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LETTERATURA: Angela Scarparo: “Volevamo essere giganti” – Scaffi Editore

16 Ottobre 2012

di Seia Montanelli
(dal “Corriere Nazionale”

L’ultimo romanzo di Angela Scarparo, scrittrice e giornalista brindisina divisa tra Roma e Torino, ha un titolo evocativo: “Volevamo essere giganti” (Gaffi Editore, pp. 318, € 18).

Si tratta di un lungo viaggio nella memoria di una donna, Lucia Testa, costretta a una terapia psicologica dalla preside della scuola dove insegna a causa dei suoi problemi a gestire i conflitti, soprattutto nei rapporti con i genitori dei suoi allievi, sempre schierata dalla parte dei ragazzi e strenuamente ancorata all’illusione che il socialismo sia l’unica occasione per migliorare la società.

«Il conflitto, la lotta oggi sono diventati una malattia, cose che si possono curare », dice con un po’ di amarezza Angela Scarparo, sintetizzando quello che forse è il fulcro fondamentale di questo romanzo, che diverte e intenerisce ma coglie non solo molte delle tensioni profonde che agitavano gli anni Settanta, ma anche quelle contemporanee, in un momento in cui cadute tutte le ideologie si fatica a trovare motivazioni per reagire.

Lucia torna quindi bambina, Lucy, e racconta di un viaggio a Roma compiuto insieme alla madre e alla zia dalla provincia pugliese, per iniziare una nuova vita, gestendo il bar di un prestigioso circolo sportivo; un anno in cui tutte le illusioni degli adulti vengono spezzate, in cui si crea la coscienza politica della bimba, e soprattutto la consapevolezza della grettezza di un certo provincialismo, e delle colpe degli adulti. Ma anche la presa di coscienza dei problemi di una metropoli: erano i primi anni Settanta, c’era il movimento studentesco e quello femminista, gli attentati, i terroristi e quelli accusati ingiustamente di esserlo, tutto aveva proporzioni enormi.   E Lucy guarda con stupore dall’osservatorio dei suoi sette anni e giudica col severo candore di chi ancora non ha colpe.

Il romanzo già dal titolo denuncia un aspetto di amarcord: una generazione di ragazzi che volevano essere giganti e invece cosa sono diventati?   È un modo fare una verifica del passato attraverso il presente?

«Il libro avrebbe potuto intitolarsi “Volevamo essere gigantesse” – spiega l’autrice – perché è la storia di un gruppo di donne. O meglio del loro grottesco ritorno a casa nella provincia meridionale da Roma, dopo il fallimento della loro attività, negli anni Settanta.   Invece ho lasciato giganti al maschile, per due motivi. Prima di tutto perché gigantesse suonava male, e poi anche perché volevo fare una verifica, come la chiami tu. Volevo sapere come sono finiti i bambini che hanno visto dal vivo gli scontri di Valle Giulia. Cosa fanno oggi, quelli che ne hanno sentito parlare alla televisione?   Che tipo di donne e uomini sono diventati gli stessi che erano piccoli negli anni di quelle lotte? ».

Perché la scelta di raccontare quegli anni attraverso gli occhi di una bambina, con i ricordi filtrati da quegli stessi occhi da adulta? In realtà offrono entrambe alla fine la stessa visione delle cose.

«Anche in altri miei romanzi ci sono bambini o ragazzini. Mi piace far parlare i bambini, descriverli, ascoltarli, anche nella vita reale perché si caratterizzano per una visione personale, ribaltata dell’esistenza, della giustizia, della lotta. In quanto alle due Lucy, hai ragione tu. Entrambe hanno una visione diciamo originale delle cose. Ma se la bambina è tollerata, o comunque in qualche modo gestita dai grandi, Lucy adulta viene considerata dalle comunità in cui vive, una donna con “la lingua troppo lunga”, problematica ».

C’è qualcosa di quegli anni che i giovani di oggi dovrebbero rimpiangere? Qualcosa da imparare?

«No, rimpiangere direi di no. Fra noi e i nostri figli c’è meno differenza rispetto a noi e i nostri genitori.   Loro appunto, i giovani di oggi ammesso che esista la categoria, sono meno soli. È un bene, un male? Non lo so. Forse gli adulti di oggi dovrebbero raccontare di più la propria storia, le lotte che hanno caratterizzato la loro giovinezza. Qualcuno invece le rinnega ».


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