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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Carlo Sgorlon: “Il costruttore”

4 Novembre 2014

di Bartolomeo Di Monaco

Il titolo deriverebbe da “Il costruttore Solness”, un dramma composto nel 1892 da Henrik Ibsen. L’opera è esplicitamente citata.

Chi sa se Sgorlon oggi avrebbe scritto le stesse cose contenute in questo romanzo parlando dell’ansia di Francesco Falconara di emigrare dal Sud al Nord. Scritto nel 1993, il romanzo fu pubblicato da Mondadori nel 1995 e queste sono le due frasi che usa lo scrittore friulano a proposito del suo personaggio: per il Sud: “ V’era una sorta di male oscuro, endemico, nell’anima della gente, per cui ogni cosa si bloccava e s’arrugginiva prima di arrivare alla sua foce naturale.”; per il Nord è invece pieno di speranze: “lo spingeva avanti, con fretta ansiosa di mettere il piede dentro il cerchio di coloro che contavano e avevano giurisdizione e potere sulle cose, in forme non parassitarie, ma creative e produttive.”.

In realtà, ormai, Nord e Sud si assomigliano in senso negativo, e ciò che Sgorlon metteva in bocca a Francesco per il Sud può essere riferibile anche al Nord. Nulla riesce a concludersi in Italia e intorno ad ogni progetto presto nascono erbacce e rovi quali segno di incuria e di abbandono.

Ma Francesco sale in treno e corre verso il Nord animato da una speranza positiva. Laureato in legge con lode, la sua ambizione è però un’altra: quella di fare il costruttore, e niente può per fermarlo la madre Assunta, una donna ancora piacente, che fa la sarta a Màscali e presso cui si reca sovente in visita il duca di Piedimonte Etneo, Gregorio Dayala, di cui si mormora sia la concubina e Francesco il figlio bastardo. E proprio per questo riceve rispetto da tutti. Francesco non pare un uomo del Sud: “Era alto, sottile, di pelo biondo, che tendeva al castano chiarissimo, sicché chi lo avesse visto avrebbe subito pensato a un’ascendenza angioina, normanna o sveva.”.

Fa amicizia con la contessa Clara, che ha enormi possedimenti coltivati a vite e molte autorevoli conoscenze, ma soprattutto è la zia di una bella ragazza, Giuditta, di tre anni più giovane di Francesco. La ragazza è figlia del fratello della contessa e sua madre è ebrea. I due sembrano fatti l’uno per l’altra, e in più c’è che il padre di Giuditta, Maurizio, fa il costruttore, il sogno di Francesco. La contessa fa capire che se Francesco fosse intenzionato a sposarla, Giuditta sarebbe d’accordo, ed anche la famiglia. “La pelle di Giuditta era come un velluto chiaro, sparso di macchioline di ruggine, e sembrava vagamente un’irlandese, una gallese o una bretone.” Fa l’insegnante di lettere ed è entusiasta del suo lavoro.

Sgorlon ci tende una trappola, lo intuiamo. La si subodora nell’aria. Tutto sta andando troppo bene. I suoi personaggi imboccano sempre la strada giusta. Può durare?
Perfino quando i genitori di Giuditta vengono a sapere che Francesco è un figlio bastardo e tentano in ogni modo di allontanare da lui Giuditta, egli conserverà l’amore della ragazza e la sposerà facendola rapire. La contessa Clara regalerà loro la Villa Rossa, una vecchia residenza atavica un po’ mal ridotta, ed essi avranno la loro casa in cui vivere.

Tutto è disegnato da Sgorlon con il color rosa. Il boom economico sta esplodendo ed egli non lo prende di mira per criticarlo, come in tanti suoi libri. Registra che esso produce molti posti di lavoro e che “Con ciò un’epoca si chiudeva, ed era segnato il declino della lotta di classe, perché gli operai stavano pian piano passando sull’altra sponda del fiume.”.

In particolare “Erano sempre settentrionali, che avevano intraprendenza, spirito di iniziativa, imprenditorialità e gusto di crescere.”.

Francesco non si sente da meno. Avverte che continuare a fare l’insegnante e a ripetere sempre le stesse cose non lo soddisfa più: “Apprese da un montatore di gru che il salario di costui era quasi il doppio del suo stipendio.”.

Sgorlon alimenta in continuazione di stimoli il suo personaggio e nemmeno Giuditta, una donna equilibratissima e parsimoniosa, il cui carattere le deriva dalla madre ebrea, riesce a frenarlo.

I genitori e i parenti di Giuditta, imprenditori e possidenti, presto cambieranno atteggiamento su di lui e ne stimeranno l’intraprendenza e la voglia di riuscire e di distinguersi.

Tutto va a gonfie vele, dunque, e il momento particolare in cui si trova la società, con un boom economico che vede continuamente spuntare nuove fabbriche dappertutto e tanti meridionali salire al Nord dove possono trovare lavoro e aiutare le proprie famiglie, se non addirittura trasferirvele in blocco, aiutano le aspirazioni di Francesco.

Però, però…

C’è uno strano sacerdote anticonformista tenuto d’occhio dalla Curia, Pietro Vogrig, un precursore della teologia della liberazione (consentirà a Sgorlon di imbastire nel finale una conversazione di tipo religioso): “alto, il viso severo e il gran naso da profeta, che fiutava l’aria come avvertisse l’odore misterioso di qualche catastrofe universale.”, amico di Francesco, che vede con occhi diversi tutto ciò che accade. Non può fare nulla se non riconoscere che “Più cresceva la pianta del benessere, più si perdeva il sentimento del sacro, e progressivamente gli uomini venivano limando e assottigliando l’archetipo di Dio, ormai ridotto a una maceria senza significato.”.

Sono prodromi, quelli presenti in Pietro Vogrig, allo stesso modo che ne “Il sindaco di Casterbridge” di Thomas Hardy il prodromo è la vendita della moglie da parte di Michael Henchard a seguito di una ubriacatura.

C’è un altro raffronto che può farsi grazie a questo romanzo. Per la prima volta, in forza del ritratto del duca Gregorio Dayala, delle sue abitudini e del suo rapporto con Assunta, la madre di Francesco, l’opera di Sgorlon ricorda alcuni capolavori del Sud, come “Il Gattopardo”, “I Viceré”, e la novella “La roba”, il cui protagonista, Mazzarò, viene espressamente indicato, così come l’autore, Giovanni Verga.

Anche qui troviamo un personaggio straordinario in Tarsilla, una donna non più tanto giovane, sensitiva e ricca di sensualità. Il marito marinaio, Nane Macòr, è morto a causa di una tempesta scatenatasi nelle vicinanze di Pola, quando entrambi erano ancora giovani. Non si rifiuta di darsi agli uomini (lo aveva fatto tanti anni prima anche con Francesco, di cui ora era la domestica e badava ai suoi figli Daniele e Luciano), e li riceve con la massima discrezione per non dare scandalo, poiché convinta che sia il marito a volerlo: “Egli perciò non poteva più far l’amore con lei, che stava sulla sponda opposta del mondo, se non attraverso persone vive, che venivano in casa sua, come se fosse Nane a mandarle.”.

Un tema che l’autore mette al centro del suo lavoro è quello della corruzione nel mondo della politica e degli affari, particolarmente sviluppatasi al Nord. Francesco, che è riuscito a farsi legittimare dal duca, il quale ha sposato la madre Assuntina, se ne rende conto nel momento in cui decide di ampliare le dimensioni della sua azienda, condotta insieme con il suocero Collalto, che di lui ha la massima fiducia e a cui affida le incombenze più delicate. È il mondo degli appalti che gli si rivela come il nido gigantesco della corruzione. Per avere i grossi lavori occorre pagare una tangente al partito e a certi notabili. Non serve essere bravi e onesti per andare avanti: “Francesco aveva creduto finora che tutto si risolvesse con le conoscenze e le amicizie, e dal tempo in cui frequentava i caffè dei notabili e dei maggiorenti, o prima ancora, quando era cliente del bar di Màscali, era convinto che i rapporti personali e la fiducia reciproca fossero alla base di ogni cosa, ma in realtà lo erano soltanto se scorrevano dentro il grande fiume delle percentuali.”. E ancora: “il ‘transatlantico’ di Montecitorio non era quello che diceva il nome, ma una nave pirata, piena di barili di rhum e di forzieri carichi di bottino. Ormai da decenni i politici si erano impadroniti della mappa del tesoro, ossia il pubblico denaro, diventato per loro una miniera senza fine.”.

Quando Sgorlon finisce di scrivere il romanzo siamo nel 1993 e già si avvertono le avvisaglie di quel fenomeno che sconvolse l’Italia e che ebbe il nome di “Mani Pulite”, che cominciava a muovere i primi passi. Sgorlon non si tira indietro, e come ha sempre fatto con i suoi libri, mette a fuoco i fatti creati dall’uomo per evidenziarne le potenzialità corruttive e disgregatrici dell’opera della natura.

Servitore di Francesco è Carmelo Cassarà, “un picciotto fedelissimo”, fatto conoscere a Giuditta e a Francesco da Pietro Vogrig, colui che, all’usanza meridionale, ha suggerito il rapimento di Giuditta per costringere i recalcitranti parenti di lei ad accettare il matrimonio.

Oltre alla corruzione, entra così nel romanzo quel sentore di mafia che accompagnerà gli affari più delicati di Francesco, i quali sovente vengono misteriosamente risolti dal picciotto: “V’era un legame invisibile fra lui e la mafia organizzata, che ormai agiva anche nel Nord?”. Al tema saranno dedicate pagine importanti che collegheranno la politica al fenomeno mafioso.

Francesco farà di tutto per tagliare i ponti con le sue radici siciliane (ma “in lui v’era ancora qualche residuo della mentalità rurale, abbarbicato come le radici delle ortiche e delle gramigne? Eh, sì. Temeva di sì.”); si libererà perfino di Carmelo, ma, ci fa capire l’autore, tagliare le proprie radici è come morire. Gli stessi figli di Francesco, Daniele e Luciano, si rifiuteranno di seguirne le orme. Daniele, il maggiore, a proposito di che cosa intenda per sviluppo, risponde al padre: “È il progresso che si può ottenere per l’uomo senza guastare la natura.” Una frustata per Francesco. E poco più avanti, l’autore insiste e mette questo pensiero nella mente di Giuditta a proposito del marito: “Pover’uomo, lui aveva tanto lavorato per dare a tutti l’agiatezza, e adesso in casa lo rinnegavano e si facevano beffe di lui.”. È l’inizio della disfatta, a poco più di cinquant’anni di età, di Francesco che, ricchissimo e posseduto dalla cupidigia e da una certa inclinazione alla superiorità, si avvede di aver girato a vuoto e di essere stato strumento di altri.

Avverte che i suoi figli, e in particolare Daniele, avevano ragione: “Ma il lato che gli sembrò più impressionante fu che egli si sentì spesso dalla parte di Daniele e d’accordo con lui.”.

La scena finale è impregnata di una drammatica grandiosità.


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