Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Antonio Roccuzzo: “L’Italia a pezzi. Cosa unisce Catania e Reggio Emilia?”, Laterza, Bari 2009

12 Novembre 2009

di Alfio Squillaci

La commessa della “Rizzoli” in Galleria a Milano, alla richiesta di questo libro, mi ha indicato con un gesto evasivo della mano il reparto “Sociologia” dell’ampio salone al piano sottoterra della grande libreria. Dove l’ho trovato.
Sociologia? E perché non antropologia? In effetti sarà stata dura per i commessi della “Rizzoli” collocare correttamente questo libro. Antonio Roccuzzo non è infatti un sociologo, né un antropologo, ma un cronista, caporedattore   del “Tg La 7” . Però la materia trattata – questa comparazione   tra due città italiane del Nord e del Sud – attiene, se non nelle intenzioni   sicuramente nell’adozione del registro stilistico, a qualche tratto delle due scienze sociali or ora chiamate in causa. Se è costume della sociologia – penso al grande libro di E.C. Banfield, “Le basi morali di una società arretrata” –, procedere ad un parallelo tra due città,   che lì erano St.George (Utah) e “Montegrano” nella finzione sociologica (ovvero Chiaromonte – PZ), al fine di meglio far risaltare il tessuto sociale di due mondi sociali e antropologici distanti e contrapposti; qui si adotta lo stesso procedimento e si allineano sul piano dell’osservazione due città italiane: Catania e Reggio Emilia. D’altro verso l’antropologia quando non adotta lo “sguardo distanziato” (le regard éloigné di Claude Lévi- Strauss) escute la realtà con il metodo dell’ “osservazione partecipata”, specie quando fra gli osservati ci sono sì gli “altri” ma fra costoro   c’è anche… l’osservatore medesimo, essendo Roccuzzo catanese di nascita e reggiano d’adozione, almeno per un certo periodo della sua vita.

Il sociologo (ma anche l’antropologo) parte dai fatti sociali osservati   per trarne una ipotesi generale   già intuita tuttavia con categorie “a priori” e verificata “sul campo”; nel caso di Banfield si trattò del concetto, da allora fortunatissimo, di “familismo amorale”; ma il cronista non ha questa pretesa, unica sua ambizione essendo   quella di narrare una catena di storie.   Ma   se si tratta di narrare, allora, è anche il letterato che entra in azione,   poiché,   non potendo narrare tutto, il cronista dovrà avvalersi dello strumento retorico della “selezione epica” degli eventi,   sapendo bene che già nella storia dei singoli si stende l’ombra della storia collettiva a condizione che   gli eventi   narrati racchiudano in   sé i tratti dell’esemplarità e della metaforicità. Sono questi ultimi i suoi “a priori”, questi gli ordigni umanistici con i quali scende nelle caverne del sottosuolo sociale indagato. Insomma il cronista ha un lavoro più semplice e più duro ad un tempo: si muove come uno scienziato sociale ma deve essere assistito anche dall’occhio del narratore che sa trarre dal magma del reale ciò che icasticamente meglio lo rappresenta. Se Ligabue, un emiliano di Correggio si muove, come canta in una canzone, “tra palco e realtà”, il cronista saltella   tra sociologia, antropologia, statistica,   cronaca, storia, letteratura e realtà…

Lo strumento retorico della selezione epica suggerisce al cronista di affidare ogni capitolo del suo libro ad un protagonista, ad una persona in carne ed ossa. Talché sarà l’indiano sik Surgit Nahal che ha sostituito a Reggio   i “bergamini” locali nella cura e mungitura delle vacche a farsi carico del tema dell’immigrazione; e sarà Salam Ouedrago un negro del Burkina Faso per il versante catanese. Se il tema è quello dell’imprenditoria avremo a Reggio il ritratto sanguigno del mitico Fulvio Montipò della “Interpump”   azienda che costruisce una pompa idraulica col cuore di ceramica indistruttibile, diffusa in tutto il mondo, e sul versante etneo Salvatore Pappalardo della “Energia Siciliana” chiamato anche dai petrolieri del Nord la “Piccola Sorella” per la tignosità nel difendere gli spazi commerciali conquistati,   ma anche Andrea Vecchio, costruttore edile che si è opposto   al pagamento del “pizzo” e infine un colorito bozzetto di Cosimo Stabile, dettagliante di pesce alla pescheria di Catania. Quando si affrontano i preti-coraggio sarà la volta di don Ercole Artoni e il suo apostolato tra tossici tradizionali e tossici di tipo nuovo, i drogati di videogiochi, un vero flagello a Reggio che ha alimentato una discreta mafia d’importazione. A Catania sarà invece Don Resca a richiamare il vangelo ai catanesi poveri di spirito e intossicati dalla malapolitica.   Quando è la volta degli amministratori pubblici, l’ineffabile e tragicomico Umberto Scapagnini (“Sciampagnino” per i catanesi) che ha portato il Comune di Catania sull’orlo della bancarotta   non può davvero reggere il confronto col mite professore prestato alla politica Graziano Delrio che amministra Reggio puntando sull’educazione e sul patriottismo costituzionale.

Attraverso il gioco delle coppie interfacciate salta fuori ciò che sospettavamo. Una più robusta tenuta della democrazia e della qualità del vivere associati a Reggio, dove si contrappone «all’idea di una cittadinanza di mera fruizione o al più di partecipazione, una cittadinanza di azione in cui è valorizzata la creatività dei singoli e delle formazioni sociali ». Se tiene   ancora, speriamo per molto tempo, visto l’assalto leghista   finora rintuzzato,   il tessuto civile della città di Reggio, non ci stupisce d’altro canto che per i catanesi valga ancora ciò che un protagonista di questo libro, Pippo Fava   (asciutto e partecipato il medaglione che in finale di libro ne fa Roccuzzo, che fu un suo collaboratore già ai “Siciliani” ) lamentava dei suoi concittadini   quasi trent’anni fa, ossia la loro   “incompletezza civile”, ribadita qui   da don Resca come “la somma povertà di spirito dei catanesi”.

Certo,   la linea della palma di cui parlava Sciascia, sta per raggiungere anche Reggio, fatto che a Roccuzzo non sfugge, sapendo egli con intelligenza   registrare ciò che è anche all’ordine del giorno di altri libri in uscita in questi giorni, ossia la meridionalizzazione del Nord; e qui il cronista   allunga il suo sguardo sui calabresi di Cutro a Reggio e su alcune propaggini dei casalesi del temibile “Sandokan”.

Il quadro che ne viene fuori non è del tutto inaspettato. Ma la verifica fattane attraverso la lettura delle cronache di Roccuzzo, acuisce la nostra consapevolezza e ci richiama al dovere della tensione civile, cui questo libro, seppur a dispetto, o grazie, l’adozione del registro umile, basso-mimetico, certamente non si sottrae. Anzi ne è la sua, non esibita,  qualità migliore.


Letto 2248 volte.


1 commento

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Antonio Roccuzzo: “L'Italia a … — 12 Novembre 2009 @ 16:28

    […] Guarda Articolo Originale: Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Antonio Roccuzzo: “L’Italia a … […]

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart