Le scialuppe di salvataggio

di Sergio Rizzo
(dal “Corriere della Sera”, 17 dicembre 2012)

«Monti è ok, la sua agenda è la nostra »: parola di Renato Brunetta. Chi ieri ha letto questo tweet dell’ex ministro della Funzione pubblica si dev’essere chiesto se l’ha scritto lo stesso Brunetta che soltanto quattro giorni prima rivendicava sul Corriere di aver convinto Silvio Berlusconi a staccare la spina. «Sostenere Monti non è stata solo una cosa assolutamente sbagliata, ma anche spaventosamente negativa per il Pdl e per l’Italia », sentenziava Brunetta ricordando di aver fatto per tredici mesi le pulci al suo governo con «238 slide di PowerPoint senza aver mai ricevuto una sola smentita ». Il giorno dell’insediamento del professore a Palazzo Chigi l’aveva addirittura diffidato dal farsi tentare da future candidature politiche.

Perfino lui si è ora convinto. Monti è diventato il salvatore della patria del centrodestra, il possibile «federatore di tutti i moderati », come Brunetta ha spiegato al Secolo XIX. Anche se al posto di «federatore » sarebbe più appropriato un altro termine: scialuppa di salvataggio. Perché l’esplosione del centrodestra, con i sondaggi che da mesi descrivono un Popolo della libertà in picchiata, sommata alla fortissima crescita del Movimento 5 Stelle, rischia serissimamente di far naufragare le certezze di quanti fino a un anno fa davano per scontata la propria riconferma parlamentare. Il solo seggio di Silvio Berlusconi, in quello schieramento, può considerarsi al sicuro: ma per il puro consenso personale di cui ancora gode il Cavaliere.

Ecco dunque che Monti è visto da tanti, suo malgrado, come il possibile traghettatore verso una nuova vita politica. Nel centrodestra, e pure nel centrosinistra. C’è da dire che la scialuppa era già abbastanza affollata. Quando i primi dissidenti hanno cominciato a migrare dal Pdl al gruppo misto della Camera preparandosi a salirci, come l’ex pasionaria berlusconiana Isabella Bertolini ora portavoce di Italia libera, c’erano già casiniani e finiani. Poi, alla spicciolata, sono arrivati altri pezzi del Pdl, compresi nemici giurati di Gianfranco Fini e avversari di Pier Ferdinando Casini.

C’è Italia popolare, che va dal sindaco di Roma Gianni Alemanno al capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto, passando per Franco Frattini, Maurizio Lupi, Gaetano Quagliariello, Maurizio Sacconi… C’è Gabriele Albertini, che punta a diventare presidente della Regione Lombardia. Ci sono due ormai ex governatori con zero possibilità di riconferma, quali Roberto Formigoni e Renata Polverini. Ma pende dalle labbra di Monti pure qualcuno dei Responsabili: «Se Monti scende in campo cambia tutto », si è augurato il portavoce di Popolo e territorio, Francesco Pionati. Mentre il segretario repubblicano Francesco Nucara si appellava al premier «perché guidi il Paese portando a termine il risanamento ». E se il leader dell’Api Francesco Rutelli aveva già annunciato a settembre «porte aperte » al prolungamento dell’esperienza montiana, ha sorpreso tutti nel Partito democratico l’uscita del suo ex collega margheritino Giuseppe Fioroni, per il quale «è indispensabile lavorare alla costituzione di un soggetto moderato-progressista intorno a Monti ».

Come faranno tutti questi a stare insieme, ammesso che il premier se la senta di fare il timoniere e accetti di imbarcarli, è un bel mistero. Una scialuppa così piena non rischia di capovolgersi? (il grassetto è mio. bdm).


Il dilemma del Professore
di Ilvo Diamanti
(da “la Repubblica”, 17 dicembre 2012)

La Seconda Repubblica è finita, ma non del tutto. Il leader che l’ha inventata e guidata, per quasi vent’anni, è ancora lì. Silvio Berlusconi. Non si decide a uscire di scena. Per il bene del Paese. E, in primo luogo, “per i miei interessi”, come ha esplicitamente affermato negli scorsi giorni. Da ciò la difficoltà di costruire una democrazia “normale”, fondata sull’alternanza possibile.

Da ciò la difficoltà di Mario Monti, nella ricerca di un ruolo, dopo le prossime elezioni. Monti: vorrebbe continuare l’opera avviata un anno fa. Ma sulla base di un’investitura democratica e non aristocratica. Per volontà popolare e non del Presidente. Dopo una consultazione elettorale in Italia e non per scelta degli “altri”. Su Monti, come si è visto anche nell’ultima settimana, “investono” i Popolari europei. La Merkel in testa. Ma anche il presidente francese, Hollande, socialista, ha espresso la sua stima verso il Professore.

I leader politici (oltre ai mercati) internazionali si chiedono perché mai gli italiani debbano esporsi al rischio di eleggere – democraticamente – un governo “populista”. Oppure una maggioranza fragile, condizionata da forze politiche anti-europee. Com’è già avvenuto in passato. I leader e i mercati stranieri: si chiedono (talora apertamente) perché gli italiani debbano andare al voto, quando dispongono già di un premier “affidabile” (dal loro punto di vista).

“Purtroppo” la democrazia ha le sue regole. E i suoi rischi. Da troppo tempo – per citare Marc Lazar – l’Italia costituisce un interessante “laboratorio” dei cambiamenti – e delle distorsioni – delle democrazie europee. E, per questo, opera in una situazione instabile. Sarebbe ora che entrasse in una “noiosa” condizione di “normalità”. Superando le deviazioni della Seconda, ma anche della Prima Repubblica. Non è ancora possibile, pare. Come dimostrano i dilemmi di Monti, in questa fase.

Il Professore vorrebbe, infatti, riproporsi come premier, dopo le elezioni. Ma è difficile trovare una posizione adeguata alle sue – legittime e comprensibili – aspirazioni. La “casa” più sicura e coerente, in base all’esperienza recente, sarebbe il centrosinistra. In particolare: il Pd. Che i sondaggi stimano in largo vantaggio. Soprattutto dopo le primarie. Le quali, tuttavia, hanno garantito un largo consenso a Bersani. Indicare un candidato diverso – o un premier diverso, dopo il voto – significherebbe vanificare la volontà degli elettori. Dire loro – e a tutti – che il centrosinistra aveva scherzato.

Un’altra ipotesi, di cui molto si parla, prevede che Monti venga candidato dalle forze politiche di Centro. L’Udc, Fli, la lista promossa da Montezemolo. Una soluzione che potrebbe fare del Terzo Polo l’alternativa vera al centrosinistra. Anche perché l’attuale sistema elettorale, il cosiddetto Porcellum, concepito in era berlusconiana e mantenuto con il concorso determinante di Berlusconi, ha prodotto un duplice effetto: maggioritaria e personale. Spingendo, cioè, la competizione elettorale in senso bipolare e presidenziale. Ha, infatti, opposto fino ad oggi Berlusconi al candidato della sinistra. Prima Prodi (l’unico ad averlo battuto, per due volte). Poi Veltroni. Ma oggi Berlusconi ha un consenso personale limitato. La sua parabola si è conclusa nell’autunno di un anno fa. Quando ha dovuto “arrendersi” e rassegnare le dimissioni. Costretto da vincoli esterni, ma prima ancora interni. Dalla crisi di fiducia nel Paese e dall’incapacità di tenere insieme la sua maggioranza. Oggi, il suo ritorno politico ha permesso al Pdl di risalire. Ma di poco: 3-4 punti. Il suo partito: non arriva al 20%. E poi: è diviso. Berlusconi. La stessa Lega: esita ad allearsi con lui. Come potrebbe dimostrare la propria volontà di rinnovamento, ripresentandosi di nuovo al voto con Berlusconi?

Per questo, se Monti divenisse il candidato premier del Centro, il Terzo polo potrebbe trasformarsi nel Secondo. L’alternativa al centrosinistra. Egli stesso diverrebbe, a sua volta, l’alternativa a Bersani. Il suo avversario. Per l’improponibilità di Berlusconi. Per il basso grado di legittimità delle forze di centrodestra. Ma anche per il consenso personale di cui dispone il Professore – risalito oltre il 50% nell’ultima settimana (come segnalano i sondaggi di Demos e Ipsos).

Chiarisco subito che, a mio avviso, si tratterebbe di una prospettiva “normale” e, anzi, auspicabile – in altri tempi e in altri contesti. Proporrebbe, infatti, l’alternativa fra due candidati e due aree politiche “compatibili”. Una più lib e l’altra più lab. Entrambe, sostanzialmente, europee e democratiche. Il problema, tuttavia, è che in questa fase e in queste condizioni, un Patto di Centro guidato da Monti attrarrebbe non solo i voti “moderati”, ma anche il sostegno personale di Silvio Berlusconi. Il quale, anche ieri, nel lungo monologo “recitato” a Canale 5, ha ribadito la propria disponibilità a fare un passo indietro. Ma solo se Monti si candidasse. In altri termini, Monti apparirebbe non solo “colui che unisce i moderati”, ma il garante del Cavaliere e dei suoi.

Per questo oggi Monti si trova in una posizione critica. Perché non può essere candidato dal centrosinistra. Neppure in modo furbescamente mascherato. L’ipotesi di staffetta, di cui si è parlato negli ultimi giorni, appare, infatti, discutibile. Perché gli elettori hanno il diritto di sapere per chi e perché votano. Al momento del voto. Per quale premier e quale maggioranza.

Ma se Monti (per citare Eugenio Scalfari) “cadesse in tentazione” e si candidasse con il Centro, diverrebbe l’alternativa a Bersani. In particolare se Berlusconi facesse un passo indietro. Difficilmente potrebbe, domani, allearsi con il centrosinistra. Tanto meno divenire premier di una coalizione di “unità nazionale”. Se non nel caso che nessuno, al Senato, ottenesse la maggioranza dei seggi (ma Monti, per questo, dovrebbe tifare per la Lega e il Cavaliere, nelle regioni del Nord).

C’è, infine l’ipotesi, avanzata ieri, che Monti promuova una propria lista personale. In autonomia da tutti gli altri. In questo modo si metterebbe davvero in gioco. Tuttavia, per questo, rischierebbe molto. Alcuni sondaggi recenti (Swg, per esempio) gli attribuiscono intorno al 6%, che salirebbe al 15%. Però, appunto, insieme alle forze di Centro. Troppo poco, per coltivare ambizioni di premiership. Al contrario, abbastanza per comprometterle.
Per continuare a svolgere un ruolo di primo piano, nei prossimi anni, penso che il Professore debba, dunque e comunque, rifiutare, apertamente, l’offerta, ma anche i voti del Cavaliere. Prendere esplicitamente le distanze da lui. E quindi decidere. Se, come e con chi scendere in campo.

Ma solo “restando fuori”, a mio avviso, potrebbe occupare, in seguito, ruoli istituzionali importanti. Oppure ruoli di governo. Nella coalizione vincente. O al di sopra delle parti. In caso di particolare emergenza.
Mario Monti, più di ogni altro, oggi può contribuire a “normalizzare” la nostra democrazia. Spezzando, definitivamente, il filo che ancora ci lega alla Seconda Repubblica. Cioè, a Silvio Berlusconi.
Ma, proprio per questo, deve “restare fuori”.


Il grande freddo al Quirinale
di Federico Geremicca
(da “La Stampa”, 17 dicembre 2012)

Magari ha ripensato ai luoghi comuni di que ­sti ultimi terribili me ­si, il ritornello intorno al «go ­verno del Presidente » o le bat ­tute malevoli su Monti «eterodi ­retto dal Quirinale ». Oppure ha riflettuto, con un sorriso amaro, sui misteri dell’animo umano.

Sui cambiamenti che non t’aspetti e su sorprese che davvero non avresti mai im ­maginato. In definitiva, non era affatto di buon umore – Giorgio Napolitano – ieri alla fine del lungo colloquio con Mario Monti.

Già la conclusione del difficile fac ­cia a faccia portava il segno di una certa amarezza: «Non compromet ­tiamo l’esperienza del governo tecni ­co », ha detto al premier congedando ­lo, in un ultimo tentativo di persua ­sione. Poi Napolitano si è chiuso nel suo ufficio, ha chiesto di non esser di ­sturbato e ha cominciato a lavorare al discorso d’auguri alle alte cariche dello Stato. Lo terrà oggi: alle 17 del giorno 17. Non il massimo, in una set ­timana che sarà segnata da profezie e scaramanzie…

Fonti del Quirinale, alla fine, dico ­no: poche novità, situazione in evo ­luzione. Ma in realtà, se dal punto di vista del Presidente della Repubbli ­ca l’incontro con Monti doveva ser ­vire a capirne le intenzioni, una no ­vità c’è. Il presidente del Consiglio ha infatti annunciato a Giorgio Na ­politano quel che il Capo dello Stato con crescente preoccupazione – aveva intuito da tempo: SuperMario sarà in campo alle prossime elezioni «per non disperdere quanto fatto in questi 13 mesi ».

Come sarà in campo – se cioè sponsorizzando un listone unico op ­pure più «liste per Monti » – a questo punto per Giorgio Napolitano è for ­se un dettaglio. La questione – certo – interesserà molto, magari, i partiti e i gruppi (presenti e nascenti) che guardano al premier come a una ve ­ra e propria ciambella di salvatag ­gio. Il Capo dello Stato, invece, ri ­flette su altro: su quello, cioè, che comincia ormai a considerare una sorta di vulnus ad un rapporto che aveva come pri ­mo collante – fin dall’istante ini ­ziale – una salda, esplicita e reci ­proca fiducia.

La spiegazione che il premier ha dato ieri alla scel ­ta ormai compiu ­ta non può esser considerata pre ­testuosa: la ne ­cessità di difendere il lavoro fatto e la cosiddetta «agenda Monti » dagli attacchi ormai quotidiani cui sia il primo che la seconda sono sottopo ­sti tanto da destra quanto da sini ­stra. Napolitano non ha contestato al presidente del Consiglio né la re ­altà del quadro tratteggiato né la ne ­cessità di difendere e tutelare i risul ­tati di questi 13 mesi di governo. Quel che non lo convince affatto è che per far questo l’unica via possibile sia – di fatto – la discesa in campo del pre ­mier a sostegno di una parte politica piuttosto che di un’altra.

Non è una novi ­tà, infatti, che il Capo dello Stato abbia sin dall’ini ­zio considerato la «terzietà » di Ma ­rio Monti la miglio ­re assicurazione sulla riuscita della difficile operazione politica e di go ­verno varata nel novembre dell’anno scorso. Non a caso volle nominarlo se ­natore a vita; non a caso rassicurò il dimissionario Berlusconi che quello sarebbe stato il profilo del governo; e non a caso garantì al Pd di Bersani (probabile vincitore di elezioni che parevano inevitabili) che non c’era da dubitare sulla presente e futura «neu ­tralità » di SuperMario. Non si tratta ­va di rassicurazioni di maniera: il pri ­mo a esser convinto di tutto ciò, infat ­ti, era proprio Giorgio Napolitano.

Poi, potremmo dire, le sorprese e i misteri dell’animo umano… In realtà è dalla ripresa dopo la brevissima pausa estiva che le cose sono comin ­ciate a cambiare. Ministri e sottose ­gretari in prima fila nella convention di trasformazione dell’Udc di Casini in qualcosa di più grande e diverso; analoghe presenze intorno alla co ­struzione del movimento di Montezemolo. Il governo – se non il premier – cominciava ad essere sempre meno «terzo »: e a nulla valsero le prudenti sollecitazioni di Napolitano a Monti di richiamare quei ministri che si esponevano troppo…

Il lento ma progressivo e inarre ­stabile allontanamento tra i due pre ­sidenti è nato così; poi i crescenti  pressing su Monti e un certo compia ­cersene del premier hanno fatto il re ­sto, determinando una freddezza dif ­ficile da nascondere. E’ per questo che ieri, alla fine dell’incontro con SuperMario, Napolitano non era sor ­preso. Rammaricato invece sì. «Non compromettiamo l’esperienza del go ­verno tecnico », ha ripetuto a Monti in conclusione. Un’ultima esortazio ­ne. Ma a stalla già vuota e a buoi forse già scappati…


Il Prof al Colle rompe gli indugi: pronta la sua lista
di Roberto Scafuri
(da “il Giornale”, 17 dicembre 2012)

L’ultima volta, a tentare di far chiarezza sul futuro politico di Monti era stato lui, Re Giorgio. Una lista del premier «non la vedo, non so che senso avrebbe », aveva detto Napolitano a fine novembre.

Acqua è passata sotto i ponti, la legge di Stabilità è in via d’approvazione, manca ormai meno di una settimana allo scioglimento delle Camere. Il Professore non è strattonato, di più. E quando, ieri mattina, s’incontra per oltre un’ora con il capo dello Stato, il quadro politico è totalmente diverso.
Cosa che obbliga Napolitano a un brusco stop sul confine che divide logiche istituzionali e scelte politiche. Lui ci prova, dicono, a far balenare una serie di possibili conseguenze da una decisione che pure sembra sul piano inclinato. Ma sempre attento a non valicare quella frontiera, e molto attento a non perorare la causa del Pd, in evidente difficoltà per una discesa in campo di Monti. Napolitano d’altronde è in scadenza come Monti, in pieno semestre bianco, e sarà il suo successore a dare il prossimo incarico di formare il governo. Così l’unica battuta concessa dal capo dello Stato al termine dell’incontro sta tra Ponzio Pilato e chi ha la coscienza a posto. «Se l’incontro ha fatto chiarezza lo deve dire Monti », pausa. «E lo dirà lui ». Come dire: quel che potevo dire ho detto, di più non potevo.
Non trapela irritazione, semmai una rassegnata «presa d’atto ». Dalla frase di Napolitano emerge infatti che il Professore è sempre più deciso; d’altronde negli ultimi giorni troppi sono stati i segnali perché il tutto si risolva in quella «posizione di terzietà » che tanto comodo farebbe al Pd, ma che non assicura certo l’ascesa al Colle. La ricerca di un simbolo, le domande sulle procedure di raccolta firme, persino sul notaio presso il quale depositare marchi, la ressa di aspiranti candidati che hanno messo alle corde la segreteria di Palazzo Chigi. Questi gli ultimi ambiti di incertezza di Monti, che sicuramente non si candiderà in proprio (assai controversa la questione di sue eventuali dimissioni da senatore a vita), ma vorrebbe comunque una lista personale, slegata da altri partiti e movimenti, che farebbe da «catalizzatore » delle forze che si riconoscono nel suo programma.
Il Prof pensa dunque a un percorso a tappe, la prima delle quali sarebbe un discorso parlamentare dopo l’approvazione della legge sulla stabilità. Discorso d’addio che si tramuterebbe in discorso d’arrivederci. «Parlerà al Paese – conferma il ministro Riccardi in tivù – non sarà una battuta ma un discorso argomentato. Un discorso in cui argomenterà i motivi della sua scelta ». Una specie di Manifesto montiano che, nelle parole usate da Riccardi, lo lanci come «riferimento politico e morale per un grande rassemblement di uomini e donne che vogliono cambiare l’Italia: non una proposta ideologica ma che sparigli e faccia tornare la voglia di tornare a votare ». La maggiore preoccupazione di Monti è infatti quella di non venir confuso con quanti, pur appoggiandolo, hanno un passato. Ai vari Casini, Fini, eccetera toccherebbe perciò aggiungere il motto «per Monti » nel proprio simbolo alla Camera. Diverso il discorso per Italia Futura di Montezemolo, che potrebbe confluire e fornire il supporto organizzativo, indicando il premier quale «capo della coalizione ». Qualche difficoltà politica resterebbe per il Senato, dove soltanto un listone aiuterebbe i centristi a superare lo sbarramento regionale. Dettaglio – non irrilevante – sul quale i centristi per Monti non mancheranno di scornarsi fino alla fine.


Il premier non sarà in lista. Offrirà un’agenda ai partiti
di Marzio Breda
(dal “Corriere della Sera”, 17 dicembre 2012)
(Breda è un giornalista ben introdotto al Quirinale. Se le cose che scrive sono vicine alla verità, Monti vorrebbe la botte piena – ipotecare la continuazione della sua agenda o del suo annunciato memorandum – e la moglie ubriaca – la presidenza della repubblica. – Mica male il furbacchione… bdm)

ROMA – Un’offerta pubblica e trasparente. Una proposta aperta, sulla quale i partiti (quelli già presenti in Parlamento ma anche nuove formazioni ancora in progress ) possano esprimersi, con un’adesione – se il progetto sarà ritenuto utile – che evochi il suo programma e, magari, pure il suo nome nelle liste. È questa l’idea su cui Mario Monti sta riflettendo in queste ore di fortissimo pressing a entrare nella partita elettorale. Ne ha parlato ieri mattina con il capo dello Stato, in un colloquio organizzato in fretta appunto per dissipare il logorante rebus sul suo futuro dopo l’esperienza alla guida del governo tecnico.

La scelta di restare in scena, e in modo più pieno di adesso, non è facile per il professore. Ma le esortazioni ricevute, dall’Italia come da diverse Cancellerie europee, dagli Stati Uniti e perfino dal Vaticano, sono ormai diventate per lui una questione di coscienza. Rappresentano, insomma, una chiamata al dovere che gli rende molto difficile non considerare ogni opzione possibile. Se non altro per un senso di responsabilità verso il quale Giorgio Napolitano gli ha dimostrato la comprensione e il rispetto di sempre (le voci di dissidi e contrasti tra i due circolate nei giorni scorsi erano fasulle).
Non lo ha incoraggiato né diffidato a muoversi in una direzione o in un’altra, il presidente della Repubblica. Lo ha soprattutto ascoltato, mantenendo il giudizio di principio che aveva espresso il 22 novembre a Parigi: «Un senatore a vita non è candidabile… semmai lo si può consultare dopo il voto ».
Certo, da allora è cambiato tutto. Gli aspri, e per Monti offensivi, annunci di sfiducia da parte di Angelino Alfano e Silvio Berlusconi hanno mutilato di colpo la speciale maggioranza e materializzato le prospettive di una rincorsa elettorale distruttiva. Alla quale si sono aggiunte lusinghe più o meno spregiudicate (del Cavaliere) e avvertimenti più o meno impulsivi (del Partito democratico e di Massimo D’Alema in particolare). In una situazione così grave, ha confidato il premier nel lungo incontro al Quirinale, non me la sento di chiamarmi fuori. E, fermo restando che non gli sembra praticabile l’ipotesi di candidarsi personalmente a un collegio per poi optare per Palazzo Madama così come eventuali dimissioni da senatore a vita (perché una simile mossa potrebbe offendere chi lo ha nominato, vale a dire Napolitano), ecco che Mario Monti ha cominciato a valutare altre possibilità.

Il punto risolutore del suo ragionamento è legato a una serie di domande, cui gli è parso di trovare una provvisoria, per lui comunque già fin d’ora convincente, risposta: 1) è davvero necessario farsi eleggere direttamente per avere quello che si dice «mandato popolare »?; 2) il vaglio dei cittadini non potrebbe avere altrettanto valore se fossero invitati a esprimersi sulle idee, ciò che potrebbe avere un significato di antidoto in una fase in cui tutti si concentrano troppo sulle leadership e troppo poco sui programmi, soprattutto sulla loro reale sostenibilità economica? Partendo da qui Monti ha maturato, senza però decidere ancora, una soluzione dai contorni che restano da definire ma in grado di preservare al massimo, per quanto possibile, il suo profilo di terzietà. Pensa cioè alla presentazione di un memorandum per il Paese – chiamiamolo così – nel quale inserire le riforme avviate e ancora da perfezionare, insieme ad altre da mettere in cantiere ex novo.

Una proposta aperta, dunque. Nello spirito di saggiarne il consenso tra le forze politiche, vedendo chi condivide la configurazione di massima del programma e consentendo a chi ci sta di schierarsi. A costo che in qualche lista e simbolo sia evocato esplicitamente anche il suo nome, se necessario, ma senza alcun accordo bilaterale a priori e senza alcuna esclusione. Né guardando al centrodestra né al centrosinistra.
In definitiva: i partiti, vecchi e nuovi, potrebbero stabilire e dichiarare la loro vicinanza a un’ipotetica agenda Monti e gli italiani votare su di essa. E il vaglio popolare sulla coalizione di liste che dovesse formarsi, e il relativo mandato a governare, sarebbe in ogni caso esplicito.

Davanti a questo scenario, Giorgio Napolitano si è limitato all’ascolto. Perché saranno i fatti a dare presto concrete motivazioni al progetto. Qualche motivata preoccupazione, tuttavia, il presidente della Repubblica la mantiene. Per esempio quella che, nella prospettiva di un confronto pubblico destinato a polarizzarsi sempre più spietatamente tra il centrodestra e il centrosinistra, un ipotetico cartello di partiti aggregati e mobilitati in tempi strettissimi nel nome di Monti, e per il suo programma, finisca per raccogliere una soglia di consensi non adeguata (che al momento qualcuno azzarda oscilli soltanto in una forbice compresa tra il 10 e il 15 per cento).
Può bastare un simile risultato – si chiede il capo dello Stato – a garantire al professore la forza necessaria per essere in campo con reali chances di imporsi? Non c’è il rischio che ne esca indebolita una figura super partes che proprio lui ha protetto per tutto questo difficile 2012 e che sarà indispensabile coinvolgere, perché sorretta dalla stessa urgenza dei fatti, anche nella prossima legislatura?


Monti? No grazie
di Alessandro Sallusti
(da “il Giornale”, 17 dicembre 2012)

Usciamo da metafore e tatticismi, altri ­menti la gente non capisce più nulla. Monti non è e non può essere il candi ­dato premier del popolo del centrodestra. Almeno che non abiuri auna politica sciagu ­rata, che non si ricreda sulla moralità e legittimi ­tà di un popolo, il nostro, che nell’ultimo anno ha mortificato, ignorato, snobbato con l’arroganza del professore a cui fa schifo sporcarsi le mani stringendo le nostre. Sembra che lo vogliano tut ­ti, dalla Germania ai banchieri fìno ai benpensanti dei salotti miliardari. Piccolo particolare: se ­condo i sondaggi l’80 per cento degli elettori del Pdl non ne vogliono sentire neppure parlare, mentre la metà del popolo di sinistra sbava per lui. Un motivo ci sarà. Obiezione. Anche Berlu ­sconi e Alfano lo implorano di fare il loro capo. Non prendiamoci in giro. Pensate davvero che Berlusconi sia in cerca di un capo? È una contraddizione in termini, solo gli allocchi ci possono ca ­dere. È che Berlusconi, credo io, sta solo smon ­tando il giochino, il grande imbroglio di Monti salvatore della Patria. Sei dei nostri? Dimostralo, scegli, rischia, noi ci siamo. È che non c’è lui, Monti, l’uomo che si è fatto nominare senatore a vita come polizza sul suo futuro: ventiduemila euro al mese per poi rubarci le nostre tredicesi ­me con l’Imu e tutto quel che sappiamo.

Possiamo affidare il nostro futuro a uno così? Se ce lo chiede in ginocchio, forse. Altrimenti si arrangi col suo amico ministro Riccardi che ieri lo ha definito uomo «di alta moralità ». Già, per ­ché è morale far chiudere le aziende, creare di ­soccupazione e disperazione con leggi che piac ­ciono alla Merkel. Meglio un Berlusconi a cento Monti.  Lo dico agli amici della Lega, ai pidiellini attratti dalle sirene del loden, a quei cattolici moralisti che già hanno barattato fin troppo, principi evangelici in cambio di poltrone. Lo dico da de- tenuto. Mi fa paura mettere la mia libertà nelle mani di Monti.


Qualche risposta e una proposta
di Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano”, 17 dicembre 2012)

Cari amici del blog e dei social network, ho letto tutti i quasi mille commenti al mio  messaggio in bottiglia di qualche giorno fa, in cui vi invitavo ad abbonarvi o a riabbonarvi al  Fatto quotidiano  e a regalare abbonamenti ad amici e parenti per Natale. Non potendo rispondere a tutti uno per uno, li raggrupperò in una serie di punti per cercare di riassumerli e di dirvi come la penso.

Prima, però, vorrei fare una premessa:  dobbiamo intenderci su che cos’è un giornale, a che cosa serve e che cosa ci si può e ci si deve attendere da esso. Un giornale serve anzitutto a dare notizie, possibilmente fresche, inedite, interessanti. Poi serve a spiegarle con analisi di persone competenti. Poi serve a commentarle da una pluralità di punti di vista, i più vari che si può, purché rispettosi della “linea” del giornale medesimo, che viene dichiarata fin dal momento della sua fondazione e ribadita negli editoriali del suo direttore. La nostra “linea” è molto semplice: i princìpi della  Costituzione  della Repubblica italiana. Noi ci accontentiamo che chi scrive sul  Fatto  li rispetti, dopodiché può esprimere le opinioni più disparate. Non siamo un partito, né una caserma, dunque c’è spazio per tutte le voci. A volte le mettiamo a confronto l’una accanto all’altra, altre volte le esponiamo una alla volta in successione. A nessun redattore, collaboratore, tanto meno lettore abbiamo mai chiesto di esibire una tessera di partito o di sindacato, né di dirci per chi vota o ha votato. Ci piace discutere, nelle nostre riunioni di redazione e sul giornale. Senza tabù né partiti presi. E quando arriva una notizia, non ci domandiamo mai “cui prodest”, cioè a chi giova o a chi fa danno. Ma solo di accertare se è vera e se è nuova: in caso affermativo, la pubblichiamo. Magari sbagliamo a sopravvalutarla o a sottostimarla, ma quando ciò accade è solo colpa nostra: i nostri meriti e i nostri demeriti  sono sempre farina del nostro sacco, mai scelte per conto terzi. Ciò premesso, veniamo al riassunto delle contestazioni.

1.  Censura. “I commenti agli articoli e ai blog vengono censurati”. Non è così, per fortuna, e guai se lo fosse. I commenti vengono moderati, per evitare che insulti gratuiti, calunnie, diffamazioni, ingiurie ci espongano a cause civili o a processi penali perduti in partenza. La moderazione richiede tempo e risorse, quindi può capitare che certi commenti ritenuti a rischio vengano filtrati e parcheggiati in un limbo per qualche ora, in attesa che il moderatore li vagli: può capitare che ritenga rischioso qualcuno che non lo è, o viceversa, ma vale quel che ho detto sopra: non esistono direttive censorie di alcun genere, si può parlare di tutto e di tutti, purché non si trascenda nel codice penale e civile. Del resto, fatevi un giro sui siti degli altri giornali e diteci quanti – come noi – aprono ai commenti liberi tutti gli articoli che pubblicano.

2.“Siete il giornale di Grillo/Di Pietro/Lista Arancione”  e così via. A volte, lo confesso, penso che chi scrive queste cose non legga il  Fatto Quotidiano, ma segua altri giornali, o programmi tv o rassegne stampa o siti malfamati che si divertono ad attribuirci padroni e padrini. Chi ha rivelato lo scazzo Grillo-Tavolazzi? Il nostro sito. Chi ha intervistato fra i primi Tavolazzi?  Il Fatto. Abbiamo dato tutte le notizie, sia quelle gradite a Grillo sia quelle sgradite. E l’abbiamo criticato ogni volta che lo meritava (il che non significa che lo meritasse sempre, quando la stampa al seguito dei grandi partiti inventava pretesti per demonizzarlo a prescindere). Fra i nostri opinionisti ci sono più antipatizzanti che simpatizzanti del Movimento 5 Stelle. Personalmente, penso che sia un fatto positivo che quel movimento mandi qualche decina di giovani rompicoglioni a fare opposizione nel Parlamento degli inciuci, esattamente come fanno – ora bene, ora male – nei consigli comunali e regionali di quasi tutta Italia. Penso invece che sia negativa l’immagine truculenta che danno Grillo e Casaleggio quando scomunicano questo o quello solo perché dissente (altra cosa sono le eventuali violazioni delle regole interne, che vanno sanzionate, come avviene in tutti i partiti di tutte le democrazie del mondo). Attenti, è importante: non bisogna mai confondere lo spazio che il nostro giornale dedica a questo o quel personaggio o soggetto politico, con l’adesione a esso. Se parliamo tanto di Grillo (come di Monti, di Berlusconi, di Bersani, di Renzi) è perché l’attualità ce lo impone: nel bene o nel male, sono protagonisti che incuriosiscono la gente ed è doveroso parlarne. Soprattutto, poi, se altri giornali cercano di depistare l’opinione pubblica, censurando chi è ritenuto scomodo dal sistema, magari per parlarne solo quando è in difficoltà o quando sbaglia. Quanto a  Di Pietro, ho sempre associato la difesa dell’ex pm dagli attacchi falsi o pretestuosi alle critiche, anche molto dure (ricordate il caso De Luca? O il dossier  Micromega  sui suoi dirigenti impresentabili?), quando tradiva le aspettative dei suoi elettori con scelte discutibili o indecenti (De Gregorio, Scilipoti e tanti altri). Quando, dopo la celebre puntata di  Report, la stampa di regime ha cominciato a scrivere che Di Pietro aveva 56 case, comprate con chissà quali soldi,  ho chiesto a Marco Lillo di fare le visure catastali e di scrivere quante case ha Di Pietro  (sono tre, più altre 7-8 della sua numerosa famiglia). La mia idea di giornale è questa: prima conoscere i fatti e i dati nella loro esattezza, poi trarne le conseguenze o lasciare che le traggano i lettori.

3.  “Criticate sempre tutti”. Qui, ragazzi, bisogna intendersi. Se critichiamo chiunque lo meriti, a destra come a sinistra, veniamo accusati di non essere mai contenti, o di fare di volta in volta il gioco degli avversari di chi critichiamo. Se poi scrivo un articolo per dire che  Laura Puppato  è una persona competente e onesta e merita il voto alle primarie del centrosinistra, vengo accusato di fare il suo portavoce (chissà poi con quale tornaconto). Ma è tanto difficile capire che critichiamo chi riteniamo criticabile, documentando le nostre osservazioni, mentre parliamo bene di chi pensiamo che lo meriti? Qualcuno sostiene addirittura che avrei fatto un “endorsement” per  Gianfranco Fini: ma quando mai? Scrivere che la scelta di Fini di non votare le ultime leggi vergogna e poi di sfiduciare il governo Berlusconi esponendosi al linciaggio dei suoi  house organ  fu una scelta coraggiosa e positiva per l’Italia non significa mica iscriversi a Fli o farle campagna elettorale!

4.  “Al Pd non ne perdonate una e favorite la destra”. Ma perché mai dovremmo perdonarne una, o due, o cinque, o dieci? Che dovremmo fare: le critiche a giorni alterni? E’ vero, siamo stati noi a rivelare, per esempio, che Bersani s’è fatto finanziare la campagna elettorale da Riva, il padrone dell’Ilva, e gli abbiamo chiesto di restituire i soldi in pieno caso Taranto. Che avremmo dovuto fare? Tenerci la notizia e la critica nella penna per non avvantaggiare Renzi (a cui pure abbiamo fatto le pulci, euro per euro)? Chi ci accusa di voler danneggiare il Pd raccontandone gli scandali dovrebbe domandarsi: ma gli scandali fanno male al Pd perché  il Fatto  li racconta o perché alcuni esponenti del Pd si comportano male, tradendo milioni di elettori molto migliori di loro? Sul Pd, come su tutto e su tutti, possiamo avere sbagliato, per eccesso o per difetto: questo lo decidete voi. Ma – vi prego di credermi – sempre in buona fede e mai per ordini superiori o per secondi fini.

5.“Da quando vi siete messi con Santoro…”. Noi siamo orgogliosi di aver contribuito, da soci, alla società che ha consentito alla squadra di Michele Santoro di tornare in video dopo l’allontanamento “spintaneo” dalla Rai: l’anno scorso sulla piattaforma web+emittenti locali+Cielo, e quest’anno su La7 (ma sempre da posizioni di assoluta autonomia, garantita appunto da una società che produce “Servizio pubblico” e lo cede chiavi in mano a La7). Lo stesso avremmo fatto se, puta caso, Milena Gabanelli fosse stata allontanata dalla Rai. Siamo nati per dare un senso alla “libertà di informazione”, e quando possiamo aiutiamo anche quella degli altri. Fermo restando che Santoro prende le sue decisioni in tv in assoluta autonomia, così come noi nel nostro giornale.

6.  “Il tuo editore Casaleggio”. Qualche buontempone insiste a scrivere che la nostra società avrebbe rapporti commerciali o societari con la Casaleggio & Associati o col blog di Grillo, cioè con la Spektre. Mi spiace di doverli deludere, ma sono fandonie. Sul blog di Grillo, gestito da Casaleggio, ho tenuto una rubrica per tre anni e mezzo, “Passaparola”, che andava in onda in streaming e poi restava su youtube, senza che nessuno, né Grillo né Casaleggio né la Spektre, mi dicessero mai di cosa dovevo parlare o non parlare. Alcune raccolte di quella rubrica sono state vendute in poche migliaia di copie tramite il sito curato da Casaleggio. Ho interrotto quel rapporto di collaborazione un anno fa, un po’ per stanchezza un po’ perché il blog era ormai divenuto l’organo ufficiale del Movimento 5 Stelle che si proponeva per elezioni su scala nazionale, e non lo ritenevo più compatibile con la mia indipendenza di giornalista (anche se, lo ripeto, ero libero di dire tutto quel che volevo). La società delFatto Quotidiano  non ha alcun rapporto con Grillo né con Casaleggio.

7.  “Ce l’avete con la Juve”. Mi vien quasi da sorridere, nel rispondere a questa obiezione, essendo io juventino da tre generazioni e avendo iniziato a seguire la Juve allo stadio di Torino all’età di sei anni (e non sono mica il solo: la nostra prima firma sportiva, Roberto Beccantini, è notoriamente un appassionato bianconero). Ma siamo daccapo: se dare conto, in cronache e commenti, delle indecenze di  Moggi  o delle vicende che han portato alla squalifica di  Conte  e degli attacchi del presidente Agnelli alla giustizia sportiva è “avercela con la Juve”, allora vuol dire che, analogamente, raccontiamo i processi a Berlusconi non per dovere di cronaca e di critica, ma per partito preso (quello “antiberlusconiano”). Spero che i lettori che ci muovono questo rilievo si rendano conto di ragionare come i berluscones.

8.  “L’informazione dev’essere gratuita, quindi noi leggiamo solo il sito del Fatto e non il giornale”. Scelta legittima, spesso anche forzata dalla crisi economica che attanaglia milioni di italiani (so che fra questi ci sono anche molti dei nostri lettori che che ci restano comunque vicini frequentando assiduamente il nostro sito). Ma la premessa è sbagliata: l’informazione gratuita non esiste. Chi la fa, i giornalisti, sono professionisti e devono essere retribuiti per il lavoro che fanno (il malvezzo di sfruttarli o di schiavizzarli con la precarietà non ci appartiene). Se abbiamo un sito online gratuito è grazie all’esistenza di un giornale di carta che decine di migliaia di persone acquistano ogni giorno in edicola o in abbonamento, consentendo alla società di accumulare utili, parte dei quali vengono investiti nel sito. Che, per il resto, si finanzia solo con la (purtroppo scarsa) pubblicità. Anche per questo, tanto più ora che stiamo mettendo in piedi  la nostra web-tv  per allargarci in uno dei nuovi media del futuro, abbiamo bisogno di voi: senza i vostri abbonamenti e il vostro atto di fede in edicola, con le nostre sole forze, non ce la facciamo.

Per ora chiudo qui perché vi ho rubato fin troppo tempo, scusandomi se ho trascurato qualche obiezione. Ma voglio aggiungere due brevi note.

La prima: in questi giorni scriveremo,  Padellaro, Gomez e io, una lettera di auguri e ringraziamenti ai  150 mila cittadini che quest’estate hanno aderito al nostro appello in difesa dei magistrati siciliani  impegnati nelle indagini sui mandanti occulti delle stragi e della trattativa Stato-mafia. E’ stato grazie a loro (e, immodestamente, un po’ anche a noi) se abbiamo imposto all’attenzione dell’opinione pubblica uno scandalo indicibile che tutti tentavano di soffocare. Senza il  Fatto  e senza quelle 150 mila firma nessuno parlerebbe più delle telefonate del Quirinale, e soprattutto della vergogna di uno Stato che, non contento di aver trattato con la mafia, fa di tutto per affossare le indagini e garantire l’impunità, l’omertà e il silenzio a chi quella trattativa fece o tentò di coprire con le sue menzogne e i suoi traffici  (il grassetto è mio. bdm).

La seconda, collegata alla prima: quando decidete se aderire o no alla mia preghiera di abbonarvi o riabbonarvi al  Fatto quotidiano  e alla mia proposta di regalare un abbonamento a un amico o a un parente per Natale, ponetevi alcune semplici domande. Quante cose ho saputo dal  Fatto quotidianoche non sapevo e non avrei saputo dagli altri giornali? Se il  Fatto quotidiano  non esistesse, o non esistesse più, l’informazione in Italia sarebbe altrettanto libera, o più libera, o meno libera?

Ecco, l’esistenza del  Fatto Quotidiano  è – come quando siamo nati, in quanto giornale e in quanto comunità di giornalisti e di lettori –  solo nelle vostre mani. Più lettori e abbonati avremo, più potremo essere liberi di informare al meglio, e anche di migliorare il nostro giornale e il nostro sito con le nuove iniziative e le nuove pagine che presto annunceremo e contiamo di realizzare nell’anno che verrà.

Grazie a chi risponderà Sì alla mia preghiera e alla mia proposta.

E, a tutti, anche a chi risponderà di No, buone feste.


Ettore Scola su Pietro Ingrao, qui.

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