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Le condizioni per il patto «BB »

12 Aprile 2013

di Francesco Verderami
(dal “Corriere della Sera”, 12 aprile 2013)

ROMA – La strana coppia potrebbe diventare in breve tempo la nuova coppia della politica italiana, anzi – secondo Casini – Bersani e Berlusconi avrebbero già stretto un’unione di fatto, da ufficializzare solo a cose fatte: «Interessi reciproci – spiegava l’altra sera l’ex presidente della Camera ad alcuni esponenti dell’Udc – porteranno i due ad accordarsi prima sul Quirinale e dopo anche sul governo. Chissà che non l’abbiano già fatto ».

Al momento non ci sono prove che il segretario del Pd e il leader del Pdl abbiano addirittura stipulato un patto. E non solo perché non ci sarebbe un’intesa sul nome del futuro capo dello Stato, non può ancora esserci, ma perché il Cavaliere vorrebbe precise garanzie dal candidato al Colle, vorrebbe cioè che prendesse l’impegno – una volta eletto – di lavorare per un governo che tenga insieme Pd e Pdl, o di sciogliere le Camere qualora il tentativo non riuscisse. Formalmente una linea diversa da quella di Bersani, che invece potrebbe chiedere al futuro presidente della Repubblica la garanzia dell’incarico e la possibilità di varare l’esecutivo senza passare per accordi preclusivi.

Insomma, sembrerebbero posizioni inconciliabili. Ma gli indizi che nell’incontro di tre giorni fa tra i due sia scoccata la scintilla non mancano. Ce n’è traccia nel ragionamento fatto da Bersani ai fedelissimi dopo l’intervista al Tg1 dell’altro ieri, sta nell’esegesi di quel passaggio in cui ha detto che «un governo ci sarà »: «Con un presidente della Repubblica nella pienezza dei poteri e con la pistola carica delle elezioni anticipate tenuta in mostra sul tavolo, vedrete come cambierà la situazione. Perché nessuno ha interesse ad andare a votare, nemmeno Berlusconi ve lo garantisco ». E siccome Bersani pensa a se stesso per palazzo Chigi…

Se davvero stanno così le cose, allora il quadro cambia. O meglio è un aspetto che avvalora l’ipotesi dell’inevitabilità di un’intesa sul Quirinale tra il segretario dei democrat e il capo del centrodestra, per mantenere il primato nei rispettivi schieramenti. Se Bersani deve dimostrare di guidare ancora un partito in preda alle convulsioni, Berlusconi ha interesse che il suo interlocutore si rinsaldi, per impedire che – in una situazione fuori controllo – diventi capo dello Stato una personalità a lui ostile. Sapranno dar la prova di essere riusciti a determinare la scelta e di non averla subita?

Perché i tentativi d’interdizione alla riuscita del piano sono già iniziati, a destra come a sinistra. Non a caso D’Alema ha sottolineato ieri che «toccherà a Bersani » fare un nome per il Quirinale: non era un segno di sottomissione ma di sfida al segretario del Pd. E non a caso nelle stesse ore, durante l’incontro con Bersani, il leader della Lega poneva il veto su Amato e Monti per il Quirinale, proponendo invece il nome di Violante. Maroni sa che l’ex braccio destro di Craxi è uno dei candidati più graditi a Berlusconi, al contrario dell’ex magistrato ed ex presidente della Camera. Ieri Gasparri, interpretando gli umori di molti esponenti del suo partito, ha sussurrato che «ogni volta la Lega è ambigua ». Ma se il capo del Carroccio l’ha fatto per smarcarsi quanto più possibile dal Pdl ed esercitare così una pressione sul Cavaliere in vista delle trattative per il governo, sa al tempo stesso che i suoi margini di movimento sono ridotti.

Sono manovre fisiologiche in questa fase, perché a una settimana dall’inizio delle votazioni è come se fosse iniziato per la «coppa Quirinale » una sorta di girone eliminatorio, dov’è prevista per alcuni la possibilità di un ripescaggio. Per alcuni non per tutti, di sicuro non per Monti. Raccontano che Bersani – ascoltando Maroni – abbia depennato con un certo gusto il nome del premier. Ora che, attraverso Fassina, il Pd sostiene come dai conti del governo «emerga la necessità di future manovre correttive », al segretario è tornata alla mente la battuta della «polvere sotto il tappeto ». Ma non è più tempo di polemiche: i voti di Scelta civica torneranno utili.

L’obiettivo di Bersani oggi è portare a compimento la missione sulla presidenza della Repubblica, e per quanto possa apparire paradossale è Berlusconi la rada più sicura dove approdare per evitare gli scogli del suo stesso partito. Perciò fa mostra di prendere appunti ad ogni incontro, in attesa però di rivedersi con il Cavaliere. Se accordo sarà, verrà siglato, alla vigilia delle votazioni del 18 aprile. Una data che al segretario del Pdl ha rammentato il 1948, la vittoria della Dc di De Gasperi contro il fronte popolare del Pci e del Psi: «E se il 18 aprile del 2013 verrà eletto il capo dello Stato – scherzava Alfano l’altra sera con Berlusconi – non potrà essere certo uno “rosso” ». C’è sempre Marini in pista, e nel Palazzo si fantastica che, in quel caso, al Quirinale Gianni Letta potrebbe diventare segretario generale. Cosa non fa immaginare il patto «BB », acronimo che peraltro evoca piacevoli pensieri al Cavaliere.


Berlusconi: “Il salvacondotto non esiste.Bene un pd al Colle, ma solo con larghe intese”
Claudio Tito intervista Silvio Berlusconi
(da “la Repubblica”, 12 aprile 2013)

“UN’AMNISTIA? Non ne ho mai sentito parlare. Io, ormai, a questi patti non credo più. Il mio giudice a Berlino è la Corte di Cassazione”. L’idea del “salvacondotto”, di uno strumento – o meglio di uno stratagemma – per chiudere con un colpo di spugna i processi di Silvio Berlusconi, è stata spesso affiancata alla trattativa in corso per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica e per la formazione del governo.

Quella “carta segreta” che il centrodestra avrebbe tenuto nascosta fino ad ora per lanciarla sul tavolo del negoziato nel passaggio cruciale. Un vero e proprio “scambio” per chiudere l’accordo: archiviare i guai giudiziari del Cavaliere e far partire la nuova legislatura in tutta la sua pienezza. Ed è per questo che Repubblica ha voluto chiedere direttamente all’ex presidente del consiglio se davvero esiste un percorso di questo tipo.

Una soluzione che indigna l’intero centrosinistra e che il capo del centrodestra respinge. Anche se ammette che una disponibilità a votare un rappresentante del Pd, compreso Pierluigi Bersani, per il Colle non è venuta meno. Ma ad una condizione: “Poi si deve fare insieme un governo di larghe intese”.

In questi giorni, però, la possibilità dell’amnistia è stata spesso associata all’intesa per il successore di Napolitano.
“Ma io è la prima volta che ne sento parlare. È un’ipotesi di cui non ho mai discusso con nessuno. E poi io in queste settimane ho solo incontrato Bersani tra gli uomini della sinistra. In quella riunione abbiamo ragionato su quel sta succedendo in questo Paese, sicuramente del Quirinale. E basta”.

Ma se questa eventualità si concretizzasse, lei accetterebbe?

“Guardi, l’amnistia è indigesta a tutti. La gente non sarebbe d’accordo. Sarebbe un modo per far arrabbiare ancora di più i cittadini”.

Però un vantaggio lei lo avrebbe.
“Quale?”.

I suoi guai giudiziari finirebbero in soffitta.
“Ma io non sono preoccupato dei miei processi. Anzi, non credo che certi magistrati potranno continuare con questo accanimento assurdo”.

Accanimento? In che senso?

“Basti pensare a quel che stanno combinando a Milano sulla vicenda Ruby. Tutti i presunti concussi hanno negato di aver subito pressioni. Quella ragazza, poi, ha negato di aver avuto rapporti con me”.

Per questo lei potrebbe cogliere l’occasione e archiviare tutto.
“All’amnistia non ci penso. Credo non ci pensi nessuno. Il problema oggi è un altro. È l’economia che è a pezzi. Di quella storia posso garantirle che non se ne è parlato. E poi dovrei anche rompere con la Lega. I leghisti sono fermamente contrari a qualsiasi tipo di amnistia, indulto etc. Tra l’altro, ormai io ho un certo allenamento nel sopportare questi processi”. “Se non dovessi incontrare tutti i week end Ghedini – dice sorridendo – non saprei più cosa fare”.

Niente amnistia, dunque. Ma la stessa garanzia può prestarla in merito a qualsiasi altro strumento che si configuri come una sorta di salvacondotto?

“A questi accordi io non credo più. Ma come vuole che si possano fare questi accordi. Alla fine, per quanto mi riguarda, ci sono gli integerrimi giudici della Cassazione che mi hanno sempre assolto. Un giudice a Berlino l’ho sempre trovato. Anche se ho dovuto spendere un sacco di soldi per pagare le parcelle dei miei avvocati e soprattutto ho dovuto sopportare tanto fango contro di me. Come è successo con la causa sui diritti tv. Mi avevano condannato a quattro anni e mezzo e la Cassazione mi ha assolto”.

Tornando al Quirinale. Se il “salvacondotto” non è una condizione, l’accordo si può trovare comunque?

“La nostra posizione non cambia. Noi siamo disponibili a individuare un presidente della Repubblica che sia di garanzia per tutti e a contribuire alla nascita di un governo in grado di affrontare l’emergenza”.

Anche un capo dello Stato del Pd? In questi giorni si è fatto il nome dello stesso Bersani anche se il leader democratico si è tirato fuori dalla corsa.

“Noi siamo sicuramente pronti a discuterne, ma quando abbiamo parlato con il segretario – lo devo precisare – non è stato fatto alcun nome”.

Nelle ultime ore sembra emergere una “rosa” con le candidature di Finocchiaro, Amato, Marini e Grasso. Lei chi preferirebbe?

“Ripeto: a noi non hanno ufficializzato alcun nome. Ci hanno detto che ci presenteranno una rosa, quando lo faranno allora decideremo. Al momento non sono in grado di dire altro. Dobbiamo aspettare che ci presentino queste opzioni”.

Ma un’intesa su un presidente della Repubblica di centrosinistra deve comportare la nascita di un governo di larghe intese?
“Certo, questo è chiaro”.

È una condizione ineliminabile?

“Se concordiamo una strada per il Quirinale, anche sull’altro lato dobbiamo trovare un raccordo in un esecutivo di larghe intese, con ministri scelti insieme. Altrimenti niente. Un governo ballerino, sostenuto da qualche gruppetto non avrebbe la forza di assumere i provvedimenti di cui il Paese ha bisogno per salvare l’economia e per trattare in Europa tutto quello che si deve modificare negli accordi dell’Ue. Perché la situazione è drammatica e nessuno può far finta di niente. Se invece si va appresso ai grillini…”.

Che succede?
“Povero Paese. Ma avete visto che fanno in Parlamento? Come faranno a lavorare le Camere? Tremendo”.

Il Movimento 5Stelle però ha preso il 25% dei voti.
“E infatti è sconfortante. Hanno votato un ex comico senza conoscere nessuno di quelli che hanno portato in Parlamento”.


Ma l’”inciucio” può avere delle virtù
di Luca Ricolfi
(da “La Stampa”, 12 aprile 2013)

Sono quasi due mesi che si è votato, e ancora non abbiamo un governo. Perché?
Qualcuno dà la colpa a Grillo, ma a mio parere Grillo non c’entra. Grillo è stato sempre molto chiaro, sia prima del voto sia dopo: a questi politici che ci hanno portato al disastro la fiducia non la voteremo mai, ma se faranno proposte che condividiamo non avremo nessun problema a votarle. Perché non credergli? Perché fingere che anche lui, come gli altri partiti, sia pronto a dire una cosa in campagna elettorale e a fare tutto il contrario dopo aver incassato i voti? Perché attendere un ripensamento?

Il Movimento Cinque Stelle la sua vocazione antisistema (anti «questo » sistema, ovvero questi partiti, questi politici) l’ha sempre dichiarata apertamente. Chiedergli di cambiare rotta ora è come chiedere a Papa Francesco di essere per le nozze gay.

Invece Bersani non solo vuole le nozze, ma vuole farle con la sposa recalcitrante Movimento Cinque Stelle. Di qui un corteggiamento che non sembra arrendersi di fronte a nulla, e la sensazione universale che la politica – la vecchia politica – stia perdendo tempo.

Ai signori del Palazzo piace un sacco incontrarsi, telefonarsi, confabulare in Transatlantico, twittare, riunirsi, allearsi, mediare, riflettere, mandare segnali, decodificare i segnali altrui, rilasciare interviste, parlare alla radio, infestare telegiornali e talk show da mane a sera. Intanto i problemi reali dell’Italia, che sono innanzitutto di tipo economico-sociale, continuano a marcire in attesa di un governo che governi.

E’ dunque Bersani il problema?
Sì e no. L’aspirazione di Bersani a fare il presidente del Consiglio non è irragionevole, visto che la sua coalizione è il maggiore raggruppamento presente in Parlamento, visto che nessun governo può avere la maggioranza alla Camera senza i voti del Pd, e visto che il Pdl ha detto di non avere riserve o pregiudiziali contro di lui.

Il problema non è la persona di Bersani, ma è la sua linea politica. Bersani vorrebbe governare da solo, ma con i voti degli altri. Bersani vorrebbe i voti del Pdl o della Lega (quelli di Grillo ha finalmente capito che non li avrà), ma senza fare un governo con ministri del centro-destra. Se, per una volta, usasse le sue famigerate metafore per parlare di se stesso, direbbe: voglio la botte piena (ministeri e poltrone) e la moglie ubriaca (Berlusconi che lo lascia fare).

Questa posizione è chiaramente irragionevole, non solo dal punto di vista del Pdl (perché gli «impresentabili » dovrebbero regalare i loro voti a chi così profondamente li disprezza?), ma anche dal punto di vista del Pd. Come possono pensare, i dirigenti di questo partito, di avviare una stagione «di cambiamento » con un governo di minoranza, che in ogni momento può essere condizionato, ricattato e affondato dai suoi sostenitori esterni? Come può pensare il Pd di governare l’Italia nella tempesta della crisi economica e sociale se la sopravvivenza del governo dipende fin dall’inizio dalla condiscendenza di altri, che non lo amano e possono in ogni momento staccargli la spina?

Eppure questo è stato fin dall’inizio, e resta tuttora, l’irragionevole schema politico di Bersani: costituire un governo di minoranza, o mediante un atto di sfida ai grillini (vengo in Parlamento, e vediamo se avete il coraggio di negarmi la fiducia) o mediante un accordo più o meno tecnico con Berlusconi (astensione, uscita dall’aula, non sfiducia, etc.).

Bersani, a quanto pare, ha paura dell’unica soluzione che potrebbe darci un governo non effimero: un accordo serio fra destra e sinistra. Non è difficile indovinare i motivi di tale paura. Se nascesse un governo sostenuto dal Pd e dal Pdl, l’accordo sarebbe immediatamente bollato come un «inciucio », parola di cui nessuno pare conoscere il significato esatto ma che da una ventina d’anni viene usata per descrivere quanto di più torbido la politica è capace di fare: accordi sottobanco, scambi di favori e di poltrone, patti inconfessabili. Non mi sento di escludere che questo, o qualcosa del genere, succederebbe alla fine. E tuttavia mi restano alcune domande.

Possibile che la politica italiana – e per politica intendo partiti, opinione pubblica, giornalisti – abbia di se stessa un’opinione così negativa da dare per scontato che ciò che all’estero ha funzionato (ad esempio in Germania una decina d’anni fa) da noi possa solo trasformarsi in un mostruoso patto di potere?

Perché alla sola idea di un governo bipartisan la parola «inciucio » scatta automaticamente, prima di avere visto le carte, ossia i programmi e le intenzioni?

Perché si riescono a immaginare solo compromessi al ribasso, quando quello di cui avremmo bisogno è, semmai, di selezionare le idee migliori dei due schieramenti, idee che pure esistono?

Siamo sicuri di avere tutto questo tempo? Siamo sicuri che imprese, sindacati, lavoratori e famiglie, di fronte al dramma occupazionale che sta affondando l’Italia, abbiano voglia di essere richiamati a votare per l’ennesima volta? Siamo sicuri che le «discriminanti » su cui Bersani e i suoi stanno respingendo le offerte del nemico siano anche le priorità dei cittadini?

Ma soprattutto: siamo sicuri che, per il Pd, gli unici due modi di riconquistare la credibilità perduta siano guadagnare (umilmente) la benevolenza di Grillo e sottrarsi (con sdegno) all’abbraccio mortale del Pdl?

In fondo i cittadini-elettori il loro messaggio l’hanno già mandato, ed è un messaggio chiaro: cari politici, così non potete andare avanti, o vi ritirate o cambiate registro. Ma il momento di cambiare è adesso, non all’ennesimo bagno elettorale. Rivotare è solo un segno di resa della politica. Significa dire agli elettori: voi ci avete mandato un segnale, ma noi non siamo capaci di raccoglierlo. Noi siamo quelli di sempre, prigionieri delle nostre piccole beghe, incapaci di guardare un po’ più in là.


Kohl: “Fui dittatore, ma un referendum sull’Euro non sarebbe mai passato”
di Alessio Pisanò
(da “il Fatto Quotidiano”, 12 aprile 2013)

“Ho agito come un dittatore” ma “nazioni con una moneta comune non sarebbero più entrate in guerra tra loro”. A dirlo è stato Helmut Kohl, storico cancelliere tedesco della Cdu (dal 1982 al 1998) al quale vanno attribuiti due eventi tra i più importanti del secolo passato: la riunificazione della Germania e la nascita dell’Euro. Queste dichiarazioni fanno parte di un’intervista rilasciata da Kohl ancora nel 2002, ma pubblicata solo martedì 9 all’interno di una tesi di dottorato di un giornalista tedesco e ripresa dal sito d’informazione europea EUObserver. Secondo Kohl, all’epoca un referendum non sarebbe mai passato, ma bisognava fare qualcosa per evitare un’altra guerra in Europa. La crisi economica doveva ancora venire.

“Sapevo che un referendum sull’adozione di una moneta unica non sarebbe mai passato in Germania. Questo era scontato. Non ce l’avrei fatta a vincerlo”. Sono le parole di Kohl riportate nel testo del giornalista Jens Peter Paul che descrivono l’impossibilità, secondo il leader tedesco, di far passare all’opinione pubblica il concetto di una moneta unica e dell’addio al marco, tra l’altro appena riconquistato dai tedeschi della Germania dell’Est dopo l’unificazione (il successo politico più importante di Kohl).

“Ho agito come un dittatore”, ha ammesso lo stesso Kohl, secondo il quale “è così che funziona la democrazia rappresentativa. Qualcuno deve prendersi la responsabilità di alzarsi e dire come devono andare le cose mettendo in gioco la propria esistenza e raccogliendo il consenso indispensabile all’interno del proprio partito. Io ho legato la mia intera esistenza a questo progetto politico”.  L’unico modo di evitare un’altra guerra in Europa. Così, in questa intervista, Kohl giustifica il suo progetto, smentendo ogni “ricompensa” concessa ai francesi per il via libera dato dall’allora Presidente socialista Franí§ois Mitterrand all’unificazione delle due germanie, sul quale l’inquilino dell’Eliseo rimarrà dubbioso fino alla fine. “Nazioni con una moneta unica non entreranno mai in guerra tra di loro. Una moneta unica è più che qualcosa con cui pagare”, ha detto Kohl.

Per arrivare all’Euro l’adesione dei tedeschi era fondamentale. “I miei colleghi pensavano che se la Germania non avesse adottato la moneta unica nessun altro lo avrebbe fatto. E avevano ragione”, ha motivato l’ex leader tedesco, che sponsorizzò l’euro per anni cercando anche di fare gli interessi nazionali, come testimonia la sede a Francoforte della Banca centrale europea.  E fu per portare in porto il progetto Euro, confessa Kohl, che nel 1994 non lasciò la mano al popolare Wolfgang Schäuble, allora ministro federale degli Interni del suo stesso partito (CDU) e oggi protagonista a Berlino come a Bruxelles in qualità di ministro alle finanze. “Un uomo politico di talento, ma allora con ancora troppa poca esperienza e senza la necessaria autorità” per un simile passo, ha spiegato Kohl. Nell’ottobre del 1990, durante una manifestazione elettorale ad Oppenau nel Baden-Württemberg, Schäuble aveva subito un attentato dove tre colpi di pistola lo resero paralizzato dalla vita in giù.  “Ho voluto fare di tutto per creare l’Euro perché per me significava garantire l’irreversibilità dello sviluppo europeo, un mezzo per permettere all’Europa di andare avanti”.

 


Chi assolve i carnefici e chi dimentica la vittima
di Vittorio Sgrabi
(da “il Giornale”, 12 aprile 2013)

Massimo Gramellini è discontinuo. Assolve i vituperati teppisti della Zanzara, il duo Cruciani-Parenzo, in nome della «sostanza ». Non conta il come, ma quello che ha detto Valerio Onida.
La buona fede carpita con l’inganno non annulla le verità spontaneamente espresse. Togliamo le domande della finta Hack, restano i pensieri liberi e spontanei del «saggio ».

Gramellini si occupa anche del caso Ruby; e qui si irrigidisce. Ruby deve essere per forza un burattino, manovrata dal suo carnefice. Eppure anche qua qualcosa non funziona. Nei tanti casi di pedofilia che riguardano la Chiesa, o nella vicenda locale di Don Gelmini, le vittime hanno denunciato, hanno chiesto risarcimenti, si sono manifestate come «parte lesa ». Qui assistiamo alla situazione contraria, e – va ripetuto – Ruby rivendica di non essere una prostituta (punto significativo: non è in discussione e non è reato il libero rapporto di una ragazza minorenne con un uomo, è reato la prostituzione minorile), e non lamenta in nessun modo di essere parte lesa. Perché, a te, Gramellini, Ruby appare «parte lesa »? Dove e quando? Dunque, lo Stato, attraverso la Procura di Milano, apre un lungo e costoso processo nei confronti dello Stato rappresentato dal presidente del Consiglio, senza alcuna denuncia né della vittima né dei suoi familiari. E siamo arrivati al punto in cui Ruby, sputtanata, ma diventata famosa, esattamente come desiderava, una denuncia la fa. E mi pare credibile: «L’atteggiamento apparentemente amichevole dei magistrati si è trasformato in una tortura psicologica. Mi sento vittima di uno stile investigativo fatto di promesse non mantenute e domande incessanti sulla mia intimità ». Mi pare credibile. Perché dovrebbe averlo scritto l’«Ufficio Sceneggiature, al lavoro in un salotto di Arcore oppresso dai quadri con la targhetta del prezzo infilata nella cornice »?

Tu, Gramellini, penserai di fare lo spiritoso, ma io i quadri di Berlusconi li conosco e non ho visto né pretese di nomi con attribuzioni fantasiose né targhette di prezzi. Però è così: Berlusconi deve essere maiale e burino. Io invece, serenamente, mi chiedo, dopo un così lungo e inutile processo, come sia possibile vedere non Ruby che protesta sulle scale del palazzo di Giustizia, ma in attesa dentro un’aula dove nessuno vuole interrogarla. Florida, continuando a non lamentare la sua condizione di «parte lesa », si chiede: «Trovo sconcertante e ingiusto che un giudice non voglia ascoltarmi ». A te, Gramellini, pare un processo serio? Vedi reati gravi contro una persona e contro la società? Non ti risulta che l’attività sessuale di donne e uomini inizi prima dei diciotto anni? E che qualche ragazza sia, per così dire, «interessata »? Questa a me pare la sostanza. Le ragioni del processo non le vedo. Ma, anche non volendo aprire un’altra polemica, la giustizia in Italia vuole Corona in galera e pentiti, che hanno ucciso decine di persone, liberi. Ti sembrerà strano, ma io ho la certezza che abbia fatto più danni a Ruby la Boccassini che Berlusconi. E penso che una donna libera ha diritto, anche per interesse, di fare l’amore con chi vuole, senza essere considerata una prostituta. Semplice, no? È molto frequente. Senza il seguito di processi. A me tutto fu chiaro subito, quando a Berlusconi, che la ricordò come «parente di Mubarak », Ruby rispose: «Per me Silvio è come la Caritas ».

***

Perché spedizione in località segreta, porte chiuse ai giornalisti, incontri riservati, per i deputati del movimento di Grillo, e richiesta di porte aperte, collegamento streaming, diretta televisiva, per le consultazioni con Bersani?
Certo nulla di ciò che riguarda la cosa pubblica deve essere nascosto, come avviene per le discussioni nei consigli comunali e nel Parlamento (già diversa è la questione per le decisioni nelle giunte e nei consigli dei ministri). È importante la trasparenza ma anche la discrezione. La riservatezza non è un reato ed è spesso utile per ottenere risultati senza che la piazza ne parli. Non è ragion di Stato, è buon senso; e questo massimamente vale per le conversazioni private di ogni cittadino e anche del presidente della repubblica, che ha come tutti una sfera personale indipendente dal ruolo istituzionale. Il contrario è violazione di quella libertà che i grillini pretendono, nascondendosi e sfuggendo ai giornalisti. Non è difficile capire che alcune cose non si fanno in pubblico, per esempio l’amore. Pubbliche sono le guerre. La differenza è chiara e l’incontro con Bersani, esibito, appariva come un match, per di più imposto.


Santoro sfrutta le minorenni per infangare Berlusconi
di Stefano Zurlo
(da “il Giornale”, 12 aprile 2013)

Gossip e codice penale. Cipria, rossetto e bunga bunga. Se si alza il coperchio, si può rovistare nel bidone all’infinito: un’intervista esclusiva può sempre saltare fuori e di questi tempi, con il Cavaliere impegnato nella complessa partita per il Quirinale, l’argomento è senz’altro allettante.

Specialmente per Michele Santoro che ieri sera, nel corso del suo programma Servizio pubblico, ha aperto una finestra su quel passato mai chiuso e ha rievocato Noemi e Ruby, ovvero le due ragazze che hanno dato e danno un sacco di guai a Silvio Berlusconi e ne hanno azzoppato l’immagine. Ricordate? Gli spifferi su Noemi Letizia cominciarono a uscire all’indomani della grande manifestazione del 25 aprile 2009, quella che aveva presentato agli italiani un Berlusconi statista, rispettato anche dalla sinistra e dai partigiani. Le voci sulla bionda ragazza di Portici sporcarono il profilo di Berlusconi che aveva raggiunto una popolarità straordinaria.
Oggi, con il Pd tarantolato da faide interne e con l’ingorgo delle nomine istituzionali, Noemi e Ruby e poi gli amplessi, le sconcezze, i festini a base di minorenni vanno bene per ricacciare Berlusconi in un angolo.

Santoro dunque dà voce a Francesco Chiesa Soprani, ex agente, nientemeno, di Letizia Noemi e restituisce agli italiani, già stremati dalla crisi economica, un clima torbido, vizioso, da basso impero. Un racconto di sporcizia e decadenza alla Edward Gibbon. Chiesa Soprani non si perde in preamboli: «Noemi mi spiegò che quando era minorenne, a Roma, ci fu un rapporto consenziente. Questo segreto – aggiunge il manager – non fa male a Noemi ma fa male agli italiani ». E colpisce duro nel momento in cui Berlusconi e Bersani stanno faticosamente cercando un’intesa prima per il Quirinale e poi per Palazzo Chigi. «Lei e il papà – ricorda Chiesa Soprani – vennero in studio da me. Il padre mi disse: “Guarda Francesco, il discorso economico non m’interessa in quanto chi di dovere, e uscì il nome di Berlusconi, ci ha già pagato ” ».

Ma i guai non vengono mai da soli e così l’agente estrae un episodio che ha per protagonista Ruby: «Guardi – gli avrebbe detto la giovane replicando spavalda alla sua proposta di seguirla sul campo professionale – che qua io ho già Lele Mora, Emilio Fede e Silvio Berlusconi che si stanno occupando di me, siccome sono minorenne ». Ecco, l’oggetto del processo, la controversia anagrafica sull’età di Ruby, cade come una colpa addosso al Cavaliere. Lei, Ruby, chiude alla grande la sua confessione, oggi rilanciata da Santoro: «Io sto qua perché mi pagano la casa, mi danno i soldi, mi fanno divertire… ».

Sesso e marchette. Altro che larghe intese. Il caso Ruby, congelato in aula, rientra dallo schermo in una serata all’insegna dell’antiberlusconismo militante. E riaccende l’eterna zuffa. «È incredibile – afferma l’avvocato Niccolò Ghedini – che un programma televisivo mandi in onda un servizio consimile privo di ogni fondamento senza alcuna verifica e alcun contraddittorio. In particolare è sufficiente una ricerca su internet per scoprire che il presunto scoop è una riproposizione di dichiarazioni già rilasciate da Soprani a Vanity Fair nel 2011 e al Fatto Quotidiano nel 2012 ».

Non è finita. Basta spegnere la tv e tornare in tribunale, a Bari: qui, nel corso dell’udienza preliminare sulle escort di Gianpaolo Tarantini, altro capitolo scabroso, il gip ha ammesso le intercettazioni fra la showgirl Sara Tommasi, il Cavaliere, suo fratello Paolo e il calciatore Mario Balotelli. Su il coperchio: si attendono altri dettagli a luci rosse.


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Bart