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Le due lettere tra Napolitano e D’Ambrosio

15 Ottobre 2012

Intanto pubblichiamo le due importanti lettere che sono apparse oggi su “La Stampa”, riservandoci domani di analizzarne il contenuto, che offre sin dalla prima lettura motivi di riflessione.

Lettera del Consigliere D’Ambrosio al Presidente della Repubblica

18 giugno 2012

Sig. Presidente,

i fatti di questi giorni mi hanno profondamente amareggiato personalmente, ma, in via principale, per la consapevolezza che la loro malevola interpretazione sta cercando di spostare sulla Sua figura e sul Suo altissimo ruolo istituzionale condotte che soltanto a me sono invece riferibili.
Come il procuratore di Palermo ha già dichiarato e come sanno anche tutte le autorità giudiziarie a qualsiasi titolo coinvolte nella gestione e nel coordinamento dei vari procedimenti sulle stragi di mafia del 1992 e 1993, non ho mai esercitato pressioni o ingerenze che, anche minimamente potessero tendere a favorire il senatore Mancino o qualsiasi altro rappresentante dello Stato comunque implicato nei processi di Palermo, Caltanissetta e Firenze.
Con quelle autorità giudiziarie, mi sono comportato con lo stesso rispetto che, sia in questi anni sia dall’inizio della mia attività professionale, ha ispirato i miei comportamenti con chi è chiamato a esercitare in autonomia e indipendenza le funzioni di magistrato. Qualunque mio collega può esserne testimone.
Quel che, con espresso riguardo ai procedimenti sulle stragi, ho invece sempre ritenuto e poi stigmatizzato in qualunque colloquio è che le criticità e i contrasti sullo svolgimento di quei procedimenti non giovano al buon andamento di indagini che imporrebbero, per la loro complessità, delicatezza e portata, strategie unitarie, convergenti e condivise oltre che il ripudio di metodi investigativi non rigorosi o almeno, non sufficientemente rigorosi nella ricerca delle prove e nella loro verifica di affidabilità; oltre che, ancora, l’abiura di approcci disinvolti non di rado più attenti agli effetti mediatici che alla finalità di giustizia.

Il procuratore generale della Cassazione, il procuratore nazionale antimafia, il Consiglio Superiore della Magistratura, la Commissione parlamentare antimafia sanno bene che le criticità e i contrasti esistono e sono gravi, ma che a essi non si riesce a porre effettivo rimedio. Mi ha turbato leggere nei resoconti di un’audizione all’Antimafia, le dichiarazioni di chi ammette che della c.d. trattativa Stato-mafia uffici giudiziari danno interpretazioni diversificate e spesso confliggenti, ma che ciò è fisiologicamente irrimediabile: come se fosse la stessa cosa trattare lo stesso soggetto da imputato o da testimone o parte offesa, da fonte attendibile o da pericoloso e interessato depistatore.
A tutto ciò consegue però un effetto perverso. Quello che anche interventi volti a stimolare adeguati coordinamenti finalizzati a raggiungere o consentire univoche verità processuali vengano poi letti come modi obliquamente diretti a favorire l’una o l’altra interpretazione di fatti o situazioni indiziarie o solo sospette su episodi gravissimi della nostra Storia. E, in genere – perché mediaticamente più conveniente – come un modo per impedire che escano “dai cassetti” procedimenti che toccano o lambiscono apparati o rappresentanti istituzionali.
E’ così accaduto che qualche politico o qualche giornalista sia arrivato ad accostare o inserire chi, come me, non accetta schemi o teoremi prestabiliti all’interno di quella zona grigia che fa di tutto per impedire che si raggiungano le verità scomode del “terzo livello” o, per dirla con altre parole, è partecipe di un “patto col diavolo”, non sta dalla parte degli italiani onesti ed è disponibile a fare di tutto per ostacolare un pugno di “pubblici ministeri solitari che cercano la verità sul più turpe affare di Stato della seconda Repubblica: le trattative fra uomini delle istituzioni e uomini della mafia”.
Tutto ciò è inaccettabilmente calunnioso. Ma non mi è difficile immaginare che i prossimi tempi vedranno spuntare accuse ancora più aspre che cercheranno di “colpire me” per “colpire Lei”.

Non conosco il contenuto delle conversazioni intercettate, ma quel tanto che finora è stato fatto emergere serve a far capire che d’ora in avanti ogni più innocente espressione sarà interpretata con cattiveria e inquietante malvagità.
Ne sarò ancor più amareggiato e sgomento anche perché, come ho detto anche quando sono stato sentito a Palermo come persona informata sui fatti del 1992 e 1993, sono il primo a desiderare che sia fatta luce giudiziaria e storica sulle stragi; perché quei tempi li vissi accanto a Giovanni Falcone poi dedicandomi, assieme a pochi altri, senza sosta a comporre quel sottosistema normativo antimafia che ha minato la forza di Cosa Nostra e di organizzazioni similari.
Lei sa che di ciò ho scritto anche di recente su richiesta di Maria Falcone. E sa che, in quelle poche pagine, non ho esitato a fare cenno a episodi del periodo 1989-1993 che mi preoccupano e fanno riflettere; che mi hanno portato a enucleare ipotesi – solo ipotesi – di cui ho detto anche ad altri , quasi preso anche dal vivo timore di essere stato allora considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi.
Non Le nascondo di aver letto e riletto le audizioni all’Antimafia di protagonisti e comprimari di quel periodo e di aver desiderato di tornare anche io a fare indagini, come mi accadde oltre 30 anni fa dopo la morte di Mario Amato, ucciso dai terroristi.
Ecco, che tutti questi sentimenti siano ignorati per compromettere la mia credibilità e, quel che è peggio, per utilizzare tale compromissione per “volgerla” contro di Lei, non è per me sopportabile.
‘Sono certo che, per come mi ha conosciuto in questi anni e nei dieci anni precedenti, Lei comprende il mio stato d’animo.
A Lei rimetto perciò, il prestigioso incarico di cui ha voluto onorarmi, dimostrandomi affetto e stima.
Con devozione e deferenza,
Roma, 18 giugno 2012

Lettera del Presidente della Repubblica al Consigliere D’Ambrosio

19 giugno 2012

Caro dottor D’Ambrosio,

l’affetto e la stima che le ho dimostrato in questi anni, sempre accresciutisi sulla base dell’esperienza del rapporto con lei, restano intangibili, neppure sfiorati dai tentativi di colpire lei per colpire me. Ce ne saranno ancora, è probabile: li fronteggeremo insieme come abbiamo fatto negli ultimi giorni. E la sua vicinanza e collaborazione resterà per me preziosa fino alla conclusione del mio mandato. Preziosa per sapienza, lealtà e generosità.
Ciò non significa che io non comprenda il suo stato d’animo e la sua indignazione (dire amarezza è poco). Le sue condotte, cosi come le ha ricostruite nella sua lettera, sono state, e non solo in questi sei anni, ineccepibili; e assolutamente obbiettiva e puntuale è la sua denuncia dei comportamenti perversi e calunniosi – funzionali a un esercizio distorto del proprio ruolo – di quanti, magistrati giornalisti o politici, non esitano a prendere per bersaglio anche lei e me.
Non posso, però, che invitarla a uno sforzo di rasserenamento e di ferma, distaccata predisposizione a reagire agli sviluppi della situazione. Traendo conforto anche dall’apprezzamento e dal rispetto che nutrono per lei tutti i galantuomini che operano nel mondo della giustizia o hanno comunque avuto modo di conoscerla e seguirla.
Lo sforzo a cui la invito non è facile; e lo so perché non solo a esemplari servitori dello Stato, ma anche a politici impegnati in attività di partito e nelle istituzioni, possono toccare amarezze e trattamenti tali da ferire nel profondo.
Lo potrà rilevare leggendo qua e là la mia Autobiografia politica, che le invio – pur avendone lei forse già copia – come segno di amicizia e fiducia.
Con viva cordialità.

__________

Qui il primo commento che è di Marco Travaglio.

Qui le intercettazioni tra Mancino e D’Ambrosio.

Qui l’intervista del 16 giugno 2012 di Marco Lillo a Loris D’Ambrosio, che si riporta di seguito:

L’intervista del 16 giugno 1912 di Marco Lillo a Loris D’Ambrosio

Una telefonata nella quale l’ex presidente del senato Nicola Mancino  chiede al consigliere giuridico del presidente della Repubblica,  Loris D’Ambrosio, di parlare con  Giorgio Napolitano  dell’inchiesta nella quale è stato convocato come testimone a Palermo, quella sulla  trattativa Stato-mafia  avviata nel 1992 da  Cosa Nostra  a suon di bombe. Mancino (poi indagato per falsa testimonianza) al telefono è teso quando si lamenta di essere stato lasciato solo e paventa un coinvolgimento dell’ex presidente Scalfaro, prima di aggiungere che le persone sole parlano di altre persone. Parole inquietanti che pongono domande altrettanto inquietanti. D’Ambrosio ha riferito le pressioni di Mancino a Napolitano? E il capo di Stato è  intervenuto sulla questione sollevata da Mancino dopo queste pressioni? Abbiamo chiesto lumi a D’Ambrosio in persona. Tra ammissioni, rivendicazioni e qualche omissis, questa è la versione dell’uomo del presidente.

Consigliere D’Ambrosio, quando Mancino le dice ‘sono un uomo solo che va protetto’, quando le chiede di parlare con il presidente Napolitano per intervenire, lei cosa fa? Riporta al presidente?

Quella telefonata non l’ho letta come una pressione ma come uno sfogo. Io lo conosco da quando lui era vicepresidente del Csm, 4-5 anni fa, e io consigliere del presidente Napolitano.

Ma cosa vi siete detti con il presidente Napolitano dopo quella telefonata? E il capo dello Stato è intervenuto davvero?

Lei non può farmi domande di questo genere. C’è un problema di responsabilità del presidente e nella qualità di consigliere io non posso parlare prima di avere chiesto a lui. Tenga conto che c’è l’immunità del presidente. Non posso darle risposte di questo tipo ma posso dire tre cose. Primo: è vero che Mancino mi ha insistentemente chiamato e ha scritto molte lettere al presidente. Ed è vero che io più volte l’ho ‘girato’ sui procuratori competenti (Caltanissetta, Firenze e Palermo) e sul procuratore nazionale antimafia Piero Grasso. Secondo: nessuno, né io né tanto meno il presidente, ha mai fatto ingerenze su questa questione. Terzo: non posso dire nulla sul contenuto dei miei colloqui con il capo dello Stato. Le dico di più, persino se i magistrati mi chiedessero queste cose io sarei in imbarazzo e dovrei chiedere al presidente se posso rispondere o no.

Quante telefonate le ha fatto Mancino e quante lettere ha scritto a Napolitano?

Tante telefonate e non poche lettere, l’ultima ai primi di aprile.

Cosa lamentava?

La disparità di tre procure, Caltanissetta, Palermo e Firenze che indagavano sulla stessa cosa. Lui se ne doleva, lamentava un accanimento di Palermo nei suoi confronti.

Ci si sfoga con un amico o con lo psicanalista non certo con il consigliere del Quirinale. Se chiamava è perché voleva un intervento del Capo dello Stato, non crede?

Noi gli abbiamo sempre detto: ‘Chiama il procuratore, chiama l’altro procuratore o chiama il procuratore nazionale antimafia’.

Quando Mancino le chiede di parlare con il presidente del suo caso giudiziario personale, perché lei lo asseconda?

È il presidente emerito del senato ed ex vicepresidente del Csm. Mi chiama e mi dice che è stato sentito dai pm di Palermo. Cosa devo fare? Lei può chiedere a tutti i pm di Palermo e vedrà che io non sono mai intervenuto su di loro.

Il procuratore generale della Cassazione, Vitaliano Esposito, ha fatto una richiesta di atti a Caltanissetta. Lei ha mai parlato con Esposito di questa storia?

Ma cosa è un interrogatorio? Mi faccia fare le domande dal procuratore capo Messineo. Io le dico solo che mi sono comportato secondo scienza e coscienza.

Il procuratore Messineo l’ha convocata per testimoniare?

Sì due volte ma su situazioni diverse relative al periodo in cui ero al ministero della Giustizia nel periodo 1992-93. Io queste telefonate le ho lette su Repubblica come lei. Nessuno mi ha mai contestato nulla. Né vedo cosa mi avrebbero dovuto contestare. Dov’è il reato?

No no è una questione politica . È corretto comportarsi così come ha fatto lei nella sua posizione?

Mancino era un testimone non un imputato ed è presidente del Senato emerito. Mi chiede di riferire al presidente della Repubblica… cosa devo fare? Mancino mi disse che aveva parlato anche con Messineo, perché all’inizio voleva esser convocato come teste.

Ma il presidente Napolitano ha fatto qualcosa dopo tutte queste lettere e telefonate di Mancino?

Lei non mi può far parlare del presidente. Il presidente è tutelato dall’immunità.

Ma il presidente non è immune dalle domande dei giornalisti. Facciamo così: chiediamo al presidente se la libera da questo obbligo di riservatezza. Così lei ci potrà raccontare cosa ha fatto dopo la telefonata con Mancino e anche se è vero che il Quirinale è intervenuto sul procuratore della Cassazione Vitaliano Esposito dopo le richieste di Mancino.

Va bene, chiedete al consigliere Cascella, è lui il portavoce.

PS Dopo l’intervista, D’Ambrosio, e Cascella sono entrati in riunione. La risposta via sms del portavoce di Napolitano, Pasquale Cascella è stata: “evidenti ragioni di correttezza istituzionale impongono un assoluto riserbo sui rapporti tra il Capo dello Stato e i suoi collaboratori: rapporti comunque sempre rispondenti al rigoroso esercizio da parte del presidente Napolitano delle sue prerogative”. Sarà. Ma evidenti ragioni di trasparenza imporrebbero invece di rispondere alla domande.


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