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Contro i nostri talebani a difesa della libertà

4 Luglio 2013

di Loris Facchinetti
(da “L’Opinione”, 4 luglio 2013)

Talebani. Talebani di casa nostra. Per lo più sono di sinistra, ma non mancano tra le fila della destra e del centro. Nascono nei “salotti buoni” dove facoltosi giocatori di chemin de fer, di risiko e di monopoli si divertono ad organizzare “rivoluzioni” epocali e sognano le masse popolari scendere in piazza sventolando minacciose i kalashnikov fabbricati nell’ex Unione Sovietica e i proletari in divisa affrontare la folla armati di manette e di fucili antisommossa prodotti negli Stati Uniti. Studiano nelle università per soli ricchi e nelle lussuose madrasse del potere, discutono di politica nei cenacoli esclusivi.

Fumano con voluttà i sigari gurkha black dragon, sniffano purissima cocaina in cialde farmaceutiche fabbricate solo per loro, frequentano unicamente la jet society. Vivono protetti da guardie del corpo e da agenti di scorta, si circondano di maggiordomi e di servitù. Giocano in borsa con noncuranza e nascondono nei paradisi fiscali, per avarizia e ingordigia, gli immensi profitti accumulati, evitando di pagare le tasse dovute. Considerano il popolo una moltitudine sgradevole e maleodorante, da evitare e da dominare. Sono e si sentono intoccabili, al di sopra e al di fuori della legge. Sono convinti di appartenere a una casta superiore, depositaria per diritto assoluto della verità, della cultura, del giudizio e del pregiudizio morale. Distribuiscono ruoli di potere, promuovono i loro pupilli nei consigli di amministrazione e nelle direzioni generali, garantiscono splendide carriere ai servi fedeli e agli utili idioti. Quando si annoiano cercano lo svago nelle trame politiche, nei complotti organizzati per signoreggiare sul Paese con torbide congiure e con nuove formule socio-politiche inventate da loro. Trovano piacere nell’odio. Amano odiare. Amano seminare violenze e contrasti.

Amano diffondere calunnie e diffamazioni. Parteggiano per Caino e fingono di difendere Abele. Talebani. Sono i talebani italiani. In questo periodo di crisi si sono scatenati. Si sono alleati con i giustizialisti più accesi, con gli statalisti più accaniti, con i moralisti più ipocriti per tramutare la Repubblica fondata sulle libertà democratiche in un regime oligarchico e poliziesco. Una Repubblica talebana. Un’atmosfera sempre più pesante, una cappa grigia e opprimente, una cupa minaccia incombe sui cittadini e sulle dolci terre d’Italia. Intimidazioni e avvertimenti, in un crescendo inarrestabile, annunciano che, nel nostro Paese, gli inviolabili diritti della persona non sono più garantiti e tutelati. Gruppi di potere con grandi disponibilità economiche e mediatiche stanno approfittando della debolezza del sistema politico e delle istituzioni per imporre un regime di oligarchie stataliste fuori da ogni controllo e da ogni regola democratica. Consorterie ben organizzate e ramificate si stanno impossessando dei gangli vitali dello Stato senza trovare alcuna opposizione, nel totale silenzio del mondo politico, culturale e civile.

Bande ben collegate tra loro utilizzano poteri e ordini dello Stato per distruggere gli avversari, per impadronirsi di beni pubblici e privati, per espropriare i cittadini del denaro e delle proprietà imponendo un sistema di tassazione che viola ogni principio di equità e ogni diritto. Centinaia di migliaia di famiglie, di pensionati, di lavoratori, di imprenditori sono stati gettati nei lager della miseria dalla cinica voracità di un fisco oramai liberticida, frutto di una visione tirannica dello Stato. La drammatica crisi economica favorisce queste schegge totalitarie che utilizzano anche gli strumenti più avanzati di controllo, come le intercettazioni telefoniche a strascico, le schedature generalizzate e conservate nei più sofisticati archivi informatici, i capillari accertamenti fiscali e bancari, per irrompere senza limiti nella sfera della libertà e della vita dei cittadini.

Dovremmo domandarci se anche la tragica ecatombe di suicidi non sia, almeno in parte, dovuta al senso di impotenza e di schiavitù provocato dagli espropri di Stato e dalla mancanza di certezza nella giustizia. Sembra pure a voi di soffocare oppressi dalle tasse e dagli accertamenti erariali, vessati dal fisco, imprigionati dalla burocrazia, sorvegliati da decine di centrali-spia, minacciati da multe e sanzioni, stretti da una rete inestricabile di leggi e leggine, imprigionati da un sistema-stato dove si sta instaurando una pericolosa “dittatura acefala” fatta da “caste di potere” fuori controllo? Sentite anche voi un gran desiderio di aria pulita, la voglia di un bel vento fresco che ripulisca i palazzi e le strade da queste esalazioni mefitiche che avvelenano la nostra vita? Avete anche voi bisogno di respirare a pieni polmoni il profumo della libertà, il buon odore della certezza nel futuro e dell’inviolabilità della persona, della creatività e del benessere, di sentire l’aroma intenso della gioia di vivere protetti da una giustizia che tuteli la dignità e i diritti, la fragranza di uno Stato democratico organizzato per costruire il bene comune? Allora non dobbiamo più aspettare.

Non possiamo più assistere passivi allo sfacelo del nostro Paese e al fallimento della democrazia partecipativa. È necessario agire. È necessario che i cittadini si organizzino in comunità, in comitati, in associazioni per difendere le libertà e i diritti fondamentali, per proteggere il futuro dei propri figli, per determinare le scelte politiche ed economiche, per contare nelle istituzioni, per controllare l’uso delle leggi e del bene comune, per creare una nuova classe dirigente secondo il merito e la capacità. Ed è necessario chiamare a raccolta quei politici onesti e preparati a disagio nei partiti morenti e pronti a lottare, in modo disinteressato, per salvare il Paese e la sua democrazia liberale. È giunto il tempo del risveglio morale, dell’orgoglio civile, del rinnovamento sociale.

È giunto il tempo per una grande azione di sussidiarietà attraverso comunità culturali, rappresentanze territoriali, comitati civici, categorie professionali, unioni di cittadini che possano sostituirsi all’incapacità dei partiti, all’inefficienza degli apparati dello Stato e degli enti locali, all’inadeguatezza dei sindacati, alle carenze dei servizi pubblici e dei servizi alla persona. Nessuno, oramai, può dire di non sapere e di non aver visto. L’Italia può ancora farcela a vincere questa sfida e può superare questa crisi che attanaglia il Paese e che spegne perfino la speranza, come sta dimostrando la defezione di massa dalle urne. Stiamo diventando più poveri che nel tragico dopoguerra. La libertà, la dignità e il futuro delle nostre generazioni non sono né di sinistra, né di destra, né di centro: sono il più prezioso patrimonio di tutti noi. Non resta che difenderlo. E subito.


La Consulta immobilizza l’Italia
di Andrea Indini
(da “il Giornale”, 4 luglio 2013)

Quello che più colpisce della bocciatura del taglio delle Province è l’immobilismo a cui è destinato il Paese. Il parlamento fa, la Corte costituzionale disfa.
Gli alti magistrati presieduti da Franco Gallo, hanno potere di vita e di morte sulle leggi votate dalle Camere, sulle decisioni prese dalle aziende e sul destino dei politici. E, sempre, contro gli interessi del popolo.

L’ultimo colpo di mano della Consulta riguarda la riforma delle Province contenuta nel decreto “Salva Italia” voluto dal governo Monti. Ora è tutto da rifare. A detta della Corte costituzionale la riduzione delle Province in base ai criteri di estensione e popolazione non può essere disciplinata con un decreto legge. A poche ore dall’udienza pubblica di ieri, gli alti magistrati hanno dichiarato l’illegittimità costituzionale di una serie di commi dell’articolo 23 del cosiddetto decreto “Salva Italia” che secondo i ricorrenti avrebbe di fatto “svuotato” le competenze delle Province, e gli articoli 17 e 18 del decreto legge numero 95 del 2012, sul riordino delle Province in base ai due criteri dei 350 mila abitanti e dei 2.500 chilometri di estensione. Secondo i giudici costituzionali, “il decreto legge, atto destinato a fronteggiare casi straordinari di necessità e urgenza, è strumento normativo non utilizzabile per realizzare una riforma organica e di sistema quale quella prevista dalle norme censurate nel presente giudizio”. Come sottolinea Sergio Rizzo sul Corriere della Sera bisogna ricordare il contesto in cui il decreto “Salva Italia” nacque: il governo tecnico di Monti aveva la necessità di “prendere in poche ore provvedimenti in grado di placare i mercati resi pazzi dalle furiose spallate della speculazione internazionale”. Di vizio in vizio, la Consulta abbatte una via l’altra le decisioni prese dal parlamento. La lista è davvero chilometrica e dà l’idea di come il Paese e il suo futuro dipendano dalla ghigliottina dei magistrati. Tanto per farci un’idea: per la Consulta è incostituzionale qualsiasi prelievo fiscale sugli assegni previdenziali, nemmeno se questi superano i 90mila euro lordi, come prevedeva un comma del decreto legge 98 del 2011. Il motivo? Costituirebbe “un intervento impositivo irragionevole e discriminatorio ai danni di una sola categoria di cittadini”. Il risultato? Le famose “pensioni d’oro” non possono essere tagliate. No, no, no.

Il vero problema del Paese è che non esiste decisione che non corra il rischio di finire bocciata vuoi dalla Consulta vuoi del Tar vuoi dal Consiglio di Stato. Ieri è toccato alla riforma delle Province. In passato ci sono stati i niet contro la vendita di un immobile dell’Inps, contro la costruzione di un elettrodotto o contro una qualsiasi delibera di una qualsiasi authority. C’è da stupirsi? Macché. Tanto per fare un altro esempio: giusto ieri la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo l’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori, nella parte che consente la Rappresentanza sindacale aziendale alle sole organizzazioni firmatarie del contratto applicato nell’unità produttiva. La decisione, adottata nell’ambito del ricorso presentato dalla Fiom contro la Fiat, va di fatto a colpire duramente il gruppo torinese creando un precedente pericoloso per tutte le imprese del Paese. È anche successo che venisse cancellato il taglio del 10% degli stipendi dei magistrati. Il motivo è tutto da ridere: avrebbe leso l’indipendenza delle toghe. Per non parlare dei processi a Silvio Berlusconi. Gli alti magistrati sono adddirittura arrivati a dettare l’agenda della presidenza del Consiglio decidendo quali sono gli appuntamenti importanti e quali non lo sono, cosa può essere considerato legittimo impedimento e cosa non può. Ovviamente, il tutto a discapito del Cavaliere. Tutto normale: è l’Italia.


Napolitano impone gli F35 e scoppia la bomba nel Pd
di Massimiliano Scafi
(da “il Giornale”, 4 luglio 2013)

Roma – Gli F35? Deciderà Palazzo Chigi. Certo, il Parlamento è sovrano, può «sindacare », può dire la sua sui «programmi di ammodernamento delle forze armate », ma siccome si tratta di «scelte operative », l’ultima parola spetta a Palazzo Chigi.
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

A stabilirlo è il Consiglio superiore di Difesa, riunito in seduta plenaria al Quirinale. Le prerogative delle Camere, si legge infatti nel comunicato finale, non possono «tradursi in un diritto di veto su provvedimenti tecnici che, per loro natura, rientrano nelle responsabilità costituzionali dell’esecutivo ». Malumore forte e diffuso nel Pd verso il Colle, polemica sui caccia americani che si riaccende.
Quasi 400 voti a favore, 149 contrari. Solo una settimana fa, dopo un lungo e faticoso lavoro diplomatico, la maggioranza era riuscita a disinnescare la miccia approvando una mozione che impegna il governo a «non procedere a nuove acquisizioni » senza il via libera del Parlamento e senza prima «un’indagine conoscitiva » di sei mesi. Una non-decisione, della polvere sotto il tappeto. Ecco invece che si riunisce il Consiglio superiore, «organo di rilevanza costituzionale », presieduto da Giorgio Napolitano, e cambia tutto. Attorno al grande tavolo ovale al centro della Sala degli arazzi di Lilla, accanto al capo dello Stato e al segretario generale Donato Marra, c’è mezzo governo: il premier Enrico Letta, i ministri Angelino Alfano, Emma Bonino, Fabrizio Saccomanni, Mario Mauro e Flavio Zanonato, il sottosegretario alla Presidenza Filippo Patroni Griffi. Gli unici due militari sono il capo di stato maggiore della Difesa, l’ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, e il segretario del Consiglio, il generale Rolando Mosca Moschini.

Il consesso partorisce un comunicato piuttosto duro. Parte riaffermando «il ruolo insostituibile delle forze armate », che deve essere «in linea con gli impegni internazionali », sia pure «con una sensibile riduzione di presenze e oneri ». Prosegue spiegando che, nonostante «le risorse limitate », bisogna «essere in grado di far fronte efficacemente alle esigenze di pace e sicurezza ». E conclude proponendo un’altra interpretazione della legge 244 del 2012, quella citata dalla mozione di maggioranza. «Per quanto riguarda le necessità conoscitive e di eventuale sindacato delle commissioni Difesa, il rapporto fiduciario non può che essere fondato sul riconoscimento dei rispettivi distinti ruoli ». Dunque, il Parlamento si occupi degli indirizzi e lasci al governo le questioni «operative ».
I grillini parlano di «schiaffo alle Camere ». «Noi – sostiene il capogruppo a Montecitorio Riccardo Nuti – dobbiamo solo ratificare i provvedimenti dell’esecutivo ». Il Pdl invece approva. «Il rispetto dei ruoli tra organo dello Stato superiore – dice Elio Vito, presidente della commissione Difesa della Camera – consente al Parlamento il pieno esercizio delle sue prerogative ». E il Pd si lacera. Giampiero Scanu afferma che «il Parlamento ha una competenza primaria e che la sua sovranità non può essere derubricata ». Pippo Civati definisce il fatto «di estrema gravità ». Gero Grassi invoca «la libera scelta ». Ma Nicola Latorre si smarca: «Un Paese industriale moderno come il nostro che fa parte di un consesso internazionale deve riqualificare il sistema della Difesa, non smontarlo. È una polemica pretestuosa ».

Il Consiglio supremo di difesa è un organo di rilievo costituzionale presieduto dal presidente della Repubblica e – secondo la legge del 28 luglio 1950 numero 624 sull’«Istituzione del Consiglio supremo di difesa », pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del 28 agosto 1950, ha il compito di esaminare «i problemi generali politici e tecnici attinenti alla difesa nazionale, determina i criteri e fissa le direttive per l’organizzazione e il coordinamento delle attività che la riguardano ». Regolato dalle disposizioni del Titolo II del decreto legislativo 15 marzo 2010, numero 66, sul «codice dell’ordinamento militare », è presieduto dal presidente della Repubblica e alle riunioni possono essere convocati i capi di stato maggiore delle quattro Forze armate, il presidente del Consiglio di Stato su invito del presidente della Repubblica, nonché persone di particolare competenza nel campo scientifico, industriale ed economico ed esperti in problemi militari. Si riunisce almeno due volte all’anno.


Magistrati, tanti scatti niente meritocrazia Ecco come lievita lo stipendio
di Redazione
(da “Libero”, 4 luglio 2013)

Lavorano sei ore al giorno per 260 giorni l’anno (l’ha deciso la sezione disciplinare del Csm) e guadagnano cifre che noi poveri mortali ci sogniamo. Stiamo parlando dell’ultracasta dei magistrati (un esercito di 8.909 giudici in servizio) che, mentre i politici annunciavano i tagli di stipendio e nonostante il blocco agli aumenti che la finanziaria 2010 aveva previsto per le buste paga si sono visti aumentare del 5% la retribuzione. Aumento con effetto retroattivo dal 2012, dato che la Corte costituzionale (fatta da magistrati) aveva dichiarato illegittimo il blocco degli stipendi. Così, secondo uno studio del Sole 24 Ore, un magistrato della Corte dei Conti che – poniamo – nel 2011 guadagnava 174 mila euro all’anno, ora ne prenderà 182 mila.

La tabella riportata sull’edizione cartacea del quotidiano Libero, basata in gran parte sul rapporto 2012 della Commissione europea per l’efficienza della giustizia del Consiglio d’Europa, parla chiaro: si va dai circa 2040 euro al mese (che diventano 3.500 con le indennità) degli ex “uditori” di prima nomina, ovvero il magistrato ordinario in tirocinio, ai 16.700 al mese (che diventano 18.900 con le indennità) di un Presidente di Cassazione. Con scatti automatici di carriera che variano da una media di 500- 1700 euro al mese. Più o meno un magistrato a carriera piena percepisce 5 milioni di euro.

Entrando nel dettaglio un magistrato ordinario prende appena assunto 2.858 euro al mese. Dopo tre anni con la prima valutazione di professionalità passa a 3.966 euro al mese che aumentano in media ogni anno e mezzo con uno scatto di anzianità che fa arrivare lo stipendio a 4.680 euro al mese (che diventano 6.720 con le indennità). Parte invece da 5.877 euro al mese un giudice della Corte di Appello: anche lui ogni anno e mezzo si vede aumentare la busta paga fino ad arrivare a 6.690 euro al mese (8.764 con le indennità). Un magistrato di Cassazione invece dopo la prima valutazione di professionalità prende 8.074 euro al mese che con gli scatti diventano 10.744. Se poi il giudice della suprema corte viene valutato di nuovo positivamente (cosa che succede praticamente sempre: di regola il Csm promuove tutti i magistrati al maturare del livello minumo di anzianità a meno che non si siano verificate gravi sanzioni disciplinari) lo stipendio di un FDS, ovvero idoneo alle funzioni direttive superiori, schizza a 10.343 euro al mese che con gli scatti che si maturano ogni anno e mezzo arrivano a 12.104 euro (14.264 euro con le indennità). Tutto ciò si traduce in una spesa di 73 euro al mese per ogni italiano, mentre la media europea è di 57.


(Due articoli tratti da “Dagospia”, 4 luglio 2013)

1 – POLTRONIFICIO LETTA
Maurizio Belpietro per “Libero”

Il governo Letta sembra indeciso a tutto tranne quando c’è da nominare qualcuno. Ieri l’esecutivo ha scelto di piazzare ai vertici di Finmeccanica, il colosso pubblico che opera nel settore aerospaziale e negli armamenti, l’ex capo della polizia Gianni De Gennaro. Nulla da dire per quanto riguarda il profilo del neo presidente, che essendo stato anche ai vertici dei servizi segreti e sottosegretario con delega agli affari riservati ha il curriculum giusto per occuparsi di roba che scotta tipo Finmeccanica (come è noto l’azienda è invischiata in alcune indagini, la più clamorosa delle quali è quella che riguarda una presunta tangente pagata in India per piazzare degli elicotteri).

De Gennaro è persona capace e assai accorta per non scivolare nonostante la vischiosità del percorso. No, ciò che ci preme far notare non è tanto la sua storia, quanto che le scelte in cui palazzo Chigi non mostra esitazioni sono esclusivamente le nomine. Non l’Imu, l’Iva o la riforma delle pensioni, questioni che vengono di volta in volta rinviate a data da destinarsi, ma le poltrone.

Da quando ha preso il posto di Mario Monti, il presidente del consiglio non se ne è fatta mancare una, non lasciandone libera nessuna. Il nostro Franco Bechis ha provato a fare qualche conto e ha scoperto che ogni giorno l’esecutivo ha piazzato qualcuno. In tutto si parla di oltre una settantina di persone: un record se si pensa ai governi che hanno preceduto quello delle larghe intese.

Né Monti, né Berlusconi in passato si erano infatti dati tanto da fare per piazzare uomini loro nei posti chiave. Altro che maggioranza precaria, qui l’unica cosa che non dà segni di precarietà o di stanchezza è la fabbrica degli incarichi, che vengono distribuiti a raffica, come mai prima d’ora era accaduto. Il premiato poltronificio di Palazzo Chigi è la dimostrazione che l’Italia può essere in crisi e avere anche difficoltà a pagare gli stipendi pubblici, ma non c’è affanno se si tratta di nominare un presidente o un consiglio di amministrazione.

La spending review, ammesso che esista ancora, non tocca nessuno delle decine di funzionari e servitori dello Stato che vengono di volta in volta piazzati in una delle tante società che fanno capo alla politica. Crisi o non crisi, in pensione o provvisoriamente in aspettativa, un posto a un politico o a un alto papavero della pubblica amministrazione non si nega mai.

Non si tratta, come è ovvio, solo di nomine ministeriali, ma anche di indicazioni che provengono da enti locali, comuni o province. In totale c’è chi ha stimato in almeno 30 mila le poltrone occupate in questo modo dalla politica, una cifra di gran lunga superiore a quella dei parlamentari e in assoluto meno contestata di quella degli onorevoli.

La casta di Montecitorio e Palazzo Madama (ma anche delle regioni e delle province) non passa giorno che non finisca nel mirino della pubblica opinione. Quella delle municipalizzate e delle partecipate dallo Stato invece può fare ciò che vuole spesso senza rendere conto a nessuno. Nel passato il centrodestra aveva provato a smontare questa gioiosa macchina di posti, cercando di restituire al mercato, e quindi a criteri economici, alcuni distributori automatici di prebende.

Purtroppo un referendum voluto dalla sinistra (dai Cinque stelle e dall’Italia dei valori in particolare) ha spazzato via la riforma e dunque decretato che agli elettori piace regalare alcune decine di migliaia di stipendi a politici, amici dei politici e trombati e/o raccomandati. Forse ciò è avvenuto all’insaputa degli italiani, i quali si sono fatti suggestionare dalla paura che l’acqua diventasse privata quando invece si voleva solo evitare che qualcuno se la bevesse a scrocco, sta di fatto che è accaduto.

E quanto ciò sia un bene per le casse pubbliche lo si può appurare facendo un salto a Spezia, cittadina retta dalla sinistra, dove l’azienda dei servizi pubblici è un colabrodo pieno di debiti che mette in cassa integrazione i dipendenti. Come si possa rischiare di fallire distribuendo acqua e gas, cioè beni che qualsiasi famiglia consuma, è un mistero. Ma forse ancor più misterioso è perché Letta, invece di chiudere il poltronificio per trovare le risorse che servono a questo paese, continui a sfornare cariche. Invece di far crescere i posti di lavoro, fa crescere i posti per chi il lavoro non vuole tornare a farlo. A noi più che larghe intese queste sembrano larghe e comode sedute per chi le ottiene.
*
2 – LETTA DA RECORD: REGALA UN POSTO AL GIORNO
Franco Bechis per “Libero”

Le ultime due sono arrivate ieri sera in un comunicato del ministero dell’Economia. Il ministro Fabrizio Saccomanni ha designato per la presidenza di Finmeccanica «il prefetto Giovanni De Gennaro » e per il consiglio di amministrazione della stessa società «l’ambascia – tore Alessandro Minuto Rizzo ».

Sono le nomine numero 73 e 74 del governo guidato da Enrico Letta in appena 67 giorni. Più di una nomina al giorno, con un record assoluto negli ultimi lustri, che vale a mostrare almeno un settore in cui Letta non sta con le mani in mano rinviando le decisioni più in là: l’occu – pazione delle poltrone.

Se in 67 giorni Letta e i suoi hanno insediato i propri prescelti su ben 74 poltrone, nello stesso identico arco di tempo iniziale del loro governo Mario Monti (novembre 2011-gennaio 2012) si limitò a 51 poltrone; Silvio Berlusconi (maggio-luglio 2008) si accontentò di 44 poltrone e perfino Romano Prodi (maggio-luglio 2006), che nei suoi primi 67 giorni fece solo 47 nomine nonostante avesse il giovane Letta sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

Naturalmente le abbondanti nomine del governo attuale sono – a sentire chi le vara – di grandissima qualità. Lanciando De Gennaro e Minuto Rizzo sul ponte di comando di Finmeccanica il ministro dell’Economia ha tenuto a precisare che «le designazioni sono state individuate sulla base dei criteri e delle procedure ispirati a meritocrazia e trasparenza indicati dalla direttiva del 24 giugno ».

A fine maggio la stampa birichina si interrogava: «Chi faranno a Finmeccanica? ». E si rispondeva quasi all’unisono: «De Gennaro! », sottolineando come il prefetto tenesse tantissimo a quella poltrona. Ma per farlo meglio Saccomanni si è fatto una bella direttiva, dove è scritto che le nomine si possono fare solo con criteri di «meritocrazia e trasparenza ». Poi ha nominato a capo di Finmeccanica quello stesso De Gennaro che qualunque governo avrebbe dovuto nominare, e si è fatto pure i complimenti per la decisione «trasparente » (e ci mancherebbe: Finmeccanica è una società quotata…) e «meritocratica ».

Nel pacchetto di 74 nomine ci sono anche poltronissime, come quella del presidente «provvisorio » dell’Istat, Antonio Golini, vista la vacanza lasciata dal ministro del Lavoro Enrico Giovannini. O quella del nuovo (e definitivo) ragioniere generale dello Stato, Daniele Franco, preso dalla Banca d’Italia.

È poi toccata a Letta la nomina insieme al Quirinale e al ministero dell’Economia del nuovo direttore generale della Banca d’Italia, Salvatore Rossi, che ha preso il posto lasciato vacante da Saccomanni. Importanti anche le nomine della sicurezza: Letta ha scelto insieme al ministro dell’Interno Angelino Alfano il nuovo capo della polizia, Alessandro Pansa, e insieme al ministro della Difesa, Mario Mauro, il nuovo vicecomandante generale dei Carabinieri, Antonio Girone.

Alfano ha anche scelto Leonardo La Vigna alla guida dell’ispettorato di polizia della Camera, ruolo delicato e assunto all’onore delle cronache la scorsa estate, per la decisione sulla scorta e relativo albergo vacanziero dell’ex presidente dell’assemblea di Montecitorio, Gianfranco Fini. Sempre il presidente del Consiglio ha fatto approvare dai suoi ministri la nomina di Gino Paoli alla presidenza della Siae. Porta la sua firma pure la scelta anche la scelta di Alessandra Gasparri come nuovo commissario per la prevenzione della corruzione, e pure la scelta di Giuseppe Sala, nuovo commissario unico governativo per l’Expo di Milano 2015.

Di peso anche la nomina di Enrico Bondi a commissario dell’Ilva. Accompagnata poi dalla scelta da parte del ministro dell’Ambiente, Andrea Orlando, di un ex parlamentare verde come Edo Ronchi a sub commissario. A proposito di ex, grazie a Letta e a Giorgio Napolitano anche Tiziano Treu ha ottenuto una poltroncina al Cnel.

Nell’elencone ci sono poi raffiche di promozioni e di avanzamenti di incarico dei militari, e qui svetta la nomina congiunta fra Mauro (che lo ha prima promosso di grado) e il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Maurizio Lupi, di Felicio Angrisano all’incarico di comandante generale delle Capitanerie di Porto. Nel pacchetto ci sono le numerose nomine del ministro dell’Istruzione, Maria Chiara Carrozza, dei responsabili regionali degli uffici scolastici.

O di quelli dei beni culturali e paesaggistici promossi dal ministro titolare, Massimo Bray. E anche qualche scelta per le carie strutture ministeriali per cui è stato necessario informare le Camere: lo stesso Letta ha comunicato così di avere nominato Armando Varricchio suo consigliere diplomatico e Carlo Deodato capo degli affari giuridici e legislativi della presidenza del Consiglio dei ministri.

Nelle 74 nomine non sono invece ricompresi gli staff del presidente del Consiglio e dei suoi ministri, che ad ogni cambio di governo vengono profondamente rinnovati per avere collaboratori di stretta fiducia. Non ci sono nemmeno le 35 nomine, pure rese pubbliche dal premier che ne è stato regista assoluto, dei membri tecnici della commissione per le riforme costituzionali: non saranno poltrone stabili, e non godranno di alcuno stipendio, per cui nella tabellona non le abbiamo considerate.


F-35, il golpetto di Napolitano
di Marco Travaglio
(da “MicroMega”, 4 luglio 2013)

Com’è noto i cacciabombardieri F-35 sono inutili, ma sarebbero uno spreco anche se fossero utili. Pare infatti che queste carcasse volanti cappòttino da ferme. Tant’è che Gran Bretagna, Olanda, Danimarca, Australia e Turchia hanno già rimesso in discussione il progetto. Noi no, anzi.

L’8 aprile 2009, due giorni dopo il terremoto in Abruzzo, mentre si raccoglievano 300 vittime, si soccorrevano migliaia di feriti e il governo Berlusconi faceva passerella sulle macerie senza trovare un euro per ricostruire L’Aquila, le commissioni Difesa di Camera e Senato votavano il via libera per l’acquisto di 131 F-35 (poi ridotti a 90) al modico costo di 15 miliardi. Nessun voto contrario: l’impavido Pd, anziché opporsi, uscì dalla stanza e non partecipò al voto, in linea con il suo programma scritto direttamente da Ponzio Pilato (a parte la senatrice Negri che, in un soprassalto di coraggio, restò dentro e si astenne).

Ora però il Parlamento è infestato di marziani, i famigerati grillini, che con Sel fanno quel che il centrosinistra non ha mai fatto: opposizione. E il Pd, non abituato, si barcamena. Memorabile la mozione bipartisan dell’altro giorno per il solito rinvio, che impegna il governo “relativamente al programma F-35, a non procedere a nessuna fase di ulteriore acquisizione senza che il Parlamento si sia espresso nel merito, ai sensi della legge 244/2012”. Una supercazzola che non vuol dire nulla, vista la maggioranza bulgara del governo che procede per decreti e fiducie. Ma la sola idea che il Parlamento torni a esistere e a dire qualcosa “nel merito”, ha fatto saltare la mosca al naso di Sua Altezza Reale Giorgio Napolitano, descritto dai giornali come “molto irritato” per la lesa maestà commessa dalle Camere nei confronti suoi e della nostra sovranità limitata dagli Usa.

Così il Re Bizzoso ha riunito il Consiglio Supremo di Difesa, di cui s’erano perse le tracce da tempo, solitamente dedito a tornei di burraco e canasta fra generali in pensione e signore, con i camerieri in uniforme e mostrine che servono il vermut con l’olivetta, e ha diramato un supermònito categorico e impegnativo per tutti: “la facoltà del Parlamento” riconosciuta dalla legge 244/2012 “non può tradursi in un diritto di veto su decisioni operative e provvedimenti tecnici che, per loro natura, rientrano tra le responsabilità costituzionali dell’esecutivo”.

Cioè: nel 2012 il Parlamento fa una legge, la 244, promulgata da Napolitano, per raccomandare un risparmio sulle spese militari e stabilire che quelle “straordinarie” devono passare dal Parlamento, così come le ordinarie che completino “programmi pluriennali finanziati nei precedenti esercizi con leggi speciali”. Non solo: spetta alle Camere l’ultima parola sulle spese militari in base alla situazione internazionale e alle disponibilità finanziarie dello Stato, per evitare “nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”. Proprio il caso degli F-35. Ma Napolitano, che si crede il capo del governo, dei giudici e ora pure del Parlamento, fa dire alla legge il contrario di quel che dice e la usa per esautorare le Camere, già peraltro ridotte a fotocopiatrici dei diktat di Palazzo Chigi, cioè del Colle.

Ce ne sarebbe abbastanza per un conflitto di attribuzioni fra le Camere e il Quirinale contro questo golpetto senza carri armati. Ma i due camerieri del Colle che le presiedono non alzano neppure un sopracciglio. E Fantozzi-Franceschini ringrazia il Presidente per il “giusto richiamo alla separazione dei poteri”: solennissima vaccata, visto che il Consiglio Supremo di Difesa non è un potere dello Stato, ma un organo consultivo-esecutivo di norme decise da altri (in teoria, dal legislativo).

Una domanda, a questo punto, sorge spontanea: visto che ormai il Presidente decide pure il nostro menu al ristorante e il colore dei nostri calzini, per raggiungere l’agognato presidenzialismo che bisogno c’è di riformare la Costituzione? Ma soprattutto: quale Costituzione?


Egitto. Il golpe popolare
di Antonio Ferrari
(dal “Corriere della Sera”, 4 luglio 2013)

Nel nostro immaginario, il termine «golpe » ha un significato sinistro. Racconta di un atto decisamente ostile alla libertà, alla democrazia, alla volontà del popolo. In Egitto, in queste ore drammatiche, è in pieno svolgimento un golpe: dolce, grigio, ma pur sempre golpe, con il presidente agli arresti domiciliari, con i carri armati per le strade, e con i soldati che circondano i centri nevralgici del Paese, per proteggerli dal rischio di una guerra civile.

Solo che questo non è un golpe tradizionale, non è un golpe contro il popolo. Potrà sembrare un ossimoro, ma quello che stiamo seguendo è un golpe popolare, auspicato dalla maggioranza del più grande Paese arabo, che sperava con la «primavera delle piramidi » di aver ritrovato la strada della libertà.

Nessuno può dire ora, qui, subito, che cosa vedremo alla fine di quest’incubo preannunciato da troppi segnali, molti dei quali assolutamente inascoltati. In realtà, nulla è casuale in questo luglio egiziano di ribellione e di follia, preparato però con lo scrupolo dell’appuntamento che non si può perdere: la decisione, macerata nel profondo ed espressa con la potenza di un boato, di mandare a casa un anno dopo l’uomo che, per palese inadeguatezza, è stato l’immagine di un totale fallimento: il presidente Mohammed Morsi. Il problema è che Morsi era stato scelto non per le sue qualità, ma per i difetti, e soprattutto per il suo tentennante atteggiamento. Capace insomma di obbedire agli ordini dei suoi sostenitori, la Fratellanza musulmana, di promettere al mondo fede assoluta nel pragmatismo, e in conclusione di diventare un ibrido, un Carneade inaffidabile.

La primavera egiziana era nata dal desiderio di pensionare il regime nazional-militare che da decenni governava l’Egitto, da Nasser a Mubarak. Un regime che aveva offerto stabilità in cambio della rottamazione dei diritti umani. Ma i giovani di piazza Tahrir, senza bandiere e con la sola energia del cuore, avevano ingenuamente sperato di cambiare tutto, e forse di dare l’assalto al cielo. La confusione, le divisioni, il desiderio di non sottoporsi ad una guida unificante, li hanno traditi. Alla fine sono andati all’incasso quelli che dalla rivolta popolare erano rimasti ai margini: gli avidi Fratelli musulmani. Pronti ad approfittarne, ma senza avere né la preparazione, né gli strumenti, per gestire una sfida titanica. Hanno inneggiato alla democrazia, coniugandola però con il ripristino di imposizioni religiose; hanno vellicato l’estremismo dei gruppi oltranzisti senza rinnegare l’amicizia con gli Stati Uniti, che aiutano l’Egitto con oltre un miliardo e mezzo di dollari all’anno soltanto per le spese militari; non hanno frenato l’antisemitismo, accettando però di confermare e difendere il trattato di pace con Israele; ma soprattutto non hanno garantito il necessario ad un popolo che non dispone delle risorse minime per sopravvivere dignitosamente.

Un grande leader politico avrebbe potuto inventarsi qualcosa, sbaragliando il fronte avversario con qualche scelta coraggiosa. Nulla. Morsi, presuntuosamente, ha pensato soltanto a sopravvivere, affidandosi ad un pigro provincialismo. Senza comprendere di essere al timone del primo Paese arabo, che ̬ proprietario dei diritti su quel cordone ombelicale che collega due mondi Рil canale di Suez -, che confina con Israele, che ̬ la patria di una cultura millenaria a cui tutti noi dobbiamo qualcosa.

Gli Stati Uniti hanno seguito la crisi con la serenità di chi era informato e forse ha condiviso il passo che si stava compiendo. L’Unione Europea e in particolare l’Italia, che ha l’Egitto come dirimpettaio, seguono con apprensione quella scelta che probabilmente molti faticano a comprendere; l’affidarsi all’unica istituzione che il popolo egiziano percepisce come unita e credibile: le Forze armate.


Le Primavere fra ideali e povertà
di Maurizio Molinari
(da “La Stampa”, 4 luglio 2013)

Il rovesciamento del presidente egiziano Mohammed Morsi da parte di generali e opposizione lascia intendere che il vento della Primavera araba sta cambiando direzione. Fino ad ora a prevalere, nelle urne e nelle piazze, erano stati i partiti islamici capaci di esprimere la volontà della maggioranza delle popolazioni in rivolta contro despoti ed autocrati ma al Cairo a fallire è proprio questo modello: il patto fra i Fratelli Musulmani, vincitori delle elezioni politiche, e l’esercito, custode dell’identità nazionale, non ha funzionato. Nel 2011 furono l’Emiro del Qatar, Sheikh Hamad bin Khalifa Al Thani, e il presidente turco Recep Tayyp Erdogan, a spingere l’America di Barack Obama a condividere la previsione che sarebbero stati i «partiti islamici moderati » a prevalere nelle Primavere arabe.

E’ un approccio che ha spinto a guardare con occhio diverso, e maggiore attenzione, a partiti e fazioni fondamentaliste solo in ragione delle loro vittorie nelle urne. Ma la previsione di Al Thani ed Erdogan non si è avverata al Cairo. E questo è avvenuto non per un rifiuto ideologico dell’Islam né perché i Fratelli Musulmani hanno tentato di imporre a ritmi accelerati su una società in gran parte liberale e laica modelli culturali fondamentalisti. Il fallimento di Mohammed Morsi ha origine altrove: nell’incapacità del suo governo di dare risposte, veloci ed efficaci, alla crisi economica che sta devastando la più popolosa, antica e orgogliosa nazione del mondo arabo. Ironia della sorte vuole che un partito islamico come i Fratelli Musulmani, con la stessa vocazione per il sostegno alle fasce più povere della popolazione che accomuna Hamas a Gaza e gli Hezbollah in Libano, una volta arrivato a governare l’Egitto non sia riuscito ad evitare un aumento della povertà rispetto agli ultimi anni dell’autocrazia di Hosni Mubarak. Le esitazioni sulla trattativa con il Fondo monetario internazionale per la concessione dei prestiti, l’incapacità di evitare la fuga degli investimenti stranieri da una gestione instabile del governo, il crollo inarrestabile delle riserve valutarie, la carenza di protezione nelle strade testimoniata dalle frequenti aggressioni contro le donne e l’incapacità di impedire alle tribù beduine di spadroneggiare nel Sinai hanno trasformato i 29 mesi passati dalla caduta di Mubarak in un vortice di povertà e insicurezze che ha allontanato i turisti stranieri, polverizzato le risorse nazionali e accresciuto gli stenti di una nazione abituata a guidare il mondo arabo. E’ la desolazione delle piramidi egizie la cartina tornasole del peggioramento della crisi egiziana che ha messo in luce i gravi limiti dell’azione dei governi dei Fratelli Musulmani.

Generata in Tunisia nel gennaio 2011 da proteste alimentari, continuata contro Mubarak e Gheddafi nella richiesta di migliori condizioni di vita, esplosa in Siria in opposizione allo strapotere economico della famiglia degli Assad, la Primavera araba continua a nutrirsi della necessità di milioni di famiglie arabe di emanciparsi dalla povertà e dal sottosviluppo come dell’aspirazione ad una vita migliore da parte delle nuove generazioni. L’interrogativo che resta senza risposta riguarda quali saranno i leader e le forze, politiche o religiose, arabe e musulmane, capaci di rispondere a tali istanze facendo prevalere la necessità concreta di premiare i bisogni delle famiglie sulle opposte ideologie che continuano a combattersi da Tangeri a Hormuz.


Sentenza Ruby, Pecorella: “Se condannato al carcere, Berlusconi diventa latitante”
di Gisella Ruccia
(da “il Fatto Quotidiano”, 4 luglio 2013)

“Se i processi dovessero andare in porto con condanne definitive, Berlusconi non resterebbe in Italia ad aspettare di scontare la pena in carcere. Non so se andrà ad Hammamet o in Russia o altrove, ma non resta qui“. Sono le parole pronunciate da Gaetano Pecorella, avvocato ed ex parlamentare del Pdl, ai microfoni de “La Zanzara”, su Radio24. “Berlusconi” – spiega – “potrebbe fare tecnicamente il latitante, nel senso di latitanza dorata. Ma i latitanti sono i poveracci, i ricchi non sono mai latitanti: risiedono ad Hammamet o alle Bahamas”. E aggiunge: “A una certa età bisognerebbe occuparsi dei nipotini. Quelli che non hanno capito quando ci si doveva ritirare hanno fatto una brutta fine, come Mussolini o Napoleone”. Pecorella stigmatizza duramente le iniziative dei sostenitori del Cavaliere, a cominciare dall’Esercito di Silvio: “Le loro manifestazioni sono sbagliate, perché sono controproducenti per lui: si crea questa specie di mito che si scontra poi coi magistrati. Sono proprio i suoi fan a danneggiarlo e ad eccitarlo“. Il penalista, che ha difeso in passato anche Emilio Fede, rivela di non essere mai stato pagato dall’ex direttore del Tg4. “Da lui” – dichiara – “non ho ricevuto neanche una lira, neppure per le spese processuali. Me lo diceva sempre mia moglie: ‘Guarda che quello non ti paga’”. Pecorella si pronuncia poi sulla strategia difensiva adottata dai legali Ghedini e Longo nel processo Ruby: “E’ stata sbagliata, il processo andava fatto sotto tono. E’ stato costruito tutto un castello di rapporti coi testimoni, di polemiche, di gente che protestava davanti al tribunale, inclusi ex magistrati che si sono messi in prima fila“. E sottolinea: ” Quanto più alto è il livello dello scontro, tanto più facilmente arrivi con le ossa rotte. Lo diceva anche Calamandrei:’ i magistrati sono come i maiali. Se li tocchi, gridano tutti’“. L’ex parlamentare del Pdl spiega: “Non puoi metterti contro la magistratura, soprattutto se continui ad attaccare uno, due, tre magistrati. E’ sempre stato così, la magistratura è una corporazione”. E rincara: “La storia che Ruby fosse la nipote di Mubarak mi sembra una trovata a la Totò. Forse era una battuta di Berlusconi, ma usarla nel processo era una cosa francamente insostenibile“. Pecorella rivela che avrebbe adottato la linea difensiva della ‘sincerità’: “Mi sembra difficile che una nipote di Mubarak venga invitata alle festicciole di Berlusconi. E se fossi stato convinto che era la nipote di Mubarak, non l’avrei poi consegnata a un certo ‘ambiente‘”.


“A 10 anni dal “Sangue dei vinti ” lotto ancora con le bugie rosse”
Intervista a Giampaolo Pansa a cura di Matteo Sacchi
(da “il Giornale”, 4 luglio 2013)

Dieci anni fa un grosso sasso, quasi un meteorite, precipitò da grande altezza nel piccolo stagno della storiografia italiana. Uno stagno dove a gracidare erano, chi meglio chi peggio, più o meno sempre gli stessi, e da un bel po’.
A lanciarlo un «non professionista », in senso accademico, della Storia: il giornalista Giampaolo Pansa.

Con il suo Il sangue dei vinti (Sperling&Kupfer) riproponeva il tema delle uccisioni sommarie praticate dai partigiani durante la guerra civile, dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945. E non solo. Metteva per la prima volta in luce i virulenti strascichi di quello scontro. Le numerosissime esecuzioni sommarie proseguite sino al 1948. Soprattutto in quello che era conosciuto come il «Triangolo della morte » che aveva per vertici Castelfranco Emilia, Piumazzo e Mazzolino. E spesso a morire non erano solo i fascisti, ma chiunque venisse visto come d’ostacolo a una futura rivoluzione comunista.
Il libro, come è noto, fu subito aggredito dai “guardiani della memoria ” partigiana. Spesso senza nemmeno una lettura sommaria, a prescindere. Oggi a dieci anni di distanza, seppure molto a fatica, la percezione sul tema è cambiata. Ecco perché a questa nuova edizione (Sperling&Kupfer, pagg. 382 euro 11,90) Giampaolo Pansa ha aggiunto una nuova prefazione in cui si leva qualche sassolino dalla scarpa: « “Arrendetevi siete circondati! ”. Urla così Beppe Grillo… Il suo grido di battaglia mi sembra adatto a descrivere una situazione molto diversa. Anche gli avversari dei miei libri sulla guerra civile sono nei guai. Hanno scelto di farsi circondare da se stessi, rifiutando qualsiasi revisionismo sull’Italia tra in 1943 e il 1945. E dovrebbero arrendersi alla sconfitta ». Ne abbiamo parlato con lui.

Ma a dieci anni dal Sangue dei vinti che sensazione ha provato a tornare su quelle pagine?
«Io ho scritto moltissimi libri e di norma non li rileggo mai dopo che ho licenziato le seconde bozze… Ho fatto così anche col Sangue dei vinti: l’ho tenuto lì come fosse il libro di un altro. Rileggendolo ora, quando l’editore mi ha chiesto di ripubblicarlo mi sono reso conto davvero di quanto sia gonfio di sangue, di esseri umani citati per nome e per cognome, di morti terribili. È per questo che ho accettato la ripubblicazione, penso possa avere un senso per i giovani, per chi aveva dieci anni quando è uscito la prima volta e ora ne ha venti… Credo possa raccontare molto anche a questa Italia di oggi cosa sia stato quel conflitto civile che è durato sino al ’48. Perché io sono convinto che la guerra intestina sia finita con il 18 aprile del 1948 quando De Gasperi, vincendo le elezioni, mise il Paese su un binario di tranquillità ».

All’uscita il libro provocò il finimondo. Se lo aspettava?
«No, si fece molto più “rumore ” di quanto all’epoca potessi prevedere. Forse in un certo senso perché il mio libro dimostrava che era errato il principio secondo cui la Storia la fanno soltanto i vincitori. Quella dei vincitori è una storia bugiarda. Solo che questo era inaccettabile per molti, e in parte è inaccettabile ancora oggi. C’era e c’è chi pensa che i fascisti avessero un solo dovere: quello di stare zitti, senza nemmeno poter ricordare i propri morti. Ma soprattutto non scrivere. Ma io non volevo una storia di parte, a me interessavano i fatti, raccontare che l’Italia rischiò di diventare l’Ungheria del Mediterraneo ».

E Lei arrivava da sinistra…
«Sì, io non mi chiamavo Giorgio Pisanò. Io di Pisanò ho sempre avuto grandissima stima: è stato un pioniere in questi studi. Ma Giorgio veniva delegittimato perché veniva dal mondo del fascismo… era chiaramente un intellettuale di destra ».

Alla fine Il sangue dei vinti è diventato un ciclo. Lei è rimasto a lungo in questo filone.
«Il ciclo è iniziato per essere precisi col libro precedente, I figli dell’Aquila, e poi è proseguito con altri titoli come Sconosciuto 1945, La grande bugia, I gendarmi della memoria. E se io sarò ricordato per qualcosa credo che lo sarò proprio per il ciclo del Sangue dei vinti. Me ne accorgo perché le persone mi fermano per ringraziarmi… Certo se vado in una zona dove dominano i centri sociali è l’opposto. Io ho dovuto smettere di andare a parlare in pubblico. Per fortuna i libri buoni si fanno strada da soli… ».

Ecco, allora partendo dal tuo titolo parliamo anche dei “gendarmi della memoria ”. Nell’introduzione cita Sergio Luzzatto, che con Lei era stato molto duro, e ora a causa del suo Partigia è finito sotto il tiro incrociato di altri “gendarmi ”…
«Già quando presentai I figli dell’Aquila a Genova Luzzatto mi sottopose a un assalto verbale non indifferente… Ora lui ha scritto Partigia. Io l’ho letto e per me non racconta una storia diversa da molte altre… Certo per uno come lui significa rimangiarsi un atteggiamento che prima non ha mai voluto cambiare. Mi ha dato anche atto di aver scritto i miei libri con rispetto della verità… Ovviamente, però, appena si è messo fuori dal giro dei “gendarmi della memoria ”, non gliel’hanno perdonata. Infatti cosa è accaduto? Sebbene in modo più soft di come fecero con me, gli sono andati tutti addosso. Ho letto le cose velenose scritte da Gad Lerner, che credo non abbia neppure aperto il saggio. Lo ha demolito senza pietà. Anche con Il sangue dei vinti iniziarono il fuoco di sbarramento sette-otto giorni prima di avere il libro a disposizione. Ne cito due per tutti: Giorgio Bocca e Sandro Curzi… Ma non è elegante far polemica con chi non c’è più. Qualcuno arrivò a dire che avevo scritto Il sangue dei vinti per compiacere Berlusconi che mi avrebbe poi ricompensato con la direzione del Corriere della Sera… Cose deliranti. Provocate da code di paglia chilometriche. Eppure i “gendarmi ” sanno bene che queste cose sono accadute. Io ho ricevuto in dieci anni 20mila lettere che provano quei fatti ».

Faccio l’avvocato del diavolo. Non hai mai pensato che le sue inchieste siano state sfruttate, a destra, anche politicamente?
«C’è una destra fatta di persone che hanno subìto per decenni il silenzio. Sono contentissimo di averli aiutati. Ma la destra politica non aveva molti mezzi culturali per sostenere queste battaglie. Già nella Prima Repubblica si diceva che la Dc pensava agli affari, mentre il Pci ai mezzi di propaganda culturale. Le cose non sono cambiate di molto. Io non sono mai stato invitato da Fabio Fazio, e sappiamo quanto questo possa contare per un libro. Ma in fondo questo è niente. Contiamo quante cattedre di Storia contemporanea sono affidate a docenti di sinistra… Ed è una materia fondamentale ».

Quanti anni ci vorranno per arrivare a un giudizio equanime su questo periodo?
«Prima o poi succederà. La Storia è una talpa che scava, prima o poi esce fuori. La verità emergerà, ammesso che si abbia ancora interesse a cercarla ».


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart