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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Bartolomeo Di Monaco: ” La scampanata” (Marco Valerio, 2003)

18 Novembre 2012

di Carlo Capone

Terminando questo romanzo breve di Bartolomeo Di Monaco ho avvertito un disappunto. Non perché la storia, l’intreccio e il lessico mi abbiano deluso, anzi: il libro è scritto bene e si legge in un soffio. Parlo dell’inquietudine per il destino di Angela, la protagonista, e della domanda consequenziale sul perché la vita sia matrigna con chi trasgredisce, sia pure con travagli, e premia chi liberamente asseconda i propri estri. Quesito non da poco, se niente meno che Dante ce lo propone con le vicende di Francesca e Cunizza, dannando l’una a una tempesta eterna e assegnando il Paradiso all’altra.

La scampanata narra appunto di due donne, Angela e Caterina, entrambe con mariti costretti alla lontananza ed esposte a tentazioni. Fuor di metafora e perbenismi posticci: Angela e Caterina lottano, secondo specifica inclinazione, col bisogno di far sesso – che per Angela è anche esigenza di amore nell’accezione alta, per Caterina è bizzarria dell’eros – si cimentano, dicevo, con se stesse, e con i divieti impliciti del vincolo matrimoniale. Ci imbattiamo allora nell’altro cardine del romanzo, anch’esso riconducibile a un quesito: perché all’uomo – almeno in una certa cultura – è concesso esprimere l’ansia di erotismo, specie in gioventù, quando assume urgenza ultimativa, mentre per una donna – almeno in certi contesti e a dispetto delle conquiste novecentesche – quel desiderio origina conflitti e pregiudizi?

Siamo in Lucchesia, metà del 44, l’Italia è dilaniata dalla guerra, in quelle zone la Linea Gotica è un filo incerto. Angela e Caterina sono due giovani e attraenti spose, rispettivamente di Tonio e Salvatore. Vivono in una di quelle corti rurali di Toscana – allora frequenti, oggi rimpiazzate da rifacimenti immobiliari – un microcosmo di esistenze che fanno del vivere in comune un fortilizio ma anche una prigione di veleni e ipocrisia. Insomma uno spaccato del tempo – verrebbe da dire di ‘quei’ tempi – che, vedremo, rifornisce il lettore di inaspettate informazioni .

La vita delle due si consuma tra notizie di atrocità dei tedeschi, echi di incursioni partigiane, lavoro alla manifattura tabacchi – la industre Lucchesia qui fa esplicito capolino – e soprattutto il pensiero ai due uomini prigionieri in Germania. Ce ne sarebbe per un’esistenza di attesa – in qualche modo Tonio e Salvatore inviano missive, cui le donne riescono a dar risposta – e tuttavia inquieta: chi assicura che torneranno? e chi risarcirà, in caso negativo, della gioventù perduta? Del domani non v’è certezza, recita la canzone del Magnifico, e Bartolomeo Di Monaco, da buon toscano, prende atto. Sentiamo come la canta, la sua canzone: Angela era rosa da un tarlo che non le dava più pace. Tonio era ormai prigioniero dei tedeschi da circa un anno … le scriveva, le diceva dolci parole. Anche lei rispondeva con dolci parole, tuttavia il suo corpo di giovane donna fremeva. Sapeva della sua amica Caterina, anche lei sposa di un uomo che i tedeschi si erano portati in Germania. Ne parlavano insieme,a volte, dei loro mariti prigionieri e della vita che era stata così crudele. Che cosa avevano fatto che meritasse una punizione così dura?

Un giorno Caterina la chiama in disparte: Delle amiche mi hanno portata vicino a Livorno, a Tombolo, dagli americani……vieni anche tu. Mi sono divertita un sacco.

Il divertimento di ‘quelle amiche’, lucchesi e del circondario, consiste nell’andare a Tombolo, intrattenersi con gli americani – magari, ma non necessariamente, per denaro – e volentieri farci all’amore. E di quel diletto Caterina è appetitosa, al punto che un giorno, all’uscita di fabbrica, invita una compagna di lavoro ad informare Angela su come a turno si concedono a quegli uomini, per poi irriderne i difetti. C’è chi è più maschio dell’altro, sai? – confida maliziosa la donna- chi si butta su di noi con una passione che pare quella di un selvaggio, chi è più cortese, chi ha paura di farci male – noi, figurati! – …chi dopo aver fatto all’amore non riesce più ad alzarsi, chi invece ricomincerebbe da capo, e qualche volta l’ho voluto mettere alla prova e, iolai, è stato come una bestia, e sbuffava come prima, anzi meglio di prima perché sembrava provarci più gusto. Poi c’è quello che si tira su i pantaloni e non ti dice nemmeno grazie. Volta le spalle e se ne va lasciandoti aggiaccata con le gambe ancora aperte…ce n’è poi uno che prima di cominciare si fa il segno della croce…. Perché? gli domando. E lui “sono un cristiano sposato, e tradisco mia moglie solo per necessità”.

Si ha idea, in questa fase – ma riaccadrà più avanti – che l’autore usi il discorso di un personaggio marginale come espediente per descrivere quanto accade a Tombolo. E si riscontra che la donna accetta l’invito del suo animatore per testimoniare con semplicità orgiastica e antimaschilismo sprezzante la guerra di alcune lucchesi alla guerra vera. Una originale resistenza fatta di anticonformismo, rivincita sulla morte e russelliano elemento bacchico.
Anche se a mio marito ci penso, non sono mica una bestia, ma so che la guerra non me lo restituirà, ammette. E se il lettore si chiedesse dove origini tanta sicurezza ecco la cinica motivazione: in guerra sono pochi quelli che scampano. Il mio sposo non ha mai avuto fortuna. E non l’avrà nemmeno stavolta.

Allora, dobbiamo pensare a sfacciataggine o semplice irrequietezza, restando in superficie dello scritto, o riandare ai versi di Lorenzo? E affermandosi la seconda ipotesi come combinare il bisogno di giovinezza col giudizio morale?

Caterina, dunque, va per le spicce, se Angela la rimprovera di recarsi a Tombolo non per denaro – ammesso sia una giustificazione – ma compiacimento di appetiti, non esita ad ammetterlo, anzi propina una personalissima visione della Storia: la guerra mi ha tolto Salvatore, col quale facevo l’amore. Lui è andato alla guerra e io non ce l’avevo nel mio letto, e dopo un po’ non ce l’ho fatta… La guerra per me è questo: la mancanza di Salvatore.

Non c’è scampo, Angela è stretta all’evidenza, a nulla serve che abbia appena scritto una struggente lettera al marito dove appare, a questo punto non sappiamo quanto sinceramente, innamorata e devota. Non sappiamo, dicevo, anzi stenteremmo a orientarci nel manzoniano guazzabuglio del suo animo se appunto non accorresse il narratore, ancora usando un personaggio, Caterina, come specchio dei conflitti dell’altro.

Nei giorni a seguire la situazione si chiarisce. Malgrado gli ammonimenti allusivi della madre sulle insidie dei tempi e sul peggiore di tutti, il marchio di adulterio, Angela assume ragione, e il suo risolversi getta uno squarcio di luce sui pretesti della mente quando si assume una scelta fuori prescrizione. In fondo Tonio se l’è cercata – argomenta a se stessa – fosse stato furbo come gli altri i tedeschi non l’avrebbero beccato quando fu sorpreso in caserma. E ancora: da una sua lettera pare che abbia contratto malattia ai polmoni. Da queste cose, si sa, non si guarisce: ritornasse invalido chi la risarcirebbe delle gioie perdute? Meglio quindi agire adesso, giacchè in qualche modo poteva avere un’attenuante, e la gente avrebbe forse capito.

Il giorno dopo si intruppano su un camion ricavato da una corriera. La strada che da Lucca porta a Tombolo rifornisce la comitiva di giovani donne, tutte con la medesima prospettiva. La meta si presenta come luogo del destino, un crocevia di aspirazioni, urgenze, incertezze: chi va per godersi il momento, chi per soldi e chi per marchiarsi a futuro disprezzo. Il luogo di ritrovo è uno squallido stanzone, una baracca nel cui interno un’ orchestrina suona jazz e boogie woogie per una folla di coppie, chi a un tavolino e chi stordita dai balli e dal bere. Entrano, Caterina la spinge tra la calca e si fa vivo un suo precedente partner, un giovane del Montana grande e grosso come Tonio ma non così bello. Non è una trovata originalissima, questa dell’americano alto, sorridente e dai denti bianchissimi, però la descrizione del personaggio assume caratura quando apprendiamo che è di ascendenze greche e che in America insegna lettere, a evidenza che si può praticare il luogo comune ma a patto di arricchirlo di tocchi che ne reinventino la natura.

Dunque, lui parla, lei lo ascolta, lui informa, lei annuisce. E’ invitata a ballare, tergiversa, ma poi cede e la serata scorre via. Se l’era ripromesso, del resto: vado per capire, vedere l’atmosfera che si respira, senza impegni di sorta. E John l’aiuta in questo incespicare.

Siamo in estate, i tedeschi rastrellano nelle corti, irrompono in quella di Angela sfiorando la tragedia, i tempi incupiscono. E tuttavia scopriamo che il paesaggio interiore della ragazza è in distonia coi fatti. Malgrado le crudezze e la fatica del lavoro guarda la vita con anima leggera. Un giorno Caterina la provoca per scherzo – “E se mi riprendessi John?”, ammicca – meritandosi una replica che svela i sentimenti dell’amica. O Angela, la rimprovera Caterina, mica ti avrò portato a Tombolo perché ti innamorassi? …uno basta e avanza. Allarga solo le gambe e lascia stare il cuore. Quella sera decidono di andare a Tombolo, Angela porta con sé l’ultima, e appassionata, lettera di Tonio, che termina così: se ci amiamo teniamo in pugno la nostra felicità. La teniamo prigioniera col nostro amore. La piega in quattro, ci pensa su un momento, sale sul camion del desiderio. E di lì a niente siamo avvertiti che a quella lettera ha già risposto rinnovando amore e fedeltà, tradendosi – volutamente ? – quando riporta in chiusa che ho paura che la guerra ci renda diversi. Temo che quando ci rivedremo non saremo gli stessi. Un guazzabuglio, si diceva, l’animo di questa ragazza, un pasticcio di tarli, conflitti, contraddizioni, finanche di tentativi ingenui di garantirsi future impunità. Non è più vantaggiosa, allora, la scelta di Cunizza?

Quando lessi Madame Bovary, insieme al risaputo distacco del narrante mi colpì l’intento cronachistico. Al tempo di Flaubert non c’erano mezzi di comunicazione, il romanzo serviva ‘anche’ a scopi giornalistici. Pochi a Parigi, ad esempio, conoscevano le costumanze di provincia o le peculiarità delle civiltà rurali. Da qui la meticolosa descrizione, finanche degli arredi di case, fattorie ed aie, che pone lo scrittore in veste di reporter ante litteram. Un intento simile anima Bartolomeo Di Monaco. Prima che la storia proceda una lunga digressione ci immerge nelle corti di lucchesia di allora. Di esse si era parlato, qui si aggiunge che ne vengono descritte usi e atmosfere. Si comincia col clima della stagione degli amori, durante cui l’intera corte – ma il discorso è uguale per i rioni di città – partecipa festosa al nascere di nuove coppie, sempre però che i due appartengano alla corte o a quel rione. In caso contrario l’ intruso viene respinto con l’apporto della comunità intera (si vigilava sulle donne come sul bestiame o sui denari nascosti sotto il materasso… l’onta maggiore era il tradimento delle donne. Non ci si passava sopra, come se fosse faccenda che riguardava non il marito, ma tutti). Si prosegue con la descrizione minuziosa delle case rurali (a tre piani, adibiti ad abitazione, fienile e locale per le bestie) avvisando che le comunità maggiori ospitano anche una cappella e rammentando che la corte si regge su regole capitali: laboriosità, rettitudine e spirito di sodalizio (Le sere, tornati dai campi, uomini e donne mettono fuori le seggiole impagliate, si adunano l’un vicino all’altro a chiacchierare e non c’è voce importante, come quelle della politica o dei fatti di Lucca di cui non si discuta). Da buon quotidiano orale l’intrattenimento ospita anche le dicerie, i pettegolezzi, oppure mitiche storie per i bambini con personaggi i cui nomignoli mostrano la mordacità toscana. Sentiamone alcuni: il Gobbo, Lo Sdentatato, Il Mago, Sputone, Canterino, Piscione, La Pettegola, La Culona, Puppore d’oro, La Bavosa, La Stallina.

Ma c’è un rituale – detestabile ancorché circoscritto ai tempi – che presto si impone nella sua scabrezza, ed è la scampanata, un complesso di livore da fiducia sfregiata, aberrante caccia alle streghe e pubblica punizione. Capita che la donna sospetta di adulterio venga pedinata a sua insaputa, secondo appostamenti ossessivi e discreti, finché scoperta senza macchia di dubbio. A quel punto gli uomini si danno appuntamento una fatidica sera, si armano di tamburi, fischietti, coperchi e trombette e partendo fuori corte vi irrompono suonando quella che presumiamo non sarà una serenata. Giunti al balcone dell’adultera il fracasso si fa assordante perché tutti spalanchino le persiane, trova una pausa per la scansione del nome della rea e riprende con lo sfogo degli insulti, a cominciare da quelli di puttana, troia, battona, maiala, fino ad altri che si coniavano lì per lì per la fantasia. Urla, improperi, ogni finestra illuminata e unica al buio quella della strega. Il cui destino da quel momento è segnato, difficilmente la vita tornerà a sorridere.

E’ inevitabile che il rituale colpisca anche le nostre, come intuibili sono le rispettive reazioni. Angela si affaccia e scongiura la sua innocenza, ma figurarsi i menestrelli, ci danno dentro con più acrimonia. Caterina replica secondo inclinazione: “dovete ringraziarli, gli americani, che vi salvano la pelle, a voi rammolliti”.

Da ora in poi questa maledetta storia incarognisce con la guerra. Se quest’ultima registra un crescendo di tragedie – i tedeschi fucilano un prete alle mura di Lucca, giustiziano giovani sospetti di partigianeria, a Sant’Anna di Stazzema compiono il più atroce dei massacri â€“ non meno aspro si rivela quella di Angela, che lotta contro gli occhi, i rimproveri materni e le osservazioni di don Emilio, il curato di corte, finché una sera, sfinita dall’insonnia, agisce quel delirio e strilla la sua innocenza a un uditorio deserto ancorché ostile. Ma un conflitto vero pretende il polo avverso. Identificando l’arrivo del marito con una insostenibile colpa ripara nelle fantasticherie di fuga col suo John, del quale nel frattempo è divenuta amante. Con quale coraggio? giunge una lettera di Tonio in cui le parla di tre stelle allineate in cielo – osservale, ci riuniranno pur stando lontani, le supplica – e perciò sospende le andate a Tombolo e medita di confinarsi in casa. Castigo breve se poi invoca Dio a scusante per tornarci: se non alza un dito per scongiurare le barbarie è colpevole anch’Egli, dunque non potrà condannarmi insieme a Caterina e tante sventurate. La ritroviamo allora a Tirrenia, mentre si amano teneramente e fanno un bagno in mare, la rivediamo fra le braccia di John più attratta dalla vita che vinta dalla colpa. La giovinezza sarà mai un delitto? Passano i giorni e passa anche il fronte, dopo un bombardamento che sembra non finire gli americani entrano in Lucca. Ne informa Tonio, e prontamente, come a voler mettere una pietra sulla guerra e l’amore, non va più a Tombolo. Ma cosa è ormai Tonio, il vero amore o un macigno? Siamo all’epilogo, gli americani si sostituiscono agli inglesi, Caterina la informa della partenza di John. E perciò scrive a Tonio, prossimo al rientro, mostrandosi impaziente di abbracciarlo e costringendo chi legge di nuovo a domandarsi chi sia: un vittima della Storia o di se stessa? dovremo tenerlo a mente quando affronteremo il finale. Che ci obbligherà a rivedere ogni previsione ma anche a riflettere sulle oscurità dell’animo, e perché no? sulle scelte operate dall’autore.

Ho conosciuto Bartolomeo la vigilia di Pasqua, trascorremmo il pomeriggio parlando di letteratura e altro. A un tratto, a compendio di non ricordo che discorso, confidò ‘oggi mi sono confessato’, rivelando in viso e con un gesto la potenza salvifica del perdono. Tale confidenza mi è tornata in mente ultimando La scampanata, quando ho rivissuto quel potere da lettore, non senza tuttavia rimuovere il dilemma: perché alla licenziosa Cunizza la luce infinita e alla dolente Francesca la tempesta eterna?


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1 commento

  1. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 18 Novembre 2012 @ 18:55

    Grazie infinite Carlo per questa bella recensione, che conserverò gelosamente.

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