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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Carlo Sgorlon: “Il filo di seta”

25 Novembre 2014

di Bartolomeo Di Monaco

L’autore ci porta nel lontano passato. Si parte dal 1265. Un maniscalco di Villanova di Pordenone, Franz Mateusz (poi italianizzato in Matiùss), è costretto a fuggire al sud per aver ferito il barone Josef Sansa, figlio del governatore di Pordenone, che insidiava sua moglie, Viola. Passano gli anni e di lui non si sa più niente. Suo figlio Odorico, nato proprio nel 1265, lo stesso anno di Dante Alighieri, il cui casato – ci dice l’autore – è originario di Trevigi, quindi delle terre di Nord Est, intanto è diventato grandicello e fa compagnia a sua madre. Quando sono soli, si sentono felici, e Viola in qualche modo riesce a mitigare il dolore per la lontananza di Franz. Essendo una bella donna, numerosi forestieri, ma anche abitanti del posto, le fanno la corte, senza successo.

L’officina di Franz è ormai chiusa da anni, finché un giorno arriva un certo Å tefan Husseck, boemo, che era stato un soldato dell’esercito di Manfredi di Svevia, sconfitto a Benevento dai guelfi comandati da Carlo D’Angiò e aveva visto morire Manfredi, e le chiede se può affittare l’officina e trasformarla in segheria, attività di cui era esperto. Ottenutone il consenso, lo sconosciuto si rivela davvero abile nel suo lavoro tanto da riuscire ad acquisire una notevole clientela. Il suo aspetto era piacevole: “Era un uomo alto, non vecchio, ma dai capelli e la barba già un po’ brizzolati. Sul viso e sul braccio destro aveva due cicatrici piuttosto vistose.”.

Per qualche istante, con periodi brevi, Sgorlon insinua nel lettore l’ipotesi che Å tefan possa essere Franz ritornato sotto altre vesti, convinto che una pena incomba su di lui per la vecchia questione avuta con il figlio del governatore di Pordenone, il quale invece, avendo saputo com’erano andate realmente le cose, aveva scritto una lettera a Viola esprimendole le proprie scuse e allegando una borsa contenente una somma di denaro.

Infatti, ad un certo punto l’autore scrive: “Å tefan guardò a lungo Viola e il bambino, come se avesse già sentito parlare di loro.”; “Senza rendersene conto anche in Viola si svegliò un segreto interesse per l’ex soldato boemo”.

In realtà, Å tefan ha assistito direttamente alla morte di Franz e ne ha raccolto le confidenze. Viola, dunque, era vedova da alcuni anni e, poiché manteneva intatta la sua bellezza, furono molti a chiederla in sposa. Tra essi preferì proprio Å tefan. Un matrimonio felice; però la terribile fine del padre aveva risvegliato in Odorico l’interesse per la morte. Ragazzo intelligente e degno di fiducia riesce ad avere libero accesso alla biblioteca del parroco di Villanova, che possedeva molti libri scritti dai Padri della Chiesa. In essi si parlava spesso della morte, che quando bussava alla porta non faceva distinzioni tra gli umili e i re: “Era nascosta in tutte le cose e in tutte le persone, nel tempo che passava, nelle meridiane delle case, nelle clessidre, nelle campane di tutti i villaggi, che suonavano in modo particolare per annunciarla. V’era come un velo nero diffuso nell’aria, che tutto avvolgeva. Era il velo della morte, che su ogni persona aveva posto un marchio invisibile per esprimere che tutti le appartenevano.”.

La lunga citazione si è resa necessaria, poiché è in questo momento che il romanzo ha una svolta di notevole respiro, e trova in Odorico il personaggio che avvierà un percorso nuovo.
Sarà soprattutto la morte della madre, avvenuta a causa di una pestilenza, una delle cause principali di un tale mutamento.

Come san Francesco, abbandona la sua casa e si rifugia in un convento francescano da poco costruito ad Udine insieme ad una chiesetta e riceve gli ordini, e proprio in quel tempo scopre nella chiesetta un mongolo, Uzbek Shady che, sanguinante, vi si era rifugiato, poiché ingiustamente accusato di aver commesso dei delitti. Lo guarirà e diverranno amici e Uzbek, diventato cristiano e più tardi monaco a sua volta con il nome di Francesco, gli parlerà della sua terra e Odorico (che ha preso il nome di fra Odorico da Pordenone, un personaggio veramente esistito e il cui viaggio in Oriente fu dallo stesso dettato a fra Guglielmo da Solagna) ne deduce che “forse, una nuova epoca stava per salire all’orizzonte dell’impero mongolico. Erano i tempi dell’attesa del Vangelo. Le grandi folle del Catai e della Mongolia erano in attesa di questo.

Il lettore ha la sensazione che Sgorlon voglia esplorare con la sua immaginazione un cammino che ha già avuto nel passato, oltre a fra Odorico, dei precursori autorevoli, ma voglia farlo indagandolo con la specificità del suo pensiero. Voglia, ossia, stenderne una specie di aggiornamento, riunificando le diversità in un unicum che dia testimonianza che vi è un medesimo creatore di quell’energia che fa muovere l’universo e la materia.

L’occasione di viaggiare come missionario nelle lontane terre mongole arriva nell’anno 1316, quando un Nunzio bussa al convento e consegna la richiesta di papa Clemente V affinché due francescani intraprendano il viaggio per l’Oriente.
La scelta cade spontaneamente su fra Odorico, ma chi lo accompagnerà? Il mongolo Uzbek, diventato fra Francesco, muore proprio in quei giorni e la scelta di Odorico cade sull’irlandese Jacopus, che allo stato laico aveva esercitato nel suo paese d’origine la professione di notaio e poi sulla strada per Roma insieme con la moglie Ruth era stato assalito dai briganti e si era salvato a stento, perdendo però la propria sposa ferita mortalmente dai briganti.

L’intreccio sgorloniano sta sciogliendo un altro dei suoi nodi e la strada si sta spianando. La lettura, finora ammaliatrice e avvolgente, si prepara a condurci finalmente lungo il percorso tanto atteso, vale a dire l’incontro tra due universi apparentemente diversi ed in contrasto tra di loro, che già abbiamo conosciuto con il viaggio (avvenuto quarant’anni prima) di Marco Polo il quale, prigioniero dei genovesi, lo aveva dettato a Rustichello da Pisa, nonché con la vita di san Francesco, narrata nella «Leggenda Maggiore » di san Bonaventura da Bagnoregio, che si recò in visita presso il Saladino allo scopo di convertire quelle popolazioni, ma inutilmente.

Quando Odorico parte tutto fa prevedere che le cose non potranno cambiare e che i piccoli monasteri francescani sparsi un po’ in tutto l’Oriente resteranno delle minute testimonianze tollerate dai mongoli e dalla loro religione purché rimangano chiusi entro le loro piccole mura.
Sarà così?

Ci troveremo di fronte a pagine mirabili dal momento della partenza delle navi di Alvise Veliero, su cui viaggiano Odorico, Giacomo e Michele, il frate laico che si è aggiunto all’ultimo momento. Il mare Adriatico è attraversato con descrizioni da Mille e una notte fino a Trebisonda, la città abitata per tre quarti da maomettani. Da Trebisonda inizia il viaggio via terra con una carovana guidata da Selìm Hurfazi e diretta in Persia.

Sgorlon non ci fa rimpiangere le descrizioni di viaggi simili tramandateci da autori medievali. Nella sua ricostruzione si immerge come se egli fosse un narratore del tempo pur così lontano. La sua interpretazione dello spirito di allora è resa con suprema grazia e pervasività.
Il filo di seta (da cui il titolo) che si sta snodando ad ogni loro passo è forte quanto l’acciaio, come gli aveva svelato Huzbek, il frate mongolo che avrebbe dovuto essere con Odorico se non lo avesse sorpreso la morte.

Quella che percorrono è la “Via dei mercanti”, ed essa attraversa montagne altissime dove le temperature sono molto basse e soffiano venti minacciosi. Ma il carovaniere Selìm è ormai un esperto avendo fatto più volte viaggi simili e conosce i luoghi più adatti per accamparsi: “Di notte venivano piantate le tende, con paletti di metallo e martelli di legno. Erano naturalmente tende molto pesanti, di pelli cucite insieme e ingrassate, e tutte molto basse, per offrire al vento delle montagne la minima resistenza.”.

Come si è notato in altri romanzi, l’autore si dimostra sempre ulteriormente documentato sia in fatto di storia, sia in fatto di consuetudini, sia in fatto di professioni e mestieri. Egli sa uscire dal suo mondo friulano con la stessa facilità con cui un uccello prende il volo e s’inoltra negli spazi sconfinati del cielo.

Ciò che ci rappresenta in questo lungo viaggio, che durerà sedici anni, è una realtà diversa da quella da cui provengono Odorico e i suoi due compagni. Pare una differenza abissale, ricca di fascino però. Ambienti, animali sono assolutamente nuovi ai loro occhi e gli uomini vivono la vita in maniera tutta differente da quella occidentale (nel corso della processione del Buddha: “V’erano persino genitori che offrivano il loro bambinello all’idolo dorato, e glielo gettavano addosso.”). I frati, pur cauti e certe volte diffidenti e impauriti, tuttavia l’accolgono come espressione della grande opera della Creazione, e dunque il loro viaggio è assistito dalla Provvidenza (“Dio avrebbe guardato in giù ancora una volta, per vedere se il filo di seta si fosse annodato, o continuasse a svolgersi con la fluidità dell’inizio.”) e ad essa si affidano ormai certi che arriveranno a compiere la loro missione nel Catai e addirittura, come vedremo, ben oltre, fino in Mongolia.


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