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Sanaa, la sconfitta della cultura

19 Settembre 2009

di cletus

Sanaa è morta in territorio italiano. Per quello che può valere, magari da quelle parti stessa sorte sarà toccata ad altri esseri umani. Per altri motivi, certo. Forse difendere i confini, scacciare un invasore. Nello stesso luogo, nel corso del tempo, possono accadere gli stessi fatti, ma con valenze diverse.

La morte di questa ragazza, ci riguarda. Ci riguarda come nazione. Per uno di quei bizzarri giochi che tira la cronaca, a distanza di una manciata di ore, sei militari della forza di pace sono caduti in terra afgana, a mano, sembra, di chi di questa degenerazione del fanatismo religioso si è fatto interprete.

Tracciare un parallelo, fra il padre assassino e il kamikaze che ha fatto esplodere 150 kg. di tritolo è fin troppo facile. Non ho nozioni di antropologia. Non sono uno storico delle religioni.
Registro però, che molto forte dev’essere la presa della degenerazione religiosa, in entrambi i casi.
E che impone di interrogarsi sulle modalità con le quali tentiamo di accettarle, comprenderle.

Nel caso di Sanaa, parliamo di un padre, mansueto individuo, apparentemente ben integrato. Ho letto poco, ma mi sembra fosse un uomo che era nel nostro paese da tempo, con un lavoro. Il tempo di “integrarsi” ce l’avrà pure avuto. Avrà preso un autobus, avrà avuto compagni di lavoro, non necessariamente della sua stessa fede. Gli sarà toccato, quasi per forza, confrontarsi con modi di vivere, di pensare che non fossero quelli che ne hanno formato il carattere. Avrà visto Fiorello in televisione, forse avrà riso a qualche sua battuta. Avrà pagato le tasse, si sarà rigirato in mano (se ce l’avrà avuta) una busta paga. Si sarà interrogato sulle voci che la compongono, magari si sarà fatto aiutare da qualcuno, fa niente se italiano o no. In altri termini: un immigrato come tanti. Costretto ad andarsene dal suo paese in cerca di un benessere altrimenti solo vagheggiato. Non so come vivesse costui nella sua terra. Devo però prendere atto che la formazione dell’idea di “lavare l’onta” deve essersi fatta strada a dispetto di tutto quanto sopra. Che indipendentemente dal grado di “buonismo” col quale sarà (o non sarà) stato trattato, avrà avuto modo di vivere su se stesso, tutto intero, il conflitto fra un modo di vita difficile da condividere, e quel mix micidiale di orgoglio e nostalgia, che quasi inconsapevolmente, soddisfa il bisogno di mantenere vive le proprie radici, con la propria terra, con il modo di pensare che gli è proprio.

Ecco cos’è che spaventa. Questa palese indifferenza non tanto all’accettazione, quanto agli stimoli che possono dare vita ad una critica, fosse anche blandamente repressa dall’orgoglio di appartenenza, ad un’altra fede, ad un’altra etnia.

Che strumenti ha avuti ha disposizione quest’uomo ? Cosa dev’essergli scattato se questa forma deviata e parossistica di considerare la donna, retaggio di una cultura non certo tenera nei loro confronti, deve avergli inculcato questa distorta forma di rispetto.

Ammazzo mia figlia perché disonora. Perché proprio perché più sgombra da infrastrutture, si fa beffe di regole secolari. Perché attraverso la sua ostinazione a non uniformarsi ai voleri di un padre, scrive, insieme, la sconfitta del mantenimento di un’identità forzosa, con il desiderio della sua evoluzione. E’ la povera rivincita di un passato, consapevole di esser già morto, in danno ad un’opportunità mai accettata.

Ed ecco che le litanie sull’integrazione, i fanatici del politicallycorrect, i guardiani della diversità, davanti alla morte di Sanaa sono alla stessa sbarra. E’ la cultura ad essere sconfitta. Sono i proclami e gli opposti anatemi, entrambi fideistici e perciò astratti. Di chi promulga l’integrazione forzosa e aprioristica, e di chi la avversa, con un razzismo molto italian-way.
Allo stesso modo, la morte dei militari italiani, ci coglie come in un contrappasso, all’improvviso, volendo leggere al di là del loro sacrificio, l’ambizione di instillare frammenti di democrazia in un contesto nel quale deve avere la stessa appartenenza di corpi siderali. Galassie, se rapportate all’astronomia. Ruoli e concezioni dei rapporti con la donna, agli antipodi. Che suonano anacronistici, però. E che, col sangue versato, in questo modo, tentano di disegnare l’orrore per la notte della ragione, anche bene piegando a giustificazione il primo credo religioso a portata di mano. Ma che grida tutta la sua inadeguatezza a contenere quel grande mistero mai svelato che è l’uomo che crede. Figurarsi colui che crede di credere.

Ciao Sanaa, il tuo sorriso è la nostra unica difesa.


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2 Comments

  1. Commento by Valeria Caristia Rinaldi — 19 Settembre 2009 @ 12:59

    E’ vero Cletus! E’ la cultura che perde l’ennesima battaglia, perché non è stata in grado di fornire all’emigrato un modello migliore del proprio: se quello dei genitori di Sanaa è ancora soggiogato da un’impostazione patriarcale che nega alla donna una propria autonomia decisionale con cui liberarsi dall’autorità del pater familias, quello di noi occidentali, che umanamente e giuridicamente li condanniamo, non esalta la dignità della donna che, o regina del focolare o diva della seduzione, è ancora un oggetto. Sanaa è la più recente ma non ultima vittima di una lotta contro il dominio del maschio nella società, in qualunque società.
    “Mamma m’ha detto che a me la scopa non me la compra”
    “E perché non te la compra?”
    “Perché io sono un maschio”. Dialogo tra un bambino di due anni e mezzo e la sua assistente al nido, da “Dalla parte delle bambine”, di Elena Gianini Bellotti.

  2. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 19 Settembre 2009 @ 16:28

    Ottimo articolo, Cletus, intenso, profondo, pacato ed obiettivo. Proprio ciò che ci vuole in un momento come questo. Certo dovremo fare i conti con un fanatismo integralista che è difficile a sradicarsi. Spesso le religioni vengono stravolte dal potere e “usate” a sottomettere le volontà. Come è lontana anche da noi la pagina scritta dal Cristo! Quante volte la abbiamo calpestata e quante volte è stata dimenticata! Il fanatismo religioso, che purtroppo, a mio parere, va dilagando soprattutto nell’Islam, dove, stravolgendo il Corano, si fomenta l’odio verso gli infedeli, sicuramente spaventa. E la donna? È la più grande vittima (ancora!) di certe condizioni che di umano hanno ben poco. Si parla di integrazione, ma sarà un compito duro. Temo, invece, che un tale fanatismo, inculcato violentemente nell’animo sin da ragazzi, non sia facile da vincere. Eppure tutti dobbiamo lavorare in tal senso, senza esagerazioni in un verso o nell’altro (aperture incondizionate, spesso spregiudicate e chiusure senza senso). Non dimenticherò mai le parole fredde e decise, quasi come minaccia, dette da un Iman in un canale della nostra televisione: “Non vi preoccupate, Italiani, pian piano diventerete tutti musulmani. È questione di tempo”. Come possiamo far ragionare questo tipo di persone e farle convivere serenamente con noi? Il compito è arduo, ma ci dobbiamo provare, per evitare “guerre sante”, stragi e martirio di altre donne innocenti.
    Gian Gabriele Benedetti

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