Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Cinque articoli

24 Marzo 2012

L’anno di Draghi
di Claudio Lindner per “l’Espresso”
(da ‚ÄúDagospia‚ÄĚ, 24 marzo 2012)

L’8 marzo √® diventato “Mr. Frankfurt” e ha firmato il librone d’oro degli ospiti Vip della citt√†. La photo opportunity apparsa sul circuito interno della Banca centrale europea ritrae Mario Draghi nel salone del palazzo municipale R√∂mer (romano, come lui), pronto a vergare il tomo storico inaugurato nel 1904 dal Kaiser Guglielmo II. Ricorda le piccole notizie di campanile, roba da pagine locali o da Cral aziendale. Ma, visti i tempi che corrono nella Bce, assume un sapore diverso. In piedi, alle sue spalle, sorride infatti il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann. S√¨, proprio lui, il “rivale”.
Uno dei pochi che nelle ultime settimane ha spezzato il coro unanime di consensi, pressoch√© planetario, che circonda Draghi per le mosse anti-crisi avviate a partire da dicembre attraverso la riduzione dei tassi di interesse, in due tappe, e due maxi finanziamenti agevolati al sistema bancario europeo, all’1 per cento e per tre anni. Il primo dei due rifinanziamenti, che tanto scandalo hanno creato tra i tedeschi della Bundesbank, √® partito il 22 dicembre per un totale di 489 miliardi e ha riguardato 523 banche.

Il secondo ha spiccato il volo il primo marzo. Totale quasi 530 miliardi, banche in fila circa 800, quandi anche istituti minori, locali, che dovrebbero aver distribuito quattrini a famiglie e imprese, si fa notare alla Bce. Comunque, quattro passi decisi e coraggiosi quelli suggeriti da Draghi, che hanno creato una certa qual baruffa. Weidmann ha pi√Ļ volte esplicitato il suo dissenso, con il sostegno diretto o indiretto della stampa tedesca.
Una sua lettera personale a Draghi, nella quale sottolineava i rischi di queste operazioni sia in termini di aumento dell’inflazione sia di stabilit√† del sistema bancario nei paesi deboli e, a cascata, per la stessa Bundesbank, √® finita sul quotidiano “Frankfurter Allgemeine” suscitando non poche polemiche. Ha sorpreso molti il fatto, inusuale in Germania, che un documento privato e riservato venga pubblicato da un giornale. Chi √® stato, chi ha compiuto l’azzardo?
E tra i due c’√® ormai una frattura insanabile? La foto di cui sopra sembra attestare un disgelo. E cos√¨ le dichiarazioni pubbliche. Nessuna rottura, i nostri rapporti personali e professionali sono molto buoni, andiamo d’accordo e ci rispettiamo a vicenda – ha dichiarato la settimana scorsa il banchiere tedesco – per√≤ non mi sento isolato all’interno del consiglio direttivo della Bce.
Anche Draghi tende a smorzare le differenze. Nessuno nega che ci possano essere dei rischi nelle due operazioni di liquidità Рè la sua posizione, spiegata da chi gli sta vicino Рogni volta che si usa una medicina potente, si sa che essa può comportare effetti collaterali pesanti. Nella sostanza ci sarebbe una differenza di enfasi sui tempi e sulle conseguenze.
A soffiare sul fuoco della disputa ai vertici della Eurotower c’√® ad esempio il settimanale “Spiegel”, che ha dedicato un’ampia inchiesta all’argomento titolandola “Lo strappo”. L’accusa principale: lui che √® stato in Goldman Sachs vuole coprire i problemi delle grandi banche soprattutto del Sud Europa. In un altro editoriale dello stesso giornale Draghi viene etichettato Mister Bolla. Il paradosso √® che furono gli stessi giornali tedeschi a salutare il suo arrivo, il primo novembre dello scorso anno, con un plauso generalizzato e affermazioni del genere: da Roma arriva un banchiere “piuttosto tedesco”, addirittura “proprio prussiano”.

Un atteggiamento vagamente schizofrenico che nasconde la paura dei tedeschi verso l’instabilit√† economica e l’inflazione (per ora in realt√† sotto controllo a livello europeo) e il fastidio di dover pagare pasticci altrui (leggi i conti truccati in Grecia). In realt√† il giudizio nei confronti di Draghi resta immutato nel governo di Berlino.
La stessa cancelliera Angela Merkel ha detto, al termine del vertice italo-tedesco tenutosi a Roma il 13 marzo, che Draghi ha fatto un buon lavoro. L’austera cancelliera, parecchio attratta dall’idea di stilare pagelle, ha promosso i due Mario (Monti e Draghi), spinta in cuor suo anche dal confronto con l’italiano del governo passato.
D’altronde, la mossa giocata dalla Bce non poteva essere diversa. La posizione di Draghi √® nota: si era a un passo da un credit crunch catastrofico, il mercato interbancario non funzionava e quello obbligazionario era totalmente bloccato, mentre nel primo trimestre 2012 venivano a scadenza 230 miliardi di obbligazioni bancarie. E ancora: la massa monetaria M3 scendeva da tre mesi consecutivi.
Lo stesso Draghi ha ripetuto in pi√Ļ occasioni che le due operazioni di liquidit√† per un totale netto di 520 miliardi (non mille miliardi perch√© vanno tolti alcuni rimborsi di prestiti da parte delle banche) sono state un successo. E non gli si pu√≤ dar torto a giudicare dall’andamento dei mercati negli ultimi due mesi. Le Borse sono frizzanti e viaggiano attorno ai massimi (vedi il grafico di quella italiana a pagina 138), il mercato interbancario si sta riprendendo e quello obbligazionario pure (nei primi due mesi 2012 si √® registrato lo stesso numero di emissioni degli ultimi sei mesi 2011). Ai piani alti della Bce si fa in particolare notare che stanno tornando nell’eurozona anche gli operatori dei grossi fondi americani. Fiducia ritrovata nell’euro, dunque.
Le relazioni a tratti turbolente con i tedeschi non sembrano influenzare il presidente. Che va avanti per la sua strada. Dando un’impronta molto precisa. Un recente ritratto dell’agenzia Reuters, peraltro arricchito dagli aneddoti di chi gli sta attorno, racconta di uno stile di governo pi√Ļ collegiale e meno accentratore rispetto al predecessore. Meno presenzialismo.
“Perch√© devo andare a Davos?”, avrebbe domandato allo staff che gli sottoponeva l’agenda di gennaio. Jean-Claude Trichet era solito stazionare in Svizzera per tutto il periodo del World economic forum. Lui, alla fine, √® andato solo per un giorno. E poi pi√Ļ deleghe ai collaboratori e gestione sciolta.

Prende decisioni dopo aver consultato gli altri per email. Anche su fatti importanti si scambia messaggi via Blackberry con il tedesco del consiglio direttivo Jorg Asmussen, gi√† sottosegretario alle Finanze e considerato una “colomba”. Non disdegna i weekend a Francoforte, girando con la moglie per mostre e musei, e una partita a golf.
La foto-ricordo che spicca nel suo studio al 35esimo piano √® quella con Carlo Azeglio Ciampi e l’ex presidente della Bundesbank, Hans Tietmeyer, all’epoca della corsa italiana verso l’euro. Ma non manca lo scatto di Pittsburgh con Barack e Michelle Obama. E un altro ancora con il presidente Giorgio Napolitano. Draghi √® soddisfatto e si vede. Ha ripetuto negli ultimi giorni l’orgoglio per le principali decisioni prese finora, il loro successo. Ha fatto notare che solo una volta non c’√® stata unanimit√† in Consiglio, quando i tedeschi hanno votato contro il secondo ribasso dei tassi di interesse (oggi all’1 per cento).
La sortita pi√Ļ recente del duellante Weidmann √® quella sulla cosiddetta exit strategy. In sostanza, come uscire dal percorso avviato non senza rischi e quindi “tirar su” la liquidit√† creata? Draghi conferma che occorre certamente elaborare una strategia, ma i tempi per la sua attuazione non sono immediati. Sar√† forse questo il tormentone dei prossimi mesi, almeno da parte Bundesbank.
A preoccupare piuttosto il banchiere italiano √® l’urgenza di interventi e riforme serie da parte dei paesi euro, perch√© “la Bce non si pu√≤ sostituire ai governi nazionali”, come ha ribadito a una recente conferenza a Parigi. La situazione in Grecia √® “relativamente risolta”, anche se resta molto elevata l’incognita sull’esito delle prossime elezioni. L’accordo europeo sul Fiscal compact, quello che chiede misure pi√Ļ stringenti sui conti pubblici, √® stato un passo importante soprattutto dal punto di vista politico: viene sancita una cessione sia pur limitata di sovranit√† nazionale e pu√≤ essere una prima tappa verso un’unione fiscale che si verificher√† tra dieci o quindici anni.

I paesi hanno addirittura accettato di inserire nella Costituzione i vincoli di bilancio. Ma non basta. Il problema √® ora stimolare la crescita nell’area euro. L’attivit√† economica si sta stabilizzando su livelli bassi, il 2012 sar√† lento, anche se sar√† meno peggio del previsto. Il 2013 andr√† meglio (vedi la tabella qui sotto), in un clima globale che si √® fatto pi√Ļ ottimista a giudicare dall’ultima copertina dell'”Economist” (“Pu√≤ esserci…una ripresa?!!”). In Italia le stime svelano in realt√† una tendenza recessiva pi√Ļ marcata soprattutto per quest’anno.
Se √® vero che le Borse anticipano i trend dell’economia reale, c’√® da ben sperare. Non bisogna per√≤ illudersi e lavorare sulle riforme. Anzi, a giudizio di Draghi, dovrebbe esserci una disciplina collettiva e comunitaria per dare un maggiore contributo alla crescita europea, una comune governance ai fini di un controllo delle riforme avviate dai diversi paesi. In sostanza, la Commissione Ue dovrebbe non solo occuparsi dei bilanci pubblici, ma far anche rispettare le riforme via via annunciate dai paesi euro.
Un pilastro è il completamento del mercato unico europeo, realizzato sulla finanza ma che dovrebbe allargarsi ai prodotti e ai servizi. Draghi, a questo proposito, invita a leggere il rapporto che preparò Mario Monti pochi mesi prima di essere chiamato da Napolitano a Palazzo Chigi: sembra un programma di governo.
Nostalgie dell’Italia non se ne colgono. Da quando si √® trasferito a Francoforte Draghi ha accuratamente evitato ogni commento o riferimento alla situazione politica ed economica italiana, come tradizione per un banchiere centrale europeo che non entra mai nel dettaglio delle politiche dei diversi paesi.

Ha assunto l’incarico due settimane prima di Monti (come premier) in una straordinaria congiunzione astrale che ha fatto svoltare l’immagine e la reputazione dell’Italia all’estero. Il termometro del radicale cambiamento √® quello ormai un po’ abusato del differenziale tra i Btp e i titoli di Stato tedeschi, lo spread di cui tutti parlano come fosse un parente in famiglia. E che √® sceso sotto quota 300 punti (278 il 19 marzo). Scavalcando al ribasso lo spread tra gli stessi bund e i bonos spagnoli. L’indice Ftse Mib della Borsa milanese ha guadagnato dal primo novembre a oggi quasi il 15 per cento, ma il tedesco Dax quasi il 23 per cento (non dovrebbero dunque lamentarsi i tedeschi…).
Se il merito del piccolo sprint dei mercati in Italia vada a questo punto pi√Ļ attribuito a Monti, per la sua manovra economica e l’impegno sul piano Cresci-Italia, o a Draghi, per il fatto che ha allentato la morsa del credito consentendo peraltro alle banche dell’eurozona di acquistare titoli di Stato, √® un dilemma che tocca agli economisti sciogliere. √ą comunque un derby spettacolare. E al quale √® un piacere assistere.


Hanno scherzato, finirà alle calende greche
di Vittorio Feltri
(dal ‚ÄúGiornale‚ÄĚ, 24 marzo 2012)

Il fatto che il governo non intenda ricorrere al decreto per accelerare l’approvazione della riforma in materia di lavoro (articolo 18, per capirci) non √® un bel segnale. Sul piano formale non mancano giustifica ¬≠zioni: non esistono i necessari caratteri d’urgenza ed √® comunque opportuno che una legge come questa, tanto soffer ¬≠ta, venga discussa in Parlamento.

Si dice che la te si sia di Giorgio Napoli ¬≠tano, e non stentiamo a crederlo. In pra ¬≠tica, per√≤, la rinuncia al decreto, la cui prerogativa √® la velocit√†, insinua il so ¬≠spetto che si punti a tirarla per le lunghe allo scopo di placare le acque nella sini ¬≠stra, dove non tutti sono d’accordo con le proposte del ministro Elsa Fornero. La quale, peraltro, si √® mostrata molto decisa nella salvaguardia del proprio operato: o si fa cos√¨ o si va a casa, nel sen ¬≠so che l’esecutivo √® pronto a farsi abbat ¬≠tere, non a rimangiarsi quanto ha predi ¬≠sposto.

Il capo dello Stato è stretto fra due fuo ­chi: teme il siluramento del governo e teme di scontentare, mettendolo in dif ­ficoltà, il Pd, cioè il partito dal quale egli proviene. Il vero motivo quindi per cui il presidente della Repubblica si sareb ­be espresso negativamente circa il ri ­corso al decreto è, probabilmente, que ­sto. Molto meglio, dal suo punto di vi ­sta, procedere coi piedi di piombo.

Ma attenzione. Scegliere l’iter parla ¬≠mentare significa andare incontro al pe ¬≠ricolo che il provvedimento si perda nel ¬≠le nebbie delle Camere, venga annac ¬≠quato da emendamenti e si snaturi. √ą successo tante volte, a maggior ragione potrebbe succedere con l’articolo18, atorto considerato dagli ex comunisti l’ultima spiaggia per difendere i presun ¬≠ti interessi dei loro elettori estremisti, quelli legati a Fiom e Cgil. Nel qual caso i professori ne uscirebbero con le ossa rotte e la reputazio ¬≠ne a pezzi. Da quando si sono inse ¬≠diati hanno sempre adottato la for ¬≠mula del decreto per non sprecare tempo; e hanno chiesto e ottenuto la fiducia in 11 circostanze. Napoli ¬≠tano non ha mai storto il naso e non ha negato il via libera. Perch√© ora pone un veto? Evidentemente la nostra analisi √® corretta.

Diremo di pi√Ļ. Perfino la rifor ¬≠ma delle pensioni, che pure non aveva i requisiti dell’urgenza, fu fatta passare per decreto e conia fi ¬≠ducia. D’altronde chi stabilisce se una cosa √® urgente o no? Afferma ¬≠re che l’abolizione dell’articolo 18 pu√≤ aspettare, mentre la riduzio ¬≠ne dei costi previdenziali andava fatta subito, funziona solo quale pretesto per compiacere Pier Lui ¬≠gi Bersani. Appare chiaro a tutti: siamo di fronte alla prevalenza del ¬≠le questioni di bassa politica sul ¬≠l’esigenza vitale di modernizzare il Paese e favorirne la ripresa eco ¬≠nomica.

Non siamo nati ieri. E ribadiamo che se si è governato fin qui con 11 decreti, si può continuare a gover ­nare col dodicesimo. Si tratta di for ­nire la prova agli italiani che i tecni ­ci sono tecnici e non si piegano alle miserie della politica politicante. Diversamente, la gente si convin ­cerà di essere caduta dalla padella nella brace. Se decreto non sarà, si tratterà quasi certamente di truffa: perché, con 90 probabilità su 100, la riforma del lavoro verrà insab ­biata. Contanti saluti alla credibili ­tà di bocconiani e affini.


Il premier ombra Napolitano getta la maschera
di Maria G. Maglie
(da ‚ÄúLibero‚ÄĚ, 24 marzo 2012)

Ma chi √® il presidente del Consiglio? Sta a Palazzo Chigi o saldamente al Quirinale? Dalla cronaca di ie ¬≠ri sul disastrato articolo 18 e il resto che ci gira intor ¬≠no, riforma zoppa, finita a disegno di legge, ovvero a mai finire, meglio a finire nelle fauci di Maurizio Landini, segretario della Fiom, apprendiamo che il Consiglio dei Ministri ha approvato, ¬ęsalvo intese ¬Ľ, il disegno di legge di rifor ¬≠ma del mercato del lavoro, e che la formula ¬ęsalvo in ¬≠tese ¬Ľ pare sia stata consi ¬≠gliata a Mario Monti dal presidente della Repubbli ¬≠ca Giorgio Napolitano nel ¬≠la speranza di stemperare le tensioni delle ultime ore. Tensioni che comunque al capo dello Sta ¬≠to appaiono eccessive. ¬ęNon credo che noi stiamo per aprire le porte a una valanga di licenziamenti facili sulla base dell’articolo 18 anche per ¬≠ch√© bisogna sapere a che cosa si ri ¬≠ferisce l’articolo 18 ¬Ľ, ha detto il pre ¬≠sidente.

Noi chi? Noi che dal Colle sappia ¬≠mo come rassicurare i democratici, prendere ancora tempo, natural ¬≠mente con la complicit√† del Pdl, ba ¬≠sta leggere la dichiarazione del pre ¬≠sidente del Senato, Renato Schifani, che si preoccupa che la riforma ven ¬≠ga approvata ¬ęentro l’estate ¬Ľ, dun ¬≠que con tutto comodo, o sentire le frasi rassicuranti del segretario An ¬≠gelino Alfano sull’equilibrio rag ¬≠giunto, quando di raggiunto c’√® solo il tradimento della flessibilit√† della riforma Biagi.

RASSICURANTE

¬ęNoi ¬Ľ ha rassicurato tutti, calmato la tensione, consentito al presidente ufficiale del Consiglio di partire per la missione in Cina a caccia di investitori raccontando e raccontandosi che la riforma √® approvata.

¬ęNoi ¬Ľ purtroppo su una cosa tace, e invece dovrebbe tuonare, ovvero sulla sorte dei due mar√≤ illegalmen ¬≠te detenuti in India. Per il resto vai con la moral suasion, come la defi ¬≠nisce Repubblica raccontando le tappe di un lavorone: vedi Monti, senti Bersani, parla con Casini, manda a dire ai vertici del Pdl, bloc ¬≠ca il decreto urgente, fatti mandare il materiale sul sistema tedesco, ricor ¬≠da le battaglie storiche del sindaca ¬≠to, non dimenticare le sconfitte sulla scala mobile, avvisala Camusso che sei addolorato e almeno di prendere le distanze da Diliberto e dalla ma ¬≠glietta della sua fan, spiega di nuovo a Monti che la rigidit√† √® inopportu ¬≠na.

Una faticaccia, specialmente in una Repubblica che presidenziale non dovrebbe essere, o no? Anche perch√© perfino il super presidente del Consiglio che siede al Quirinale pu√≤ poco con il peccato originale del “suo” Pd, ex Ds, Pds, gi√† Pci, ov ¬≠vero con la storica mancanza di vo ¬≠lont√† riformatrice di un partito che socialdemocratico non si √® fatto mai, campione di cosmetica, oggi ufficialmente corresponsabile del governo tecnocratico, eppure anco ¬≠ra e sempre nelle grinfie della Cgil, che a sua volta √® controllata dalla Fiom, e tutti assieme la buttano in sciopero.

Si pu√≤ serenamente affermare che il commissariamento della politica italiana ad opera del capo dello Sta ¬≠to, per mezzo di un’√©lite di “tecnici” e alti funzionari, commissariamento motivato con ragioni di “emergenza nazionale”, √® arrivato al suo mo ¬≠mento pi√Ļ alto e perci√≤ che √® inco ¬≠minciata la sua crisi. La maggioran ¬≠za che ha votato la fiducia al gover ¬≠no unisce, √® vero, le forze maggiori delle precedenti maggioranza e op ¬≠posizione, ma non ha nulla in co ¬≠mune con una coalizione di larghe intese, con un governo di transizio ¬≠ne nato da un patto stipulato tra i principali partiti uniti dalla consa ¬≠pevolezza di una fase eccezionale da affrontare.

L’AVESSE DETTO COSSIGA…

N√© vale ripetersi che gli articoli della Costituzione repubblicana sul ruolo del Capo dello Stato sono estremamente vaghi, tanto √® vero che abbiamo avuto presidenti della Repubblica notarili ed altri interven ¬≠tisti. Con la formazione dell’attuale esecutivo e con la sua azione quo ¬≠tidiana, siamo al punto estremo di incompatibilit√† tra il protagonismo politico rivendicato e attuato dal Quirinale e l’assetto parlamentarista pensato per la democrazia dai padri costituenti.

Nessuno scandalo,la Costituzio ¬≠ne avrebbe bisogno di svecchia ¬≠mento in molte parti, il semipresi ¬≠denzialismo alla francese ha le sue virt√Ļ, ma in Francia il presidente lo eleggono i cittadini, Napolitano fu designato da una parte del Parla ¬≠mento, con fatica. Provate a imma ¬≠ginarvi che finimondo sarebbe suc ¬≠cesso se quel ¬ęnoi ¬Ľ lo avesse pro ¬≠nunciato il povero Francesco Cossi ¬≠ga, uno che di certo il Paese non lo avrebbe voluto mai nelle mani di √©li ¬≠te oligarchico-tecnocratiche, anche se i difetti dei partiti li conosceva fin troppo bene.


Super Mario bluff
di Maurizio Belpietro
(da ‚ÄúLibero‚ÄĚ, 24 marzo 2012)

Una volta c’era il governo di larghe intese, da ieri invece c’√® il governo ¬ęsalvo intese ¬Ľ. Un consiglio dei ministri che fa le leggi, ma si dice pronto a cambiarle su gentile richie ¬≠sta. Che vara la riforma dell’articolo 18, ma contempora ¬≠neamente √® disposto ad affondarla. Un esecutivo tec ¬≠nico che se c’√® da decidere, decide temporeggiando. Se c’√® da fare, fa ma poi ci ripensa.

Ai giornali era tanto piaciuto Mario Monti quando nei giorni scorsi aveva preso per il bavero Susanna Camusso e le aveva detto che era ora di finirla di menare il can per l’aia. La riforma del lavoro s’aveva da fare e si sarebbe fatta. Tempo scaduto, avevano titolato tutti i quotidiani. Sipario su un’epoca, avevano commentato gli esperti. La concertazione √® finita, andate in pace, era stato il giudizio degli edito ¬≠rialisti. Il presidente del Consiglio aveva dimostrato un piglio decisionista tale da mandare i sostenitori in sollu ¬≠chero. L’entusiasmo aveva prevalso sui contenuti della legge, la quale non solo non c’era e perci√≤ era stata tra ¬≠mandata per via orale, ma al primo impatto sembrava molto diversa da quella annunciata. Dal provvedimento erga omnes erano esclusi gli statali ma inclusi i dipen ¬≠denti delle piccole imprese artigiane. Invece di risolvere i licenziamenti rapidamente, con un accordo tra le parti, era richiesto di sottoporsi a una via crucis in tribunale. Per man ¬≠dare a casa un dipendente inoltre toccava sborsare una montagna di quattrini. E per finire non c’era neppure la certezza che su ¬≠perati gli ostacoli il fannullone fosse allon ¬≠tanato. Lacune per√≤ liquidate in articoli a margine, mentre le prime pagine erano conquistate da giudizi favorevoli sul tem ¬≠pismo del premier.

Monti era a questo punto pronto a de ¬≠collare verso le capitali mondiali per pro ¬≠pagandare il risultato raggiunto, ma ecco scoppiare il patatrac. Dopo quella pianta ¬≠grane della capa tosta della Cgil, a lamentarsi per la riforma dell’articolo 18 hanno cominciato i vescovi, quindi l’arcangelo Raffaele della Cisl e a ruota √® arrivato il Pd. Subissato dalle proteste degli iscritti, Pier Luigi Bersani che era pronto a dare il suo assenso alle nuove regole del mercato del lavoro si √® ricordato di essere il leader del pi√Ļ grande partito della sinistra ed √® torna ¬≠to a sventolare la bandiera rossa, minac ¬≠ciando di dissotterrare l’ascia di guerra. In ¬≠somma, al governo dei duri (ma appena appena) sono cominciate a tremar un po’ le gambe.

Di questo passo invece che arrivare alla fine della legislatura si arriva al capolinea, si devono essere detti i ministri. Neanche l’intervento del capo dello Stato, che poi √® anche il super capo del governo e presi ¬≠dente ad interim del Pd, √® riuscito a riporta ¬≠re gli animi tranquilli, tanto che nel Partito democratico √® iniziata a girare l’idea di vo ¬≠tare contro la legge. Perci√≤ il governo dell’avanti tutta ha fatto indietro tutta. Il te ¬≠sto prendere o lasciare, √® diventato pren ¬≠dere e cambiare. Nell’approvare la riforma sono spuntate appunto le due paroline: salvo intese. Una formula che si dice sia stata partorita direttamente dagli uffici del Quirinale, i quali non sapevano in che altro modo uscire dall’impasse di un provvedi ¬≠mento di legge non ancora approvato ma gi√† impallinato.

Dunque da ieri si pu√≤ licenziare salvo in ¬≠tese. Si pu√≤ decidere di non reintegrare un lavoratore ma salvo intese. E anche l’in ¬≠dennizzo √® salvo intese. Nella storia della Repubblica ci √® capitato di ascoltare for ¬≠mule di ogni tipo, anche le pi√Ļ bizzarre co ¬≠me le famose convergenze parallele. Ma un governo che presentasse una legge e al momento di votarla si dichiarasse disponi ¬≠bile a modificarla, questo no, non ci era an ¬≠cora accaduto.

Ovviamente, essendo uomini di mondo, ne conosciamo le ragioni. Non potendo varare un testo definitivo a causa della con ¬≠trariet√† di una parte della maggioranza che lo sostiene e non potendo per√≤ neppure presentarsi a mani vuote di fronte ai par ¬≠tner esteri, l’esecutivo ha escogitato la scappatoia: la legge approvata per essere subito dopo cambiata. Una innovazione adatta ai tecnici, gente di studio che non bada ai compromessi della politica ma va al sodo, cio√® all’interesse del Paese. E spro ¬≠posito di quest’ultimo, ma siamo sicuri che alla fine, dopo tutti i rimaneggiamenti, la norma che ne uscir√† servir√† davvero a innovare il mercato del lavoro, rendendolo pi√Ļ flessibile e dunque pi√Ļ ampio? Gi√† la ri ¬≠forma ci pareva mal riuscita, con le modifi ¬≠che che verranno apportate dal Parlamen ¬≠to non osiamo immaginare. Purtroppo non ci resta che sperare nel governo dei du ¬≠ri e nel suo presidente. Supermario bluff.


No, Aldo Moro non fu per nulla un vero statista
di Mario Cervi
(Dal ‚ÄúGiornale‚ÄĚ, 24 marzo 2012)

Egregio Dott. Cervi, nella ricorrenza del rapimento dell’On. Aldo Moro √® stata ricordata l’opera dello sfor ¬≠tunato leader democristiano. Se ne sono esaltate l’in ¬≠telligenza politica e l’altissima statura morale. Molti lo hanno chiamato ¬ęstatista ¬Ľ ed √® su questo termine che nutro alcuni dubbi; non ricordo cosa l’On. Aldo Moro abbia lasciato alle generazioni future (Monta ¬≠nelli lo chiamava ¬ęuomo di Sinedrio ¬Ľ), ma le lettere che scrisse dalla prigionia non credo appartengano al repertorio di uno statista. Immagino l’obiezione: la cattivit√† fiacca lo spirito e indebolisce la volont√†. Sar√† anche cos√¨. Ma io sono cresciuto nel mito di Luigi Du ¬≠rand De La Penne, che ho conosciuto personalmente, e sono stato allievo della M.O.V.M. Luigi Ferraro e pos ¬≠so garantirle che nessuno di loro avrebbe mai scritto quelle lettere.

Elio Lamagna
e-mail

Caro Lamagna,

Aldo Moro fu la quintessenza del modo di far politica nell’Italia della prima repubblica, e nella Dc che di quel ¬≠la prima repubblica fu il partito guida. Forse Moro ebbe davvero il disegno politico che postumamente gli fu at ¬≠tribuito, quello cio√® di rendere operante e permanente una collaborazione, se non proprio un’alleanza, trala Democrazia Cristianae il Pci. Se quello fu davvero il suo intento – derivante dalla sfiducia nel futuro delle coali ¬≠zioni anticomuniste – bisogna dire che era politicamen ¬≠te e storicamente sbagliato. Moro non intravedeva ci√≤ che qualche acuto osservatore diagnostic√≤ gi√† allora, ossia l’arretratezza e in sostanza la vulnerabilit√† del ¬≠l’Urss, colosso militare e nano economico. Dopo pochi anni l’Impero rosso cadde, ma Moro – con lui, intendia ¬≠moci, una folla d’altri politici e politologi – non l’aveva capito. Se la caratteristica d’uno statista – cito Bismarck – non √® quella di fare la storia, impresa superiore alle ca ¬≠pacit√† umane, ma √® quella d’afferrare un lembo del mantello della storia quando ti fruscia vicino, Moro non fu uno statista. Tra le sue doti la maggiore forse era l’incomprensibilit√†. Nei suoi discorsi di quattro o cinque ore si poteva trovare tutto e il contrario di tutto. Fu il migliore, per altezza divisione e di linguaggio, trai culto ¬≠ri del bizantinismo estenuante che in quella stagione abbondarono.

Per le lettere che Moro scrisse dalla prigionia, √® impor ¬≠tante che ciascuno di noi si chieda – come lei accenna ¬≠cosa avrebbe fatto in analoghe circostanze. I Durand DeLa Pennenon sono merce che abbonda, n√© in Italia n√© fuori d’Italia. Cos√¨ come non abbondarono, nel Risor ¬≠gimento, quelli come Amatore Sciesa il quale, portato davanti alla sua casa milanese con la promessa di aver salva la vita se avesse fatto i nomi dei suoi complici nella resistenza agli austriaci, pronunci√≤ – ma forse √® leggen ¬≠da – il bellissimo e commovente ¬ęTiremm innanz ¬Ľ. Non √® proprio il caso d’imputare a Moro le debolezze che eb ¬≠be quando si trovava nelle mani dei carnefici. O piutto ¬≠sto c’√® un particolare, in quelle sterminate implorazio ¬≠ni, che mi mette a disagio. Non risulta mai che Moro si sia chiesto – ameno che sia stato censurato dagli assassi ¬≠ni – cosa ne fosse stato dei cinque uomini della sua scor ¬≠ta. Era angosciato per la sua salvezza personale, e lo si capisce. Ma, in base a quelle lettere, solo per la sua.


Letto 1369 volte.
ÔĽŅ

Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart