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Letteratura: Carlo Sgorlon: “Il Circolo Swedenborg”

13 Gennaio 2015

di Bartolomeo Di Monaco

Il romanzo, dedicato alla memoria della sorella Annamaria Sgorlon Iseppi, è uscito postumo, nel 2010, ossia un anno dopo la morte dello scrittore. Il titolo fa venire in mente un altro celebre Circolo, “Il Circolo Pickwick” di Charles Dickens, ma mentre in quest’ultimo viene rappresentata, con amaro divertimento, la società pasticciona dell’Ottocento, Sgorlon raffigura una società altrettanto pasticciona la quale sta correndo verso l’autodistruzione, che alcuni personaggi del romanzo cercano di fermare. Di là il divertimento, di qua la tragedia.

Il protagonista de “Il Circolo Swedenborg” è Ermete Lunati Eudòxios. Ermete è il dio greco che unisce i due mondi: degli uomini e degli dèi. Il nome Swedenborg, con il quale il Circolo si chiamerà, è quello di un grande botanico svedese del Settecento, poi datosi al misticismo. Ermete è greco e vive da giovane a Salonicco. Il padre Zenone (chi non ricorda il personaggio di Marguerite Yourcenar di “Opera al nero”. Un omaggio?) vuole che il figlio intraprenda gli studi all’Accademia navale per ereditare un domani le sue ricchezze e soprattutto la sua immensa flotta mercantile. Ermete è figlio naturale di Marianna Lunati, di origine italiana. A lei Zenone ha chiesto un figlio, non potendolo avere dalla moglie Dora. Dopo varie incertezze (avrebbe preferito studi filosofici) Ermete accetta di dedicarsi agli studi marinari, ma vuole frequentare l’Accademia navale di Livorno. Vi si reca e comincia i suoi studi. È da questo momento che il lettore dovrà tenere sotto la lente d’ingrandimento Ermete, poiché già dal principio, ossia dall’osservazione più attenta che potrà fare del mare si destano in lui le impressioni mai sopite della universalità in cui si trova immerso l’uomo: “Il mare aveva una vicenda geologica e una storica, e lui le sentiva entrambe, nel fondo più vivace e aperto alle suggestioni della sua mente. Il mare era sul nostro pianeta l’elemento più adatto a suggerire il senso dell’infinito. Generava una quantità di miti”. E ancora: “Avvertiva che lui, i compagni e gli ufficiali erano affidati alla mutevole benevolenza del mare come ci si affida al sonno, al ritmo e alle cadenze arcane del tempo, al flusso della vita o del reale nella sua totalità.”. Solo quando è in mare riesce ad avere un contatto rigenerativo con se stesso. Per il resto del tempo, in Accademia si sente un estraneo. Perfino con le ragazze non riesce a stabilire un rapporto cordiale. Diventato sottotenente di vascello, trova un imbarco su di una nave da crociera. Non lo abbandonano le riflessioni: “Spesso aveva l’impressione di aver immaginato qualcosa di nuovo, e invece non faceva che ripercorrere archetipi antichi o antichissimi, già attraversati da chissà quanti prima di lui.”. Dentro di sé va rinsaldandosi, aiutato anche dalle sue letture sui filosofi platonici, un filo che lega tra loro tutti gli uomini, ed essi con l’universo. Quando sulla lussuosa nave da crociera su cui è imbarcato, che si chiama “Liguria”, scoppia un incendio, i moderni congegni di cui è dotata si bloccano e solo l’abilità manuale di Ermete riesce a sbloccarli. Da ciò in lui matura un’altra riflessione: “le conquiste della tecnologia servivano piuttosto a rendere più complicata la vita che a risolvere i problemi. La nave gli sembrò per certi versi un impreciso segnale del tramonto di una civiltà, piuttosto che quello di una sua nuova giovinezza.”. Nel tempo e nello spazio non esistono, dunque, le usuali e consumate concezioni di vecchio e nuovo, che non hanno senso ove ci si immagini l’universalità e l’unità della creazione. Dopo l’incendio, la nave viene fatta riparare a Costanza, “l’antica Tomi, dove Augusto aveva mandato in esilio Ovidio.”, e Ermete, in attesa delle riparazioni, che porteranno via almeno un mese di tempo, va in giro nei dintorni. Ed è qui che incontra Octavia Eminescu, una ragazza rumena, a cui – le confessa – non riesce a dare del lei. Si è appena laureata all’università di Bucarest sulla storia dei bogumili, ossia dei monaci vagabondi, “considerati eretici dalla Chiesa orientale.”, e l’università l’aveva incoraggiata a proseguire le ricerche su quei monaci per poi pubblicarne un libro. Octavia occupa subito lo spazio che Sgorlon dedica alla donna e alla sua femminilità nei suoi romanzi: “Non era la forma delle gambe di Octavia, peraltro indubbiamente senza difetto; era la sensazione, piuttosto, che un mondo a lui quasi sconosciuto, quello femminile, stava per rivelarsi.”. E ancora: “Entrò nel letto di Octavia e nel feudo dell’eros universale, che un’entità ignota aveva collocato sopra un trono indistruttibile, nel centro della vita.”. Ermete sente Octavia come la sua donna. Seguono alcune disavventure che coinvolgono entrambi. Per la morte dei genitori, Ermete fa ritorno a Salonicco dove eredita una immensa fortuna. Octavia sparisce inghiottita dalla vita e dalla povertà. È costretta ad arrangiarsi ma finalmente Ermete la ritroverà nel Nord Italia, ora fa la camionista. Come è accaduto in altri romanzi, Sgorlon ha sempre un occhio di riguardo per le donne, come se esse, per il ruolo che svolgono nella creazione (“Portavano dentro di sé la forza generatrice della natura e della vita”), siano pressoché incolpevoli di ogni cosa che accada loro. Sono gli altri, eventualmente, a macchiarsi della loro purezza violata. Scrive a proposito di Octavia: “Pensava forse che non era più una ragazza da maritare, per via di quello che le era accaduto? Lui non lo credeva neanche alla lontana, però su questo non disse nemmeno una parola. La sua impressione era che le cose accadute alla ragazza non l’avevano affatto mutata. Erano state come l’acqua che scorre sopra una roccia.”. Una sera che stavano passeggiando furono assaliti da alcuni teppisti che avevano intenzione di derubarli e di stuprare Octavia. Riuscirono miracolosamente a fuggire risalendo sulla loro auto e dirigendosi su di una collina vicina, sempre inseguiti dall’auto dei teppisti. È su questa collina che incontrano l’abbazia (in procinto di essere abbandonata dai cinque monaci che l’abitavano) che costituirà poi la base dei loro progetti spirituali, avendo trovato Ermete in Octavia molte riflessioni in comune: “Era una piccola abbazia benedettina (…) Attorno alla costruzione v’era un antico borgo contadino, di cui la modernità non aveva cambiato granché l’aspetto generale.”. È presto fatto. Chiede ai benedettini di sposarli e, non appena essi lasciano, di lì a poco, definitivamente il convento, Ermete si accorda con il loro Ordine Generale e acquista l’immobile e i vasti terreni circostanti, meravigliando Octavia, che non s’immaginava che fosse così ricco. Comincia per loro una nuova vita, dominata dal silenzio, dalla contemplazione e dagli studi. Poi in Ermete si fa sempre più insistente questo pensiero: “gli uomini si legavano in genere a una famiglia, ad amici, a una città, a una patria soprattutto per sentirsi un po’ meno forestieri nel mondo.”. I primi ad allargare la comunità sono i genitori di Octavia: Drusilla e Agrippa. Sgorlon comincia a introdurre nell’abbazia la dolcezza e il calore che provengono dall’amore, dall’amicizia e dalla solidarietà tra esseri umani; sta costruendo una specie di nido lontano dalla negligenza distruttiva del mondo contemporaneo.

Ermete appartiene ad un tipo di personaggio ricorrente nei romanzi di Sgorlon, ricco, altruista, sensibile, generoso. Teodoro Cadorin ha una cartiera non lontano dall’abbazia che subisce un incendio forse doloso e ora non sta andando bene. Gli operai hanno avviato uno sciopero poiché temono che l’azienda finisca nelle mani delle multinazionali. Ermete lo manda a chiamare e gli propone di acquistare la cartiera. Resterà Teodoro a dirigerla e tutto continuerà come prima. Ermete parla agli operai, che subito hanno fiducia in lui. L’abbazia, dunque, è un nido che irradia le sue virtù intorno a sé; è contagiosa nel combattere i mali del mondo: “la ripresa del lavoro fu qualcosa di allegro e ricco di vitalità.”.

Vito Morgante è il capo dei sindacalisti interni, ha simpatia per Ermete ma ciò non muta la sua diffidenza nei confronti della categoria dei padroni, tutti sfruttatori della povera gente. Ma si accorge che Ermete non è come gli altri, con lui, per ottenere qualcosa, non c’è bisogno di lottare. Ermete ascolta e concede. Ciò lo spiazza e si sente umiliato nel suo ruolo; così, pragmatista come è sempre stato, classifica Ermete come un essere enigmatico, strambo, che vive tra le nuvole, confuso e avvolto dalle sue mistiche sull’universo. Vito in un primo tempo (e più tardi, con maggior piglio, Ivan Predossi, il direttore di una rivista) e Ermete sono due modi di vedere il mondo che si confrontano. Sgorlon sembra che voglia ravvicinare, rispetto a quanto avvenuto nei romanzi passati, le due visioni, ponendole una di fronte all’altra. Non è affatto uno scontro, bensì un modo di offrire al lettore una possibilità in più per fare la sua scelta. A proposito di Predossi, che attraverso la sua rivista “Helvetius” considera retrogradi e strampalati i pensieri di quello che presto diventerà il Circolo Swedenbog, si legge: “Ai soci dello Swedenborg spettava di far capire alla gente che chi faceva tornare indietro la storia e la cultura non erano loro, ma Predossi, e quelli come lui, che a forza di correre in avanti avevano distrutto l’etica e stavano avvelenando la Terra. Che razza di progresso era mai quello?”.

Anche in questo libro, l’autore trova spazio per lanciare qualche freccia avvelenata. Lo fa nei confronti dell’editoria. Octavia, sua moglie, ha finito di scrivere il libro fondato sulla sua tesi di laurea e sulle sue successive ricerche e lo spedisce ad un editore. Due mesi dopo il manoscritto viene restituito con le solite frasi di rito, ossia che “non rispondeva ai piani editoriali dell’azienda.”. Delusione massima. Ma Octavia è convinta che non sia stato nemmeno letto e ha un’idea: incolla alcune pagine del manoscritto e provvede ad un’altra spedizione. Comincia l’attesa e due mesi dopo il manoscritto ritorna, rifiutato con le stesse motivazioni. Octavia controlla e le pagine incollate sono rimaste tali e quali. Dunque, il manoscritto non era stato letto, proprio come aveva pensato lei. Ogni tanto Sgorlon ci sottopone alla riflessione anche aspetti della realtà che paiono minori ma che feriscono la coscienza con la forza di un uragano.

Pure sul matrimonio Sgorlon dice la sua attraverso i personaggi di Elisa e di Belinda che ruotano intorno al pragmatico Vito. Quest’ultimo si è stancato di Elisa, donna all’antica, e la lascia per una più giovane (e spendacciona), Belinda. Non ha rimorsi, se non il peso gravoso di dover sostenere due famiglie. Quando ne parla con Ermete, questi è contrario alla separazione, ma rispetta la scelta di Vito e non diminuisce la sua amicizia nei confronti del sindacalista, che va a trovare spesso nella sua nuova casa.

Ma una grande svolta nella vita di Ermete ed Octavia si ha quando quest’ultima scopre che all’università ha visto una ragazza che somiglia in tutto alla sibilla libica dipinta da Michelangiolo nella Cappella Sistina. Si chiama Sabina. Diventano amiche e i due coniugi scoprono che la ragazza ha i loro stessi interessi: “Sabina vedeva nella pittura della Sistina il fantasma di catastrofi che si sarebbero verificate di lì a poco (…) il Michelangelo (…) era anche un medium e un chiaroveggente, anzi una specie di santo.”. Sabina è una di quelle persone che “Credono che nel mondo vi sia un intrico di reti e di influenze che non si vedono né si possono documentare, ma si intuiscono, si fiutano, come i cani sentono odori a noi inaccessibili, sotto metri di neve.”. Così, quando nella villa di Sabina, quando nell’abbazia di Ermete e di Octavia, si cominciano a tenere regolarmente riunioni di uno sparuto gruppo (“I membri erano quattro gatti”) di amanti di questo genere di cose. Siano essi teosofi, filosofi, mistici, sognatori, idealisti, avevano in comune il convincimento che ciò che cadeva sotto i loro occhi non fosse tutto il conoscibile e che altre forze agissero nell’universo e sull’uomo. Quando furono una decina (cinque uomini e cinque donne: anche Elisa tra loro) a Sabina viene l’idea che è giunto il momento di trasformare il tutto in un Circolo e pensa di dargli il nome di un mistico e chiaroveggente svedese del Settecento, Swedenborg, che a quattrocento chilometri di distanza era riuscito ad avere la visione dell’incendio di Stoccolma “mentre questo era in corso”. E più avanti: “Con l’avvento dello sviluppo qualcosa era andato perduto tra gli uomini. E la perdita continuava.”.

Il Circolo Swedenborg si configura, dunque, come una consegna che Sgorlon lascia agli uomini del suo tempo; un avviso, ossia, di una minaccia incombente a cui occorre subito mettere riparo: “Quando si riunivano pareva loro di appartenere a un’antica setta. Da essa non sarebbe mai scaturito niente di violento o di distruttivo, bensì qualcosa in rapporto con gli enigmatici mutamenti che avvengono nel sentire profondo degli uomini, nello Spirito del Tempo e nel Mondo della Storia, di cui un po’ tutti si alimentano, ne siano consapevoli o no.”. Un altro concetto viene diffuso da Sgorlon attraverso questo libro. Si serve di Elisa, una donna semplice, che era arrivata negli studi fino alla quarta ragioneria e aveva dovuto interromperli per difficoltà economiche della famiglia. Quando Vito l’abbandona perché stufo di lei e le preferisce la bella Belinda, Elisa riesce a sopportare e sarà lei, più tardi, che si offrirà di riaccogliere Vito nella sua casa, quando Belinda lo abbandonerà. Sgorlon fa decidere ad Ermete di inserirla nella redazione della rivista “Arcana Mundi” che il Circolo Swedenborg diffonde con successo. Di fronte alla meraviglia degli altri redattori la risposta di Ermete rappresenta una grande lezione letteraria: “Sono convinto che le idee e le proposte della cultura devono essere comprensibili anche alla gente comune. Se non è così, non vale la pena di diffonderle.”. Ossia, solo se Elisa, lettrice di semplice cultura, comprenderà il significato degli articoli, essi saranno pubblicati.

Il Circolo Swedenborg ormai è conosciuto in molte parti del mondo. Dentro l’abbazia, dove più frequentemente si tengono le riunioni dei soci, le idee corrono liberamente, tutte legate alle numerose ipotesi sulla natura dell’universo e dell’uomo. Ogni pensiero fuori dell’ufficialità scientifica vi trova ospitalità ed interesse, e non vi è dubbio che Sgorlon fa del Circolo un baluardo di difesa contro l’attacco della scienza accademica, lanciata sì verso il nuovo ma da esso offuscata dal disinteresse per quanto l’ha preceduto.

Dopo “La penna d’oro”, in cui l’autore ci ha parlato della sua vita e delle sue opere, pare che con questo romanzo, sentendosi, a causa della malattia, vicino a morire, Sgorlon abbia voluto costruire un fortilizio in cui racchiudere, dentro le robuste mura di una vecchia abbazia, il suo pensiero spiritualista, portato avanti in tanti anni attraverso dure battaglie, incomprensioni e addirittura sopportando più di uno spillo di ironia e di derisione. Gli uomini “Da quando avevano cessato invece di credere nell’anima, pensando di essere soltanto il prodotto dell’evoluzione casuale di animali inferiori, erano risucchiati da una barbarie ancestrale, e si comportavano come le bestie da cui discendevano. Anzi, molto peggio.”.

È questo ciò che Sgorlon vuole evitare agli uomini.


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Bart