portare a Roma. Racconti di una cena a Mosca con Giulietto Chiesa e Paolo Bufalini in cui la telescrivente – «non c’era twitter o facebook » – dà la notizia del decreto sulla scala mobile e Enrico si arrabbia da solo, a distanza, con il governo, che però non è lì. Enrico accolto come una star dai capi di Stato e dai leader internazionali ai funerali di Andropov, o in copertina su Time al pari di De Gasperi, «lui che non ha mai governato, a capo di un partito condannato all’opposizione, impersonava il sogno di un comunismo democratico ».

E ancora gli appunti di un giovane D’Alema alle sue prime riunioni della direzione, strappati da un dirigente anziano abituato a non lasciar tracce dai tempi della lotta clandestina. Un anno luce fa, oggi è tutto uno streaming, la diretta è pretesa. Cosa resta, dunque. Resta il pensiero eretico, «doppiamente eretico perché lo era rispetto al capitalismo e rispetto al comunismo di stampo sovietico », la Terza Via che fu un pensiero tutto italiano, con radici nelle elaborazioni di Antonio Gramsci e in parte nella Via italiana al socialismo di Palmiro Togliatti, un’idea che D’Alema si ostina a pensare «non fosse irrealizzabile » ma che in effetti non si realizzò mai, per quanto Gorbaciov sembrò, almeno in Italia, un tardivo avvicinamento. «Casomai in Cina è stata messa in pratica ma al rovescio ».

Non è però il Berlinguer utopista o filosofo – «mio padre se non avesse fatto quel che ha fatto, diceva che avrebbe voluto essere un professore di filosofia e noi figli ne usufruivamo », racconta dopo Bianca Berlinguer -, non è la figura del profeta sconfitto dalla storia, che a D’Alema preme mettere in luce. Ne parla a più riprese come di «un funzionario », una parola dimenticata dal lessico, desueta anche a largo del Nazareno, in piena epoca anticasta con un suono persino offensivo.

«Ciò che rimane di Enrico Berlinguer di più significativo per l’oggi – è infine la risposta – è una certa idea della politica di cui fu portatore, una politica intesa come testimonianza di idealità, di etica, ma anche come regole e disciplina, vissuta con dedizione, spirito di servizio, anche fatica burocratica e un senso di responsabilità portato sulle spalle nel suo caso persino come un peso, di certo come scelta di vita ».

Tutto è cambiato, anche il sistema di cooptazione dei giovani quadri «una selezione dall’alto perché fossero liberati da rivalità e carrierismo lasciati studiare » è finito o degenerato in altro. «Se però la politica – che pure D’Alema intende come professione – diventa finalizzata solo a accapparrarsi vantaggi e privilegi, anche minimi, temo che avremo un astensionismo sempre più elevato e diventerà appannaggio di oligarchie sempre più ristrettre ».

Il partito è ciò che D’Alema intende, cioè «un’organizzazione vasta » di cui hanno bisogno soprattutto i soggetti con meno opportunità di base, «non i ricchi che si rappresentano benissimo da soli », non i movimenti d’opinione o la Rete, visti dall’ex premier come fragili e fallaci strumenti di una democrazia debole. I solidi e canuti militanti accalcati nella saletta insieme a figli, mogli e mariti, ringraziano per il discorso con un quadretto di ceramica opera di un artigiano locale. Una penna per Bianca Berlinguer, come una figlia impegnata che viene a trovarci da lontano.


Sicurezza e riservatezza, l’equilibrio saltato
di Roberto Toscano
(da “La Stampa”, 12 giugno 2013)

Edward Snowden: solo 29 anni, la faccia pulita da ragazzo studioso, un tono pacato e privo degli altisonanti accenti ideologici che siamo abituati ad associare alla contestazione del potere.
Una lucida consapevolezza dei rischi che comporta la sua decisione di rivelare il più top secret fra tutti i segreti della National Security Agency, l’agenzia di spionaggio elettronico degli Stati Uniti, oggi molto più importante della stessa Cia.

Non è il soldatino Bradley Manning, prodotto della cultura hacker e autore di una operazione di «trasparenza illegale » quantitativamente colossale piuttosto che politicamente mirata. Assomiglia piuttosto a Daniel Ellsberg, responsabile alla fine degli Anni 60 della fuga dei documenti successivamente pubblicati come «Pentagon Papers » – documenti che rivelavano illegalità e inconfessabili falsificazioni dietro la guerra americana in Vietnam. Ma Ellsberg, intervenendo sul «Guardian », pur riconoscendo i paralleli fra la sua azione di allora e il caso attuale sottolinea che oggi la questione è più di fondo, più clamorosamente cruciale, in quanto si riferisce non a una determinata politica, per quanto drammaticamente importante come quella che ha portato alla lunga guerra americana nel Sud-Est asiatico, ma allo stesso funzionamento del potere, ai suoi strumenti, alle sue regole – o piuttosto alla mancanza delle stesse.

Ma chi è Edward Snowden? Già fioriscono nei media i dubbi, le dietrologie, i sospetti. Ma sarà davvero così «pulito » e «idealista » come sembra? E David Brooks, uno dei pochi columnists conservatori del New York Times, lo attacca senza mezzi termini definendolo un traditore e condannando la sua scelta di operare secondo i propri principi e non sulla base del dovere di lealtà verso Stato, datore di lavoro, colleghi.

L’interesse del caso dipende in effetti dal fatto che esso solleva problemi essenziali sia di natura politica che morale. Sono problemi non solo americani, ma che si presentano ovunque, dato che ovunque – tanto nei sistemi democratici che in quelli autoritari – il rapporto fra cittadino e potere risulta sempre più problematico.

Ciò soprattutto in un momento in cui gli strumenti forniti dalla crescita esponenziale degli apparati della tecnologia elettronica rendono la distopia futurista di George Orwell (il «Grande Fratello » che tutto vede, tutto spia, tutto controlla) o quella del romanzo «Noi » di Evgheny Zamyatin (che nel 1920 descriveva un sistema totalitario in cui tutti dovevano vivere in abitazioni di vetro) molto al di sotto della realtà in cui viviamo e siamo sempre più destinati a vivere.

Eppure vi è molto di tipicamente americano, ma si potrebbe dire anglosassone, in tutta questa vicenda. In primo luogo va sottolineato che Snowden non ha niente di rivoluzionario, di eversivo. Anzi, sembra che l’unico riferimento politico che lo caratterizza sia quello di una sua donazione alla candidatura presidenziale di Ron Paul, un «libertario », ovvero qualcuno che secondo i nostri parametri politici viene chiaramente definito come «di destra ».

Il nemico da battere, per Snowden, non è una determinata politica, come nel caso di Daniel Ellsberg e dei «Pentagon Papers », ma piuttosto l’incontrastato, pervasivo, illegale potere di intrusione dello Stato nella vita privata dei cittadini.
È qui che emergono con chiarezza i principi che stanno alla base della cultura politica anglosassone, individualista e tendenzialmente sospettosa del potere. Una cultura non solo liberale, ma appunto libertaria.

Vengono in mente le indimenticabili pagine di Isaiah Berlin sulla distinzione fra «libertà negativa » e «libertà positiva ». La prima tesa a tutelare una sfera individuale inviolabile di cui fa parte la stessa privacy; la seconda, principio ispiratore della attività politica, della partecipazione alla cosa pubblica. Berlin, pur sottolineando che entrambe le dimensioni sono essenziali per la libertà umana, non fa mistero di una sua certa preferenza per la libertà negativa, e arriva a scrivere: «Un declino del senso di privacy segnerebbe la morte della civiltà ».

Espressioni forti e nello stesso tempo profondamente, caratteristicamente anglosassoni.
Snowden è quindi un libertario, e nello stesso tempo un dissidente. Una figura ben diversa da quella del rivoluzionario, il quale lotta non solo contro uno status quo, ma per contribuire ad instaurare un diverso sistema in cui possa regnare la giustizia.

Il dissidente è quello che dice di no, che non ha in tasca i piani per una società migliore ma che vede le storture di quella presente e non può accettarle.
«Ho visto cose così enormi, così inquietanti – ha detto Snowden in una sua intervista trasmessa dalla televisione – che non ho potuto agire diversamente ».

Il dissidente non costruisce partiti politici, non elabora strategie per la conquista del potere, e si limita alla solidarietà con un gruppo ristretto di persone affini.
Il suo movente è morale, anche se gli effetti della sua azione, come in questo caso, sono profondamente politici.
Ma quali effetti, in concreto, ci potranno essere ora, dopo le clamorose rivelazioni di Snowden?

Oltre alle ripercussioni sulla persona, certamente a rischio e destinato a una vita di esule se non a finire in una prigione federale, vi saranno certo effetti politici. Non certo uno smantellamento delle strutture di sorveglianza della Nsa, ma quanto meno una più forte consapevolezza, nei cittadini, che il problema esiste, ed è macroscopico e anche inquietante.

Gli Stati – tutti gli Stati – non hanno mai abbandonato la pretesa di sapere, di controllare, di prevenire le minacce alla sicurezza, ma quello che è successo negli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001 è davvero unico. Lo è in primo luogo per gli straordinari mezzi a disposizione delle agenzie di intelligence americane. Basti pensare che è in corso nello stato dell’Utah la costruzione di una enorme struttura di raccolta, archiviazione ed analisi di dati raccolti – in tutto il mondo, e negli stessi Stati Uniti, ora lo sappiamo con certezza – inserendosi in tutte le comunicazioni elettroniche. Tutte. E si parla della capacità di immagazzinare una quantità di comunicazioni la cui cifra è difficile da definire (i testi americani parlano di «septillions »), ma che si può indicare con un 1 seguito da ventitré 0.

Obama si trova oggi a dover fare i conti con un’ennesima sfida della sua contrastata presidenza: quella di spiegare ai cittadini in che misura il sistema che è stato rivelato da Snowden sia compatibile con la Costituzione e soprattutto come si possa giustificare che il meccanismo di intelligence istituito per difendere il Paese dalle minacce esterne possa essere usato per spiare la vita privata dei cittadini americani.

La sua prima reazione, a caldo, è stata quella di dire che non è possibile avere nello stesso tempo il cento per cento di privacy e il cento per cento di sicurezza: tipica affermazione di un Presidente con un cuore certamente progressista, ma nello stesso tempo profondamente centrista sotto il profilo politico. Ma il problema è appunto quello dell’equilibrio che si può e si deve mantenere all’interno di questa irrisolvibile tensione bipolare.

Le rivelazioni di Snowden non fanno infatti emergere l’esistenza negli Stati Uniti di un sistema equilibrato, ma uno in cui le esigenze di sicurezza stanno avendo il sopravvento in modo radicale su quelle di privacy, e anche su quelle regole di legalità e controllo che sono alla base di qualsiasi sistema basato sul rispetto delle libertà civili. Il «Patriot Act » assomiglia un po’ troppo alla copertura legale di uno schmittiano «stato di eccezione » permanente. In fondo, il problema non è molto diverso da quello emerso con Guantanamo, Abu Graib, la tortura dei terroristi (o sospettati tali).

Gli americani danno alla privacy, alla «libertà negativa » di Isaiah Berlin, un’importanza molto maggiore di quella riservatale in altre culture, come ad esempio la nostra, ma il problema potrà solo essere affrontato e messo sotto controllo, se non risolto, solo dall’esercizio della «libertà positiva », da quella politica che comporta l’azione dei cittadini, il ruolo della Costituzione e delle leggi, i checks and balances che sono l’essenza del pluralismo.

Snowden – il dissidente libertario – ha dato un potente allarme. Qualcuno dovrebbe ora farsi carico del problema con chiarezza intellettuale e coraggio politico.

Ma non sarà certo facile.


Letto 4563 volte.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart