Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

CINEMA: I film visti da Franco Pecori

24 Marzo 2012

[Franco Pecori dal 1969 ha esercitato la critica cinematografica – per Filmcritica, Bianco & Nero, La Rivista del Cinematografo e per il Paese Sera. È autore, tra l’altro, di due monografie, Federico Fellini e Vittorio De Sica (La Nuova Italia, 1974 e 1980). Nel 1975, ha presentato alla Mostra di Venezia la Personale di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet; e alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro, con Maurizio Grande, una ricerca su Neorealismo: istituzioni e procedimenti (cfr. Lino Miccichè, Il Neorealismo cinematografico italiano, Marsilio). Dal 2002, ha tenuto per 4 anni, sul Televideo Rai, la rubrica settimanale Film visti da Franco Pecori. Noto anche come poeta, Pecori può vantare la stima di Franco Fortini]

Magnifica presenza

Magnifica presenza
Ferzan í–zpetek, 2012
Fotografia Maurizio Calvesi
Elio Germano, Paola Minaccioni, Beppe Fiorello, Margherita Buy, Vittoria Puccini, Cem Yilmaz, Claudia Potenza, Andrea Bosca, Ambrogio Maestri, Matteo Savino, Alessandro Roja, Gea Martire, Monica Nappo, Bianca Nappi, Girogio Marchesi, Gianluca Gori, Platinette, Massimiliano Gallo, Anna Proclemer, Eleonora Bolla.

Finzione e realtà, trucco e memoria. Per una legge interna all’immaginario collettivo, fantasmi di un passato non ancora risolto (l’Italia di Garibaldi e del fascismo) si proiettano dalla storia  sulla vita personale di Pietro (Elio Germano), giovane siciliano spintosi a Roma sognando di fare l’attore a teatro. Pietro è un giovane sensibile e spiritoso, le sue “antenne” sono pronte a ricevere segnali e messaggi di ogni tipo, anche nella sfera sessuale – «non riesco ad essere gay, figurati se riesco ad essere eterossesuale », confessa alla cugina Maria (Paola Minaccioni) –  e, al proprio interno, rimescolano immagini e fantasie in un discorso informale che man mano tende a strutturarsi sul filo di una logica disponibile, di una pratica aperta alle sorprese della verità. Chiamato a sostenere provini, Pietro ci mostra subito – come approfittando della speciale elasticità del bravo Germano – il ventaglio di possibili combinazioni tra stereotipo espressivo e interpretazione singolare, già ben oltre la misera banalità della prova (siamo alla selezione per degli spot pubblicitari). E il primo contatto col mondo della “rappresentazione” è già compatibile con l’impatto “altro” che lo attende nella “nuova” casa romana, un appartamento d’epoca che il giovane, più che prendere in affitto, sembra accettare in eredità, col misterioso bagaglio di figure bloccate lì dentro in quelle stanze ormai da 70 anni. Sono i fantasmi di otto attori, tre donne e cinque uomini, di una compagnia teatrale, che vissero gli ultimi momenti nel 1943, quando la perfidia di una collega (Livia Morosini/Proclemer) cedevole all’occupazione nazista li costrinse a rintanarsi appunto in quella casa dove poi morirono per il cattivo funzionamento d’una stufa. Dal momento in cui i fantasmi si materializzano, la casa di Pietro si evolve in luogo interiore e il carattere metaforico si rafforza fino a sconfinare nell’intrigo misto di psicologia e cultura socio-politica. Tanto che l’interpretabilità dei rimandi si complica nel rischio di una predominanza a stento contenuta dalla misurata duttilità dell’interprete principale. Un rischio il cui confine ultimo è proprio nelle parole “finali” della Morosini – «Solo l’Arte sopravvive » – tutt’altro che risolutive rispetto alla drammatica dialettica della storia. Tra l’altro, la stessa storia viene depauperata a tratti in improvvisi flash comizieschi che sfregiano il quadro dignitosamente barocco con tagli da equanime dibattito televisivo. La non uniformità stilistica si manifesta anche sul piano squisitamente espressivo, in certe fughe “felliniane”, della Roma in tram, della visita al “mostro” divinatorio (Platinette), del rapporto gay trasognato. E dato che il nono film di í–zpetek è così dichiaratamente metaforico – più ancora che i precedenti Le fate ignoranti, La finestra di fronte, Mine vaganti -,  il rischio è che la metafora resti comunque “sconfitta” – per così dire –  sul nascere, data l’essenza metaforica del cinema in sé. Problema che, del resto, si ripropone ogni volta alla domanda: “cosa ha voluto dire il regista”; e specialmente se il regista ha usato fantasmi visibili sullo schermo.

17 ragazze

17 filles
Delphine e Muriel Coulin, 2011
Fotogrefia Jean-Louis Vialard
Louise Grinberg, Juliette Darche, Roxane Duran, Esther Garrel, Yara Pilartz, Solène Rigot, Moémie Lvovsky, Florence Thomassin, Carlo Brandt, Frédéric Noaille, Arthur Verret.
Cannes 2011, Semaine de la critique. Torino 2011, concorso.

A Lorient, cittadina francese sulle coste dell’Atlantico, tira aria di ribellione giovanile/femminile. E’ accaduto nel 2008 ma va bene anche oggi, almeno lo credono le sorelle Coulin, registe provenienti dai corti e al loro primo lungometraggio. Delphine ha già scritto alcuni romanzi, Muriel è stata assistente di Kieslowski, di Malle e di Kaurismäki. Il film racconta di un episodio di cronaca che ha colpito la fantasia del pubblico e, passato sullo schermo, è stato ben accolto non solo nei festival. Un gruppo di liceali, annoiate e intelligenti, ma soprattutto sognatrici e vogliose di andare “incontro alla vita” perseguendo un’autonomia che non ritengono di avere nel contesto delle loro famiglie e della scuola, provano a restare incinte tutte insieme, non tanto perseguendo un’idea di collettivismo quanto per farsi compagnia e aiutarsi in un’impresa che sanno susciterà sorpresa e forse anche indignazione. Ancora una Gioventù bruciata dopo quella del film di Nicholas Ray? Verrebbe piuttosto da dire “Gioventù incinta”. Le due vicende non si somigliano e sono diverse anche le due figure-guida, Jim/James Dean nel 1955 e ora Camille/Louise Grinberg, ma il titolo originale di quel lontano “manifesto” dell’inquitudine che preannunciava la ribellione del decennio successivo ci suggerisce una possibile chiave di lettura per questo film delle due esordienti francesi: Rebel Without a Cause era il ragazzo dal giubbotto rosso e altrettanto apparentemente “immotivata” sembra l’iniziativa delle nuove ribelli. Camille fa da battistrada e coinvolge le amiche di più assidua compagnia, poi il giro si allarga fino a suscitare un problema piuttosto serio, nella scuola e nelle famiglie. A un certo punto, però, il film smette di progredire. L’effetto sorpresa iniziale sembra svanire anche nei personaggi e gli espedienti narrativi non riescono a coprire la debole consistenza del racconto. Subentra l’incubo del dibattito televisivo.  «Libere, felici e responsabili » si vogliono sentire le ragazze, ma è troppo evidente la sproporzione tra l’utopia sognata e il mezzo pratico per perseguirla. Forse sarà vero che «Il sogno delle ragazze non si può fermare », ma è anche vero che si possono fare film meno immaturi nell’approfondimento dei personaggi e nello sviluppo della sceneggiatura (scritta dalle stesse registe).

Non me lo dire

Non me lo dire
Vito Cea, 2012
Fotografia Antonello Emidi
Uccio De Santis, Nando Paone, Mia Benedetta, Aylin Prandi, Gianni Ciardo, Umberto Sardella, Antonella Genga, Annabella Giordano, Brando Rossi, Pino Fusco, Piero De Lucia, Giacinto Lucariello, Michele De Virgilio, Franco Paltera, Mario Fiorito, Mariolina De Fano.

Lello fa ridere, con lui il teatro “se ne cade”. La comicità di Lello Morgese è semplice, sono battute quasi barzellette “tratte dal vero” e riconoscibili nella vita dell’ambiente da cui sono attinte. Il tipo è dell’uomo simpatico e prestante, aspetto giovane e sorriso allusivo. Ma soprattutto la chiave dell’allegria è data dal ritmo, precisissimo e infallibile, la risata viene insieme allo scoppiare dell’applauso. Volgarità? Se ne può fare a meno, il divertimento scivola via sulle esperienze di tutti e giorni, rappresentate dai tipi che nei piccoli centri si incontrano all’angolo della strada. E’ la comicità dei grandi comici italiani dell’altro secolo, provenienti dal duro mestiere del varietà. Piccole compagnie, miseri budget, mangiare non sempre, girare il mondo in un camper, distanza massima una sessantina di chilometri. Varietà perduto e da recuperare con passione, magari con l’aiuto di strutture tecnologiche un tantino adeguate, per esempio un’emittente televisiva locale, attraverso cui rivolgersi a spettatori in sintonia con lo spirito regionale. La pugliese Telenorba, per esempio. In televisione, per alcuni anni, è stato il bravo Uccio De Santis a indossare i panni di Lello Morgese. Le sue barzellette sceneggiate sono arrivate fino alle antenne di Sky e adesso siamo al cinema. Le “belle giornate” e le “nubi” di Checco Zalone non c’entrano, il prodotto deve ancora maturare. Ma De Santis è simpatico e ha un impatto col pubblico di tipo “naturale”, senza troppe mediazioni. Vito Cea (il regista di Mudù,  di Barz e di Robinuccio,  i programmi che hanno segnato il successo televisivo di De Santis) ha il merito di non avere pretese, taglia e cuce senza perdere tempo e confeziona un pacco credibile. La storiellina del comico lasciato dalla moglie Silvia (Mia Benedetta) perché quasi sempre assente in famiglia non ha rilevanza, ma poco importa. E nemmeno facciamo troppo caso al sexy ingenuo dell’aspirante attrice (Aylin Prandi) che asfissia Lello senza riuscire a fargli “tradire” Silvia. Più attraenti sono le “spalle” del comico, Volume (Nando Paone), Salvavita (Umberto Sardella) e gli altri indispensabili per dare corpo alle barzellette e rendere verosimili le situazioni. La trovata di andare in giro per incontrare dal vivo il proprio pubblico e riacquistare la fiducia in sé dopo un momento di crisi comica tiene a stento il filo del racconto, ma è comunque sfiziosa la figura dello psicoanalista (Franco Paltera) che ordina la cura al comico in panne.

The Lady

The Lady
Luc Besson, 2011
Fotografia Thierry Arbogast
Michelle Yeoh, David Thewlis, William Hope, Sahajak Boonthanakit, Marian Yu, Nay Myo Thant, Dujdao Vadhanapakorn, Victoria Sanvalli.
Roma 2011, fc.

L’omaggio alla grande, profonda, contenuta, eroica sofferenza della Signora Aung San Suu Kyi per vincere la lotta a favore della democrazia nella sua patria e nella nazione Birmana ha portato Luc Besson lontano dalle precedenti figure femminili, la giovane punk del 1990 (Nikita), e l’intrepida eroina del 2010 (Adèle e l’enigma del faraone). La “Mandela al femminile”, detta anche “Orchidea d’acciaio”, conosciuta dal mondo per la ventennale detenzione domiciliare subita dal regime militare, è chiamata a reppresentare soprattutto la propria storia d’amore per il marito inglese Michael Aris (David Thewlis) e per i due figli, amore per la famiglia che non ha impedito alla donna di resistere al compromesso, aiutata dal Nobel per la Pace assegnatole nel 1991 – riconoscimento intermazionale ottenuto su pressioni diplomatiche che tenevano conto dei contrasti e degli equilibri “reali” tra gli emisferi politici occidentale e cinese. Il film, apertosi con una sequenza vagamente fiabesca alla “c’era una volta la Birmania” con le tigri a caccia di prede ed elefanti pascolanti nella jungla e con splendidi tramonti “liberi” e quasi invitanti al turismo, termina con una Lady “in gloria” che getta fiori ai monaci buddisti acclamanti dinanzi al suo cancello. L’oppressione dei militari è stata feroce e disumana, molto più delle violente e cieche azioni dei cowboys americani contro gli indiani del cinema western. Niente epopea con Besson, ma un’artistica rappresentazione rafforzativa della “storia vera” conosciuta da tutti. Molto bravi gli attori, specialmente Michelle Yeoh (Memorie di una geisha 2005,  Sunshine 2007), ma non da meno il suo partner britannico (Harry Potter e il prigioniero di Azkaban 2004,  Il bambino con il pigiama a righe 2008)  nel non facile compito di muoversi tra la comprensione amorevole per l’impegno della moglie e il proprio dramma personale, del cancro che gli è stato diagnosticato proprio mentre Suu si allontana da lui, presa dai problemi del suo popolo. Il regista non rinuncia all’attrazione emotiva e trascina a tratti lo spettatore sul filo della commozione.

Cosa piove dal cielo?

Un cuento chino
Sebastián Borensztein, 2011
Fotografia Rodrigo Pulpeiro
Ricardo Darí­n, Huang Sheng, Muriel Santa Ana.
Roma 2011, concorso:  Marc’Aurelio film, Premio del pubblico.

Una vita fatta di piccole precisioni e di grandi pulsioni, trattenute e sempre sul punto di esplodere. Le giornate di Roberto (Ricardo Darin) trascorrono monotone nella sua bottega di ferramenta, a Buenos Aires. «Non sono abituato a stare con gli altri », dice a chi – soprattutto Mari (Muriel Santa Ana), l’amica che spesso va a trovarlo sperando di essere corrisposta – tenta un rapporto vagamente “normale” con lui. Taciturno ed essenziale perfino nei movimenti, abitudinario al punto di spegnere la luce per dormire ogni sera aspettando che l’orologio segni le 23.00, Roberto sembra come bloccato da un’esperienza segreta. Non fa altro che ritagliare i vecchi quotidiani che il giornalaio gli porta regolarmente a pacchi: colleziona gli articoli che parlano dei fatti di cronaca più strani, curiosi e spesso drammatici e li “rivive” immedesimandosi di volta in volta nelle scene. Tuttavia Roberto ha un’umanità tutt’altro che arida, i rapporti con i fornitori (le viti e le altre piccole attrezzature) e con i clienti anche “esigenti” rivelano una sensibilità morale e una disposizione al dialogo, sia pure “implicito”. Quando l’accidente “strano” gli capita sul serio, mostrerà di saper stare al mondo. Gli capita, un giorno, di raccogliere dalla strada un giovane cinese scaricato bruscamente dal taxi proprio davanti ai suoi occhi. Il ragazzo non parla spagnolo e Roberto deve farsi capire a gesti. Vorrebbe liberarsi di lui al più presto e invece, non sa bene nemmeno come, se lo ritrova in casa, ospite inatteso. Da questo momento, proprio la difficoltà a comunicare sviluppa la necessità di risolvere la situazione pratica e, insieme, di sostanziare di un qualche sentimento l’ipotesi di una specie di nuova sopravvivenza. Il cinese è venuto in Argentina alla ricerca dello zio, unico parente rimasto ancora vivo, ma la vita in certi casi non è affatto semplice. L’argentino Sebastián Borensztein, al terzo lungometraggio, con alle spalle buone esperienze pubblicitarie e televisive, sembra usare la macchina da presa in modo molto tradizionale, si direbbe quasi all’antica, la “semplicità” e linearità delle sequenze lascia però anche trasparire uno spiccato senso dell’humor e una speciale capacità di osservazione. L’apporto di un grande attore come Ricardo Darin (Il segreto dei suoi occhi 2007,  XXY Uomini – donne o tutti e due? 2009)  diviene essenziale, per garantire comunque che il racconto non resti mai imbrigliato in un quadro tipologico, ma si apra a un respiro di vita “vissuta”. La radice di certe “stranezze” nel comportamento di Roberto la capiremo soltanto verso la fine e lo svelamento del  cuento chino  non farà che aumentare il divertimento. Lo stesso protagonista mostrerà di riappacificarsi con la vita, contento che il suo ospite cinese abbia finalmente risolto il suo problema.


Letto 2707 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart