Libri, leggende, informazioni sulla cittĂ  di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: I MAESTRI: Simbolisti

15 Gennaio 2015

di Dino Buzzati

[dal “Corriere della Sera”, sabato 21 giugno 1969]

Torino. Sono andato da Luigi MallĂ©, direttore della Galleria civica d’arte moder ­na, per chiedergli il permesso di visitare nottetempo la gran ­de mostra: « Il sacro e il pro ­fano nell’arte dei simbolisti ».

– Capisco â— ha detto MallĂ©. â— Io sono il primo a rico ­noscere che molti di questi quadri è probabile vivano piĂą intensamente di notte. Ma co ­me si fa? Di notte è tutto chiuso, tutto spento.

– Be’!, non pretendo la luce, anzi. La luce sarebbe ne ­gativa. Mi basterĂ  una lam ­padina a pila.

Era presente anche Luigi Cartoccio, ordinatore della mostra:

– Ma, dico, avresti l’in ­tenzione di venire solo? Io non mi fiderei. Guarda che ci sono certi tipi. Ti garanti ­sco, poco raccomandabili.

– Dove?

– Nei quadri, no? E di notte… posso dire di saperne qualcosa.

Però il permesso me l’han ­no dato. Ed eccomi solo nel museo, dove penetra dalle ve ­trate e dal soffitto una fievole luce che non si può nemmeno chiamare luce, in mezzo a questa straordinaria assemblea di spiriti, angeli, fanciulle aeree, deitĂ  strane, satiri, dia ­voli, ragazze nude, foreste mi ­steriose, cavalli volanti, sche ­letri, soprattutto scheletri, te ­schi, mascheroni di morte, vuote occhiaie. Paura? Nem ­meno l’ombra. Ma sono i vecchi amici della mia prima giovinezza. Sono stati loro ad aprirmi le porte della poesia e dei sogni. Con loro mi sono avventurato, tanti anni fa, nei palazzi stregati, sulle monta ­gne degli elfi, nelle selve dei nibelunghi. Tenebrosi, perver ­si, demoniaci? Guai se fosse stato altrimenti. Non gli avremmo voluto tanto bene.

Qui ne è presente una mas ­siccia dose. E dei piĂą forti, belli, sinistri ed autorevoli. Che se ne fanno dunque della placida notte torinese? Nella fitta penombra blu, consta ­to che per lo piĂą non dormo ­no. E qualcuno bisbiglia, qualcuno si muove, qualcuno è riuscito perfino a sfilarsi dalla cornice, come spesso ac ­cade nei musei, vagamente lo intravedo che si sposta qua e lĂ , a lievi scatti, librato a mezz’aria. Ecco alcuni in ­contri:

BOECKLIN. â— L’anima, in piedi sulla barchetta che in silenzio, adagio adagio, sta approdando all’isola dei mor ­ti, è preoccupata. « Sei tu Caronte? » sento che chiede al vogatore. « PerchĂ©? Che vuoi? » â— « SarĂ  questa la mia nuova casa? » â— « Non ti piace? PiĂą solenne e pit ­toresca di così! » â— « Con ­fesso che l’aldilĂ  speravo as ­somigliasse meno a un cimi ­tero. Quei lugubri cipressi, quei loggiati che sembrano cripte, quella luce da giudi ­zio universale… E poi mi sem ­bra piccola, quest’isola. Come fanno a starci tutti i morti, per quanto evanescenti, ete ­rei…? » â— « Hai paura di non avere spazio abbastanza? Tranquillizzati… Non tutti i morti risiedono qui. Anzi. L’isoletta è una dimora riser ­vata… Ci stanno in pochi. Pochissimi » â— « Lo sai quan ­ti? Un centinaio? » â— « Me ­no » â— « Una ventina? » â— « Meno ancora » â— « Non mi vuoi dire quanti? » â— « Uno solo » â— « Vuoi dire che nel ­l’isola troverò soltanto un al ­tro come me? » â— « Non tro ­verai nessuno. Per ciascuno c’è un’isola, dove ciascuno consuma il riposo eterno in solitudine ».

KLINGER. â— Il giovane signore barbuto si confessa: « Mi vede qui, alla patinoire, che perdo il cappello e a mo ­menti vado lungo disteso sul ghiaccio, per raccogliere il guanto lasciato cadere â— l’avrĂ  fatto apposta? â— da quella lĂ , alta magra, elegan ­te, che vediamo di spalle, mi ­steriosa? Non l’avessi mai fatto. Quel guanto mi ha stre ­gato, non mi dĂ  requie, è diventato uno spirito folletto, un fantasma, una ossessione, di notte entra nei sogni in dimensioni mostruose e mi ­naccia di soffocarmi, poi mi tormenta con mille scherzi maligni e velenose allusioni, contornato da amorini. Le giuro: da quel giorno io so ­no un pazzo, uno schiavo, un povero diavolo, e sì che sono passati novant’anni. Strana cosa, l’amore ».

KANDINSKY. â— Forse an ­che di giorno, nelle ore morte, sicuramente di notte: flebi ­li fiati di musica attraversano le sale della mostra e si intrecciano, formando confusi cori e risonanze. C’è moltissimo Wagner, naturalmente. E Schumann, Brahms, Mahler, Franck, D’Indy. Ma soprattutto Debussy. Anche Dukas, Strauss, Ravel si fanno vivi. Curiose le melodie che escono dalle sorprendenti tempere e silografie di Kandinsky, del 1902, 1903, prima che lui diventasse « fauve » (non parliamo del Cavaliere azzurro, ancora in mente dei). Favole medievali con turrite cittĂ  e giovani guerrieri cavalcanti nei boschi solitari. E dietro palpitano le orchestre di Mussorgski, di Rimski-Korsakov, di Borodin, c’è perfino un presentimento di Stravinskj.

ENSOR. â— Nella squallida stanza i sette scheletri cerca ­no invano di scaldarsi intor ­no alla grande stufa. Una vol ­ta erano persone importanti. Due sono ancora vestiti da preti, coi paramenti. Uno in ­dossa il mantello e il cilindro dei bei tempi. La stufa è vuo ­ta e spenta. Ma anche se fosse incandescente i sette non ne avrebbero sollievo, tanto lun ­go e profondo è il gelo entra ­to nelle ossa. La notte di giu ­gno, qui a Torino, è tiepida, dai giardini intorno filtrano echi primaverili di profumi. Ma i sette non trovano pace. Avvicinando un orecchio alla incisione, posso udire, esile ticchettìo, il battere dei denti.

MOREAU. â— La Salomè numero 72 e la Salomè nu ­mero 76 parlano sottovoce tra di loro: « Povero Jean, se ci vedesse qui… » â— « Chi? Il caro duca Des Esseintes? » â— « Sì. Dico che rimarrebbe un po’ deluso. Ti ricordi? Il simbolo deificato della indistrut ­tibile lussuria, eravamo ai suoi occhi, la beltĂ  maledetta, la bestia mostruosa, indifferen ­te, irresponsabile, che avvele ­na tutti quelli che la vedo ­no, tutto quello che lei toc ­ca… E invece qui… Hai sen ­tito i commenti del pubbli ­co? » â— « Lo so… volgaritĂ … miserie… E poi si vede che i gusti son cambiati ». â— « Due, oggi, si sono fermati a guar ­darci per un pezzo. E il piĂą giovane: Bella sì, ma un tipo snob, non trovi? Sofisticata. Fredda. Matronale. Statuaria. Profilo greco. E poi dicono perversa, dissoluta? Ma dove? Io non capisco quello sciagu ­rato di tetrarca come abbia potuto perdere la testa. Al paragone, trovo piĂą sexy per ­fino la Salomè di Pasolini, quella ninfetta da Cottolengo, minorata di mente… ».

SEGANTINI. â— Nella lan ­da nevosa il vento â— ne ho udito distintamente il sibilo â— tormenta i contorti alberi spogli e insieme agita qua e lĂ , come rotte bandiere, tre «cattive madri », giovani mantellate anime in pena, op ­presse da chissĂ  quali rimor ­si. Apparizioni? Spiriti del purgatorio o dell’inferno? Se ­gantini le ha chiamate in causa appunto in omaggio al ­la moda. Ma è fin troppo chiaro che ai peccati delle tre infelici non ci crede. Le trat ­ta quindi gentilmente, trasfor ­mandole in graziose meduse di veli neri da cui sboccia il bianco dei seni. In realtĂ  quello che lo interessa è la neve, sono le ombre azzurre sulla neve, è il chiaro di lu ­na, sono le meravigliose mon ­tagne ghiacciate che risplen ­dono laggiĂą in fondo. E soprattutto l’aria pura e allu ­cinata, il silenzio, il freddo di vetro, che anche noi si percepisce benissimo toccan ­do con un dito la superficie del quadro.

ALBERTO MARTINI. â— Al quasi buio i suoi minuti disegni in inchiostro di china emanano una fosforescenza tipica. Infatti sono per lo più disegni notturni che raccon ­tano incantesimi, paure, de ­liri, tentazioni notturne. Ci si domanda come mai i raccon ­ti di Poe, già pubblicati in centinaia di edizioni inutili, non siano ancora apparsi con le figure di Alberto Martini, che di gran lunga superano, per fantasia e genialità, tutti gli altri tentativi, italiani e stranieri, fatti finora. Quando ci sono passato accanto, il celebre corvo starnazzava, sbeccottando la persiana del poeta insonne, chiedendo di entrare.

DENIS. – Non si capisce se nel » bosco sacro » le prime foglie cadute si siano di ­sposte da sole con tanta sa ­pienza ornamentale, o se si tratti di una moquette. Le muse che lo abitano sono ve ­stite e pettinate alla fin-de-siècle, un po’ esangui al lu ­me della mia lampadina az ­zurrata, hanno tutte l’arguto profilo, col naso a punta un po’ aquilino, prediletto da Denis. Siedono, leggono, di ­segnano â— ce n’è una che fa la punta a una matita â— pas ­seggiano tra gli alberi, discor ­rono placide di arte, lettera ­tura, amore, relazioni mondane. E’ cominciato l’autunno l’aria è malinconica, ma regna la serenitĂ , destinata a durare in eterno. Il mondo è un luogo amabile, dove si può essere felici. Neppure al piĂą remoto orizzonte si intravedono le nubi del diluvio, neppure premendo un orecchio al terreno (o si tratta di moquette?) si ode approssimarsi lo scalpitio dei quattro cavalieri fatali. Denis appartiene al simbolismo idillico, elegante, sensualmente decorativo. Ma anche i tenebrosi, satanici, i perversi, qui convenuti, non credono alla fine del mondo. Il personaggio Morte, il demonio, lo spirito maligno, lo scheletro, la strega, lo spettro, così riccamente e variamente rappresentati, sono affascinanti e innocue favole da raccontare la sera a bambini diventati grandi, per dar loro un brivido delizioso. Non hanno la piĂą lontana idea di quello che succederĂ . Rispetto agli orrori, ai mostri, ai supplizi, alle angosce, all’odio che invaderanno l’arte dopo le guerre mondiali, gli incubi e i diavoli dei simbo ­listi sono esseri frequentabi ­li, educati, quasi per bene, che chiedono scusa al pecca ­tore se devono trascinarlo al ­l’inferno.

Ma una tenera luce si span ­de nelle sale. E’ l’alba. Dei, angeli, ninfe, teschi, lemuri, satanassi, si addormentano dolcemente.


Letto 1355 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart