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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Letteratura: Carlo Sgorlon: “Il guaritore”

8 Gennaio 2015

di Bartolomeo Di Monaco

L’inizio del romanzo vede il protagonista, “alto e robusto”, di origini abruzzesi, Raffaele De Antoni (orfano dei genitori ”scomparsi nel dramma di mare di una notte lontana nel Tirreno”) scendere da un treno riscaldato da viaggiatori intrattenentisi in piacevoli conversari e trovarsi in una città addormentata nella notte, silenziosa e suggestiva, dove la sola animazione che si presenta ai suoi occhi è quella che “Contro gli alberi bui s’appoggiavano alcune donne, che rimediavano all’esiguità dei vestiti accendendo piccoli fuochi con cassette di frutta.” Il romanzo fu scritto nell’anno 1993, in cui apparve anche “Marco d’Europa”, ripubblicato dieci anni dopo da Mondadori con il titolo “Il taumaturgo e l’imperatore”. Comincia a nevicare. Ode in lontananza il suono di una zampogna e scorge un ambiente illuminato con esposta l’insegna “Al Gallo d’oro”. È ben coperto e non sente il freddo, anzi è felice.

Sembra l’inizio di una favola. Quando incontra Raul Foraboschi, un architetto sognatore, più poeta che architetto, che ha il proposito di risistemare vecchie borgate e città antiche, si forma la coppia tipica della fantasticheria di Sgorlon. Qualcuno ha ancora nostalgia del vecchio mondo, dunque, e si adopera per esso, nonostante siano in pochi ad ascoltarlo. A proposito, essendo nel pieno delle festività natalizie, Raul dice a Raffaele che i re maghi “avevano dato vita a un mito indistruttibile. Ciò che metteva radici nell’animo popolare, anche se apparteneva a una favola, aveva una vita più vera di chi aveva avuto un posto nel tempo e nello spazio.”.

La profondità del mito penetra l’universo, lo permea di sé, si fa sostanza. E nei romanzi di Sgorlon lo si avverte allo stesso modo i cui l’uomo avverte dentro di sé la felicità o il dolore.

La prima giovane donna che incontriamo è la compagna di Fausto, Marina, che ha preso il posto presso di lui della moglie Anna. Sgorlon non si tradisce nell’ammirazione, in lui essenziale, della donna: “aveva i capelli sciolti sulle spalle, lucidi e profumati, e il suo profilo pareva disegnato da un cesellatore dell’Ottocento. Il modo di camminare era morbido e flessuoso, la voce avvolgente e vellutata.”. Marina appartiene a quel genere di donna che è donatrice della sua bellezza al pari della natura che manifesta a tutti gli uomini le sue meraviglie e la sua seduzione. Però l’amico Raul mina il piacere di Fausto narrandogli, con riferimento indiretto a Marina, il mito di un’altra donna definita l’etèra, molto pericolosa: “Quando arrivava lei, per le mogli cominciava l’epoca del pianto e della sconfitta, perché l’etèra conosceva modi insinuanti di seduzione e possedeva lusinghe irresistibili per gli uomini.”. Ma a beneficio di Raffaele l’autore vuole subito precisare: “Le donne, tutte le donne, anche quelle che appartenevano al genere delle etère, avevano simpatia per Raffaele e provavano il desiderio di fargli dei regali.”. Spesso la presenza dell’etèra nella casa durava per sempre. Poteva essere Marina, l’etèra la cui presenza nella casa di  Fausto sarebbe durata per sempre? Essa era riuscita a prendere il posto di Anna, che pure era una donna affascinante e piena di sogni (le piaceva la musica e “Uno dei suoi desideri nascosti era quello di andare una volta in Brasile, e ballare il samba per tre giorni e tre notti di fila nel carnevale di Rio, con addosso un costume molto succinto, quasi inesistente.”). Sarebbe stato così? Sono le ambiguità che si pongono davanti all’uomo nel corso della sua esistenza e la soluzione delle quali spetta soltanto alla sua capacità di compenetrarsi nella natura. Anna, che fa la maestra, qualche volta fa scrivere ai suoi alunni delle letterine e le affida ai palloncini colorati che le avrebbero sparse nel mondo. Era anche accaduto che alcune letterine di risposta fossero giunte dalle parti più sperdute del globo.

La prima svolta nella vita di Raffaele avviene il giorno in cui nel cortile della casa di Raul disegna la madonna bizantina, tale e quale a quella custodita nel santuario interno alla città, al modo degli antichi madonnari, e tutti i ragazzi accorrono ad ammirarla. Diventa presto famoso nel quartiere. Sa anche cantare canzoni popolari della sua terra d’origine e raccontare leggende. Raul lo sorprende e se ne sta in disparte ad ascoltare meravigliato. Al contrario di Raffaelle, che pare una esplosione spontanea del meglio della natura, Raul è attraversato da mille interrogativi, ma osservare Raffaele lo aiuta nel suo percorso di comprensione (“Per gli uomini la loro esistenza e quella del mondo è qualcosa di scontato.”): “Vedeva nella cultura primordiale, che spiegava la creazione con favole bizzarre e pittoresche, una ricchezza straordinaria che gli uomini avevano stupidamente dilapidato. Se l’erano buttata alle spalle perché l’avevano ritenuta un cumulo di superstizioni insensate.

Ma nemmeno per Raffaele è facile fare chiarezza dentro di sé. I sentimenti turbinano. Nel corso del matrimonio di Raul con l’etiope Makeda, egli canta una nenia matrimoniale abruzzese. Lo ascoltano ammirati e in silenzio, e proprio in quel silenzio che lo circonda egli capisce che “sarebbe stato un viandante solitario, per sempre, e la causa era piuttosto singolare, perché aveva le sue radici nel fatto che lui sentiva il mondo come un’entità misteriosamente unitaria, alla quale era profondamente legato, mentre gli altri lo avvertivano come un cumulo di frammenti insensati.”. Al contrario, quando si reca a trovare la vecchia zia Elisabetta, l’unica superstite dei De Antoni, e si lascia trasportare dall’incanto dei suoi ricordi: “Sempre più cominciò a vedere la piccola città, nordica e veneziana, come un ambiente carico di risonanze familiari. Non vi furono più luoghi che non gli appartenessero, la stazione, le piazze, le vecchie case del centro che si stavano sgretolando pian piano, con gli intonachi slabbrati, i cornicioni cadenti e le grondaie sforacchiate, in cui abitavano soltanto vecchi inquilini che non uscivano per giorni interi e sembravano non esistere neppure. Capì che la città non era soltanto un insieme di case, di vie e di piazze, ma un luogo che egli sentiva vivere e respirare come lui.”.

Dunque, la vita di Raffaele serve a Raul, ma serve anche a se stesso, come serve a tanti altri intorno a lui, e forse, secondo l’interpretazione cosmica dell’autore, anche ai tanti lontani.

Il lavoro di portalettere, che lo mette a contatto con la gente, aiuterà Raffaele a rafforzare questa ottimistica considerazione sulla vita e sull’uomo.

Ma c’è la presenza angosciosa di un vecchio, Vladimiro, scansato da tutti per la sua miseria e le sue stracche idee, con il quale invece Raffaele discorre volentieri, a far spuntare in lui il dubbio angoscioso sulla natura dell’universo: “Che l’universo si fosse fatto da sé e avesse creato milioni di specie viventi, era una favola assolutamente incredibile, che nessuna persona di buon senso avrebbe potuto accettare. Allo stesso modo pareva un mito che esistesse un Dio creatore che con un atto di volontà avesse fatto esistere miliardi di stelle e dato origine alla vita.”.

È il dilemma in cui ancora si dibatte l’umanità divisa tra credenti e atei, e che forse sarà insolubile fino alla conclusione del mondo.

Vladimiro ne è angosciato e non vuole sentirne parlare (“Non c‘era salvezza, mai, in nessun luogo e per nessuno, e lui aveva paura.”), anche se in paese circola la leggenda dell’apparizione, nel secolo del terremoto e della peste, ad una ragazza piangente, della Madonna della Neve, la quale in pieno agosto aveva fatto nevicare, confermando ciò che aveva rivelato alla ragazza, ossia che presto la peste sarebbe scomparsa. In città era stato eretto un santuario in suo onore e a memoria del miracolo.

Grazie a Vladimiro e alle sue ossessive conversazioni con Raffaele, il libro si trasforma in questo punto una grande invocazione all’esistenza di Dio. Solo in forza di un tale pensiero, tutto l’Essere può reggersi, altrimenti il caos più terribile prenderebbe l’intero spazio del mondo: “Senza Dio come potevano gli uomini governare una babilonia complessa e smisurata come il mondo? Se ci avessero pensato veramente, solo per un momento, la loro mente sarebbe stata invasa dalla vertigine del caos, e si sarebbero persi in un labirinto senza uscite.”. E ancora, molto più avanti: “Dio non poteva eliminare il male del mondo, perché l’essere era la sintesi di tutti gli opposti. Ma poteva viverlo, soffrirlo per capire la terribile condizione umana. E così aveva fatto. L’assurdo del male e della sofferenza aveva acquistato un senso.”. Ne segue il concetto sulla morte, presente in molte opere di Sgorlon, e qui molto esplicito nel suo significato: “la morte appartiene al progetto della natura. Sarebbe terribile se fossimo condannati a vivere in eterno.”. Più avanti leggeremo: “la vita non era che un eterno ritorno alla terra, finché questo non diventava definitivo.”.

Il titolo “Il guaritore” è in rapporto con alcuni poteri di guarigione che Raffaele scopre di possedere. Se ne accorge a poco a poco e ne ha contezza quando la prostituta Lisa (chiamata in principio anche Iris) viene trovata in un fosso dove l’avevano gettata i suoi magnacci. Viene condotta in casa di Raul, dove abita anche Raffaele, e questi si avvede che toccandola con le sue mani, essa ne riceve una sensazione di benessere. Se la morte è ineludibile, nel corso della vita l’uomo può fare qualcosa per alleviare le sofferenze. E alcuni, come Raffaele, sono dotati dei poteri necessari. La domanda è: perché a lui? Perché a pochi?: “Era certo di essere un elemento in un piano di cui non sapeva niente, di cui la vita stessa non sapeva niente.”. Più tardi troveremo: “Non era lui, non erano le sue mani, era la vita che aveva trovato un modo enigmatico per risanare più rapidamente se stessa. Egli era usato dalle forze dell’essere come un loro strumento, per agire secondo fini inconoscibili.”. Sgorlon ha simpatie per le donne che hanno avuto sfortuna dalla vita, soprattutto di quelle che sono finite nelle mani di abietti sfruttatori della loro bellezza o della loro debolezza. Trova per loro sempre una sistemazione riparatrice e dà ad esse la forza necessaria a rendere viva una casa e a rendere letizia all’uomo che dimentica o le discolpa dal loro passato.

Lisa accetta il lavoro in un negozio di giocattoli che appartiene al padre di Anna, la moglie separata di Fausto, e Raffaele le trova una nuova dimora presso l’anziana zia Elisabetta. Lisa poi finirà con l’andare a lavorare nella casa di Fausto, una volta che il negozio di giocattoli, a causa della crisi, dovrà ridurre il personale. Di Lisa dirà anche che per lei: “L’amore era la cosa più semplice della vita, e non capiva perché tante ragazze lo rendessero complicato.”. E più avanti: “sulla terra v’era come un perenne black-out, e uomini e donne avevano una sotterranea paura della vita e del cosmo sterminato che li circondava.”.

I temi cari a Sgorlon sull’abbandono della natura in favore di una modernità distruttrice in questo romanzo sono affidati soprattutto a due personaggi in antitesi, almeno per molto tempo, tra loro: Raul e Fausto. Fausto è un impresario fissato nella costruzione, nella vecchia città, di grattacieli, con la conseguente distruzione delle case più vecchie e antiche, che invece Raul vuole restaurare. Chiede a Raul di diventare suo socio, poiché capisce che egli possiede, nella difesa dell’antico, una parte di verità, che manca invece all’altro suo socio Emiliano Cariddi. Raul non si decide ad accettare; qualunque sia il ruolo che Fausto voglia assegnargli è pur sempre un ruolo distruttivo. Solo quando alcune difficoltà si pareranno davanti a Fausto e ai suoi progetti, egli sentirà di avvicinarsi spiritualmente a Fausto: “Capì che nella sua casa e nella sua vita tutto stava per cambiare, ma non sapeva ancora in quale maniera.”.

Raul è impegnato a scrivere un poema in cui esalta i valori arcaici della civiltà. In questo brano possiamo intravvedere una specie di autoritratto di Sgorlon: “Sulla verità e qualità dei suoi versi non aveva incertezze. Dubitava invece, e molto, sul loro destino. Non sarebbero mai giunti ai lettori, perché lui parlava una lingua diversa, che sembrava ormai morta, come il sanscrito o il latino, e che nessuno osava più. Era la lingua che collocava al centro di ogni cosa il sentimento di appartenenza alla terra e alla vita. Quel sentimento era la sacralità.”.

Troveremo questi concetti di esclusione e di isolamento, di vacuità presso gli altri, di disinteresse per il suo lavoro, decisamente ed esplicitamente espressi ne “La penna d’oro”. Anche a riguardo di uno dei suoi strumenti narrativi preferiti, il mito, leggeremo: Raul “sostenne che il mito, l’epica, il racconto favoloso e leggendario, erano le uniche forme di conoscenza della realtà che l’uomo possedeva. Non esisteva e non era possibile una forma di cognizione oggettiva del mondo. La pura oggettività coincideva col nulla.”. Anche in seguito non riusciremo a staccare la figura di Raul da quella di Sgorlon. Lo spirito di Raul: “Procedeva a ritroso, come i gamberi, o come i salmoni, quando risalgono le acque impetuose del fiume per andare a riprodursi e a morire. Andava in direzione contraria a quella dello spirito della storia.”.

Oltre che munito di doti di guaritore, Raffaele è dotato di una bella voce da baritono. Gli amici ne fanno la scoperta durante una festa all’aperto, e presto un gruppo di giovani organizza dei concerti per lui di canzoni popolari, alcune scritte da Raul (una somiglianza con quanto accade per Matteo de “La contrada” e soprattutto per Jacopo nel successivo “Il velo di Maya”). Sarà pagato e farà soldi. Il suo progetto è quello di costruirsi una casa per andare a vivere da solo e lasciare così l’abitazione di Raul, sposato con Makeda, sentendo la sua presenza inopportuna. La farà costruire vicino alla chiesa di padre Lorenzo, dove secoli prima, pressoché inascoltato, aveva predicato “sant’Antonio da Lisbona, detto da Padova”. Lisa accetta di sposarlo e di andare a vivere con lui, pur sentendo di forzare la sua natura di donna libera. Ma non farà in tempo. Sarà rapita dai suoi vecchi magnacci e verrà ritrovata in uno stato confusionale da cui né i medici né Raffaele, con le sue mani di guaritore, sapranno guarirla. Si rinchiuderà in un convento di suore. Raffaele l’andrà a trovare spesso e in lui non verrà mai meno la speranza, finché, al termine del romanzo, non la riporterà con sé nella nuova casa, entrambi feriti dal destino.

I cambiamenti di Fausto subiscono al suo interno, dopo fasi nebulose e contraddittorie, dei chiarimenti. Decide di dividersi da Emiliano e di voltarsi a guardare al passato. D’ora in poi, come avveniva per Raul, nel frattempo diventato famoso come autore di poemi, ma scomparso nel nulla lasciando sola e indifesa Makeda, egli modellerà la propria vita sugli archetipi del passato: “il mondo e la natura senza l’uomo si reggevano benissimo, e non correvano alcun pericolo.”. Emiliano, rimasto irremovibile a pro della modernità, sarà costretto a riflettere che gli uomini “quasi tutti invece, di qualunque età, conservavano sempre il cordone ombelicale che li univa al passato e alla tribù.”. Egli sempre più andrà rammentando, specie nelle pagine finali, per le sue idee sul libero arbitrio, Ivan Karamazov: “Sempre era stato posseduto dalla convinzione che l’uomo doveva essere l’unico legislatore di se stesso.”.

Sgorlon sa offrire le sue idee (che in questo libro rimbalzano da Raul, a Raffaele, a Fausto) non distogliendo l’attenzione del lettore dalla trama complessiva del libro. È una caratteristica già riscontrata in altre opere e in realtà la noiosità non appartiene a questo narratore. Ad un tratto, infatti, il lettore si troverà due punti in sospeso, mentre tutto il resto sta turbinando tra la scelta dell’uomo in favore delle antiche radici o viceversa il suo slancio verso il cosiddetto progresso (Fausto “Sentì, in modi acuti, che finora gli era mancata una vera passione etica, ma che ora si stava svegliando con forza.”). Questi due punti sono rappresentati dalla vicenda di Lisa, finita in una casa di cura per malati di mente a causa delle violenze subite in conseguenza del suo antico mestiere di prostituta, e da quella dell’etiope Makeda, sparita anche lei, dopo che, con la scomparsa di Raul e le difficoltà economiche insorte, ha dovuto abbandonare la casa.

Il lettore si domanda che cosa ne sarà di queste due personaggi femminili, così diversi tra loro per carattere e consuetudini, ma accomunati da una sorte sventurata che le ha sbattute in un angolo remoto e dolorante dell’universo. Di Makeda, sempre attorniata da uomini che la costringono ad abbandonare anzitempo ogni tipo di lavoro onesto per cercarsene un altro altrove, l’autore ci lascia questa bella descrizione: “era una zebra o un’antilope che continuava a fuggire, a cambiare di posto per salvarsi dal leone o dal tigre che l’aspettavano al passaggio obbligato, sul sentiero del fiume, quando alla sera scendeva a bere.”.

Ma ci farà capire che disperazione e felicità, dolore e gioia, sono compagni che camminano uno accanto all’altro lungo tutto il corso della vita e nessuno può farci niente: Anna “Pensò che Cristo, che aveva assunto tutti i peccati del mondo sopra di sé, anche se non fosse stato crocifisso dai romani sarebbe stato schiacciato e ucciso da quel peso non una volta ma mille.”.


Letto 1850 volte.


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Bart