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L’articolo di Facchinetti un esempio di coraggio

4 Luglio 2013

Sono pienamente d’accordo con l’articolo che ho letto stamani su L’Opinione, il quotidiano diretto da Arturo Diaconale, un giornalista che stimo.

Ma non è lui a firmarlo, bensì un suo collaboratore, Loris Facchinetti. Dice pane al pane e vino al vino, ossia che l’Italia è caduta in una dittatura di tipo talebano. Le varie caste, in primis la supercasta della magistratura, si spartiscono la torta Italia, a scapito dei soliti malcapitati impotenti, che sono i cittadini, i quali esistono solo perché devono contribuire a sostenere i privilegi che fanno delle caste (dette anche lobby) isole eternamente felici.

Vi si auspica una rivoluzione che le sopprima. E mi è venuta in mente la rivoluzione conclamata da Beppe Grillo in campagna elettorale.
Le ragioni di una rivoluzione quale quella auspicata da Facchinetti c’erano tutte. E perché allora sta fallendo?

Per una ragione semplice: Beppe Grillo non ha saputo scegliere i suoi rivoluzionari da mandare in parlamento. Una volta eletti, un consistente gruppo di costoro si è fatto accalappiare dal sistema e non ha resistito alla tentazione di godere dei privilegi assicurati al parlamentare. Altri stanno resistendo, ma molto indeboliti.

Dunque, quando si organizza una rivoluzione così importante, che entra negli ingranaggi del potere, la scelta degli uomini deve essere fondamentale. Occorre una determinazione ed una fede spartane, capaci di sostenere l’assalto del forte esercito castale insediato al potere, così come alle Termopili i circa 300 spartani resisterono all’immenso esercito persiano.
Uomini-soldato adusi alla fedeltà e alla lotta.

Non so se si ripresenterà una occasione simile, ma di certo chi vorrà mettersi a capo di una rivoluzione senza spargimento di sangue, ossia democratica, dovrà evitare di ripetere gli errori di Beppe Grillo: la scelta dei parlamentari da insediare nell’organo democraticamente più importante della nostra repubblica, il parlamento, dovrà essere rigorosa e indefettibile.

Ma intanto dobbiamo prendere atto del fallimento ed ammettere che la radiografia coraggiosa fatta da Facchinetti non fa una grinza. Questa è la dura realtà con cui dovranno fare i conti tutti coloro che vogliono cambiare il nostro Paese.

Tra le caste, veri gattopardi, quella che fa più paura, poiché meglio attrezzata nell’applicazione delle leggi, è senza dubbio la magistratura.
Come scrivono oggi Maurizio Belpietro e Franco Bechis (qui), essa, più che difendere la Costituzione, è in grado di bloccare talune non gradite decisioni del parlamento, cosicché il maggiore organo democratico, eletto direttamente dai cittadini, si trova più che ridimensionato circa i suoi poteri.

Oltre agli esempi portati da Bechis, non riuscirò mai a dimenticare la sentenza della consulta con cui, piegando la costituzione e in contraddizione con una sentenza precedente, è stata estesa la immunità del presidente della repubblica al di là dei confini in cui i padri costituenti la vollero circoscritta, ed oggi il capo dello Stato è, in buona sostanza, censurabile solo per alto tradimento e per attentato alla costituzione.

Mi verrebbe da dire che la deprecabile sentenza che porta il numero 1 del 2013, potrebbe proprio configurarsi come attentato alla costituzione. Ciò perché non è da escludere (è un’ipotesi, dunque) che la consulta abbia ceduto a pressioni esterne o dirette affinché il capo dello Stato fosse salvaguardato dalle intenzioni dei magistrati di Palermo di indagare sulle sue telefonate con Nicola Mancino, implicato nel processo della trattativa tra lo Stato e la mafia.

Questa ipotesi può essere sostenuta legittimamente ove si pensi alle libertà che sta prendendosi da qualche tempo Napolitano, oltrepassando i limiti che la costituzione ha fissato circa le sue competenze e le sue funzioni.
Lo ricorda qui Marco Travaglio.

Se andiamo alla precedente legislatura e consideriamo i silenzi di Napolitano nel caso delle continue esternazioni fuori ruolo del presidente della camera Gianfranco Fini, non è azzardato indicare in quel periodo l’inizio di una trasformazione della nostra repubblica con l’affermazione di nuovi poteri liberatisi dai limiti e dalle strettoie di una legislazione fin troppo ingombrante e limitativa rispetto alle ambizioni nate da una crisi politica e economica di proporzioni gigantesche, tali da facilitare una trasformazione in senso oligarchico pressoché silenziosa e inosservata.

Difficile al momento capire se i poteri siano effettivamente in mano alla magistratura o invece non si stiano concentrando intorno alla figura del presidente della Repubblica.

Gli ultimi avvenimenti, come la famosa sentenza n. 1/2013 e la diatriba sugli F-35,   hanno dimostrato che gli interessi della massima istituzione della republica trovano varco e accoglienza tanto nel modificare l’orientamento giurisprudenziale quanto nel ridisegnare le prerogative del parlamento, come evidenzia l’articolo di Marco Travaglio.
Non c’è, come si vede, da stare allegri.

Come non deve stare allegro Silvio Berlusconi, caduto nelle grinfie della magistratura, intenzionata ad eliminarlo dalla scena politica con provvedimenti a dir poco stravaganti ed eccessivi.

Oggi un suo ex avvocato, Gaetano Pecorella, prevede che, se le condanne diverranno definitive, Berlusconi, così come fece Craxi, si rifugerà all’estero.

Ovviamente, ciò può accadere (del resto, dall’estero potrebbe dirigere l’opposizione senza più remore e tentennamenti,  una volta trasferite fuori d’Italia anche le sedi legali delle sue attività), ma non credo. Secondo me, Berlusconi, se sarà condannato, sconterà la sua pena in Italia, molto probabilmente limitata – per via dell’età – ai soli domiciliari – così divenendo un testimone scomodo circa la salute democratica del Paese.

Non vi è dubbio, infatti, che – nonostante in tutti questi anni la sinistra si sia adoperata senza alcun risparmio a disegnare un ritratto negativo del Cavaliere – tenere in prigione o a domicilio coatto il leader dell’opposizione non consegnerebbe all’estero l’immagine  di un Paese democratico, che sarebbe accostato invece a taluni famigerati regimi totalitari, in cui tenere in carcere il leader dell’opposizione è diventata una regola osservata e conclamata.


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1 commento

  1. Commento by zarina — 5 Luglio 2013 @ 11:23

    Pur nutrendo ormai forte pessimismo sulla situazione italiana, in fondo in fondo mi rimaneva un pizzico di speranza,   ma il quadro di Facchinetti   è   drammaticamente   realistico .   Temo,   purtroppo,   sia già tardi per muoversi.   I poteri forti, occulti e non, sono molto avanti   con il lavoro e sono ben organizzati   rispetto alla massa   (e maggioranza) di cittadini   sudditi   che,   divisi ,   inermi   e oltretutto di indole   moderata, non potranno che soccombere.  

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