di Felice Muolo
Stringeva la canna da pesca in pugno e fissava i raggi del sole danzare sulla superficie del mare. L’acqua era limpida e poteva scorgere piccoli pesci muoversi pigramente attorno all’amo sommerso. Qualcuno di tanto in tanto abboccava e lo tirava su ma non gli importava di prenderli. Anzi, spesso si dispiaceva per la loro sorte e li riconsegnava al mare. Da ore sedeva solitario al margine della scogliera, disinteressandosi totalmente del tempo che passava. Probabilmente, com’era già successo, all’ora di pranzo, sua madre avrebbe mandato suo fratello a cercarlo, per riportarlo a casa. Nessuno avrebbe mai immaginato che tutto il suo interesse consisteva nella speranza di poter vedere emergere dalle acque una sirena e diventarne l’amante.
Prima di uscire dal portone della biblioteca, nascondeva il romanzo in prestito sotto il maglione. Tirando in dentro la pancia per nascondere il rigonfiamento, si avviava frettolosamente verso casa sua. Durante il tragitto, sperava di non incontrare nessuno che lo conoscesse. Se fosse successo, avrebbe dovuto giustificare il rigonfiamento e sicuramente sarebbe stato preso in giro per la sua mania di leggere. Lo canzonavano anche in famiglia, chiamandolo poeta o filosofo.
Questo succedeva quand’era ragazzo. Ne era passato di tempo da allora: l’abitudine di consumare gli occhi sui libri l’aveva intensificata, ma non credeva più nell’esistenza delle sirene. Aveva preso a scrivere. Quando scriveva, stava attento a non essere influenzato dalle letture: aveva trovato la sua voce, il suo stile e cercava di salvaguardarlo. Come era naturale che fosse, era arrivato il tempo dei bilanci.
A cosa mi è servito passare la maggior parte della vita sui libri, coltivare la mia vocazione?, spesso si chiedeva. A cosa sono approdato? Ho pubblicato dei romanzi che avrei potuto fare a meno di pubblicare, tanto, la gente che legge libri è infinitesimale rispetto a quella che non legge. Uno scrittore non serve a nessuno, concludeva.
Una volta considerava necessario descrivere le vicende degli uomini che il tempo tesse, perché non andassero perdute. Ora aveva compreso che sono sempre le stesse e metterle per iscritto non aveva senso: bisognava solo viverle, e ricordarle finché la mente reggeva. Non la pensava esattamente così, ma quando conteggiava il tempo andava sempre in perdita.
Commenti
2 risposte a “Il poeta”
Racconto breve ma di alto spessore riflessivo. Alle tensioni ed alle illusioni giovanili, si legano i sogni e l’indomabile bisogno di elevarsi oltre la realtà personale. E il riversare interesse nei libri può divenire (anzi diviene) scrigno delle ragioni primarie, compresa quella dello scrivere, per lasciare anche un segno di noi e del nostro mondo. Poi subentra la delusione, la conflittualità con un contingente che sembra piatto ed insignificante. Vale lasciare il ricordo di sé, dei fatti, delle cose? Ed il poeta-filosofo pare chiudersi nel pessimismo, pare smarrire la voglia del sogno. Tutto inutile, allora? Ma non è proprio così. Solo il tempo, nel suo inesorabile scorrere incide non poco e si rivela, talvolta, vincitore della nostro esistere. Tuttavia, a mio avviso, e non solo mio, ciò che è vissuto intensamente ed intelligentemente, ciò che è stato realizzato con passione, ciò che lascia un segno hanno e devono avere la meglio sull’annichilimento ed anche sul tempo tiranno.
Vi sono nel racconto momenti densi di pensiero e di sottile introspezione, che si agganciano a momenti di delicata poesia (quadro disegnato con perizia lirica, al limite della commozione, la descrizione narrativa della pesca).
Gian Gabriele Benedetti
Grazie, G.G., per la puntuale attenzione e la generosità.