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LETTERATURA: Carla Reggiannini: “La mia parte”, Maria Pacini Fazzi Editore

4 Marzo 2012

di Alberto Marchi

Capita ancora per fortuna di imbattersi in libri che non hanno timore di vedersela con le fondamentali opposizioni che contraddistinguono la nostra esistenza, per cui l’amore può avere con sé, talora, addirittura “l’ombra di morte” e del “declino un ancestrale senso”. Lo fa Carla Reggiannini nella sua prima raccolta di poesie intitolata “La mia parte”, volume pubblicato nella collana “Voci nuove”, diretta da Mario Lena per Maria Pacini Fazzi Editore (Lucca, 2010) e che si avvale di una pregevole immagine di copertina, riproduzione di un’opera della pittrice brasiliana Manuela D’Aiuto, autrice anche delle illustrazioni.

La prospettiva non è però quella di chi ha perso la speranza e vede le cose del mondo, gli affetti e i sentimenti, in generale i rapporti con gli altri, in modo negativo o disperante: piuttosto è quella di chi sa che guardare, per così dire, faccia a faccia la realtà, perché ciò le consente di acquisire, ed esprimere, la “consapevolezza, profonda ed umile, “di essere uomo (e donna) tra gli umani”.

L’Autrice esprime questa idea “forte” mettendo spesso il lettore di fronte ad opposizioni di immagini, di concetti e facendo un uso sempre felice, dell’ossimoro. Ci si imbatte subito, fin dalla poesia di apertura, “Poesie scrissi e scrivo”, nell’utilizzo di questa tecnica che diventa la chiave di volta per dare una lettura unitaria a questo corpus evidentemente organico di liriche. E’ un “coraggio vile”, infatti, quello che la induce a gettare nell’immondizia i “primi rovelli giovanili”, ovvero i versi della giovinezza, perché è necessario possedere, giustamente, anche coraggio per disfarsi del frutto della propria fatica e della propria immaginazione (e infatti, sottolinea, “il cuore ancor ne langue”).
L’ossimoro (“dolcezza inquieta”, “murmurare garrulo”) diventa un modo per cercare di combattere quella banalità che a ogni angolo della nostra esistenza sembra tenderci agguati, anche quando cerchiamo, perché ne siamo consapevoli, di sfuggire il più possibile dal suo triste orizzonte.
Ed è coraggio non vile quello che ha consentito poi alla scrittrice di “vincere il riserbo, paura del ridicolo, / sguardo sprezzante e inviso / d’un borgo pettegolo e intrigante, / eppure talor anche fraterno e amico”, perché la poesia è “certezza di onestà” che rimanda ad affetti autentici.

Costruita come una sorta di piccola summa (l’arco temporale “coperto” dalle poesie raccolte è di circa 25 anni), la raccolta intende rappresentare anche il tempo di una generazione: ciò emerge con particolare forza nella poesia che dà il titolo al libro, “La mia parte”, che a parere di scrive è la sua più bella. L’invito per cui “Ciascun faccia, a suo modo, la sua parte”, non è dunque un monito che l’autrice rivolge solo a se stessa, ma viene esteso a tutti quelli che hanno condiviso con lei impegno ed ideali. Anche qui risalta il duplice aspetto di cui parlavamo in apertura e che è la trama dell’opera. Da un lato la consapevolezza del senso tragico della vita: “E continua la lucciola ad errare, / sibila il vento nelle brume, / ancora il girasole cerca luce… / Per quanto? Un tarlo ancor ci rode… / Insidiosa una nube incombe, / ci predice con sussurri di morte un’ecatombe; tragica sorte, / non posson annientarla i palliativi”. Dall’altro, la convinzione che non si può, tuttavia, che continuare ad “ascoltare antiche e nuove note, urlare il rifiuto a ipocrisia, tracotanza e viltà, / aborrendo ogni acquiescienza pia, / sì che non s’illaguidisca e venga / meno la forza balda e il vigore / dei destrieri che un tempo ci credemmo”.

Proponendo anche azzeccate citazioni dei grandi poeti che sono gli amori letterari dell’autrice (Leopardi, Montale, Dante, Saba, Petrarca…), “La mia parte” ci guida, nei suoi componimenti migliori, al “desiderio di ritrovare il profondo”, per utilizzare l’espressione adoperata Mario Lena nella bella presentazione del volume. Contro il cinismo che vediamo dilagare (compromessi morali di ogni tipo che hanno come contropartita spesso solo il banale desiderio del possesso di beni materiali, disillusioni che divengono facili alibi per ogni disimpegno, il consumismo quale espressione di una volontà assurda di omologazione) questa “voce nuova” raggiunge lo scopo di “accogliere, senza aggirarli, i messaggi della coscienza”.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart