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Trattativa, Consulta: “Presidente al di fuori dei tradizionali poteri”

15 Gennaio 2013

di Redazione
(da “il Fatto Quotidiano”, 15 gennaio 2013)

Distruggere  nel più breve tempo le registrazioni casualmente effettuate di  conversazioni telefoniche  del presidente della Repubblica”. Questa la “soluzione”, indicata dalla Corte Costituzionale nelle motivazioni della sentenza per il conflitto sollevato dal Quirinale nei confronti della Procura di Palermo.  I giudici della  Corte costituzionale  hanno depositato i motivi del verdetto sul conflitto d’attribuzione sollevato dalla presidenza della Repubblica contro la  Procura di Palermo  a proposito dell’inchiesta sulla trattativa  Stato-mafia. Dopo l’udienza pubblica del 4 dicembre,  la Corte aveva già fatto sapere di aver accolto la posizione del  Capo dello Stato, affermando che non poteva essere intercettato neppure in via indiretta  e che i nastri dovranno essere distrutti in base all’art. 271 cpp, garantendo la segretezza del loro contenuto.  (Clicca qui per leggere la sentenza)

Secondo i giudici la distinzione tra “intercettazioni dirette, indirette, e casuali” “non assume rilevanza”.  La sentenza 1/2013 scritta dai giudici relatori  Gaetano Silvestri  e  Giuseppe Frigo  si compone di 49 pagine. Il conflitto, sollevato dal Capo dello Stato, era sorto attorno ad alcune intercettazioni disposte nell’ambito dell’inchiesta stato-mafia che hanno captato indirettamente conversazioni del presidente  Giorgio Napolitano  durante i controlli effettuati sulle utenze dell’ex ministro  Nicola Mancino. Quattro le conversazioni di Napolitano intercettate, che i pm hanno sempre definito “irrilevanti” ai fini del procedimento.  Ma la Corte Costituzionale ha stabilito che “non spettava ai pm” né valutare la rilevanza della documentazione né “omettere di chiederne al giudice l’immediata distruzione ai sensi dell’articolo 271 (sulle intercettazioni vietate, ndr), terzo comma  codice procedura penale  e con modalità idonee ad assicurarne la segretezza del loro contenuto, esclusa comunque la sottoposizione della stessa al contraddittorio delle parti”.

“Presidente al di fuori dei tradizionali poteri dello Stato”.  Per i magistrati “alla luce della normativa costituzionale e ordinaria… la posizione del Presidente delal Repubblica non sarebbe assimilabile a quella del parlamentare: solo il secondo infatti può essere sottoposto a intercettazione da parte del giudice ordinario” e in questo senso la Procura di Palermo avrebbe “fatto un uso non corretto dei propri poteri”.  I giudici osservano che il presidente della Repubblica “è stato collocato dalla Costituzione  al di fuori dei tradizionali poteri dello Stato  e, naturalmente, al di sopra di tutte le parti politiche”. La Consulta ritiene che il capo dello Stato, sia per quanto attiene alle sue attività formali che quelle informali” “deve poter contare sulla riservatezza assoluta delle proprie comunicazioni, non in rapporto a una specifica funzione, ma per l’efficace esercizio di tutte”.  Inoltre secondo i giudici la “propalazione” del contenuto dei colloqui del Capo dello Stato “…  sarebbe estremamente dannosa  non solo per la figura e per le funzioni del Capo dello Stato, ma anche, e soprattutto, per il sistema costituzionale complessivo che dovrebbe sopportare le conseguenze dell’acuirsi delle contrapposizioni e degli scontri”.

“Non è salvaguardia della persona ma della efficacia delle funzioni”. I giudici ricordano anche che: “L’art. 90 Cost. prevede che il Presidente della Repubblica  non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o attentato alla Costituzione. È opinione pacifica che l’immunità di cui alla citata norma costituzionale sia onnicomprensiva, copra cioè i settori penale, civile, amministrativo e politico. Tuttavia la perseguibilità del Capo dello Stato per i delitti di alto tradimento e di attentato alla Costituzione rende necessario che, allo scopo di accertare così gravi illeciti penali, di rilevanza non solo personale, ma istituzionale, possano essere utilizzati anche mezzi di ricerca della prova particolarmente invasivi, come le  intercettazioni telefoniche. Si tratta di una limitazione logica ed implicita alla statuizione costituzionale che assoggetta il Presidente della Repubblica alla giurisdizione penale – sia pure con forme e procedimenti peculiari – in vista dell’accertamento della sua responsabilità per il compimento di uno dei suddetti reati funzionali”. Con tali norme non si tutela la persona, ma l’istituzione: “Sulla base delle considerazioni sinora esposte, si deve affermare altresì che, al fine di determinare l’ampiezza della tutela della riservatezza delle comunicazioni del Presidente della Repubblica, non assume alcuna rilevanza la distinzione tra reati funzionali ed extrafunzionali, giacché l’interesse costituzionalmente protetto  non è la salvaguardia della persona  del titolare della carica, ma l’efficace svolgimento delle funzioni di equilibrio e raccordo tipiche del ruolo del Presidente della Repubblica nel sistema costituzionale italiano, fondato sulla separazione e sull’integrazione dei poteri dello Stato”.

Per i reati, fuori dal ruolo, il capo dello Stato è un cittadino come un altro. E’ ovvio e i giudici lo ricordano che per eventuali reati commessi al di fuori delle competenze anche il capo dello Stato è un cittadino come un altro: “Allo scopo di fugare ogni ulteriore equivoco sul punto, va riaffermato che il Presidente, per eventuali reati commessi al di fuori dell’esercizio delle sue funzioni,  è assoggettato alla medesima responsabilità penale che grava su tutti i cittadini. Ciò che invece  non è ammissibile è l’utilizzazione di strumenti invasivi di ricerca della prova, quali sono le intercettazioni telefoniche, che finirebbero per coinvolgere, in modo inevitabile e indistinto, non solo le private conversazioni del Presidente, ma tutte le comunicazioni, comprese quelle necessarie per lo svolgimento delle sue essenziali funzioni istituzionali, per le quali, giova ripeterlo, si determina un intreccio continuo tra aspetti personali e funzionali, non preventivabile, e quindi non calcolabile ex ante da parte delle autorità che compiono le indagini. In tali frangenti, la ricerca della prova riguardo ad eventuali reati extrafunzionali deve avvenire con mezzi diversi (documenti, testimonianze ed altro), tali da non arrecare una lesione alla sfera di comunicazione costituzionalmente protetta del Presidente”.

“Pubblicazione intercettazioni vulnus che va evitato”.  Non solo il capo dello Stato non può essere intercettato, ma proprio in relazione alle sue funzioni, al suo ruolo le sue conversazioni non possono essere rese pubbliche e anche la rivelazione dell’esistenza è da evitare: “È chiaro dunque come, specie ai livelli di protezione assoluta che si sono riscontrati riguardo alle comunicazioni del Presidente della Repubblica, già la semplice  rivelazione ai mezzi di informazione dell’esistenza  delle registrazioni costituisca un  vulnus  che deve essere evitato. Se poi si arrivasse ad intraprendere iniziative processuali suscettibili di sfociare nella divulgazione dei contenuti delle stesse comunicazioni, la tutela costituzionale, di cui sinora si è trattato, sarebbe irrimediabilmente e totalmente compromessa. Dovere dei giudici – soggetti alla legge, e quindi, in primo luogo, alla Costituzione – è quello di evitare che ciò possa accadere e, quando ciò casualmente accada, di non portare ad ulteriori conseguenze la lesione involontariamente recata alla sfera di riservatezza costituzionalmente protetta”.

La Costituzione non è sacrificabile rispetto alla simmetria processuale. “Nelle ipotesi ora indicate – e dunque anche, a maggior ragione (stante il rango degli interessi coinvolti), in quella dell’intercettazione di colloqui presidenziali – deve ritenersi che i  principi tutelati dalla Costituzione non possano essere sacrificati  in nome di una astratta  simmetria processuale, peraltro non espressamente richiesta dall’art. 271, comma 3, cod. proc. pen. Né gioverebbe richiamare, in senso contrario, la sentenza di questa Corte n. 173 del 2009, che ha stabilito la necessità dell’udienza camerale, nel contraddittorio delle parti, per procedere alla distruzione dei documenti, supporti o atti recanti dati illegalmente acquisiti inerenti a comunicazioni telefoniche o telematiche, ovvero ad informazioni illegalmente raccolte. A prescindere da ogni altro possibile rilievo, si discuteva, nel caso che ha dato origine alla questione decisa con la suddetta pronuncia, di documenti che costituivano essi stessi corpo di reato, esplicitamente esclusi dalla previsione di distruzione di cui al comma 3 dell’art. 271 cod. proc. pen., palesemente inapplicabile dunque a quelle fattispecie”.

Intercettazioni vanno distrutte, alla Procura non spettava neanche la valutazione.  Per i giudici costituzionali quindi il capo dello Stato ha ragione su tutta la linea: “Le intercettazioni oggetto dell’odierno conflitto devono essere distrutte, in ogni caso, sotto il controllo del giudice,  non essendo ammissibile, né richiesto dallo stesso ricorrente, che alla distruzione proceda unilateralmente il pubblico ministero. Tale controllo è garanzia di legalità con riguardo anzitutto alla effettiva riferibilità delle conversazioni intercettate al Capo dello Stato, e quindi, più in generale, quanto alla loro inutilizzabilità, in forza delle norme costituzionali ed ordinarie fin qui citate.  Ferma restando la assoluta inutilizzabilità, nel procedimento da cui trae origine il conflitto, delle intercettazioni del Presidente della Repubblica, e, in ogni caso, l’esclusione della procedura camerale “partecipata”, l’Autorità giudiziaria dovrà tenere conto della eventuale esigenza di evitare il sacrificio di interessi riferibili a principi costituzionali supremi: tutela della vita e della libertà personale e salvaguardia dell’integrità costituzionale delle istituzioni della Repubblica (art. 90 Cost.). In tali estreme ipotesi, la stessa Autorità adotterà le iniziative consentite dall’ordinamento”. Per tutti questi motivi le toghe di Palazzo dei Marescialli concludono che “non spettava alla Procura della Repubblica presso il Tribunale ordinario di Palermo di  valutare la rilevanza delle intercettazioni  di conversazioni telefoniche del Presidente della Repubblica, operate nell’ambito del procedimento penale n. 11609/08″  e che “non spettava alla stessa Procura della Repubblica di omettere di chiedere al giudice l’immediata distruzione della documentazione relativa alle intercettazioni indicate, ai sensi dell’art. 271, comma 3, del codice di procedura penale, senza sottoposizione della stessa al contraddittorio tra le parti e con modalità idonee ad assicurare la segretezza del contenuto delle conversazioni intercettate”

(Anche qui).


Le questioni che il Pd non può evitare
di Bill Emmott
(da “La Stampa”, 15 gennaio 2013)

A distanza di oltre un mese, forse non è sorprendente che il mondo esterno, sia in Europa che negli Stati Uniti,  non abbia ancora davvero iniziato a prestare molta attenzione alle elezioni in Italia. Ma a questo osservatore straniero sembra che l’attenzione del mondo finora sia stata piuttosto contraddittoria. Da un lato, una sorta d’inorridita perplessità per l’invadenza della campagna di Silvio Berlusconi, insieme con una certa preoccupazione per la posizione apparentemente debole nei sondaggi del preferito dagli stranieri, Mario Monti. Ma d’altra parte, lo spread, un indice certo dell’umore degli investitori verso l’Italia, a livelli molto benigni e rassicuranti.

Sarà fondamentale non essere troppo rilassati o rassicurati dallo spread deliziosamente basso, se rimarrà così con l’approssimarsi del voto.
L’Italia è stata favorita da una fase mondiale di ottimismo sui mercati finanziari, spinti soprattutto da pareri positivi sulle prospettive per l’economia degli Stati Uniti e da una risoluzione del braccio di ferro sulla politica di bilancio degli Stati Uniti, ma anche dai pareri positivi sulla stabilità dell’euro-zona. Ma i mercati finanziari sono volubili. Possono cambiare umore molto rapidamente. Questo cambiamento di umore potrebbe essere provocato dagli eventi in Grecia, in Spagna o in Germania, per esempio. O anche dalle elezioni italiane.

I media stranieri sono colpevoli quanto quelli italiani nella loro ossessione per Berlusconi. I loro titoli o i loro sommari sottolineano doverosamente come lui e i suoi fallimenti nel governo in oltre otto degli ultimi dieci anni siano al centro della situazione economica e politica in Italia. Ma poi il volume della loro copertura finisce per giocare a suo favore, dandogli l’attenzione che è stato così bravo a utilizzare come strumento politico. Malgrado le molte menzogne dette durante il suo incontro televisivo con Michele Santoro, ha raggiunto il suo obiettivo: attenzione.

Tutto questo è abbastanza prevedibile. Ciò che si sta rivelando più difficile da analizzare per gli osservatori stranieri è quello che dovrebbero capire esattamente dalla lista del senatore Monti e dei suoi sostenitori politici. E cosa dovrebbero fare di Pier Luigi Bersani, che si sentono obbligati a descrivere come un «ex comunista », e che tuttavia, se lo spread è, dopo tutto, un’indicazione, essi ritengono attuerà una politica fiscale responsabile.

Non si tratta solo degli osservatori stranieri, naturalmente. Ma, ancora, l’affermazione di Corrado Passera che non si candida a causa del modo in cui le liste vengono spartite ha catturato l’attenzione internazionale, perché, come ex banchiere di rilievo internazionale è abbastanza noto, soprattutto alla City e a Wall Street. E siamo preoccupati come molti italiani di ogni vicinanza politica al Vaticano. Il senatore Monti resta molto stimato all’estero, e sicuramente molti hanno ancora grandi aspettative su di lui. Ma c’è un po’ di delusione e di preoccupazione.

Bersani, per contro, è una figura ampiamente sconosciuta a livello internazionale e questo è probabilmente un vantaggio. Sappiamo che si è speso per una cauta liberalizzazione come ministro di alto livello nel governo Prodi del 2006-08. Sappiamo anche, e si noti, che la lista del Partito Democratico rispecchia la sinistra più di quanto non facciano il centro o il blocco Renzi. Quindi c’è una certa preoccupazione.

Questa preoccupazione sarà stata certo un po’ mitigata dall’intervista rilasciata da Stefano Fassina al Financial Times del 13 gennaio. Sembrava confermare che un’amministrazione Bersani sarebbe più centrista che di sinistra, favorevole al patto fiscale europeo e intenzionata ad «aprire il mercato delle assicurazioni, delle farmacie e dei servizi legali ». Questo è un programma piuttosto limitato per la liberalizzazione, che riecheggia la riforma Bersani del 2006-08, ma è almeno un inizio.

Su La Stampa, il 4 dicembre avevo posto sei domande al signor Bersani, intese ad accertare se egli comprende veramente la natura dei problemi dell’Italia. Perché pensa che la crescita economica in Italia sia stata così lenta? Come si creano posti di lavoro? Perché tanti italiani emigrano? Capisce la responsabilità della sinistra per la distruzione della meritocrazia?

Ovviamente né lui né qualcuno del suo staff ha risposto. Ma le risposte a queste domande sono fondamentali se gli italiani e il mondo esterno devono avere fiducia in un governo guidato da Bersani. Sul sito web del mio film, www.girlfriendinacoma.eu domani inizierò un conto alla rovescia fino a quando il signor Bersani risponderà, almeno ad alcune delle mie domande. Fino a quando non lo farà e fino a quando le risposte non saranno convincenti, ci sarà un’ombra sulle prospettive per il prossimo governo, un’ombra sulla fiducia internazionale per Bersani medesimo.

Non è un caso che la non-così-segreta speranza internazionale sia che il senatore Monti esca bene dal voto, tanto da imporre il suo ritorno in Palazzo Chigi dopo il 24 febbraio. Come cresce la consapevolezza dell’improbabilità che ciò accada, cresce la preoccupazione su ciò che l’onorevole Bersani pensa davvero, sa e capisce.

(Traduzione di Carla Reschia)


Consigli non richiesti a Bersani
di Massimo Gramellini
(da “La Stampa”, 15 gennaio 2013)

Ricominci a pettinare le bambole. Il Bersani presidenziale, in gessato e ingessato, ha perso simpatia senza guadagnare carisma. Smaltita l’emozione delle primarie, il partito strafavorito sta iniziando a rinculare nei sondaggi. Servirebbero Renzi e il pullman dell’Ulivo: qualcuno o qualcosa che parli ai cuori e alle pance. Lei, Bersani, è un politico del Novecento (lo dico a suo merito), più credibile come amministratore pubblico che come seduttore appassionato. Il suo problema è che non dà mai un titolo. Invece le campagne vivono di slogan, messaggi semplici, frasi a effetto. «L’Italia giusta », col suo sorriso ammainato accanto, ha invaso le città come un preludio di quaresima: non ne parla nessuno, nemmeno per dirne male. Le sue interviste grondano buon senso e competenza, ma non contengono una sola idea concreta facilmente afferrabile. Lei non sta dettando l’agenda di queste elezioni. Va sui giornali con argomenti di politichese – l’accordo con Monti, la desistenza con Ingroia – o espressioni vaghe («confermeremo l’austerità, accompagnandola con intelligenti politiche di crescita ») che rassicurano i mercati, non le famiglie con due disoccupati in casa. Spezzi il tran tran del vincitore designato, organizzi eventi che attirino l’attenzione. Ma cosa aspetta a coccolare lo spirito anticasta degli elettori, proponendo come primo atto del nuovo governo il dimezzamento del numero dei parlamentari e dei consiglieri locali?

Se non cambia rotta vincerà comunque, ma rischia di vincere male e per poco. Peccato, perché fra quelli in gara probabilmente è il migliore.


Cav incontenibile: “Monti è un leaderino e la Boccassini va processata”
di Redazione
(da “Libero”, 15 gennaio 2013)

Ospite di Omnibus l’ex premier risponde per le rime al professore che ieri lo aveva chiamato “pifferaio”. E sul processo Ruby: “Va spostato da Milano:  certa magistratura usa la giustizia per eliminare gli avversari politici”

Ribatte colpo su colpo  Silvio Berlusconi  agli attacchi che  Mario Monti  gli ha sferzato dal salotto di Porta a Porta e pure a quelli del PmIlda Boccassini  che ieri si è opposta alla sospensione del processo Ruby per consentirgli di svolgere la campagna elettorale.

Contro Monti  – Ospite nello studio di  Omnibus  in diretta da La7 prima se l’è presa con il professore definenedolo un “leaderino” che attacca “forse perchè è sotto choc per i sondaggi, oppure come diceva Flaiano l’insuccesso dà alla testa. Certo che è un Monti molto diverso da come credevamo e noi ci eravamo cascati”. Poi ribadisce: “Non abbiamo chiamato Monti ma ci è stato imposto”.  Il Cavaliere insiste poi  con la teoria della “congiura” per far cadere il suo governo: “La lettera della Bce faceva parte della congiura per cacciare un governo che non piaceva all’Europa. Non c’è stato un complotto ma una congiura ed è diverso: il complotto è qualcosa in cui tutti convengono, nella congiura ognuno ha un suo interesse”. Poi aggiunge: “noi dalla congiura, anzichè resistere a tutti i costi, abbiamo deciso di fare un passo indietro. Potevano andare a prenderci alcuni parlamentari e invece responsabilmente ho fatto un passo indietro senza dire parola, mi davano tutti del dittatore e invece non ho proferito parola”.

Silvio Berlusconi inarrestabile a Omnibus: guarda la gallery

Contro la magistratura  – Gasato dai risultati dei sondaggi che lo danno in grande rimonta Berlusconi sostiene che l’accanimento della magistratura nei suoi confronti potrebbe aumentare i suoi consensi. “Io sono preoccupato dall’esito di tutti i processi, soprattutto quando si celebrano a Milano”. Su un eventuale condanna alla vigilia del voto sul caso Ruby, “non lo so se mi danneggerebbe – dice il Cavaliere – sarebbe la prova della parzialità dei giudici. E la reazione dei miei elettori di fronte a un’ennesima prova di parzialità da parte dei giudici di Milano sarebbe una reazione di ancora maggior sostegno“.  Berlusconi assicura che “il bunga-bunga è una piacevolezza, non c’è nessun reato. C’è solo l’indebita incursione della Procura milanese nella vita privata di un cittadino”. Il Cavaliere ribadisce poi che “in tutte le sue dichiarazioni Ruby non ha mai detto di aver avuto rapporti sessuali con Silvio Berlusconi”.  Secondo l’ex premier l’Italia “non è uno stato civile. Non c’è la civiltà giuridica. Siamo sotto una patologia che dobbiamo sconfiggere”. “Certa magistratura usa la giustizia per eliminare gli avversari politici”, ha tuonato in diretta su La7.  “Dovrebbero andare sotto processo i giudici di Milano che sono mostruose macchine di diffamazione. E’ uno scandalo vero”. In particolare, il  Cavaliere se la prende con “la Boccassini, che dovrebbe andare sotto processo per un sacco di buoni motivi”. Uno tra gli altri, “aver impiegato ingenti risorse dello stato su un’accusa inesistente”, dice  il leader del Pdl a proposito del caso Ruby.

Draghi al Colle –  Il leader del Pdl smentisce poi di puntare al Quirinale. “Non ho mai aspirato a fare il Presidente della Repubblica”, assicura.  E a chi gli ricorda di aver sostenuto il contrario in passato risponde  secco: “Ma quando mai?”. Lui al Quirinale vedrebbe beneMario Draghi.    “Assolutamente sì. Se ci fosse una maggioranza che lo proponesse, io lo voterei”, ha risposto Berlusconi alla domanda se lo voterebbe come presidente della repubblica. Alla domanda se Draghi sia ascrivibile alla sinistra, Berlusconi replica: “No, sono io che l’ho voluto alla Bce ed abbiamo un presidio che ci tranquillizza”.  

Vota il sondaggio su Draghi al Quirinale

Una buona parola per tutti  –  “Ho letto che Fini dice che bisogna essere grati a lui per la caduta del governo Berlusconi. E’ il massimo del ridicolo”, ha detto Berlusconi sul leader di Fli. Anche perGianfranco Fini  vale la massima, “il successo ha dato alla testa, funziona al cento per cento anche per lui”. Quanto a  Pier Ferdinando Casini:  “L’Udc ha introdotto il quoziente familiare anche tra i candidati nelle sue liste”. “Apprezzo la coerenza di Casini  che è sempre molto vicino alla famiglia: candida i familiari”, ha detto a ‘Omnibus’  citando “il  genero e la cognata” del leader centrista. Su  Franco Frattini  che lo ha mollato, il Cav sostiene che  “è un mio grandissimo amico”,”aspira a diventare segretario della Nato e il governo deve essere consenziente”.  Per Berlusconi, quella di Frattini sarebbe “una missione, non una poltrona. Io lo stimo molto, abbiamo collaborato benissimo. Lui è  in dissenso con la politica europea della Lega, ma siamo anche concreti: se la Lega ha il 5% e noi avremo il 40%, se vuole presentare  una cosa su cui siamo contrari non passa”.

Il lancio di Alfano  –  “Il premier lo fa  Angelino Alfano, la Lega è d’accordo”, ha detto  Silvio Berlusconi  su La7. E sul fatto che non sia il segretario del Pdl a   intervenire nei confronti con gli altri candidati premier “non è detto che non lo faccia”, ha replicato il Cavaliere per precisare tuttavia subito dopo “che i confronti avvengono tra i capi delle coalizioni”.  Silvio Berlusconi ribadisce poi che nelle liste del Pdl non saranno candidati condannati in via definitiva. Mentre sugli indagati o su chi ha un processo in corso, “visto lo stato della giustizia, decideremo sulla base delle carte”. L’ex premier spiega che sarà un comitato composto da avvocati del Pdl” a stabilire se “i procedimenti sono fondati o no”. Cita l’esempio di  Alfonso Papa, “che ha avuto 53 accuse di cui solo tre fondate”. Stesso discorso per  Nicola Cosentino: “Caldoro ha una posizione personale verso Cosentino, forse giustificata non lo so, da vicende locali che li hanno contrapposti, ma io non sono in grado di dire…”.

Siparetto Cav -Ingroia  –  Siparietto,  Ingroia-Berlusconi, stamattina negli studi di La7, dove i due si sono incontrati per la prima volta in veste di avversari politici.  “Forse dovrei salutarti così” scherza Silvio Berlusconi incrociando i polsi, sotto gli occhi divertiti del direttoreEnrico Mentana  che riprende stretta di mano e saluti fra i due con il cellulare.  “Tu stai diventando troppo di sinistra”, prosegue Berlusconi ma Ingroia, che sarà ospite stasera della trasmissione  Ballarò, saluta sorridente ed entra in studio, senza raccogliere. “Vi siete salutati con affetto” chiosa la conduttrice di  Coffee Break.  Ci siamo salutati cordialmente, da avversari politici”, puntualizza l’ex pm che in trasmissione.  Silvio Berlusconi a Omnibus, parlando di Antonio Ingroia, aveva sostenuto che  “in  nessun paese civile è consentito che uno si faccia pubblicità come pm e poi si candida alle elezioni in Italia abbiamo anche questa damnatio. Quello che accade ora è uno scandalo”. Proprio all’ex Pm, ospite della trasmissione che segue, il Cavaliere pone una domanda: “Ho avuto un interrogatorio riservato con Ingroia e altri due magistrati. Due giorni dopo è comparso tutto il contenuto sul Fatto Quotidiano, compresa la pausa caffè e non c’è stata nessuna incriminazione verso gli unici tre, i giudici, che potevano conoscere i contenuti dell’interrogatorio. Come mai?”, conclude Berlusconi.    “Intanto eravamo in quattro, c’era anche Berlusconi…”, ha risposto il leader di Rivoluzione Civile. “Poi non è uscito il contenuto del verbale, quello che è uscito è stato lo scambio di battute del prima e del dopo, che è avvenuto anche in presenza di altri, i suoi avvocati, gli ufficiali presenti in caserma, eccetera. Insomma, è uscito il clima e qualche brano estratto, qualche frammento. Certo uno dei quattro ha riferito, ma non è detto che uno dei quattro abbia parlato con i giornalisti direttamente”, ha detto Ingroia.


Se al Cav. supereroe (sputtanato) giovi o no l’ultima raffica dei pm
di Antonio Noto
(da “Il Foglio”, 15 gennaio 2013)

Dopo quattro ore di camera di consiglio i giudici del tribunale di Milano ieri hanno respinto l’istanza con cui la difesa di Silvio Berlusconi aveva chiesto di sospendere il dibattimento sul caso Ruby fino al voto di febbraio. Secondo i giudici non ci sono le condizioni per sospendere il processo, il Cavaliere non risulta formalmente candidato premier. Le stesse argomentazioni erano state utilizzate dal pubblico ministero Ilda Boccassini. Dagli ambienti vicini all’ex presidente del Consiglio viene attribuita ai giudici di Milano l’intenzione di arrivare a una sentenza di condanna prima del voto (e non solo sul caso Ruby, ma anche nel processo sulle intercettazioni dell’affaire Bnl-Unipol). “Il tribunale è entrato pesantissimamente nella campagna elettorale”, ha detto l’avvocato di Berlusconi, Niccolò Ghedini. Ma quali sono gli effetti politici di questa nuova deflagrante offensiva giudiziaria? “In assoluto credo che Berlusconi ne sia danneggiato”, dice al Foglio Marcello Sorgi. E l’editorialista della Stampa prosegue: “Ma se venisse di nuovo condannato, com’è accaduto nel processo Mediatrade, cioè qualora la condanna arrivi prima delle elezioni, allora non si può escludere che gli elettori del Pdl si mobilitino sostenendo il Cavaliere anche nelle urne”. C’è tuttavia un aspetto che Sorgi sottolinea: “In campagna elettorale i processi si dovrebbero fermare sempre. Una sospensione di quaranta giorni non avrebbe cambiato nulla dal punto di vista processuale, invece va da sé che processare un leader politico a un mese dal voto significa prestare il procedimento giudiziario a qualsiasi tipo di strumentalizzazione. Diventa campagna elettorale”.

Tutta la parabola politica di Silvio Berlusconi è stata caratterizzata dal suo rapporto conflittuale con la magistratura: i processi che lo hanno visto coinvolto ne hanno in parte danneggiato la credibilità, soprattutto all’estero, ma lo hanno pure sempre reso, almeno in Italia, una specie di “supereroe sputtanato”: un Cavaliere che sente il dolore dell’accanimento giudiziario, ma che pure riesce così a polarizzare il paese e gli elettori, divisi tra i suoi fan e quelli dei magistrati che invece vogliono vederlo in galera. Come dice Antonio Noto, sondaggista di Swg: “Berlusconi sta cercando di recuperare parte dell’elettorato che da un po’ si è disaffezionato. Questo segmento di elettori si divide in due, una metà è composta da coloro i quali non lo votano più perché ne danno un giudizio politico negativo, basato sull’ultima esperienza del governo Berlusconi. E questi sono molto difficili da recuperare. Ma c’è pure un’altra metà di elettori che invece dà più peso alle vicende personali del Cavaliere, e al suo stile di vita. Costoro costituiscono un ‘pubblico’ che può essere recuperato in una logica di conflitto propagandistico con i magistrati”.

Gli ultimi sondaggi danno il Pdl e il Cavaliere in ripresa, tra il 2 e il 4 per cento in più secondo Euromedia Research. Percentuali tuttavia – secondo i consiglieri del Cavaliere – ancora da consolidare. Che effetti avrà l’offensiva giudiziaria? “Se fosse condannato forse ci sarebbero per lui effetti paradossalmente positivi”, dice Sorgi, “ma in realtà tutta questa storia di Ruby gli fa molto male. E’ il processo più complicato, quello più dannoso per la sua credibilità e la sua immagine, è la storia che ha offerto l’idea che Berlusconi fosse un po’ uscito di senno”. La battaglia con i magistrati lo indebolisce. “L’ultima volta, alle elezioni comunali di Milano, è andata malissimo”, dice Sorgi. “Se vi ricordate, Berlusconi organizzò alcune manifestazioni contro i giudici. Davanti al tribunale c’erano due tifoserie contrapposte. Non servì a niente, vinse comunque Giuliano Pisapia”.


Mario Giordano: “Pisanu scaricato tenta l’ultima piroetta”, qui.


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Bart