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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Amici

16 Aprile 2009

di Felice Muolo
(Ha pubblicato cinque romanzi, tra cui Il ruolo dei gatti, Azimut 2008)        

        A differenza del percorso scolastico lineare che ha avuto ciascuno dei miei tre fratelli, il mio è stato discontinuo. Tutta la mia fanciullezza si è svolta in maniera diversa dalla loro, sin da quando mia madre mi ha messo al mondo. Mentre i miei fratelli furono allattati al suo seno tutto il tempo che la consuetudine richiede, io ne fui prematuramente allontanato perché suggevo da farle male. Per essere poi nutrito con il latte di mucca. Di conseguenza, non assimilai sufficienti anticorpi che il latte materno contiene e nella giovinezza ho avuto qualche problema di salute. Se si considera che i miei fratelli sono nati tutti nel mese di novembre, mentre io sono di febbraio, i conti tornano.
        Forse per le medesime ragioni avute un tempo da mio padre, non amavo la scuola. Che ci faccio qui? continuamente mi chiedevo, seduto nel banco al chiuso, con la superficie del mare e il profilo delle colline stampati nel mio cervello. Proclamavo spesso che, dopo le elementari, non avrei continuato a studiare. Non speravo che la cosa fosse realizzabile. Mi dicevano ch’era un sogno che tutti i ragazzi coltivano ma presto abbandonano. Io non mollavo. Risultato: terminata la quarta elementare, i miei mi misero a bottega. Dal momento che non avevo intenzione di andare a scuola, era giusto che imparassi un mestiere, mi dissero. Così, invece di trascorrere le vacanze estive al mare, come i miei fratelli, quella estate la passai nella bottega di un sarto, dov’ero stato collocato.
        Mentre curvo su una sedia imparavo a cucire, avevo il timore che mi spuntasse la gobba. Per sfuggire l’infausto destino, mi feci tornare la voglia di continuare gli studi e a ottobre mi presentai a scuola. L’anno seguente, la sorte mi diede una mano per realizzare il mio vecchio proposito.
        A quei tempi, per accedere dalle elementari alle medie, bisognava sostenere l’esame di ammissione. La mattina della prova rimasi tranquillamente a letto a dormire: mia madre si era dimenticata di svegliarmi in tempo. Sembrava fosse accaduto un miracolo: non avendo effettuato l’esame, alla scuola media non potevo andarci, quindi, non dovevo continuare a studiare. Stentavo a crederci. I miei spensero presto il mio entusiasmo rimettendomi a bottega. L’estate seguente la trascorsi di nuovo con la paura che mi spuntasse la gobba.
        All’approssimarsi del nuovo anno scolastico, mia madre si recò alla scuola di avviamento professionale, a cui si accedeva liberamente dalle elementari ed effettuò la mia iscrizione. Ora, mi disse, dopo avermi informato, fa’ quello che credi: non voglio che mi bestemmi da morta se in futuro ti ritrovi ignorante. Il primo giorno di scuola, titubante, mi affacciai all’aula della classe assegnatami. Era piena di studenti che facevano baccano. Vi scivolai dentro e ci rimasi.
        Nei tre anni che seguirono, fui un alunno tra i più bravi. Non perché mi fosse improvvisamente venuta la voglia di studiare. La professoressa delle materie letterarie era mia zia, sorella di mio padre. Prendendomi spesso in disparte assieme a suo marito, impiegato come segretario nella stessa scuola, entrambi mi intimavano che, se non avessi rigato dritto, avrebbero riferito a mio padre e sarei finito sotto i colpi della sua cinghia con i buchi cerchiati di metallo. Minaccia che si rivelò efficace.
        Conseguita la licenza della scuola di avviamento, per conservarmi un amico, decisi di frequentare assieme a lui un istituto professionale, per diventare operaio specializzato. Tanto vale che continui a imparare la professione del sarto, intervenne mia zia professoressa, vanificando il mio programma. Convinse i miei che dovevo prendermi un diploma che consentiva di svolgere un lavoro di concetto. Per raggiungere il risultato, bisognava che affrontassi un anno di studio da privatista.
        Chi non lo è stato, può pensare che non c’è nulla di strano essere studente privatista ma non è proprio così. Avevo già perso gli amici delle elementari, ora perdevo quelli dell’avviamento. Di punto in bianco rimasi senza amici. Non è facile farseli, e farne a meno. Se non li hai da una certa età, rimani tutta la vita senza.


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5 Comments

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 16 Aprile 2009 @ 16:43

    Cammino a ostacoli, non agevole, discontinuo, ma profondamente avvertito e riportato da un ragazzo di… qualche anno fa. Mi ritrovo a rivivere quell’epoca, quando c’erano “Le Forche Caudine” dell’esame di ammissione alle Scuole Medie, e la Scuola Professionale (tanto bistrattata, ma, poi, in fondo, non così male). Solo che io, pur con grandi sacrifici (dovevo, tra l’altro, percorrere a piedi addirittura sette chilometri in andata e altrettanti al ritorno – la scuola era lontana) e per non deludere i miei genitori (mio padre, falegname, lavorava dalle quattordici alle sedici ore al giorno!), ho stretto i denti ed ho tirato avanti fino al diploma magistrale ed all’esame di ammissione al Magistero di Firenze (frequentato per poco).
    Al di là di questi ricordi, che il passare del tempo non solo non cancella, ma rende più pressanti e più nitidi, l’autore della pagina manifesta soprattutto un rincrescimento non da poco: la graduale perdita degli amici. E quanto più se ne va il tempo, tanto più ci si chiude in noi stessi ed è sempre più difficile trovarne.
    Racconto, dunque, nostalgico e malinconico insieme, dal tono evocativo per una impossibile fuga dal tempo medesimo. L’impegno di “riflusso” fa rivivere all’autore un non velato desiderio di ritrovare se stesso, pur oltre le sbarre delle stagioni trascorse. Ammirevoli il riserbo, la delicatezza, la limpidezza della memoria. La parola si innalza a segno di vita nel recupero di sensazioni e momenti, che superano la cinta esteriore, si fanno tensione, rimpianto, soffusa tristezza, ma anche piccolo raggio di luce, per continuare l’improbo lavoro del vivere. Raggio di luce, che diviene “vero amico” a sostegno di ciò che ci rimane
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 16 Aprile 2009 @ 19:16

    Gian Gabriele, avessero le altre riviste web commentatori puntuali e attenti come te! La rivista ne va orgogliosa. Tu sei diventato un suo punto di forza e di riferimento.

  3. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 16 Aprile 2009 @ 20:04

    Grazie, Bartolomeo, dei graditi apprezzamenti. Spero che Dio mi dia la forza e la capacità di continuare ad offrire il mio piccolo contributo a questa grande rivista letteraria.
    Ti abbraccio
    Gian Gabriele

  4. Commento by Felice Muolo — 17 Aprile 2009 @ 18:26

    Bart, non ti sminuire. Senza la tua ospitalità, noialtri, scrittori e commentatori, saremmo tutti privi di dimora. Grazie quindi alla tua generosità, se non dimoriamo sotto i ponti. Grazie a Gian Gabriele per i suoi puntuali interventi anche da parte mia.

  5. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 17 Aprile 2009 @ 18:32

    Gentile come sempre, Felice. Devo dirti che sono contento della famiglia di collaboratori che si sta formando intorno alla rivista. Poco fa ho avuto una telefonata da Enzo Ferrari, di cui il 9 aprile ho pubblicato il primo racconto di una serie che mi aveva inviata, dicendomi che una Casa editrice si è fatta viva, per cui mi ha pregato di interrompere la pubblicazione in attesa dell’esito dell’esame dei suoi racconti.
    Un po’ come anche è accaduto a te. Non è una bella soddisfazione?

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