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LETTERATURA: “Buio per i bastardi di Pizzofalcone” di Maurizio De Giovanni – Einaudi

8 Febbraio 2014

di Francesco Improta

L’ultimo romanzo di De Giovanni, edito nella collana Stile Libero di Einaudi, appartiene al ciclo dei bastardi di Pizzofalcone, inaugurato nel 2012 con Il metodo del coccodrillo. Così, infatti, vengono chiamati i componenti del commissariato di zona – siamo nel cuore di Napoli, non lontano dal nucleo originario della città greca – alle dirette dipendenze del dott. Luigi Palma. Sono tutti personaggi problematici e raccogliticci di diversa origine e provenienza. In conflitto con i loro rispettivi superiori e tutti assillati da pro ­blemi personali, più o meno gravi, sono andati a surrogare i precedenti agenti di zona, coinvolti e compro ­messi in una brutta storia di droga.

De Giovanni ce li presenta nel risvolto di copertina e sottolinea il loro desiderio, che spesso si trasforma in ossessione, di trovare o quanto meno di cercare qualcosa, di mettere ordine nella loro sintassi esistenziale; in questo modo le indagini che vengono loro affidate si arricchiscono e si complicano nel tentativo sofferto di portare luce nel buio che è fuori e dentro di loro.

            In questo caso le indagini, che vedono impegnata la squadra, riguardano uno strano furto in un appartamento da cui nulla è stato asportato se non il contenuto misterioso di una cassaforte e il rapimento di Dodò un bambino di 10 anni, che era in visita con la scuola a un museo cittadino, e che, come risulta dalla telecamera che lo ha inquadrato, si è allontanato in compagnia di una donna incappucciata. Le indagini almeno all’inizio si svolgono parallelamente, per cui Francesco Romano, assistente capo, e Marco Aragona, agente scelto, lavorano al sequestro del bambino mentre l’ispettore Giuseppe Loiacono e l’agente scelta Alessia Di Nardo si occupano del furto nell’appartamento. Il dottor Palma coordina le operazioni dal commis ­sariato, amorevolmente assistito da Ottavia Calabrese, esperta in informatica e se ­gretamente innamorata di lui. Il vicecommissario Giorgio Pisanelli conduce, invece, una sua indagine personale su alcuni suicidi avvenuti in quella zona con troppa frequenza e con le stesse modalità. Successivamente, quando non ci saranno più dubbi sulla gravità del sequestro (verrà richiesta, infatti, una cifra notevole per il riscatto del bambino al nonno, facoltoso imprenditore) tutta la squadra si mobiliterà, con tutti i mezzi possibili, per rintracciare il bambino. Sarà una lotta contro il tempo e…

Il titolo ha diverse valenze semantiche e se da un lato rimanda al buio in cui annaspano gli investigatori impegnati nella caccia ai rapitori e senza appigli a cui aggrapparsi da un altro lato richiama la metà oscura dell’animo umano, che il più delle volte finisce con l’inghiottire qualsiasi cosa, anche la luce ingannevole di Maggio.

                È un mese che sa fingere, così sospeso tra la coda dell’inverno e la punta del naso dell’estate. Sa mascherarsi, magari dietro un pensiero o un falso desiderio, e vi pianta nella schiena il coltello di una fantasia disperata. […] Maggio è una minaccia affilata, che penetra troppo a fondo per un singolo respiro.

Il buio, però, è anche quello in cui si muove Batman, l’eroe preferito di Dodò, a cui è dedicata la copertina del libro, e che il bambino stringe tra le mani anche nello stanzone umido e oscuro in cui lo hanno gettato i rapitori. Per farsi forza, per tenere lontano la paura, per tacitare le voci, perché “il buio è pieno di rumori. Il buio non sta mai zitto.” Acquista, quindi, un particolare significato la dedica, posta proprio sotto il titolo, “Paola. Tutta la luce che ho”: un bisogno, cioè, di esorcizzare la paura e di dissipare le tenebre che avvolgono tutti noi, anche l’autore, e che si ingigantiscono in un periodo di crisi qual è quello che stiamo vivendo. Crisi non solo economica e politica ma anche morale e culturale in cui si assiste alla bancarotta degli ideali e dei valori etici, alla disgregazione della famiglia e dei sentimenti, alla perdita di identità e di coordinate esistenziali, in quanto l’uomo non sa più dove andare né come o contro chi “combattere”. Non è un caso che le indagini del commissario Ricciardi, al quale sono particolarmente legato, come credo tutti i lettori di De Giovanni, siano più chia ­re, lineari e rassicuranti, contrariamente a ciò che si potrebbe supporre. Nell’atmosfera, infatti, cupa, oppressiva e liberticida del regime fascista il nemico era facilmente indi ­viduabile, si sapeva, cioè, contro chi combattere o, quanto meno, da chi prendere le distanze e ci si muoveva, di conse ­guenza, con maggiore sicurezza, senza dubbi o remore di sorta, confortati e supportati anche da alcuni inossidabili principi. Il dottor Modo, medico legale, il fedele brigadiere Maione, la bellissima e sensuale Livia, la dolce e sognante Enrica e il commissario Ricciardi hanno una fermezza e una co ­erenza psicologica che consentono loro di muoversi sulla scena con grande sicurezza anche quando cedono ai loro istinti o ai loro innocui vizi (gola, gelosia, desiderio di vendetta e appetiti sessuali). E anche se il commissario Ricciardi, per la sua sen ­sibilità dolente, frutto di quella facoltà maledetta di vedere le vittime di crimini vio ­lenti e di sentire le loro ultime parole, può sembrare un personaggio tenebroso e perennemente insoddisfatto per la sua ansia mai appagata di verità e di giustizia, il quadro com ­plessivo conserva tutto il suo fascino e la sua poesia. E la città di Napoli, di cui De Giovanni è sempre riuscito a cogliere con amore e puntualità i suoni, i profumi, gli umori, pur essendo afflitta da mille problemi, conservava in quei romanzi tutta la sua vitalità e la sua genuina freschezza. La scrittura stessa era più lineare, più fluida, senza sinuosità o inarcature sintattiche, intrisa di ironia e di poesia, dolente e fasci ­nosa al tempo stesso. Nel ciclo dei bastardi, invece, la scrittura si fa più complessa e magmatica, come è giusto che sia, a contatto con una realtà più frammentaria e drammatica, priva di ancoraggi o di prospettive.

….. Ci sono notti. Notti alle quali si arriva come in cima a una montagna, con gli occhi che si chiudono per la stanchezza. Notti piene di niente, che si vorrebbe solo dormire a pancia in giù, in mezzo agli odori noti e stantii di casa. Notti che il mondo va chiuso fuori, col peso enorme che non ti fa respirare, tentando di non fare entrare le dita buie dalle fessura delle finestre fino all’anima. Ci sono notti.

A De Giovanni, però, va riconosciuto il merito di aver gettato alle ortiche ogni cautela e di essersi “compromesso” con l’attualità e con la cronaca, rifiutando quelle compensazioni o rassicurazioni consolatorie che in mancanza di speranze solo il passato sembra poterci garantire. Quando, infatti, il presente ci si spalanca dinanzi come una voragine buia di cui non s’intravede il fondo e il futuro ci appare ancora più nebuloso e incerto è com ­prensibile – ma, a mio avviso, mai giustificabile – che ci si rivolga al passato in cerca di quelle certezze che sono venute meno, e il ciclo del commissario Ricciardi, bellissimo e struggente, credo che vada letto in questa ottica. Negli ultimi tre romanzi, invece, Il metodo del coccodrillo, I bastardi di Pizzofalcone e Buio… i riferimenti all’attualità sono molteplici e costanti: il fallimento di piccole e medie industrie, le discariche abusive e più in generale il problema della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti che ammorba l’aria e le coscienze dei cittadini, l’in ­cremento della microcriminalità, la presenza spesso ingombrante di extracomunitari, la perdita di principi e valori morali, famiglie disgregate o divise dall’odio e dalla cupidigia, la paura che mangia l’anima. Ne viene fuori una Napoli diversa: lacera e contusa, segnata nel corpo e nello spirito, che pur non avendo smarrito del tutto la sua energia vitale ha dimenticato la sua allegria. Un’altra differenza – e un altro indi ­scutibile merito – di De Giovanni è quello di aver privilegiato, in maniera crescente dal primo al terzo romanzo del ciclo dei bastardi, la coralità. Non vi è un personaggio che prenda il sopravvento sugli altri o si presenti agli occhi dei lettori come un eroe senza macchie e senza paura, non diversamente dal Batman della copertina. Ognuno ha le sue pecche, le sue debolezze, i suoi scheletri nell’armadio e a tutti lo scrittore rivolge le stesse cure e attenzioni sottolineandone la dolente umanità, talvolta il loro smarrimento ma anche e soprattutto la loro dedizione al lavoro e la loro capacità di superare screzi e antipatie nel momento in cui è necessario essere e operare come una squadra.


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