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LETTERATURA: Una nave vichinga nel mare di sabbia

4 Agosto 2009

di Daniela Toschi

“A che punto sei del tuo viaggio spirituale?”

Non possiamo ignorare l’utilità del progresso tecnologico. E’ infatti grazie a Facebook e ad un’amica di Facebook più intraprendente di me che ho potuto riavvicinarmi al giovane scrittore che mi fece capire che ogni viaggio è un viaggio spirituale. Nell’ottobre 1997 le nostre strade si incrociarono ma persi l’occasione di conoscerlo. Forse non posso garantire al cento per cento che fosse proprio lui il ragazzo alto e biondo che beveva birra insieme a un gruppo di piccoli uomini scuri all’ombra di un’Acacia Erioloba. Ma, se è vero che la memoria può ingannare, è anche vero che quando ciò accade significa che le sue eventuali lacune sono state riempite di elementi simbolicamente significativi.  

In quell’ottobre del 1997 passai con mio marito tre giorni nel Gemsbok National Park, la parte sudafricana del Kalahari. Fu il nostro primo contatto con “la terra della grande sete”. Da allora ogni anno siamo tornati in quel deserto (o forse dovrei dire “in quel giardino di sabbia”), e sempre, casualmente, nel periodo che coincide con lo Yom Kippur della tradizione ebraica. Si dice che nell’intervallo di tempo che va dal capodanno ebraico a Yom Kippur si svolga il giudizio annuale celeste: chi nell’anno precedente si è comportato bene ha la garanzia di sopravvivere a quelli che vengono denominati “i giorni terribili”. Così ogni volta lasciamo il Kalahari nella convinzione che se quel luogo, così duro da affrontare, ci ha risparmiati, vuol dire che il tribunale divino ha deciso di darci un’altra possibilità.  

Quella prima volta che eravamo stati nel Kalahari, sulla via del ritorno, appena varcata la recinzione del parco, ci fermammo a fotografare ancora una volta le dune baluginanti e i cespugli fioriti che spezzano il cuore per la loro audacia, nonchè una piccola capanna di paglia situata in prossimità del cancello. La capanna era “taggata” da un semplice cartello di cartone con la scritta bushman hut.
Nel Kalahari, si dice, sono sopravvissuti i diretti discendenti dei nostri antenati, quei boscimani che, come risulterebbe confermato dal “Progetto Genoma”, costituiscono la razza primordiale da cui, con epocali migrazioni e segregazioni, hanno preso origine tutte le razze. Il loro DNA contiene in sé le potenzialità espressive di ogni razza presente oggi sul pianeta.
Di fronte alla capanna boscimana, dall’altra parte della strada, un gigante biondo dai capelli lunghi e lisci beveva birra e conversava familiarmente con un gruppetto di boscimani, rilassato e a suo agio all’ombra di un’Acacia Erioloba, uno di quei rari alberi che chissà come riescono a crescere alti e verdi nella sabbia bollente, e la cui ombra, che abbassa la temperatura tanto da dare brividi di freddo, garantisce la sopravvivenza ai gemsbok-dalle-lunghe-corna-a-sciabola e ai nomadi del deserto.
Non c’erano auto parcheggiate nei dintorni e mi chiedevo come il ragazzo fosse arrivato in quel luogo. Il suo contrasto fisico rispetto ai piccoli boscimani che lo circondavano stupiva come un salto temporale: dopo un viaggio durato trentamila anni il viaggiatore, profondamente mutato nel fisico e nella mente, era tornato nel luogo e tra le genti da cui era partito, e sotto quell’acacia si chiudeva il cerchio di ogni viaggio, l’incontro tra l’origine e la destinazione.
Non ebbi il coraggio di unirmi alla loro conversazione anche se fui tentata di farlo, e ripartii cercando di lasciarmi alle spalle quell’immagine e le mie curiosità.
In viaggio mi procuro spesso qualcosa da leggere alla libreria dell’aeroporto di Johannesburg, nel settore travel books. Nel 2001 acquistai, fresco di stampa, The healing land. Il titolo, che definiva il Kalahari come “la terra che cura”, mi trovava in piena sintonia: se “guarire” significa “liberarci della propria identità cristallizzata”, nessun altro luogo o circostanza mi aveva “curata” come il Kalahari. Lo sfogliai sul breve volo da Johannesburg a Gaborone, durante il viaggio e infine a casa, e restai di sasso quando lessi che l’autore, tale Rupert Isaacson, in quello stesso ottobre 1997 aveva soggiornato nel Gemsbok ove si era intrattenuto con gli abitanti del deserto, e addirittura descriveva un incontro mancato con due turisti italiani davanti a una capanna boscimana. Guardai meglio la sua foto sul risvolto di copertina e da quel momento sono convinta che Rupert Isaacson sia la stessa persona che vidi all’uscita del Gemsbok.
Ma eravamo proprio noi i turisti italiani di cui parla alle pagine 78-79 del suo libro? Nel corso degli anni gli italiani che frequentano il Kalahari sono progressivamente aumentati, ma quella prima volta non ne incontrammo affatto.
Dalla descrizione di Rupert Isaacson emergono elementi che sembrano confermare che si trattasse di noi; tuttavia certi particolari parrebbero escluderlo. L’autore parla di una coppia di dark-haired, well-fed Italians: non siamo così scuri di capelli, e non so quanto l’aggettivo well-fed possa applicarsi alla nostra struttura fisica. Mi ha lasciata perplessa inoltre la conversazione che Rupert riporta. I due italiani si avvicinano alla capanna, dove erano in vendita alcuni oggetti di artigianato boscimano. Viene loro timidamente mostrato un piccolo arco, e a quel punto l’italiano scuote le mani e se ne va trascinando via la donna e protestando: “No, no, sono pacifista.”
L’abisso dell’incomprensione tra le culture: i boscimani, dovrebbe esser noto, sono da sempre pacifici (pacifico vs pacifista: la prima parola esprime un dato di fatto, la seconda rivela una certa dose di belligeranza e ostentazione) e usano l’arco solo per cacciare e procurarsi il cibo.
Se quei turisti italiani eravamo noi, le cose si svolsero, per l’esattezza, così: io mi avvicinai alla capanna per curiosare ed acquistare qualche oggetto; mio marito, timoroso al suo solito che riempissi la macchina di “inutile zavorra”, mi raggiunse e mi trascinò via. Ma non disse affatto: “No, sono pacifista.” Non lo direbbe mai. Disse semplicemente: “Andiamo via, è tardi.” Tutto qui. Ci sono quindi similitudini e differenze.
Ma non è certo a causa di questo possibile incontro che il libro di Rupert Isaacson è così prezioso per me.  

All’inizio, così mi disse mia madre, c’erano i Boscimani- cacciatori pacifici dalla pelle dorata chiamati anche KhoiSan o San” . Questo è l’incipit di The healing land.
“(…)Vivevano in pace con la natura e l’uno con gli altri e le loro abilità di caccia erano leggendarie, e grazie ad esse potevano sopravvivere nelle parti più aride del deserto.
” (…) Più tardi compresi che queste eulogie sulla bellezza naturale dell’Africa derivano in parte dalla colpa: chi le proferisce proviene da famiglie i cui antenati hanno, quasi senza eccezioni, scolpito il loro benessere nel sangue.”  

I viaggi nel Kalahari che Rupert descrive in The healing land sono la risposta al richiamo di “voci ancestrali” e una risoluzione al persistente senso di “esilio” che sua madre, boera trapiantata in Inghilterra, aveva cercato di mitigare conservando oggetti e memorie del “piccolo popolo”. Esilio in cui, mi sembra di capire, si era lentamente fatta strada la colpa: la colpa concreta dei boeri che hanno dovuto sopprimere nel sangue ciò che ostacolava la loro espansione e sopravvivenza, ma anche una colpa più generale, perchè la civiltà costa rinunce che sanguinano come ferite.
Queste voci ancestrali richiamano tutti noi. Conoscere la “civiltà prima della civiltà” o la “civiltà oltre la civiltà” è forse la meta di ogni viaggio spirituale.
A proposito. Mi sembrava di ricordare che durante uno dei suoi primi viaggi Rupert era stato ospitato da uno zio, o da un cugino, che lo sorprese chiedendogli: “A che punto sei del tuo viaggio spirituale?” Questa domanda lo aveva colpito permeando di significato i suoi viaggi successivi. Sfoglio le pagine del libro, ma non riesco a trovare niente del genere. Forse non è accaduto a Isaacson, bensì a Chatwin. O forse compare in qualche altro articolo di Isaacson che mi è capitato di leggere?
La memoria, personale o storica, inganna, poiché abbonda di travisamenti, distorsioni o semplici inesattezze. Non tutto può essere verificabile. Non so nemmeno se si possa affermare con sicurezza che il Kalahari sia la terra di origine del genere umano, e che la cultura boscimana rappresenti la comune radice culturale dalla quale ci siamo progressivamente distaccati, acquistando alcune cose, perdendone altre. E non so cosa mi abbia spinto per anni nel luogo che chiamo “il cuore dell’aurora” (dal nome che i boscimani danno a una stella, precisamente alla stella del mattino).
Resta indelebile quell’immagine di Rupert (se era lui) che beve birra con gli amici boscimani sotto l’acacia all’ingresso del Gemsbok; quella sensazione di un cerchio che si chiude in un luogo e in un tempo sacro dove si incontrano l’origine e la meta di ogni viaggio. Resta il fatto che da allora ogni anno sono tornata nel Kalahari, nel mese di Yom Kippur, senza sapere che era Yom Kippur fino a poco tempo fa.
Ma ecco che sfogliando di nuovo The healing land trovo, finalmente, il passo che cercavo. E’ a pagina 21. Rupert ha appena diciannove anni e si reca in Africa, nientemeno che a Gaborone, dove suo cugino Frank, fervente cristiano,  lo accoglie con questa domanda: “So, at what stage of your spiritual odyssey are you?”
La memoria non mi aveva ingannata, dunque, a parte una piccola imprecisione. Odissea, viaggio: non c’è molta differenza.  

Per alcuni anni non avevo più pensato a Rupert Isaacson né al ragazzo biondo che sembrava aver attraversato il mare di sabbia su una di quelle navi vichinghe dalla chiglia allungata per approdare sotto quell’acacia, nella cui ombra circolare si rivelava con quanta naturalezza il viaggio e le origini possano coesistere e fondersi.
The healing land era riposto insieme a tutti gli altri libri: li conservo in mansarda, e qui, al piano di sotto, arriva solo quanto delle loro pagine è stato filtrato, elaborato, magari trasformato.
Un paio di mesi fa, a un seminario in cui si parlava degli elementi prelogici nell’esperienza psicoanalitica, ricordai una cerimonia di guarigione a cui Rupert aveva partecipato e che descrive nelle sue pagine. Era riemersa così, senza apparente motivo, dai ripostigli della memoria, e iniziai a parlarne con la superficialità con cui si racconta qualcosa che può interessare solo come curiosità e che non coinvolge più di tanto, quando mi sorpresi di una profonda, indecifrabile emozione che mi arrestava le parole facendomi quasi balbettare.
Evidentemente abbiamo davvero qualche conto in sospeso con ciò che riguarda le nostre origini. Nessun viaggio è in linea retta, nessuna tappa è lasciata alle spalle.
Se Paul Klee fosse ancora tra noi vorrei che ritoccasse l’Angelus Novus, creando una versione più “serena”, ma anche più “decisa”, come quella descritta da Walter Benjamin: le ali “visibilmente” sospinte in avanti come vele gonfiate dal vento tutto sommato prospero del futuro; il viso rivolto “visibilmente” all’indietro,   come se con gli occhi volesse trarre nutrimento dalla contemplazione di un passato che non contiene soltanto rovine e macerie, ma anche tesori e alimenti per il presente.
Al ritorno dal seminario ripresi The healing land e “condivisi” su Facebook una foto, tratta dal risvolto di copertina, nella quale Rupert Isaacson compare al fianco di Besa, il piccolo vecchio sciamano del Kalahari.
Ciò ha dato il via a una serie di incontri virtuali che mi hanno recato, fortuitamente, le ultime notizie sullo scrittore.
Rupert Isaacson vive ora nel Texas. Il suo ultimo libro, The horse boy: a father’s quest to heal his son, appena tradotto in italiano e da cui è stato tratto un film, è il resoconto di un viaggio a cavallo attraverso le steppe della Mongolia fino alle foreste siberiane con Rowen, il suo bambino affetto da autismo. Vi si narra l’incontro con altri sciamani e con un’altra cultura dalle radici antiche che può guarirci miracolosamente, liberandoci dalla nostra identità cristallizzata.
Col ricavato delle vendite del libro e del film Rupert finanzia un ranch dove i bambini con disturbi dello spettro autistico possono cavalcare insieme ai bambini non autistici (che egli chiama “neuro-tipici”). Consiglio vivamente a tutti di visitare il sito dove si narra quest’ultima tappa del viaggio spirituale di Rupert Isaacson su www.horseboythebook.com


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2 Comments

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 4 Agosto 2009 @ 16:26

    Pagina intensa e fortemente “seduttiva”, dove il viaggio si trasforma in un’istanza esistenziale. Il rapporto con una terra fascinosa e con un popolo, dal quale, forse, è discesa l’umanità, si traduce in una sete di sapere ed in una liberazione catartica, portando ad evidenziare il dissidio nei confronti di un vissuto che non indulge e spesso amareggia.
    C’è, poi, la suggestione di un incontro, reale o auspicato, con un grande scrittore, teso pure lui alla ricerca di un originario, più umano pensiero di vita e di un diverso percorso d’anima.
    L’incanto spirituale e naturale, il respiro stesso delle cose e delle tradizioni, il sentiero del tempo che riconduce i passi all’indietro, la dimensione semplice, ma apparentemente appagante…, dunque sconfinano nel desiderio di ridare un vero significato all’esistenza, un arricchimento alla coscienza e una nuova identità spirituale. Nasce un’intesa con una dimensione, che definirei acronica, capace di immedesimarsi con la dinamica interiore, conducendola a ben “fruttificare”. Per una spinta ascensionale, spesso tarpata dalle contaminazioni di un mondo che ha perduto la sua vera identità.
    Da sottolineare la forza della prosa, che procede, piacevole e “densa”, nel flusso ininterrotto delle immagini e delle profonde riflessioni
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Commento by Daniela Toschi — 4 Agosto 2009 @ 20:55

    Proprio oggi mi è stato consegnato “The Horse Boy” che avevo ordinato per posta, e adesso vado a leggerlo. E’ stato sorprendente per me scoprire che l’autore di The healing land, uno dei migliori libri di viaggio che abbia mai letto, abbia dato un così grande contributo sul tema dell’autismo.

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