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LETTERATURA: Alice o Da pari a pari

19 Settembre 2009

di Valeria Caristia

Quella sera Bau aveva voglia di uscire.
Era un po’ tardi a dire il vero ma desiderava vedere Alice, fare due chiacchiere bevendo una Tennentz super. Era stata una giornata pesante; aveva occupato l’intera mattinata a cercare di trovare qualcuno che gli anticipasse duemila euro, prima che il calabrese decidesse di non prorogare ulteriormente la data di scadenza del prestito che il Cicca si era fatto fare un mese prima. Bau preferiva non mangiare quando aveva qualcosa da pagare e a parte birra e sigarette, non aveva altri vizi. Il Cicca invece amava fare la bella vita e aveva sempre un debito aperto con qualcuno; una volta era stato costretto a partire, lasciando l’Italia, stare fuori dal giro per un po’: aveva alzato troppo il tiro con la cocaina e c’era chi lo stava cercando per riprendersi con le buone o con le cattive tutti i soldi che s’era fumato. Era stato fuori un paio d’anni e quando era ritornato era davvero in forma: la vita da emigrante gli aveva fatto bene. Ma non erano passati altri due anni che aveva ripreso a farsi. Ora la pippava, almeno, ma erano sempre un sacco di soldi.
Di nuovo qualcuno lo stava cercando e Bau aveva dovuto fargli da garante con il calabrese: questo significava che entro la settimana era lui che doveva restituirgli almeno l’ottanta percento del debito. Scaduta la settimana, avrebbe dovuto pagare il resto, più il venti percento di interesse. Giuliano era venuto da Vibo Valenzia con tutta la sua famiglia quattro anni prima, dopo che Nasone, il cognato, era finito dentro per truffa aggravata; in poco tempo aveva assunto il controllo dello spaccio della zona ed era uno che non andava per il sottile quando si trattava di recuperare denaro di sua proprietà. Un mese prima aveva mandato in ospedale un tossico con cinque vertebre fratturate, i polsi rotti, labbra e sopracciglia spaccate ed ecchimosi sparse un po’ ovunque; gli doveva trecento euro.
Erano le due del mattino, l’afa dei giorni passati s’era placata e con il suo booster torquemada c’avrebbe messo meno di venti minuti per arrivare al locale dove Alice lavorava come barista. “Cane secco” gli piaceva chiamarla; sapeva che la cosa la infastidiva un po’, avrebbe voluto essere qualcosa di più dei suoi 46-48 chili, peso che variava a seconda degli umori; ma a Bau piaceva così e molto. Aveva tre qualità fondamentali: un bel sedere, tondo e pieno, una bocca carnosa e morbida e un cervello instancabile. Sapeva di non avere un carattere facile, odiava le smancerie e le elucubrazioni sentimentali, non regalava fiori, né cioccolatini, ma aveva quello che Alice cercava in un uomo: umiltà, ironia e un fisico da mordere.
Prese il pantalone della tuta arancione, lo annusò, gli piaceva sentire l’odore di pulito, lo indossò e si mise nelle tasche i soldi racimolati con qualche impiccio in quei due giorni; avrebbero mangiato un Kebab per strada, il migliore di Roma, a Testaccio e poi sarebbero andati in qualche locale a bere, ascoltare un po’ di musica e giocare a sedursi, come se fosse stato il primo incontro: lei gli avrebbe accarezzato le braccia, le spalle sotto la maglietta, lui avrebbe fatto scivolare le mani sulle gambe, sotto la gonna, per controllare che avesse gli   autoreggenti, sospirando all’idea del contatto con la pelle nuda tra l’elastico delle calze e il cotone nero dello slip. Prese un casco, non poteva rischiare di farsi fermare dalle guardie senza assicurazione e con la targa di cartone, lo indossò e partì verso S. Lorenzo.
L’aria era tiepida come quella notte a Chiaia de Luna, una spiaggetta a Ponza sotto una roccia scoscesa, dove avevano dormito insieme, fatto l’amore sotto i sacchiapelo, dopo un’intera giornata in spiaggia, a mangiare, sonnecchiare, nuotare, giocare nell’acqua, stringersi, volersi. Avrebbero dovuto tornarci, pensava mentre sorpassava tutti i semafori rossi senza fermarsi: a quell’ora il pub doveva aver già chiuso e forse Alice era già in strada verso la macchina. Lei non voleva che corresse con il motorino, aveva paura e lui aveva già avuto un brutto incidente anni prima e non poteva più correre come una volta. Rallentò per attraversare le rotaie del tram e, entrato nel tunnel, accelerò di nuovo, doveva sbrigarsi; vide di lontano le serrande abbassate e accelerando di nuovo si diresse sulla piazzetta chiusa dove Alice parcheggiava di solito, ma girando per una stradina laterale all’uscita del vicolo quasi si scontrò con una macchina che si muoveva a grande velocità. Il tipo non accennò a fermarsi, ma gli passò così vicino che Bau riconobbe la brutta faccia di un frequentatore del pub di Alice, un vecchio ubriacone, parente di uno spacciatore cocainomane del quartiere. Gli urlò qualche insulto, ma inforcò nuovamente il motorino per dirigersi verso la piazzetta affollata di auto parcheggiate; vide la 106 bianca di Alice, vuota. Probabilmente stava ancora percorrendo a piedi la strada che dal pub porta al parcheggio o forse si era fermata con gli altri a bere qualcosa nel locale sulla strada parallela che chiudeva più tardi. Era sabato e avevano lavorato tutta la settimana, certamente l’avrebbe trovata lì. Percorse la strada a ritroso, passando sulla via principale e non per la scorciatoia di prima, per evitare di perderla se fosse passata in quel momento. Ancora tanta gente affollava le strade. Tra i passanti scorse Clarissa, l’altra ragazza che lavorava nel pub; Alice doveva essere già verso casa, gli disse, si erano lasciate almeno mezz’ora prima, strano non si fossero incontrati. Bau le propose di accompagnarla alla macchina, in due l’avrebbero vista di sicuro.
Si fecero strada tra la folla e si addentrarono nella via che conduceva alla piazzetta; la macchina era ancora là, ma di Alice nessuna traccia. Erano appena state assieme a bere qualcosa nell’altro locale, di certo non avrebbe voluto bere ancora, da sola. Bau si fece nervoso e anche Clarissa cominciò a preoccuparsi quando, provando a chiamarla sul cellulare, la trovò irraggiungibile. Iniziarono a girare per le stradine circostanti, mentre l’angoscia rendeva l’aria di nuovo irrespirabile; Bau pensò che era stato uno stupido a decidersi così tardi a muoversi da casa e Clarissa si pentì d’averla lasciata andare da sola per parlare con il barista del Mortimer di quello stupido film dell’orrore. A un tratto Clarissa strattonò Bau che si fermò di colpo: aveva visto qualcuno accasciato in un vicoletto. Lui scese di scatto dal motorino, senza preoccuparsi d’avere un passeggero e si precipitò nella stradina angusta e buia. Quella rosa era la sua borsa e il corpo riverso sull’asfalto maleodorante era la sua Alice. Il cuore gli pulsava nella gola, mentre la guardava: la faccia era livida, la camicetta strappata e i pantaloni abbassati fino alle ginocchia. Bau non riusciva a crederci; sarebbero bastati solo pochi minuti e questo non sarebbe mai successo. L’irreparabile, la violenza più atroce che una donna potesse subire; lei non sarebbe mai più stata la stessa, nemmeno lui. Si chinò su di lei con le lacrime agli occhi; cosa avrebbe dovuto fare, come avrebbe potuto aiutarla? Le prese la mano tra le sue, era fredda e le unghie erano spezzate… oramai era troppo tardi per preoccuparsi di come avrebbero continuato… lei non si muoveva più…
Non avrebbero più riso assieme, non avrebbero mangiato assieme quando fuori era quasi l’alba, non avrebbero mai più diviso l’ultima sigaretta rimasta.
La sollevò cingendola piano. Lei era il suo piccolo amore, il suo corpo era così minuto, esile, tenero… provava un odio violentissimo verso il bastardo che l’aveva ridotta così.
L’abbracciò stretta a sé e con l’orecchio sentì qualcosa. Era il suo cuore, ancora batteva. Allora era solo svenuta, non era morta come aveva creduto; cercò di svegliarla, mentre Clarissa le bagnava la fronte con un fazzoletto bagnato. Dopo qualche minuto Alice si svegliò e guardò Bau in silenzio, con gli occhi spenti, gonfi di lacrime. Iniziarono ad uscire inarrestabili, senza che lei emettesse un suono e a gocciolare sui seni scoperti; Bau l’abbracciò piano, aveva paura di farle male, sembrava così fragile.
“Dimmi chi è stato, devo saperlo”, le disse, finalmente, rompendo quel silenzio vitreo.
Alice continuò a guardarlo senza riuscire a muoversi, mentre i due cercavano di rivestirla senza farle fare alcun movimento.
“Chi è stato?” continuava a chiederle Bau, che fremeva dal desiderio malsano di fare a pezzi qualunque cosa gli capitasse tra le mani.
Alice sapeva che avrebbe continuato a chiederlo e che nessuno l’avrebbe potuto fermare.
“E’ stato il vecchio” rispose alla fine, con un filo di voce.
Bau sbarrò gli occhi, balzando con la memoria all’incontro sul ciglio della strada. In quel macchinone, c’era lui, il bastardo. Disse a Clarissa di portare Alice a casa, dopo averle portate alla macchina, e di chiudersi dentro. Lui doveva trovarlo.
Prese il motorino e iniziò a girare all’impazzata per le strade del quartiere che lentamente si stava svuotando dei soliti avventori notturni. Uno, due, tre, quattro bar; alla fine vide il bmw scuro parcheggiato in seconda fila fuori dal Tunnel, il pub che chiudeva per ultimo. Si sciacquò la faccia in una fontanella ed entrò: Mario, il barista, sedeva ubriaco al bancone, mentre una ragazzetta puliva gli ultimi tavoli vuoti. Il vecchio sedeva solo accanto all’entrata, palesemente sbronzo. Era un grosso pezzo di merda, in grado di approfittare di una ragazza piccola come Alice, anche se non riusciva a reggersi in piedi pieno d’alcool come’era.
“Ehi, amico, hai la macchina messa male, devo uscire” gli disse Bau, guardandolo dritto negli occhi. Si erano visti più volte al locale, ma lui era sempre ubriaco, non l’avrebbe mai riconosciuto.
L’uomo si alzò contro voglia, visibilmente intontito. Non ebbe tempo di realizzare cosa stava accadendo: una volta uscito dal pub Bau, certo di non essere visto, lo scaraventò per terra con un pugno dritto sul naso e lo trascinò in un vicolo, dove prese a picchiarlo con tutta la forza che aveva in corpo, mentre l’altro, troppo ubriaco per reagire, non riusciva nemmeno a urlare. Gli massacrò la testa a calci contro il muro e smise di pestarlo solo quando la chiazza di sangue prese ad allargarsi verso la zona in luce. Per adesso poteva bastare. Qualcuno avrebbe potuto sentire qualcosa. Probabilmente sarebbe morto di lì a poco, doveva avergli spappolato la milza e le ginocchiate contro il petto dovevano di certo avergli rotto le costole e magari perforato il polmone.
Se il giorno dopo non avesse letto sui giornali della sua morte, c’avrebbe pensato con il Nasone a fargli fare la fine che meritava.
Del resto in carcere non avrebbe avuto un destino migliore.


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1 commento

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 19 Settembre 2009 @ 17:40

    Racconto di grande attualità, dove la violenza su una donna mette in risalto la brutalità di un aguzzino, che per istinto brutale, manifesta nel peggiore dei modi la propria bestialità. Ancora una donna a subire, in un mondo dove il rispetto della persona è alquanto labile. Si giustifica (forse non si dovrebbe?) la reazione violenta per una dei più schifosi abomini, che lasciano un segno indelebile non solo della sofferenza, ma anche dell’umiliazione e (mi sia permesso) dello schifo, tali da condizionare e spesso stravolgere pesantemente una personalità, fino ad ucciderla dentro.
    Prosa moderna, spigliata, accattivante, in cui le figurazioni vivono di un’interna realtà. Lo stile mantiene sempre una coerenza visiva e lascia libere le emozioni, rese vive dal “fuoco sotterraneo”, che, si intuisce,
    è proprio in chi scrive.
    I personaggi sono veri, li “vediamo”, quasi li tocchiamo: sono legati al tempo ed al luogo e ben si amalgamano con la vicenda proposta
    Gian Gabriele Benedetti

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