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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Carlo Sgorlon: “Il Caldéras”

20 Agosto 2014

di Bartolomeo Di Monaco

In un villaggio scoppia una strana epidemia e lo zingaro Vissalòm Orasanu fugge su di un carro (“wurdon”, un carrozzone) portando con sé un bambino sfuggito alla tragedia, Sindel. La sua meta: superare le montagne del Carso e giungere in Italia, “il paese del sole e delle belle giornate.”.

Pare di vedere un film tanto la scrittura è nitida ed efficace, priva di orpelli.
Una volta udii lo scrittore Maurizio Maggiani, l’autore de “Il coraggio del pettirosso” (1995), affermare in una conferenza a Lucca che egli era nato per raccontare. Non v’è dubbio che sia così, ma allora che dire di Carlo Sgorlon che nella sua sterminata produzione fa del raccontare un’arte sublime e difficilmente uguagliabile?

Questo è il diciassettesimo suo romanzo che leggo, e ancora ne leggerò fino al termine di quelli che sono riuscito a trovare anche sul mercato antiquario. Non ce n’è uno che non mi abbia incantato.
Un particolare: Sgorlon dimostra in tutti i suoi romanzi, e dunque anche in questo, di farli sempre precedere da una accurata preparazione storica e culturale, affinché la suggestione che ne derivi sia la più estesa e la più profonda possibili.

Ci sono deità alle quali gli zingari credono, Baxt, una specie di dio della guerra, Devèl, “l’essere sovrano e creatore di tutto.”, Beng, “il suo nemico.” Vissalòm, lungo il viaggio si ferma nei villaggi e si guadagna da vivere con il suo mestiere di calderaio, che insegna anche a Sindel, il quale si accorge che tra lui e i “gagè”, ossia gli abitanti dei paesi, ci sono grandi differenze e dentro di sé avverte il desiderio di colmarle: “Intuiva soltanto degli spazi vuoti in sé perché gli mancava il possesso dei fatti accaduti nel tempo.”. Ciò che del passato gli racconta Vissalòm, infatti, è confuso, incoerente, vorrebbe fermarsi e andare a scuola per imparare, ma Vissalòm ha una sola risposta: “A che scopo? Sono io la tua scuola. Io so tutto quello che ti serve.”. E per togliere una tale idea dalla testa del ragazzo, riprendono il viaggio.

Lo stupore, la scoperta e la conoscenza percorrono la strada maestra del romanzo, nella quale non finiscono mai di confluire tessiture della vita in tutti i suoi aspetti, anche i peggiori, come la guerra.
Incrociamo, infatti, la disfatta di Caporetto; e la descrizione dei soldati sbandati e coperti di stracci e di sangue richiama alla mente quella maestosa de “I miserabili” di Victor Hugo. Il giovane Sindel seduto a cassetta accanto al vecchio Vissalòm sul carrozzone dal tetto di lamiera e trainato da due cavalli si sforza di capire. Ha sì e no nove anni e la vita è una continua scoperta. Lo è anche la storia del suo popolo, diviso tra rom e sindhi, un tempo lontano padrone della propria terra ai piedi delle montagne della Persia e scacciato e diventato schiavo degli invasori (“gli odiati signori della mezzaluna”) finché non riuscì a fuggire. Essa è un’altra verità dolorosa che assimila allo stesso modo che assimila la presenza in lui “di aspettative e di desiderio, perché in lui i pensieri e i desideri assumevano slancio e spessore, lo sorreggevano e lo riempivano di tutto. Così ebbe una ragione in più per aspettare la fine della guerra.”.

L’aspirazione alla conoscenza e la curiosità di indagare sulla verità delle cose sono lo scudo dietro il quale trova riparo la sua giovane e fragile età.
Il romanzo è un omaggio anche alla vita nomade. Il nomadismo è vissuto dagli zingari con l’orgoglio di una libertà che nessuno può violare, come aveva dimostrato un personaggio vissuto quattro secoli prima, Vaclav Lavra, di cui Vissalòm narra a Sindel il modo con il quale riuscì ad ingannare l’esercito imperiale che, vista la sua imponente figura, voleva farne un soldato.
A proposito di personaggi, Sgorlon ne disegna uno, quello dell’austriaca Minna, la quale finita la guerra decide di rimanere in Italia, nel paesino di Fajíªt, il cui altruismo e la cui delicatezza restano memorabili.

Sindel ha ora 13 anni. Il suo desiderio di conoscenza si fa sempre più dominante. Avverte che nella lettura dei libri può trovare la risposta a tante sue domande.
Anche i libri trovano in questo romanzo una loro validazione.
Con la morte di Vissalòm a causa di una sincope, Sindel si sente perduto, si nasconde, si rintana, fugge da ogni cosa: “Correva, sferzando i cavalli, e piangeva perché non era ancora un uomo ma un ragazzo.”.

Si avvia in lui una seconda vita. Minna lo aiuta a credere nell’affetto altrui. A Fajíªt tutti si danno da fare per aiutarlo: “Ma se il suo modo di vivere andava modificandosi, sempre pensava ai nomadi e alla loro storia che non era storia, perché nessuno l’aveva raccontata nei libri e non aveva alcun peso in quella dei gagè.”. Minna fa ancora di più, e lo fa diventare uomo offrendole il suo corpo, un’esperienza desiderata da Sindel, che fino ad allora non era riuscito a realizzare.

L’autore mette in risalto le difficoltà degli zingari ad essere accettati dalla società. Anche quando sembra che vi si siano ben inseriti, basta un nonnulla per concentrare il sospetto su di loro. Così accade a Sindel, costretto a fuggire, ma dentro il quale l’esperienza trascorsa stava preparando un cambiamento: “sentiva quanto gli mancassero il paese di Fajíªt, Minna, il conte, sua moglie Viviana, tutti i suoi amici e Tereža soprattutto. Sospettò di essere un uomo che aveva messo radici e che ormai possedeva una patria.”.

Sgorlon riscatta in parte il mondo dei gagè proprio grazie agli amici che Sindel si era fatto e che lo colmano di affetto e di stima. Ma non v’è dubbio che al mondo degli zingari Sgorlon assegna un posto privilegiato nella storia dei popoli. Sindel entrerà perfino nella Resistenza e il suo gruppo di zingari si distinguerà per astuzia e coraggio. Nella nota finale scrive: “rom e sindhi appartengono da sempre alla mia esperienza ed al mio interesse, in forme che non escludono una patina di mistero e di magia, così come appartengono alla mia terra, dove hanno cominciato ad integrarsi e a farsi stanziali.”.
Quel mondo di mistero e di magia che sarà il sale di tutti i romanzi di questo grande narratore.


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