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Letteratura: Walter Siti – Resistere non serve a niente – Rizzoli, Milano 2012

7 Febbraio 2014

di Alfio Squillaci


Il lettore che non sa che genere di libro è “Resistere non serve a niente” e che non ha letto nulla di Walter Siti ad esclusione di alcuni interventi sui giornali, ignora   a quale tipo di narrazione va incontro al momento in cui, in una sorta di Prologo che apre il libro, si alternano incontri con extracomunitari di etnia yoruba e alcune svelte scene di un   party in un palazzo d’epoca al centro di Roma tra   producer televisivi, banchieri, nobildonne, starlet, tutti sorpresi in dialoghi vaporosi e anche assistiti da una certa   intelligenza «spruzzata come un profumo che non deve essere troppo sfacciato, sempre in bilico tra la sciocchezza recitata e il conformismo controcorrente ».
 
Ecco, ci diciamo, ecco il grande romanzo sulla Rai che da decenni aspettiamo. Non la Rai intesa come medium di massa, il luogo (tele)visivo in cui si consuma lo scambio simbolico e linguistico della nostra epoca, ma proprio la Rai azienda (quella in cui gli accenti strascicati che vi pullulano ti inducono a credere   di stare a guardare una grande “Teleroma 56”), e tuttavia centro immenso di potere di tutte le Repubbliche italiane, luogo in cui le esistenze si scambiano in un vortice di interessi, denaro, sesso, politica, familismo, raccomandazione; la Rai specchio del Paese, in cui un romanziere alla Balzac si tufferebbe   come in una piscina in villa proprio come l’indimenticabile Gassman nell’ultima scena di “C’eravamo tanto amati”. E invece no, era solo un depistaggio narrativo per introdurre i personaggi portanti del romanzo: il bankster (blend of banker and gangster) Tommaso Aricò e Gabry, che non saprei definire altrimenti che come modella, starlet, o forse olgettina, come propriamente la epiteta Siti.
 
Inoltre, la narrazione che in esordio si svolge in prima persona (non l’io fittizio dei romanzi, ma proprio l’io Walter Siti) fa supporre una specie di autofiction verso cui sono profondamente avverso, e non perché non esista una nobile tradizione narrativa in cui il focus si irraggia dal punto di vista dell’io che si autonomina e autonarra nel racconto, quanto perché, da lettore tradizionalista e un tantino conservatore, prediligo la narrazione onnisciente, quella del demiurgo narratore che parla da fuori con la voce da Padreterno, che sa tutto dei suoi personaggi e che tutto spiega,   e che   si installa nella narrazione come il deus absconditus di Spinoza, invisibile ma presente dappertutto.
 
E infatti Siti, quasi presago del mio bisbetismo di lettore, con un procedimento narrativo palese (nel senso che il lettore ne è avvisato) decide di inabissarsi nella narrazione e di assumere la voce del narratore onnisciente, attraverso uno stratagemma singolare e “romanzesco”: il bankster Tommaso Aricò commissiona a Walter Siti (che da autore ridiventa personaggio del romanzo) la storia della sua vita, fornendogli appunti e pezze d’appoggio. In cambio Tommaso rileverà l’appartamento sotto sfratto di Walter e glielo cederà in comodato gratuito. – Serve a qualcosa la letteratura nella vita! – Nel corso della narrazione, l’espediente redazionale di scrivere un romanzo su commissione consente momenti di grande inventiva e godibilità lato lettore, quando accade che l’autore chiacchiera dei misteri della finanza e del sesso con il suo protagonista (fondendo nei fatti l’autofiction e il narratore onnisciente), protagonista   che reclama, come un personaggio pirandelliano, le sue istanze di personaggio in cerca di autore. (“Devi dirmelo tu chi sono”).   Ma, attenzione, quando l’autore fa capolino nella narrazione non si   pensi a una trovata da avanspettacolo, ma a Sterne.
 
Subito dopo inizia una narrazione fenomenale e iridescente sia dal punto di vista stilistico che da quello del contenuto. Walter Siti tenta nientemeno che il grande affresco sulla finanza nel mondo globale! Il romanzo sulla finanza che non abbiamo mai avuto in Italia e di cui all’estero ricordo solo (per i miei ovvi limiti di lettore) il formidabile “L’Argent” (“Il denaro”) di Emile Zola.
 
Ma   prima di rendicontare sul romanzo finanziario che abbiamo tra le mani vorrei spendere qualche parola sullo stile di Siti. Che, lo dico subito, è brillante, trascinante, funambolico. Siti ama lo stile gnomico, ossia il tono brillante e la ricerca dell’apoftegma, della sentenza, dell’aforisma, della massima che attraversa o conclude la narrazione vera e   propria, come anche i dialoghi o le descrizioni, mettendo una tensione speciale nella costruzione narrativa delle scene, e facendo brillare di una luce intellettuale anche situazioni sociali che sono oggettivamente pedestri. Mica facile!   È il vantaggio della buona letteratura, quella che riesce a cavare sangue dalle rape e che signoreggia su tutte le modalità del visibile.
 
A me la scrittura gnomica piace ed è per questo che adoro Balzac (guarda caso, altro grande narratore del denaro). È noto che il grande scrittore francese riprendesse la penna dove l’avevano lasciata i grandi moralistes classici del Seicento che si esprimevano per aforismi appunto. Da allora, in narrativa, due sono le strade per dare il “succo” di una storia (a volte di una semplice situazione morale): o lo sviluppo dell’intreccio, ossia un evento che si incardina in un altro evento nel senso che il primo spiega il secondo (o viceversa) e allora il significato di un’intera narrazione è dato per esempi viventi, per fatti concludenti; oppure l’apoftegma, la massima, la sentenza che illustra uno snodo dell’azione, una condizione morale dei personaggi o una istanza psicologica generale e che l’autore cala nei pensieri del protagonista o emette come voce narrante, e allora la spiegazione è affidata a un “a parte” logico-discorsivo: la sentenza appunto. Qui Siti l’ha messa addirittura come titolo (Resistere non serve a niente), rinunciando alla finzione designativa o ricognitiva che hanno di solito i titoli, e assegnando alla prima scritta in copertina una funzione gnomica.
 
Ma urge dare qualche esempio testuale per illustrare meglio quanto si viene dicendo e ricorrere alla pagina di Siti che per parte mia ho tempestato di sottolineature sul mio lettore e dal quale pesco a casaccio. C’è questo discorso linguistico delle escort di cui tutti parliamo: saranno troie o mignotte? E il nostro narratore onnisciente se ne esce con questa massima: «le parole hanno un peso, in genere quando una parola nuova si afferma è segno che è accaduto qualcosa di nuovo nella realtà ». E quale rapporto hanno le olgettine con il proprio corpo? Ecco l’osservazione ficcante per cui per esse il corpo è: «un prodotto ad alto valore estetico da scambiare prima che deperisca, e di cui è incerta la relazione con l’io ». Hai una vita super? Allora: «La normalità è un bersaglio a cui mirare con tremore ». I personaggi si «scambiano opinioni trandy al posto dei sentimenti ». E ancora: «Ci sono donne che sembrano nate segretarie, glielo leggi dalla contentezza che provano a occuparsi di stronzate ». Ma anche: «Per assuefarsi alla ricchezza occorre un allenamento di anni, se non di generazioni; e quando finalmente te ne sei intriso la verità della vita si stacca da te come una foglia secca ». «Il danaro dispensa dall’imbarazzo di essere disonesti ». «Tra denaro e immagine vige una concreta solidarietà: il primo ha bisogno della seconda per impressionare, la seconda ha bisogno del primo per espandersi ». «I ricchi si sporcano di capricci perché non sanno più che cos’è un desiderio genuino ». E così via per tutto il romanzo.
 
La massima, l’apoftegma, è il momento in cui la narrazione viene sospesa per essere riassunta nel suo senso logico più profondo; essa fissa, folgorandolo, un momento-verità. Esplodono perciò in questa narrazione mille bolle di questi momenti-verità e la bravura straordinaria di Siti consiste nel farle deflagrare con grazia, intelligenza e maestria sopraffina alternando l’acuto osservatore e l’artista integrale, ossia lo sguardo lungo che sa indagare il noumeno delle cose e la scaltrezza del letterato che   sa tenere rigido il suo bastone da magicien. In   più le osservazioni puntute e pepate, l’arguzia dell’osservatore spassionato, aggiungono un’allure ariosa al testo e ne incentivano la lettura. Dal punto di vista stilistico sottolineerei anche la totale scomparsa dei verbi che portano il dialogo, quel “rispose”, “commentò”, “replicò”, “ammise”, verbi che coi tempi volti al passato talora hanno proprio la funzione di pietre tombali. Il narratore di questo romanzo invece porge i discorsi come catturati da un microfono nascosto tra parlanti; vengono fuori scambi dialettici aerei, ma sempre ancorati all’entità elocutrice da cui non è difficile risalire al personaggio parlante.
 
Siti è altrettanto bravo a manovrare la penna come un bisturi e a volte come un mazzuolo ma da ogni brandello o scheggia di realtà emerge, in maniera stupefacente, la verità di buona parte del mondo in cui viviamo.
 
Mi sono soffermato forse un po’ troppo sull’aspetto stilistico. Ma forte era l’urgenza di sottolineare che spesso le opere riuscite, come sicuramente è questa, hanno incorporate un progetto letterario che ha come obiettivo anche il rinnovamento delle vecchie tecniche di narrazione oltre che l’imposizione del proprio nucleo tematico. Sanno cosa dire e sanno soprattutto come dirla. La storia è il “discorso” della storia. Non il cosa ma il come. Tutto è lì: il romanzo è lo stile. E in “Resistere non serve a niente” lo stile è innovativo, ipnotizzante, irretente, soggiogante, potente.
 
Del nucleo tematico non vorrei dire nulla, a questo punto, perché i lettori, che auguro numerosi, dovranno da soli attraversare la lettura di questo romanzo capitale   in cui del nostro mondo è detto in esordio che   i «soldi sporchi e puliti si confondono in un groviglio inestricabile, mentre la stessa distinzione tra bene e male appare incerta e velleitaria », che è un po’ la chiosa saggistica ad un universo narrativo fortemente strutturato.   In sottofondo c’è anche lo scambio energetico del denaro con il sesso – grande ossessione degli umani – qui svolto anche nei suoi mercanteggiamenti   più abietti. Vorrei   aggiungere infine che per un buon due terzi abbiamo una sorta di romanzo psicoanalitico – il riscatto dell’obeso, del matematico di genio, del borgataro – e tutta la narrazione procede magistralmente a illustrarci il milieu calabro-romano di Tommaso, poi c’è come una sorta di coup de théȃtre in cui il nostro libro rivela all’improvviso in forme quasi extra narrative tutto il suo retroterra criminale fino ad allora sospettato da noi e alluso dall’autore. Ed è la parte più didascalica in cui l’invenzione del vero cede il posto alla pura documentazione dell’artista scrupoloso.
 
Siti si rivela   uno straordinario artista. Rappresentare in forma letteraria attraente come funziona la finanza nel mondo globale, i personaggi che vi si aggirano, le situazioni incredibili in cui si muovono   è un servizio che la buona letteratura rende alla vita. Un romanzo è destinato ai contemporanei, perché   solo i contemporanei hanno tutti i codici gnomici per leggerlo e decrittarlo; i lettori del futuro agiranno da filologi o da storici, ma solo noi possiamo gustare la grande bellezza di questo libro   che sicuramente resterà nella nostra storia letteraria e nella memoria dei lettori per lungo tempo.
 

 


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