Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Andrea Pini “Quando eravamo froci”, il Saggiatore

24 Dicembre 2011

di Stefania Nardini

La parola era affidata agli occhi, allo sguardo. Un tempo nelle città si passeggiava e ci si guardava. Ma quegli occhi là dovevano lanciare un messaggio. Di passione e desiderio.   Per passare alla complicità.   Di quei sentimenti, di quell’intima identità non si doveva parlare. Solo al calar delle tenebre nei parchi, o nel buio di un cinema, il desiderio diventava l’azione delicata di una mano sfiorata o di una lieve avance. Li chiamavamo “froci”. E per il maschio italiano quella promiscuità sessuale rientrava nel costume nazionale. Per usare un brutto termine l’omosessuale era il surrogato, un’alternativa al bordello o alla fidanzata vergine. Le coppie gay non esistevano. Non esisteva la parola. Perché non esisteva l’accettazione di una diversità.   Meglio chiamarla malattia, additarla come perversione o relegarla nella coercizione dei manicomi dove, come accadde a Giovanni Braibanti, giovane protagonista di un fattaccio di cronaca, vennero praticati quaranta elettroshock.   Un paese omofobico? Piuttosto un paese bacchettone e ipocrita.   Che nel triennio che va dal ’36 al 39 esplode con la persecuzione fascista.   “Per il bene della razza al confino il pederasta”: Lo slogan del regime aveva coniato anche una nuova parola: pederasta, appunto.   E via con le retate nei vespasiani, gli orinatoi pubblici, dove l’adescamento era all’ordine del giorno. Un aitante poliziotto in borghese a fare da esca, e giù botte prima di spedire il pederasta al confino. Bisognava essere in linea con l’alleato nazista dunque , nonostante non esistesse una norma dell’allora codice Rocco a sancirlo, la questione venne delegata alle questure.

Una storia, quella degli omosessuali in Italia, che oggi finalmente è stata scritta. Lo ha fatto Andrea Pini con “Quando eravamo froci” (ed. Il Saggiatore), un testo che contestualizza fatti ed eventi attraverso fenomeni di costume, cultura in relazione alle trasformazioni politiche. Pini parte dall’Italia del dopoguerra con una narrazione che consente al lettore di respirare i periodi che affronta. Fatti, ma anche documenti come i giornali dell’epoca, ed una serie di interviste che sono una testimonianza preziosa per capire la questione da chi l’ha vissuta sulla propria pelle.

«L’omosessualità era in quel “non detto” in quell’omissione generalizzata nonostante venisse tacitamente consentito il rapporto tra eterosessuali e gay – spiega Pini – l’omofobia c’è sempre stata.   Tant’è che il primo a rompere il muro del silenzio fu Giò Stajano che negli anni 60 si dichiarò pubblicamente omosessuale ». Stajano, nipote di Achille Starace (per anni segretario nazionale del partito fascista), era un protagonista della dolce vita romana, che sconvolse gli equilibri morali del Bel Paese al quale venne sbattuta in faccia una realtà. Interessante nel libro di Pini è rileggere a distanza di anni la posizione che assunse l’allora PCI di Togliatti, che essendo un partito di massa, di operai e contadini, lavoratori e lavoratrici era ancorato a valori cattolici e ad una morale in cui se non c’era spazio per la sessualità figuriamoci per l’omosessualità. Emblematica l’espulsione di Pasolini nel ’49 quando era segretario della sezione di S. Giovanni di Casarza perché venne sorpreso con dei ragazzi.   Episodio che l’Unità definì “degenerazione borghese” e l’omosessualità un “ vizio”.

Censura, libri al rogo: l’immagine della maschia Italia non si doveva toccare. “Poi arrivarono i primi segnali di cambiamento dall’America continua l’autore – e anche da noi la questione venne posta in termini politici”.A restituire la parola ai “froci” fu il movimento femminista che si pose come elemento di rottura, mentre un grande ruolo lo svolse il partito radicale di Pannella, si quel Pannella al quale due mesi fa il corteo romano che protestava per il diritto al futuro gli ha sputato in faccia.

Ieri a Roma un evento all’Ara Pacis ha voluto ricordare i 40 anni del movimento gay. Una memoria, una storia sulla quale andrebbe aperta una riflessione soprattutto di fronte alle nuove forme di omofobia che non sono solo fatti di cronaca, ma segnali di un paese che rischia una marcia indietro.

La dignità di persona è un diritto.   E la cultura del machismo non è che il tentativo di ghettizzare nel dolore, nel silenzio e nell’umiliazione il diverso. La diversità ha le sue energie positive a differenza dell’omologazione che partorisce appiattimento. Per questo leggere un libro come quello di Andrea Pini è un atto di civiltà. L’epoca dell’omosessuale nei pisciatoi, o dell’omosessuale maniaco è un capitolo che va chiuso. Ne va aperto un altro che faccia i conti con il senso della vita.

(dal “Corriere Nazionale”)


Letto 2235 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart