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LETTERATURA: Alaska Highway

3 Luglio 2008

di Daniela Toschi

But can’t you hear the wild? It’s calling you.
Robert W. Service

Non ricordo di aver sentito quel richiamo prima di quella volta in Val Senales. Era notte e sentii la spinta ad alzarmi dal letto per affacciarmi alla finestra e guardare, nel buio, le vette ghiacciate che si estendono a nord, verso l’Austria.
“E’ il richiamo della foresta: the call of the wild” disse Fausto.Il fascino delle terre estreme. La suggestione dei luoghi di frontiera. Fa quest’effetto.”
Pochi mesi dopo quel ghiaccio si sciolse portando alla luce í–tzi, l’uomo di Similaun.
Fu una sorpresa leggere quella notizia sui giornali, e non potei fare a meno di fantasticare che fosse stata la presenza di í–tzi a chiamarmi, quella notte in Val Senales. í–tzi, che stava per liberarsi dai ghiacci che lo avevano imprigionato per millenni. í–tzi, che stava per rivedere la luce per la prima volta, dopo quella notte in cui il freddo e la stanchezza avevano avuto il sopravvento su di lui, e, ferito, si era addormentato sotto la tormenta, mentre la neve lo copriva.
Ma i fantasmi non esistono, ed è un peccato, perché potrebbero rivelarci molte cose.
Fino ad allora si riteneva che la colonizzazione della Val Senales fosse avvenuta tra il quinto e il nono secolo dopo Cristo. La presenza di un uomo di oltre cinquemila anni fa su quel ghiacciaio, a 3200 metri di altezza, era considerata inspiegabile e suscitò una serie di interrogativi. Gli studiosi fecero tante ipotesi: era un uomo in fuga, uno sciamano,   un mercante? Oppure un pastore in cerca di pascoli oltre la foresta? O, forse, un cacciatore che si era spinto troppo lontano inseguendo una preda?
A me piacque immaginare quell’uomo antico avventurarsi in quel luogo, dove aveva trovato morte ed eternità, spinto dallo stesso istinto che porta alcuni a scalare le vette più alte, altri a mettersi in mare, altri ancora a esplorare terre sconosciute. Mi sembrò di capire che non è un primato che cercano coloro che scalano l’Everest, e che non è per trovare l’oro che la gente si è spinta lontano, sempre più a ovest, sempre più a nord. Oro e gloria, forse, non sono altro che alibi.
Deve essere quel richiamo.
Avevo sentito quel richiamo, e lo volevo sentire meglio.  

WInding in and winding out
Leaves a lot of serious doubt
If the lout who built this route
Was going to hell or coming out.[1]  

Percorrendo l’Alaska Highway dal miglio 0, a Dawson Creek, fino a Whitehorse, al miglio 918, questi versi, stampati sulle cartoline che ne rappresentano i tratti più suggestivi, tornano in mente ed echeggiano di significati: “I’m going to hell or coming out?”
Li aveva incisi su una pietra un oscuro soldato che aveva partecipato alla costruzione di questa strada, durante la seconda guerra mondiale. Lunga 2647 chilometri fino a Fairbank, l’Alaska Highway fu costruita in soli otto mesi, dopo l’attacco di Pearl Harbor, in previsione di ulteriori attacchi giapponesi da ovest.
Oggi la strada è frequentata quasi esclusivamente da giganteschi camion che vanno su e giù tra Canada e Alaska. Scorre in mezzo a foreste di conifere, e per centinaia di chilometri gli unici esseri viventi che si incontrano sono coyote, caribù in branchi numerosi e qualche alce solitario e schivo.
In punti strategici ci sono aree di sosta ben fornite che offrono la calda, entusiasta ospitalità che si trova solo nei luoghi deserti e freddi.   Tutti ti trattano come se ti volessero bene, come se fossi un vecchio amico perso tanti anni fa e finalmente ritrovato. C’è qui un’umanità diversa: avvezza alla solitudine e quindi più autentica, abituata a sopravvivere e quindi più amante della vita. Vivificata dalla natura indomata che la circonda, questa gente ha conservato, o ritrovato, quell’antica, primordiale solidarietà. Qui ti accorgi che altruismo e solidarietà non sono quei cliché imposti dalla cultura o ipocritamente sbandierati dai benpensanti, bensì istinti connaturati alla nostra specie, che servivano dapprima per proteggersi dalle forze della natura, e poi per resistere alle forse distruttive che il genere umano, con i suoi aspetti degenerativi, rivolge verso di sè.
E’ uno strano giardino dell’Eden, il territorio che si estende tra il Canada Occidentale e l’Alaska, coperto di neve e ghiacci d’inverno, di fiori meravigliosi d’estate. Io l’ho visto in pieno inverno.
La bellezza dei   luoghi è di quelle che suscitano poesia anche nell’animo più rude. E immagino ancora i conducenti dei grossi camion recitare quei versi, mentre sfrecciano su e giù per l’Alaska Highway sollevando nuvole di neve fresca, e chiedersi se davvero è inferno quello che stanno percorrendo. Per concludere che, se è un inferno, è di quelli che ti suscitano un desiderio forte e inestinguibile. E’ l’amore per le terre estreme, che, se lo provi una volta, ti entra nel sangue per sempre.
Si narra che lo sconosciuto poeta tornò per la prima volta in questi luoghi in occasione del cinquantesimo anniversario della costruzione dell’Alaska Highway, e si accorse con stupore che quei versi, stampati sulle cartoline e attribuiti ad un “autore sconosciuto”, erano suoi.
Ho visto la sua foto, su un libretto dove è narrata questa strana storia: un vecchio signore che sorrideva divertito accorgendosi di aver passato cinquant’anni della sua vita ignaro che un suo pensiero giovanile, inciso su una pietra e poi, forse, dimenticato, fosse divenuto il simbolo di quella mitica strada. E forse, più in generale, il simbolo del viaggiare in luoghi remoti (verso l’inferno o via dall’inferno?).
Questa storia me la fece conoscere il ragazzo che ci accolse all’Hotsprings Lodge, un rifugio accogliente profumato di legno, situato vicino a una sorgente di acqua calda che forma una piscina in una radura frequentata da alci, coyote e orsi. Era un ragazzo pallido e biondo che appariva quasi gracile accanto agli altri avventori del locale: giganti con la pelle bruciata e ispessita dal freddo e dal sole che si riflette sulla neve, le barbe e i capelli lunghi e incolti.
Fa parte dell’ospitalità di coloro che abitano le terre estreme raccontare ai viaggiatori venuti da lontano il canto del loro posto. Ogni ricordo del passaggio di una presenza umana, ogni storia accaduta, ogni pensiero pensato o emozione provata permea di sé questi luoghi, e ne costituisce il canto.
Il ragazzo mi raccontava la storia di quel soldato, e la storia di quando un gruppo di suoi clienti fece il bagno nella sorgente di acqua calda, con una temperatura esterna di quaranta gradi sotto zero. Mi mostrò le foto: sei giganti seminudi in mezzo alla neve. La foto era stampata anche su calendari e magliette, orgogliosamente in vendita.
Forse in questi luoghi, dove la natura è così inesorabilmente dominante, qualsiasi vicenda umana diventa storia e leggenda.
Mi raccontò anche di quella volta in cui due orsi si erano avvicinati alla sorgente mentre alcuni turisti stavano facendo il bagno, costringendoli a stare immersi per ore, spaventati. E mi raccontò di come si era svolta la caccia del grosso cervo wapiti i cui resti imbalsamati ingombravano l’ingresso dell’albergo.
Il ragazzo parlava, ed era il canto di quel posto. Ora che mi era stato raccontato lo sentivo, come un odore diverso in quell’odore di neve e foresta, come una luce diversa e più familiare nel paesaggio, come un calore. Mi sentivo a casa, una casa dimenticata e ritrovata. Ricordi infantili di neve e Natale, di freddo e tepore, riemersero pungenti. E’ così quando si viaggia in luoghi lontani e ne conosci il canto: ci aggiungi qualcosa di te, e restano casa tua, per sempre.
Il ragazzo volle accompagnarsi alla piscina. Vennero anche due di quei grossi camionisti con noi. Uscirono dal locale caldo sfidando il gelo con indosso una maglietta a maniche corte, quasi volessero dimostrare alla natura di essere forti, degni di lei. Si portarono dietro la giacca a vento e un asciugamani. Ci inoltrammo nella foresta verso la radura, affondando nella neve crepitante. Parlavamo sottovoce e cercavamo di muoverci lentamente per non fare rumore.
E’ un dato di fatto innegabile e su cui si dovrebbe riflettere: i santuari della natura suscitano in ogni cuore un rispetto intriso di spiritualità. Ciò non sempre accade nei luoghi costruiti dall’uomo per catturare e circoscrivere il divino.
Arrivammo alla radura e alla sorgente. Tutto davanti a noi era di un bianco candido e lattiginoso, da cui occhieggiavano le foglie verde scuro delle conifere. Il vapore si alzava dalla pozza d’acqua trasparente, così intensamente azzurra in mezzo alla neve immacolata.
Ci fermammo a guardare, in silenzio. Si sentiva il suono della neve che cade, ‘quel’ suono. Dietro le nuvole di vapore scorgemmo la sagoma di un alce. Non ci aveva sentiti arrivare. CI osservò per qualche istante, poi si voltò di scatto e scomparve.
Vidi negli occhi del ragazzo e dei due camionisti la commozione di chi ha davanti qualcosa di sacro. La percezione del numinoso è universalmente condivida, sorprende ogni volta e non si esaurisce con l’abitudine.
Se non feci il bagno non fu a causa del freddo. Fui dissuasa dal cartello: “Be careful”, riferito agli orsi che frequentavano la sorgente. Avevo paura degli animali all’epoca, perché non ero ancora stata nel Savuti, dove mio malgrado ho dovuto superarla… Ma questa è un’altra storia.

La calda, caldissima ospitalità di questi luoghi! Di quel viaggio ho un ricordo caldo. Il caldo negli alberghi, il caffè caldo, le patate arrostite, le salse piccanti, le bistecche fumanti più grandi dei piatti in cui venivano servite. La camera calda con le coperte folte e morbide dai vivaci disegni indiani colorati.
Per arrivare alla meta del viaggio, Dawson City, bisognava abbandonare l’Alaska Highway a Whitehorse per imboccare la Klondike Highway. A Whitehorse trovammo una tempesta di neve; il vento gelido dello Yukon ci sputava la neve in faccia e il freddo sembrava insopportabile. Stavamo per tornare indietro, ma alla stazione di rifornimento ci assicurarono che andando avanti avremmo trovato un tempo migliore. Comprammo una ‘pheylonian life light’ (una sorta di candela di sopravvivenza, il cui calore, in caso la macchina si fermi in quei climi infernali, è in grado di riscaldare l’abitacolo quanto basta per evitare l’assideramento in attesa di eventuali soccorsi) e proseguimmo.
La Klondike Highway, che conduce da Whitehorse a Dawson City, ci apparve ancora più spettacolare, specialmente nel tratto che costeggia il fiume Yukon. Lo Yukon ghiacciato conserva quel particolare tono di azzurro intenso e la neve che vi si deposita sopra sembra la spuma del mare e forma come piccole onde. Le foreste e i cespugli a tratti sono avvolti nel ghiaccio, e allora brillano come cristalli di Swarosky. London ha descritto perfettamente bene, in alcune sue pagine, lo spettacolo dello Yukon d’inverno.
Ci fermammo più volte lungo la strada, nonostante il freddo, per contemplare da vicino quei cristalli e respirare l’odore di ghiaccio, di neve e di foresta. La neve entra nelle narici e la respiri, e tutto è bianco con qualche punteggiatura verde cupo. In una località chiamata Moose Creek Fausto si tolse i guanti, e quando li rimise si accorse di aver perso la fede. Ci eravamo sposati pochi mesi prima. La cercammo nella neve, per un po’, poi pensammo che forse era di buon auspicio aver lasciato qualcosa di noi in un posto così bello, e ripartimmo per Dawson.
Dawson City è il fulcro dell’epopea del Klondike, durata pochi anni ma resa eterna da scrittori come Jack London, ma anche da poeti come Robert Service, e da film come “La febbre dell’oro” di Charlie Chaplin. Le foto dell’epoca ci mostrano gli stampedes in fila lungo il Chilkoot Trail, che conduce dal porto di Skagway a Dawson, e assomigliano tutti a Charlie Chaplin, esili, le giacche strette e striminzite sotto le tempeste di neve. Molti morirono, molti tornarono indietro, e di quelli che giunsero a destinazione ben pochi trovarono l’oro, ma alcuni trovarono ispirazione, e tutti divennero leggenda. Le loro storie sono belle da ascoltare: George Karmack, che, giunto qui per un problema d’amore, visse felice per molti anni tra gli indiani Tagish pescando salmoni e cacciando cervi, fin quando trovò la prima pepita, e tornò a casa pieno d’oro e denaro. Skookum Jim, l’indiano che divenne ricco e indossava una vistosa collana fatta di grosse pepite. Klondike Kate, che concedeva un ballo ai prospectors in cambio dell’oro raccolto in mesi di lavoro. E a Skagway c’era Soapy Smith, il bullo che, con la sua banda, dominò per anni la cittadina, taglieggiando e corrompendo.
D’estate Dawson City è affollata di turisti, ma in quella stagione era frequentata solo da alcuni minatori, che, come noi, alloggiavano nell’unico albergo aperto. Le costruzioni d’epoca ristrutturate erano per lo più deserte. La capanna dove aveva alloggiato Jack London era chiusa, e potemmo vederne solo l’esterno.
Le abitazioni, di legno, erano costruite sopra longarine di ferro, per evitare che si lacerassero per effetto del permafrost. C’erano ancora alcune vecchie case sfasciate dai ciclici periodi di gelo e disgelo: raffigurazione efficace di come gli alti e bassi della vita potrebbero lacerare un uomo, se non vi fossero degli ammortizzatori interni che ne attutiscono l’impatto.
Da Dawson City si può raggiungere l’Alaska attraversando il fiume, in barca d’estate, in macchina in inverno avanzato, quando il ghiaccio è più solido. In quel periodo il ghiaccio era ancora sottile, e non si poteva procedere oltre.
In quell’albergo ai confini del mondo trovammo il ristorante più sorprendente che si possa immaginare, dopo migliaia di chilometri di solitudine e ghiaccio. Piccoli tavoli coperti da tovaglie color avorio, stoviglie raffinate, bicchieri di cristallo che riflettevano la luce delle candele sorrette da delicati candelieri d’argento; i migliori vini canadesi, italiani, sudafricani.
Il proprietario si chiamava Bud. Ci disse che lui intendeva offrire ai suoi ospiti solo le cose migliori, quelle che piacevano a lui. Perciò, tra i vini italiani, aveva scelto il Chianti. Conosceva perciò la Toscana, da dove puntualmente un mercante gli inviava casse di vino. Conosceva anche la cucina toscana, e qualche nome familiare un po’ storpiato compariva nel menù. Bud aveva un cuoco svizzero esperto nelle varie cucine europee. Quella sera servivano una cena tedesca, ma noi preferimmo il salmone dello Yukon.
Ci eravamo vestiti eleganti per cenare in quel “ristorante al termine dell’universo”, nel quale Bud esigeva che i suoi clienti fossero serviti come a New York o Parigi. Anche gli altri clienti erano eleganti. Deve essere tradizione del Klondike riprodurre in quelle terre inospitali il savoir vivre e le raffinatezze del vecchio mondo. Ma forse è tipico di chi abita in luoghi selvaggi e isolati mantenere abitudini e tradizioni, ad evitare che la natura e la solitudine ti inselvatichiscano. Oppure è l’opposto: la natura, dove non è soggiogata dall’uomo, è così bella, pulita e perfetta che l’uomo è spinto a dare il meglio di sé, per non sentirsi squallido e goffo di fronte alla dignità vigorosa degli alberi, alla grazia degli animali, alla limpidezza dei corsi d’acqua.
Osservammo gli altri clienti del ristorante che, finita la cena, riscaldati dall’ottimo vino color rubino, si infilarono tute termiche sopra i vestiti per affrontare il gelo della notte artica e tornare a casa. Notammo che le loro auto, fuori, erano state lasciate col motore acceso, per non farlo ghiacciare. La temperatura esterna era di trentacinque gradi sotto lo zero, ed era possibile respirare solo attraverso la sciarpa, molto lentamente, affinché l’aria si riscaldasse un poco prima di lasciarla entrare nei polmoni.
Il giorno dopo Bud ci accompagnò in giro. Ci parlò della sua vita in quei luoghi, dove era arrivato da pochi anni con la moglie e la piccola figlia. Prima viveva in una grande città del Canada, poi si era innamorato dello Yukon.
“Perché sei venuto ad abitare qui?” gli chiesi.
“Mi piace pescare salmone nei torrenti, andare a caccia di caribù. Mi piace portare qui, ai confini del mondo, i vini migliori, le cose migliori. Mi piace la gente che vive qui. E’… bella, come la natura che la circonda. Bella e pulita. Sono venuto qui per tutti questi motivi, e forse c’è anche altro, non so…” Rispose così mentre rifletteva. Riflessioni che sembrava aver fatto molte altre volte, senza arrivare a una conclusione precisa. E poi aggiunse, un po’ sorridendo, un po’ fissando lontano gli occhi azzurro ghiaccio: “No one has explained what the leopard was seeking at that altitude”.[2]
Avevo familiarità con la storia di quel leopardo. Mi era tornata in mente dopo il ritrovamento dell’uomo di Similaun. In fondo erano due storie che si rassomigliavano e suscitavano gli stessi interrogativi. Quella frase di Hemingway la ricollegavo a tante cose. A Chatwin, per esempio (la sua eterna domanda: “che ci faccio qui?”) e a Krakauer (che nel suo libro “Nelle terre estreme” ripropone lo stesso interrogativo). Ho comprato addirittura alcuni libri di etologia umana, per saperne qualcosa di più. E ho ripensato alla carcassa congelata di quel leopardo quando fu ritrovato il corpo di Mallory, lo scalatore disperso sull’Everest nel 1924.
Avevamo intanto raggiunto il Midnight Dom e dall’alto lo sguardo abbracciava Dawson City, il fiume Yukon e, dall’altra parte, la Top of the World Highway e il territorio dell’Alaska.
“Ad alcuni piace scalare le montagne” riprese Bud, ” e rischiano la vita. A me piace qui. Anche qui ci si sente in cima al mondo, ma non ci sono rischi e si può vivere bene.”
Gli raccontai la storia di í–tzi, l’uomo di Similaun.
Quella storia gli piacque. Mi fece molte domande, fissandomi attento con quegli occhi di ghiaccio circondati da rughe sottili. Voleva sapere le circostanze del ritrovamento, le ipotesi degli studiosi… Forse voleva accostare la storia di í–tzi a quella del leopardo, per prepararsi una risposta diversa da dare, l’estate successiva, ai turisti indiscreti che gli avrebbero posto di nuovo la domanda: “Perché sei venuto ad abitare qui?”
Bud ci descrisse lo spettacolo delle migrazioni di caribù che d’inverno si spostano dal nord dell’Alaska verso lo Yukon.
“Fra qualche giorno il fiume sarà abbastanza ghiacciato per attraversarlo con l’auto. Allora andrò a caccia di caribù in Alaska.”
Ci disse che d’inverno capita spesso che il paese resti isolato per mesi, perché gli aerei non possono volare se la temperatura scende sotto il cinquanta gradi.
Gli chiesi se non era triste restare mesi interi isolati, al buio. La depressione è diffusa nei paesi nordici, a causa della mancanza di luce.
“Può essere triste, ma in compenso c’è una tale euforia, al disgelo, quando torna la luce! La gente esce per le strade, felice. Non credo esista qualcosa di più paragonabile a quello che si prova qui in primavera. Dovete tornare in primavera. Ma anche in inverno inoltrato. La primavera e l’inverno inoltrato sono i periodi migliori.” Ci raccontò la spettacolare fioritura multicolore che ricopre questi luoghi in primavera, fiori che spuntano come per miracolo quando la neve se ne va, e che ricordano l’umore della gente che si risveglia euforica dal letargo invernale. E ci raccontò le gare sulle slitte trainate dai cani, che hanno luogo d’inverno.
Tornati in albergo, ci regalò la sua copia di una vecchia edizione di “Songs of a sourdough” di Robert Service, il cantore dello Yukon. Eravamo imbarazzati e non sapevamo come ringraziarlo.
“Sono io che vi ringrazio” ci disse. “Siete venuti qui, in inverno, da tanto lontano. Da un posto vicino al Chianti. Finora mi era arrivato solo vino da quel posto, ed è un vino che mi piace. E mi avete raccontato una bella storia, quella dell’uomo del ghiaccio. La mummia più antica del mondo e, forse, il primo uomo che ha seguito quel richiamo, “the call of the wild”. O, almeno, il primo uomo che in qualche modo è potuto tornare da noi a raccontarcelo. Ci sono tante storie come la sua, qui nel Klondike, e Robert Service ne ha trasformate alcune in poesia. Sono storie di uomini che venivano a cercare oro, ricchezza, avventura… Ma forse non sapevano nemmeno loro cosa li spingesse qui, come non lo so io, e nemmeno voi. Magari troverete la risposta in questo libro. Anche se, naturalmente, sono solo poesie, e nient’altro.”
Quella notte, come in tante altre occasioni, Fausto ed io ci ponemmo il più volte citato e tuttora irrisolto dilemma di Chatwin: “Perché gli uomini se ne vanno in giro per il mondo invece di starsene tranquilli”? Facemmo un’ipotesi un po’ azzardata ma plausibile che coinvolgeva la dopamina. Ci soddisfece abbastanza e ci accingemmo a dormire. Ma prima volli dare un’occhiata al libro che ci aveva regalato Bud. Alcuni versi della prima poesia, “The law of the Yukon“, erano sottolineati:

From my ruthless throne I have ruled alone for a million years and a day;
Hugging my mighty treasure, waiting for man to come.[3]  

Avevo capito bene? La natura aspetta gli uomini, li chiama. Ha bisogno dell’uomo, allora? Che i suoi occhi la vedano, che le sue parole la descrivano? Qualcuno dice che le parole “mummificano” la realtà. Ma può essere vero anche l’opposto: le parole “demummificano” la realtà, la portano in vita… Quindi: la natura ha bisogno dell’uomo per “vivere”?
Oppure, più probabilmente… l’uomo stesso è natura, anche se tende a dimenticarlo. E allora ha bisogno di trovarsi, e viene a cercarsi in questi luoghi, seguendo un richiamo che viene da una parte di sé tanto remota da essere vissuta come esterna?
Mah! Mi ripromisi di studiare meglio l‘etologia umana. Questa non era che poesia, come aveva detto Bud.
Eppure… forse Bud non sapeva che anche attraverso la poesia si può rivelare la verità, e che anzi, tra i “pericoli che incombono sul pensare”, quello della poesia è ritenuto “il più salutare”.  Mi ripromisi di parlargli di Heidegger, l’indomani.[4]
La natura echeggia del canto degli uomini che si sono cimentati con lei e l’hanno amata. Potrebbe essere questo il senso delle “vie dei canti” degli aborigeni australiani di cui parlava Chatwin.
Ci sono molti canti nel Klondike. C’è anche quello di Bud, che va a caccia di caribù, offre Chianti ai suoi ospiti e ama la poesia.
E c’è il nostro. C’è l’anello caduto nella neve a Moose Creck. Forse è ancora lì, incrostato dal permafrost d’inverno e fluttuante nella melma al disgelo. C’è anche la storia di í–tzi, nel Klondike: l’ho raccontata a Bud quel giorno sul Midnight Dom, e forse l’eco di quella storia si è diffusa laggiù, dove foreste ancora intoccate aspettano l’uomo. E Bud l’avrà raccontata ad altri venuti qui, d’inverno, senza sapere perché:

Frozen stiff in the ice pack, brittle and bent like a bow.[5]  

[1] “Serpeggiando su e giù/restano un sacco di seri dubbi/se l’uomo che tracciò questo sentiero/stava andando all’inferno o ne stava uscendo.”
[2] “nessuno ha spiegato cosa cercasse il leopardo a quell’altezza”. Citazione da Hemingway, “Le nevi del Kilimangiaro”
[3] “Dal mio trono senza legge ho governato da sola per un milione di anni e un giorno/custodendo il mio immenso tesoro, aspettando che arrivasse l’uomo”.
[4] Heidegger, “L’esperienza del pensare”.
[5] Robert Service, “Songs of a sourdough”. “Rigidi e congelati nel ghiaccio, tesi e ricurvi come un arco”.


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4 Comments

  1. Commento by Carlo Capone — 3 Luglio 2008 @ 12:41

    Splendido racconto di viaggio. Struggente la risposta sul’perchè andiamo in Klondike’

    Carlo Capone

  2. Pingback by Fontan Blog » LETTERATURA: Alaska Highway - Il blog degli studenti. — 3 Luglio 2008 @ 18:18

    […] Raffaele Pulejo: […]

  3. Commento by Antonio Colonna — 8 Luglio 2008 @ 13:40

    Bel racconto. Complimenti!

  4. Commento by Daniela Toschi — 30 Giugno 2012 @ 15:49

    Oggi, 30 giugno 2012, offro questo racconto agli spiriti degli antenati delle Dolomiti,  che Renée Kostner Pizzinini, straordinaria e coraggiosa viaggiatrice nello spazio e nel tempo, custodisce nel cuore per noi.
    Grazie, Renée,  di avermi fatto incontrare totem e artisti di tutto il mondo, grazie delle storie che ho potuto ascoltare!  

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