Gasparo Gozzi e il lettore

di Indro Montanelli
[dal “Corriere della Sera”, domenica 15 marzo 1970]

In una delle sue ultime Va ­riazioni, Eugenio Montale ha scritto incidentalmente che « il pubblico è un’invenzione mo ­derna ». E un lettore di Pa ­dova, il sig. Aliprandi, gli ha dato â— sia pure con molto garbo â— sulla voce precisan ­do in una lettera a questo giornale che l’atto di nascita del pubblico, inteso nel senso di « pubblica opinione », risa ­le al 1760, l’anno in cui de ­buttò la « Gazzetta Veneta » di Gasparo Gozzi.

Sul piano anagrafico, l’Aliprandi ha ragione. Anche se la « Gazzetta Veneta » non fu il primo giornale italiano (la « Gazzetta di Parma » era di trent’anni più vecchio, e altri ce n’erano già stati anche nel Seicento) in senso assoluto fu il primo che al pubblico direttamente si rivolse e si ap ­pellò. « Il pubblico â— scri ­veva Gozzi nel numero di apertura â— deve spontanea ­mente somministrarmi di che impinguarlo (La Gazzetta), come somministrava un tem ­po materia all’Addison, allo Swift, allo Steele e agli altri gazzettieri, dietro alle cui trac ­ce, benché da lontano per la mia poca sufficienza, intendo di andare col tempo ».

Gozzi faceva sfoggio di mo ­destia. In realtà non d’insuf ­ficienza si trattava, ma di di ­verse condizioni. Il giornalismo inglese già da un secolo aveva vinto la sua battaglia, una delle più dure che la li ­bertà abbia combattuto con ­tro il potere costituito. E l’aveva vinta proprio grazie al pubblico. Quando apparvero la Review di Defoe e l’Examiner di Swift, sebbene la Co ­stituzione garantisse la libertà di pensiero e di parola, il go ­verno si sentì profondamente disturbato dalle loro critiche, e fece di tutto per sopprimerli. Prima, querelò i redattori per calunnia e vilipendio; ma i tribunali si rifiutarono di con ­dannarli. Poi, tentò di restau ­rare la censura; ma il pubbli ­co scese in piazza e fece qua ­drato intorno ai suoi giornali. Infine ricorse a una misura obliqua: impose agli editori tali tasse da obbligarli a chiedere sussidi, coi quali li ricattava.  Ma i giornali denunziarono la manovra ai lettori   che costrinsero il potere a rinunziarvi.

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Oggi, quando da noi si par ­la di libertà di stampa, c’è sempre qualche imbecille che cita e invoca il modello in ­glese, rimproverando ai gior ­nali italiani di non esserne al ­l’altezza. Come al solito, noi pretendiamo mangiare il frut ­to senza affaticarci a piantare l’albero. La stampa inglese è quel che è grazie a una lotta secolare, vinta solo a furor di pubblico. Questa saldatura fra chi scrive e chi legge, in Ita ­lia, quando mai c’è stata?

Gozzi vi diede un avvio, ma parziale e timido. Intanto dovette rinunciare ad ogni tema politico: un po’ perché vi era egli stesso refrattario, ma soprattutto perché la censura non gliel’avrebbe mai consentito. Delle otto pagine della » Gazzetta » almeno sei erano un semplice notiziario « di tutto di tutto quello ch’è da vendere, da comprare, da darsi a fitto, le cose ricercate e le perdute, il prezzo delle merci, il valore dei cambi »: cioè – oggi si direbbe – avvisi economici, come già ce n’erano stati anche nel Seicento. La grande novità ch’egli introdusse fu la cronaca: fatti e fatterelli cittadini, tipi, figure, scenette: tutto raccontato nel suo stile tra il bozzettistico e il favolistico. Niente altro.

Eppure in quei tempi, e in un paese come il nostro, era già molto. L’Aliprandi ha ragione quando dice che si trattò di un « momento significativo ».

Prima d’allora, in Italia, non era mai successo che uno scrittore scrivesse per il lettore. Il lettore dello scrittore italiano erano il mecenate che lo finanziava, e il ristrettissimo gruppo d’intellettuali che facevano cerchio intorno a lui.   Né poteva essere diversamente, visto che l’alfabeto era un loro quasi esclusivo monopolio.

Le conseguenze di questo fenomeno sono tuttora sotto i nostri occhi. In nessun Paese la cultura è più « alienata » che in Italia. In nessun Paese è altrettanto « corporativa », e afflitta da una endemica inco ­municabilità. Invece di met ­tersi al suo servizio, come ha fatto dovunque altrove, essa snobba la pubblica opinione e la chiama sprezzantemente « il volgo ». E’ il frutto di duemil’anni di Chiesa, specie dal ­la Controriforma in poi. Il « volgo » è l’equivalente laico del « gregge » cui gl’intellettuali, come i preti, pretendono impartire dall’alto una verità rivelata soltanto a loro. Chi abbandona il pulpito per scendere  sul terreno del lettore, eleggerlo a suo interlocutore e giudice, parlargli nella sua lingua dei problemi che (a torto o a ragione, non importa) lo interessano, mettendosi con lui da pari a pari, è un fellone.

Gozzi fu il primo di questi felloni, quello che aprì la strada agli altri nostri progenitori Baretti, Verri e Beccaria. E fu il giornale che l’obbligò a diventarlo perché di suo non se lo sarebbe mai sognato. Acuto osservatore do ­tato, come tutti i malinconici, di una fine vena di umori ­smo, l’uomo era pigro, abuli ­co e soprattutto restìo a ogni civile impegno. Accettò l’in ­vito del Marcuzzi a dirigere la « Gazzetta » solo per lo sti ­pendio. Crivellato com’era di debiti, a tutto pensava fuor ­ché a ingaggiar battaglie, e tanto meno democratiche, lui che quanto a opinioni politi ­che era forcaiolo quasi quan ­to suo fratello Carlo. Al let ­tore si appellò dicendogli: « Scrivo per te » solo per ven ­dergli il giornale. Ma, sia pu ­re senza volerlo, fu lui il pri ­mo a chiamare in giuoco quel ­la forza per l’Italia assoluta ­mente nuova ch’era la pubbli ­ca opinione.

Non era una grande forza, per motivi sia di numero che di peso. Non conosco, e credo che nessuno conosca le « tira ­ture » della « Gazzetta ». Ma sono convinto che non supe ­rarono mai le mille copie per ­ché, dei centotrenta o centoquarantamila abitanti di Venezia, a saper leggere dovevano essere non più di quattro o cinquemila. Insomma, era una « pubblica » opinione per mo ­do di dire: qualcosa che, an ­che se Gozzi avesse voluto sfi ­dare il potere (e non lo vo ­leva di certo), non avrebbe mai fatto quadrato intorno a lui, come il vasto e cosciente pubblico inglese lo aveva fat ­to intorno ai suoi Swift e Defoe.

Tutto quindi si limitò, co ­me nel caso della « Frusta » di Baretti, a una rivoluzione letteraria. Ma fu ugualmente una rivoluzione perché rinno ­vò tutto, a cominciare dal lin ­guaggio. Per scarso che fosse, il pubblico della « Gazzetta » era molto più numeroso e so ­prattutto molto diverso da quello dell’Accademia dei Granelleschi, dove il Gozzi aveva fin allora militato.

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Non facciamo confusione di valori. Gozzi non era di cer ­to un « grande ». Il Settecento italiano non ha che dei «minori », e anche lui lo era.   Oltre il bozzetto e la favola non è mai andato (le poche volte che ci provò fece tonfo). Ma in questa dimensione ha il suo onorevole rango, e fu il giornale a dargliela. È vero che nel suo sacco di cronista c’è farina di Lu ­ciano, di La Bruyère, di La Fontaine. Ma quanto è miglio ­re questa farina di quella ar ­cadica con cui il Gozzi granellesco impastava le sue ac ­cademiche uggiosissime « pastorellate »! Imponendogli di scendere in piazza e per le strade con lui, di guardare la sua vita e di descrivergliela qual era, nel suo miscuglio di comico e di patetico, il letto ­re aveva costretto Gozzi a di ­ventare Gozzi.

Ecco il grande servizio che il lettore rende allo scrittore, quando lo scrittore scrive per rendere servizio al lettore. Anche il lettore, si capisce, era un padrone. Ma è il migliore dei padroni che lo scrittore abbia mai avuto. Principe o prelato non c’è mai stato nella Storia un mecenate che non abbia strumentalizzato lo scrit ­tore per i suoi fini di potere, di prestigio, o magari solo di vanagloria. Il lettore non gli impone altro pedaggio che la partecipazione ai suoi interes ­si e problemi, la semplicità e la chiarezza.

È con l’Enciclopedia, finan ­ziata da una sottoscrizione di lettori e ai lettori unicamente rivolta, che lo scrittore fran ­cese diventa l’interprete e il direttore della pubblica coscienza, cioè diventa se stesso. In Italia questo fenomeno si sviluppa su una scala infi ­nitamente ridotta, puntigliosa ­mente contrastato dalla censu ­ra e reso asfittico dalla caren ­za di alfabeto. E’ una mini ­rivoluzione, ma è pur sempre una rivoluzione. E a compierla sono gli uomini della « Gazzetta », « della Frusta », del «Caffè », cioè il giornalismo: unico fatto veramente nuovo e riformatore in quel gran mortorio ch’è la cultura italiana del Settecento.

Eppure, non mi sento di dar torto neanche a Montale. An ­cora nell’Italia dei «notabili », la pubblica opinione era sol ­tanto l’opinione dei notabili: un’Accademia un po’ più lar ­ga. Forse la definitiva vittoria del lettore risale solo al ’45. E c’è da chiedersi se si sia accorto di averla riportata.

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