La morte di Breton

di Franco Nencini
[da “La Nazione”, 29 settembre 1968]

Parigi, 28 settembre.

Lo scrittore francese André Breton è morto ieri sera, all’età di settant’anni, nell’ospedale Lariboisiere di Parigi, dove era sta ­to trasportato d’urgenza dal di ­partimento del Lot, dove stava trascorrendo un periodo di va ­canze. Colpito da una grave crisi di asma, Breton è morto poco dopo il ricovero per un col ­lasso cardiaco. Era ormai unanimemente riconosciuto come il   « padre del surrealismo ».

L’ultimo grande litigio di colui che era stato definito « forse il miglior stilista francese del no ­stro secolo, senza dubbio il peggior carattere della letteratura » avvenne nel 1964, in occasione della grande mostra del surrea ­lismo organizzata alla galleria Charpentier da Patrick Waldberg. Circondato da allievi bar ­buti e da una splendida donna vestita di viola con sul braccio un pappagallo, Breton accusò Max Ernst, che aveva aderito al ­la mostra, di tradimento. « Non andrò mai a vedere questa mo ­stra », disse Breton. « Il surreali ­smo non si presta a esser cri ­stallizzato in antologie e bilanci. A Baudelaire non piacevano le metafore militari, a me non piac ­ciono le metafore commerciali. Il bilancio è una resa di conti. E io non ho nessuna intenzione di liquidare il surrealismo. Il surrealismo esisteva prima di me e si suppone che debba so ­pravvivermi ».

Ora che lo scrittore è tornato per sempre in quel cono d’om ­bra che in fondo aveva caratte ­rizzato i suoi ultimi anni, nono ­stante il revival del surrealismo stesso, sia pure in forme più di mercato culturale che di precisa adesione spirituale, si può dire che tra i tanti bilanci del movimento che lui stesso ed altri hanno compiuto, questo è forse il più valido. Nel secondo ma ­nifesto del surrealismo, apparso nel 1929, Breton scriveva tra l’altro, in un diluvio di immagi ­ni attraverso il quale si delineava la prospettiva esoterica che sa ­rebbe in lui poi divenuta domi ­nante; «… Il movimento non ha voluto far altro che provocare, dal punto di vista intellettuale e morale, una crisi di coscienza… Lo spaventapasseri della morte, i café-chantants dell’ai di là, il naufragio nel sonno della più bella delle ragioni, lo schermo schiacciante dell’avvenire, le tor ­ri di Babele, gli specchi di incon ­sistenza, l’invalicabile muro del denaro spruzzato di cervella, que ­ste immagini troppo vivide della catastrofe umana sono forse sol ­tanto immagini. Tutto conduce a credere che esista un certo pun ­to dello spirito dal quale la vita e la morte, il reale e l’immagi ­nario, il passato e il futuro, il comunicabile e l’incomunicabile, l’alto e il basso cessano di essere concepiti contraddittoriamente; ora, si cercherebbe invano alla attività surrealista altro movente fuor della speranza di determi ­nare quel punto ».

E’ proprio in questo senso che l’opera di Breton e il movimento surrealista di cui egli è rimasto sempre il massimo animatore pos ­sono avere ancor oggi come di ­sposizione spirituale, libera cioè da etichette e sovrastrutture, il senso di una lezione immanente e ritrovabile, perfino insospettatamente, in certi strumenti e in certe ribellioni letterarie del no ­stro tempo.

Freud

André Breton era nato nel 1896 a Tinchebray, una cittadi ­na dell’Orne. Compiuti gli studi in provincia si trasferì a Parigi, dove si iscrisse alla facoltà di medicina. Ben presto i suoi in ­teressi si orientarono verso la neuropsichiatria: le dottrine del ­la scuola di Vienna si stavano diffondendo col fascino sottile del proibito, ma in Breton que ­ste teorie si incidevano, con una dimensione sconvolgente e totale. La prima guerra mondia ­le e il suo distaccamento presso un ospedale psichiatrico gli of ­frirono dolente materia umana su cui meditare e studiare. La lettura delle opere di Freud, la amicizia col misterioso Jacques Vaché tragica figura di nichilista e di anarchico, suicidatosi dopo l’armistizio, la conoscenza di Apollinaire delinearono in crescen ­do la vocazione di Breton nel teorizzare, promuovere e vivere tutta la possibile gamma di espe ­rienze di dissociazione psichica, di automatismo dell’espressione, di « viaggio ai confini della co ­scienza ».

Tutta questa materia fervida e inquietante si esaltava e con ­fluiva   anche nell’opera di al ­cuni poeti scrittori e artisti che via via si raccoglievano intorno a Breton e alla rivista Literature, fondata nel 1919 con la collaborazione di Luis Aragon e di Philippe Soupault. Era an ­cora il primo periodo, tragico, assoluto e prepolitico, del surrea ­lismo. Il momento di negazione metafisica e di rivolta assoluta (suicidio, « aprite le prigioni e sciogliete l’esercito », ingiurie al Pontefice, esaltazione del rifiuto di obbedienza: in linea del re ­sto con quanto il dadaismo ma ­nifestava attraverso il soave e terribile Tristan Tzara, piomba ­to dalla Svizzera a Parigi).

Breton intanto incontrava Freud, e ne riceveva una nuova spinta alla trasposizione in chia ­ve estetica e creativa delle sue teorie sul pensiero e sull’inconscio. Nel primo Manifesto del Surrealismo, pubblicato nel 1924, il movimento veniva definito co ­me « Puro automatismo psichico attraverso il quale ci si propone di esprimere, sia a parole, sia in scritti, sia in qualsiasi altra forma, il processo reale del pen ­siero, nella completa mancanza di ogni controllo esercitato dal ­la ragione e al di fuori di tutte le considerazioni estetiche e mo ­rali ».

Nel 1928 Breton, che fino ad allora si era limitato a sperimen ­tare sulla rivista i nuovi mezzi espressivi e a pubblicare i saggi Les pas perdus (1924) e Légitime Défense, pubblicava Nadja, uno dei libri più affascinanti del surrealismo. Fin dall’anno prece ­dente Breton e i suoi amici ave ­vano aderito al comunismo. Vedevano forse in questo atto una concreta adesione a « una » ri ­voluzione. Ma quanto questo le ­game fosse leggero lo dimostre ­rà la successiva, clamorosa rot ­tura di Breton con Aragon e col partito. Come scriverà Sar ­tre, il legame tra surrealismo e proletariato era indiretto e astratto. Il loro nichilismo di fondo respingeva la cieca disciplina di partito.

Breton era ormai il grande teo ­rico del movimento, che assu ­meva sempre più salde connes ­sioni internazionali. Dispotico, incostante, collerico (celebri gli schiaffi che Breton tirò, sul bou ­levard Montparnasse, a Ilja Ehrenburg, membro della dele ­gazione sovietica a quel con ­gresso degli scrittori per la di ­fesa della cultura, nel quale si era tentato in ogni modo di osta ­colare la partecipazione surrea ­lista) la sua posizione di «ri ­volta permanente » colpì spesso anche gli amici più cari.

Prima che la seconda guerra mondiale scoppiasse, la vita di Breton può considerarsi segnata da due altri eventi importanti: la grande esposizione del surrea ­lismo del 1936 e il viaggio a Città del Messico per incontrar ­si con Trotzskij, insieme al qua ­le fonderà la « Federazione in ­ternazionale dell’arte rivoluzio ­naria indipendente » e cercherà di definire la storia e l’evoluzio ­ne del surrealismo nei quindici anni precedenti. Pubblicava in ­tanto Les vases communicants, Aù lavoir noir, L’amour fou, la Anthologie de l’humour noir.

Esoterismo

Al Messico e poi negli Stati Uniti, dove Breton si rifugiò nel 1940 dopo la sconfitta francese, si approfondiva contemporanea ­mente quella che potremmo chia ­mare « la componente esoterica dell’arte di Breton » e che ritro ­viamo in alcune pagine di Prole ­gomeni ad un terzo manifesto del surrealismo o no, scritto nel 1942, e nel quale parla dei « Grandi trasparenti », esseri soprannaturali. « L’uomo forse non è il centro, il punto di mira del ­l’Universo. Ci si può lasciar an ­dare a credere che sopra di lui, nella scala animale, esistono es ­seri il cui comportamento gli è tanto estraneo quanto il suo può esserlo all’effimera o alla bale ­na… ».

Nel dopoguerra l’impegno di Breton sembra scomparire, nel marasma incontrollato delle nuo ­ve generazioni, negli anni rug ­genti di Sartre e di Camus. Ep ­pure rimane sempre, moralmen ­te, lo stravagante proprietario di quella soffitta, di quella bottega fantastica in cui, da quasi mez ­zo secolo, arti e lettere contem ­poranee hanno scovato parte de ­gli espedienti del loro linguaggio: ha ancora degli allievi che lo vanno ad adorare nei templi del « Café Musset », di quelle libre ­rie erotico-fantastiche della riva sinistra, nelle redazioni di rivi ­ste colme di invenzioni grafiche e destinate a vivere un numero o due.

Al di là di questo lento de ­clino, di sempre più fantasioso rifugio nel regno della fantasia pura, della rottura con ogni sche ­ma logico, il messaggio che di Breton come padre del surreali ­smo ci rimane, appare la coinci ­denza con l’urgenza stessa di un sentimento di libertà e di ribel ­lione « come è avvenuto â— sono parole di Carlo Bo â— per il grande romanticismo tedesco e col naturalismo francese ». Ri ­volta contro la ragione, rifugio nell’esoterismo. Una parabola an ­cora immanente nel cielo incerto delle letterature d’oggi, più di quanto non si pensi.

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