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Letteratura: Carlo Sgorlon: “La penna d’oro”

6 Gennaio 2015

di Bartolomeo Di Monaco

Stampato nel 2008 per i tipi di Morganti Editori, il libro esce un anno prima della morte di Sgorlon. Già afflitto da grave malattia, ne presentisse o meno la fine vicina, quello che è certo è che il grande scrittore friulano desiderò raccontare a tutti, con parole sue, brani della sua vita, nonché l’origine e lo scopo delle sue opere. È anche il libro in cui si toglie qualche sassolino dalla scarpa, denunciando alcune storture presenti nel mondo culturale, a partire da quello letterario, alcune delle quali lo hanno investito direttamente.

Si rende opportuno, sin d’ora, precisare che quando Sgorlon ci racconterà delle sue opere, delle loro germinazioni e delle loro motivazioni, ciò non vorrà minimamente scalfire il giudizio che di esse viene dato dalla critica. Infatti, è ben consapevole che, una volta nata, l’opera acquista immediatamente una propria autonomia ed una propria identità, così come avviene per un figlio nei confronti dei propri genitori.

Ma, prodigo come sempre, egli ci offre con “La penna d’oro” il suo cuore e i suoi sentimenti, ben sapendo che, pur mossi dai fili dell’arte, non sono mai perfetti. La penna stilografica rivestita d’oro, ricevuta in dono il giorno del suo battesimo, non è quella che si vede riprodotta nella copertina, poiché andò misteriosamente perduta.

L’autobiografia ci consentirà di prelevare quei brani che potranno aiutarci ad illuminare il cammino che abbiamo ritenuto di fare nel corso del presente omaggio, soprattutto quei brani da cui possano emergere nuovi spunti per una riflessione che certamente non potrà mai essere completa, chiunque sia ad affrontarla, data la complessità dell’artista.

I genitori vivevano a Udine, ma quando venne il tempo della nascita di Carlo, la madre, Livia, andò a partorire in campagna, poiché la moglie del padre Pietro Mattioni, che faceva l’insegnante a Cassacco, Eva, era levatrice comunale. Fa notare l’autore che “Erano i tempi della civiltà contadina e la maggior parte della gente, soprattutto in campagna, viveva in una dignitosa povertà, anche nel Friuli, oggi ricco di fabbriche e di produzione.”.

Si può dedurne che sin dai primi anni, Sgorlon abbia vissuto la dicotomia tra la dignitosa e pulita civiltà contadina e quella disordinata e frenetica del progresso, e ne sia stato colpito a tal punto da farne uno dei temi principali della sua arte.

Antonio è il nome del padre, modesto e spendaccione commerciante di stoffe, “dotato di parola sciolta e brillante, con la quale suscitava grandi simpatie attorno a sé.”; e il nome del nonno, colpito a soli trentasei anni da una malattia che lo portò presto alla paralisi e alla morte, è Carlo, lo stesso che sarà dato allo scrittore.

Si configura, così, il quadro di “una famiglia piccolo-borghese, di scarse risorse.”, in cui “v’era un po’ sempre il fantasma del crollo e della sventura.”. Non è una famiglia fortunata. Lo zio Elio, figlio della levatrice Emma (la madre di Livia) muore in un incidente stradale a ventisette anni, ed Emma chiede alla figlia di lasciare che porti con sé Carlo in una villa presa in affitto, onde colmare il vuoto lasciato dalla morte del figlio Elio. In tal modo lo scrittore si trasferirà in una bella dimora posta tra Cassacco e Tricesimo. È una abitazione posta in una posizione suggestiva che gli consente di vedere il Friuli più bello. Tuttavia: “A tre o quattro anni passavo le giornate quasi sempre da solo.”. Comincia a prendere conoscenza dei libri e soprattutto di quelli contenenti delle favole, che gli vengono lette dalle domestiche. Il nonno materno, nella casa del quale è nato a Cassacco, Pietro, è amante delle lettere e giornalista e Carlo lo vede sempre impegnato a leggere e a scrivere.

Troviamo così un embrione in Pietro di ciò che diventerà Sgorlon, come pure troviamo nel padre Antonio, gran raccontatore, l’embrione del mondo favolistico che renderà l’opera dello scrittore friulano tanto particolare ed attraente.

La condizione di Carlo muta allorché il padrone di casa è costretto a vendere la villa e la famiglia deve trovare un nuovo alloggio, che sarà molto modesto. In compenso Carlo avrà molti ragazzi intorno a sé che compenseranno gli anni trascorsi in solitudine: “Sulla loro scia il mio universo cominciò a dilatarsi.”. Ma soprattutto: “Cominciavo ad avere rapporti diretti e profondi con la civiltà contadina, la sua povertà, il suo realismo utilitario e le sue magiche superstizioni.”. È certamente questo uno dei momenti chiave della vita dello scrittore. Se lo porterà dentro di sé per tutta la vita e lo riverserà nella sua opera: “Le favole contadine sono piene di terrori e di sangue.”. Quando va a scuola sperimenta sulla sua pelle le diffidenze tra ragazzi: è creduto appartenente ad una classe più agiata, a causa dei suoi vestiti “stirati e privi di macchie.”, e delle sue scarpe (gli altri portavano gli zoccoli). Spesso viene alle mani con di essi, che sono coalizzati nell’inseguirlo e picchiarlo. A questo punto, i genitori lo ritireranno dalla scuola e d’ora in avanti studierà per conto suo e si presenterà solo per gli esami. Ne approfitta per le letture, soprattutto di libri di favole. Ma le figlie della padrona, giocando con lui, gli svelano molte delle illusioni infantili, tra cui come nascono i bambini e come arrivano i regali di santa Lucia o di Natale o della Befana: “Molte cose appresi dalla figlie del popolo, che leggevano in modi stentati, avevano i quaderni pieni di macchie e di segni rossi, ma che del mondo e della vita sapevano tante cose più di me.”. È la saggezza popolare che Sgorlon individua sin da quegli anni, che non fa distinzione tra gli uomini e spesso è più prodiga nei confronti dei poveri. Il motivo sarà ricorrente nell’opera dell’autore, uno dei tanti che “un giorno sarebbero diventati uno dei pilastri fondamentali della mia poetica e della mia narrativa.”.

Come abbiamo avuto modo di constatare nella maturazione di Fausto, il ragazzo protagonista de “I sette veli”, la cui crescita viene analizzata minutamente, allo stesso modo si comporta Sgorlon per quanto riguarda il suo cammino adolescenziale diretto verso la propria maturazione. Nessun vuoto, nessun silenzio, nessuna soluzione di continuità. Il cuore e la mente sono aperti alle attese del lettore, verso cui la rivelazione è diretta: “Per interminabili pomeriggi estivi vivevo nel grembo della natura, come una lepre o uno scoiattolo, con la sensazione che lì, nella campagna, non v’erano minacce di alcun genere per me, ma al contrario un quid che mi proteggeva, come un guscio o un bozzolo. Sia la campagna che le credenze contadine mi appartenevano profondamente, facevano tutt’uno con me.”. Combattuto interiormente tra pittura e scrittura, sarà l’insegnante Maria Ragni, amica di Ada Negri, con le sue fascinose declamazioni a voltarlo verso la poesia e la letteratura: “Presto vennero i primi riconoscimenti anche alla mia attività di autore di temi. La Ragni disse a mia madre che scrivevo in modi singolari e che avevo una vena fantastica.”.

Ci stiamo avvicinando alla scoperta che Sgorlon fa di sé come narratore e artista. Un momento impregnato di suggestione e di magia.

Infine entra nel collegio di Udine, vincendo “la borsa di studio della povertà.”; non c’è più la signora Ragni ad insegnargli e la scuola gli pare squallida, senza alcuna attrattiva, ma “Tutta la logica della mia vita e della mia famiglia rispondeva a quella della povertà”. Sono però, sia pure circondati dalla povertà, gli anni in cui la sua decisione, riguardo all’indirizzo di studio, è ferma e solida: “avevo già chiara l’idea che avrei fatto l’insegnante di lettere e, nel tempo libero, lo scrittore. Perciò non avevo avuto alcuna esitazione a scegliere gli studi classici.”. Sarà così, infatti. Si fa cenno anche alla guerra e soprattutto alla guerra partigiana, e Sgorlon confessa che nonno Pietro, e tutto il suo paese natale di Martinazzo erano dalla parte dei partigiani, mentre il padre Antonio, “per ragione d’ingenuità politica e di lealtà, era orientato verso la parte contraria. Era un altro dramma che si aggiungeva ai precedenti.”. Qui si può trovare, forse, il motivo per cui Sgorlon abbia assegnato alla guerra partigiana interna (non quella titina de “La foiba grande” e de “La malga di Sîr”) il ruolo più di una quinta che di una scena centrale. A proposito della strage della malga di Porzûs, in cui partigiani garibaldini, alleati dei titini, massacrarono partigiani della Brigata Osoppo a tradimento, scrive senza reticenza ciò che la storia va sempre più chiarendo: “Tutti sanno che allora, nei comunisti staliniani, l’ideologia prevaleva grandemente sui sentimenti patriottici. Tra i partigiani rossi italiani, organizzati nella ‘Brigata Garibaldi’, e i Titini v’era un patto di unità d’azione. Ma soprattutto va ricordato che a molti di loro sembrava preferibile che la Venezia Giulia e il Friuli entrassero nell’area del ‘paradiso comunista’ piuttosto che restare nell’àmbito dell”inferno capitalista’”.

Non è che il primo sassolino dalla scarpa che l’autore si toglierà. Il secondo riguarda la costatazione che gli uomini in generale, e soprattutto gli italiani, hanno la tendenza, in politica e nei conflitti, a salire sul carro del vincitore. Come non dargli ragione? Se ne rende conto in modo speciale quando viene ammesso alla Scuola Normale di Pisa, dove imperversavano le idee marxiste: “Mi incuriosiva il fatto che molti professori universitari, che solo pochi anni prima erano stati seguaci delle dottrine gentiliane e sostenitori del regime, ora si erano fatti marxisti intransigenti.”. È una tale franchezza che procurerà più di un ostracismo e isolamento nella carriera letteraria dello scrittore friulano. Si leggerà nella parte finale: “Mi sono stati attribuiti più di quaranta premi nazionali, ma alcuni non li ho mai visti. Le giurie me li avevano assegnati, ma poi sono svaniti per l’intervento di qualche Assessore alla cultura, progressista, contrario al fatto che venisse premiato un ‘conservatore’. Più volte ottenni la maggioranza dei voti, ma poi i progressisti riuscirono a ribaltare le situazioni, rifacendo le votazioni. Su ciò ho avuto scarse informazioni da componenti delle giurie, miei estimatori.’”. Rivela che quando vinse il premio Strega: “Giornalisti e fotografi, invece di interessarsi del vincitore, si rivolsero in massa alla Maraini, come per consolarla, o farle capire che il premio spettava a lei, progressista e realista, e non a me, scrittore fantastico e conservatore.”.

Dopo il ritorno da Monaco di Baviera dove era stato inviato con una borsa di studio prende la sua decisione definitiva di diventare scrittore. Per fare ciò ha bisogno di un insegnamento non accademico ma di scuola superiore che gli lasci del tempo libero per leggere e scrivere. La fortuna lo assisterà. Sgorlon è giunto così al capolinea di un primo tragitto formativo. Da quel momento, egli dovrà realizzare il suo sogno senza por in mezzo attenuanti e contando solo sulle sue forze: “Adesso finalmente potevo cominciare a usare la penna d’oro che mi era stata regalata dalla madrina di battesimo.” (che poi andrà perduta). Saranno le letture, a questo punto, a maturare il suo indirizzo letterario e Sgorlon non si sottrae ad una breve elencazione di coloro che influirono positivamente e di coloro che erano lontani dal suo sentire. Sono anni convulsi, poiché le scelte non sono mai facili e la decifrazione del proprio percorso interiore quasi mai è lineare: “Il conformismo storico e culturale non mi sfiorava neppure. Avevo un modo di reagire assolutamente spontaneo e naturale.”.

Comincia, intorno ai trent’anni (nel frattempo si è sposato con una bella ragazza, maestra, di nome Edda Valentina Giovanna) il tempo dei contatti con gli editori tra speranze e delusioni. Le attese sono lunghe e disperanti.

Il primo libro che riesce a far pubblicare da un piccolo editore è “Il vento nel vigneto”, che uscirà poi in friulano con il titolo “Prime di sere”. Da questo momento il lettore troverà indicati da Sgorlon i suoi romanzi e le motivazioni che indussero a scriverli. Finisce qui il nostro compito principale. Ci resta solo quello di estrapolare da questo libro concetti che, già individuati nell’omaggio reso opera per opera, ci consentiranno qualche ulteriore illuminazione, provenendo direttamente dall’artista.

Parlando de “La poltrona” scrive: “appena ci si accorse che cercavo di abbandonare quella condizione, di uscire dalla nevrosi del male di vivere, molti si disinteressarono di me e mi videro come uno scrittore perduto alla modernità e irrimediabilmente nostalgico di modelli superati.”.

Affrontando “La notte del ragno mannaro”, scrive: “credo fermamente che la libertà dell’uomo debba essere la condizione primaria della vita umana, ma essa deve essere intesa con misura e buon senso. La libertà assoluta non esiste”.

E a proposito de “Il trono di legno”: “Il mito è una favola di significato universale, che racconta verità inconsumabili, non legate alle sue contingenze. I miti raccontano personaggi mai esistiti, ma che paiono più resistenti e più veri di quelli reali.”. E poco dopo: “Tornare veramente a una concezione prescientifica, pregalileiana del mondo è impossibile; ma è concesso recuperarlo, sentirlo, tenerne conto, rimetterlo nei percorsi vitali del nostro pensiero.”. Aggiunge più avanti: ”Sono uno scrittore molto amato da coloro che condividono la mia poetica, e ignorato o addirittura irriso da chi ha un’ideologa diversa.”.

Ed ecco, nel momento in cui si accinge a parlare di “Regina di Saba”, ciò che scrive a proposito delle donne, sempre protagoniste di primo piano nei suoi romanzi: “I miei protagonisti femminili sono, come spesso nella concezione e nella letteratura romantiche, più istintivi e intuitivi dell’uomo, più naturali e più ricchi di un sentimento profondo della vita, più radicati nella natura e nell’Essere, ai quali non si ribellano mai, ma anzi vastamente si immedesimano e li partecipano.”.

Arriva un altro sassolino: “La cultura del nostro tempo è distruttiva, ed è spietata e sarcastica con le culture rivali.”.

In virtù della sua grandezza, e nonostante l’ostracismo di molti, Sgorlon si può permettere di gridare ai quattro venti questa verità che tutti conoscono dell’era contemporanea. Chi sa chi altri avrebbe osato, sapendo che le conseguenze sarebbero state l’isolamento e la derisione.

Sull’eros: “L’eros è dunque tra le cose più sacre, perché è uno dei luoghi in cui lo sterminato enigma del vivere chiarisce un poco se stesso. Così mentre oggi, solitamente, l’eros, sia nell’arte come nella vita, è allontanato dai suoi fini, spesso deformato e pervertito, da me viene, al contrario, sacralizzato, sentito come nelle civiltà arcaiche, e rappresentato con un massimo di discrezione, di prudenza e di misura.

C’è un personaggio celebre nella letteratura, madame Bovary, che, al di là della bravura del suo autore Gustave Flaubert, ho sempre avuto in antipatia. Tra i motivi, non solo quello dell’ambizione e dell’egoismo smodati, ma la sua forsennata schiavitù all’eros, all’ipocrisia e al tradimento, fino al punto di trascinare alla catastrofe la propria famiglia. Una donna tutta diversa da quelle messe in scena da Sgorlon.

Con l’enorme successo ottenuto da “Il trono di legno”, a lui si rivolgono tutti coloro che vogliono sapere qualcosa del Friuli, però “In Friuli le cose andavano diversamente, perché è antica verità che nessuno è profeta in patria.”.

Ne “La carrozza di rame” dedica un ampio capitolo al terremoto che colpì il Friuli la sera del 6 maggio 1976: “Pochissimi in Friuli andarono a dormire nel loro letto, quella notte, ma tra costoro ci fummo io e mia moglie. Infatti sono uno che rinunzia molto difficilmente alle ore del sonno, succeda quello che vuole. L’indomani mi recai a scuola, dove ovviamente non trovai nessuno, e anche l’edificio scolastico era pieno di crepe da ogni lato. L’anno scolastico fu chiuso. Televisioni e giornali e settimanali cominciarono a darmi la caccia per avere articoli e testimonianze.”. Il 1976 è un brutto anno anche per la famiglia dell’autore. Il padre muore: “Fu un anno tristissimo, il ’76, e la morte, che aveva menato strage nel Friuli, stavolta era entrata anche in casa mia. (…) Ma non si può arginare l’inconsistenza della vita con nulla di definitivo, perché il tempo e le sue mutazioni finiscono per avere il loro trionfo su ognuno, sia quelli che seguono la storia e si appassionano ad essa, sia quelli che, come me, vivono in disparte, nella zona delle calme e nelle anse silenziose della vita.”.

Dopo 26 anni di insegnamento in una scuola per ragionieri decide di andare in pensione. La pensione sarà modesta, ma  “i miei libri si vendevano bene e i diritti d’autore erano piuttosto cospicui.”.

La sua poetica ormai si sta delineando con chiarezza: “sentivo la necessità di parlare non tanto di singoli individui, quanto piuttosto di comunità intere: una contrada, un paese, un piccolo popolo tartassato dalla storia, un gruppo di emigranti strettamente legati dall’amore per il lavoro, dalla nostalgia per la patria e dall’inconscio collettivo.”. E ancora, riferendosi a “La conchiglia di Anataj”: “Uno dei temi fondamentali della mia narrativa è certamente il sentimento dominante di alcuni personaggi di essere degli stranieri nel mondo. Tuttavia non si sottraggono ai loro doveri.”. Più avanti conferma quanto appare con evidenza in molte sue opere: “Spesso ho subìto il fascino della cultura e del mondo slavi.”.

Maria Bellonci lo chiama a partecipare al premio Strega con “L’armata dei fiumi perduti” e lui se ne sente lusingato. Vincerà. Il libro, come è noto, parla del dramma di un’armata di cosacchi illusi dai tedeschi, e poi abbandonati a se stessi. Scrive l’autore: “Per me fu la consacrazione definitiva come scrittore.” È il momento in cui ci confessa di soffrire di depressione, che lo coglie anche in occasione della vittoria del premio Strega, ma quella vittoria gli consente di spiegarci il perché ha sempre preferito dedicarsi al romanzo piuttosto che al racconto: “Io sono un autore che ha bisogno di ampi spazi narrativi, perciò la mia dimensione naturale è il romanzo, concepito come unitaria sinfonia, come uno sviluppo narrativo dotato di un suo arco parabolico ben dotato.” E poco più avanti: “I romanzi sono di ambientazione friulana, sia pure vaga e leggendaria.”. E qualche riga dopo: “Nei racconti rinunciai all’identità friulana.”. A proposito di questi ultimi scrive: “questi racconti possono dare la misura della mia religiosità, che vive per intero nell’àmbito della cultura e dell’etica cristiane. Ma essa non è né possesso né certezza. È piuttosto eco e nostalgia”. Molto più avanti tornerà sulla sua qualità di narratore: “Io sono innanzi tutto un narratore di storie che ha plasmato la propria figura sopra un modello, quello dello sciamano dotato di fantasia e della magia del racconto, che aveva un ruolo definito nelle società primordiali.”. Riguardo alla fantasia che sempre lo accompagna scrive: “ritengo che mancare di fantasia per uno scrittore sia un difetto, come l’incapacità di volare in certi uccelli appesantiti dall’evoluzione.”.

Nel parlare de “L’ultima valle”, rivela un’altra delle caratteristiche della sua scrittura: “Concepii di scrivere un romanzo ‘apologo’, collocando al centro di esso un fatto realmente avvenuto, ma modificandolo a mio talento, perché non ho mai voluto essere un autore di libri-verità, e tantomeno di inchieste e denunce.”. Sul progresso, invece, ribadisce una convinzione che il lettore ha più volte incontrata: “A prima vista in esso tutto è positivo, ma sta di fatto che più gli uomini progrediscono, più si allontanano dalla natura, più la loro infelicità cresce, ed aumentano i danni e le ferite inferte alla terra.”. E ancora: “Bisognerà dunque recuperare atteggiamenti e valori della civiltà rurale, come la parsimonia, la capacità di convivere con la natura, la concezione sacrale che quella possedeva nei confronti della vita.”. In realtà lo stesso concetto è nascosto anche in questa rivelazione: “Non entrai mai a far parte neppure di giurie letterarie, o al massimo in quelle dove la responsabilità era condivisa con molte centinaia di votanti; l’amore di una donna mi bastava e la ricchezza non mi interessava.”. Severa è la denuncia del silenzio che storici e politici hanno tenuto a lungo sulla strage delle foibe, che causò la morte di molti istriani di origine veneta: “L’Italia si è subito dimenticata di quei fratelli dalla patria perduta.” E ancora: “Comunque siano le cose, il fatto è che fuori dell’area triestina e giuliana nessuno aveva mai parlato di foibe.”. Un’accusa precisa è rivolta anche allo scrittore Fulvio Tomizza. L’autore non guarda in faccia a nessuno, dimostrando ancora una volta la sua autonomia di giudizio, al di là delle mode e del conformismo: “Allora il còmpito di risarcire gli istriani di nazionalità italiana della loro immensa sventura, almeno con una testimonianza narrativa, finii per addossarmelo io. Così nacque “La foiba grande”.”. Alcuni ignorarono di aver letto il libro, e in televisione dichiararono di non aver mai saputo della strage. Dopo la pubblicazione de “La foiba grande”, a uno “scrittore cui avevo dedicato cinque o sei articoli, chiesi una volta di scrivere il risvolto di copertina di un mio romanzo. Non ne fu entusiasta, ma disse di sì. Gli feci mandare le bozze, ma la pagina di presentazione non fu mai scritta. L’interessato mi disse che non aveva mai ricevuto le bozze L’editore mi confermò più volte che esse erano state spedite.”. E ricordando altri ostracismi ricevuti a causa delle sue idee, conclude: “Non ero un progressista e non appartenevo alla cultura egemone.”. Un motivo in più per lodarlo.

Uscito un anno prima della sua morte, il libro si rivela dunque anche un testamento che l’autore lascia agli uomini. Non solo parla dei suoi libri e degli scopi che con essi si era prefisso, ma ribadisce con la sua diretta voce alcune verità, poiché esse non possono e non devono essere fraintese leggendoli. Gli sono care, e per esse ha fatto battaglie dolorose contro incomprensioni e ostracismi. Si ha l’impressione che “La penna d’ora” sia un libro contenente una sacralità antica che ha deciso di riguadagnare un ruolo autorevole sulla terra. Confessa: “In me sussiste un residuo della mentalità vichiana e dell’amore del filosofo napoletano per il primitivo e l’ancestrale.”.

Scopriamo verso le pagine finali che nel comporre nel 1993 “Marco d’Europa”, poi ristampato dieci anni dopo da Mondadori con il titolo “L’imperatore e il taumaturgo”, ”cominciai ad avere le prime gravi traversie della salute, che da allora presero dimora nel mio corpo, e continuano ad accompagnare la mia faticosa esistenza. Un’ecografia rivelò che nel mio rene sinistro era incistato un gonfiore sospetto.”. Esse si aggravarono nel 2000, cominciando a colpire gli ormoni della crescita ed in particolare le ossa del dorso: “Già avevo qualche problema nel camminare, e la mia gamba destra non aveva alcuna voglia di muoversi.”.

Qualche dispiacere glielo provoca anche la sua regione amata, il Friuli: “Ho dedicato gran parte della narrativa al Friuli, però questa dedizione non è stata ricambiata in forme piene e convinte.”. E subito dopo: “Nel mondo intellettuale friulano, poi, si è formato intorno a me una specie di cordone sanitario, come fossi portatore di qualche morbo sconosciuto.”. Nemmeno è citato o invitato a manifestazioni in cui lui, con alcune delle sue opere specifiche, avrebbe dovuto essere il maggiore rappresentante. Che amarezza! L’artista non la nasconde e se ne rammarica. Come il lamento di Dante per l’Italia lanciato nel Canto Sesto del Purgatorio. Ha contro parecchi intellettuali, di molti dei quali non fa il nome, salvo quello di Pier Paolo Pasolini (che fu alunno in Friuli), che aveva fatto una stroncatura (con il passare del tempo rivelatasi davvero fuori luogo) de “Il trono di legno”. Non ci possono essere parole più amare, vorrei dire disperate, di queste: “Ho fatto tutto il possibile per entrare nel cuore dei friulani, ma non ci sono riuscito.”.

Ma al contempo rassicura i suoi lettori di non meravigliarsi del perché egli continui a scrivere: “Ora che le anomalie della mia salute stanno diventando sempre più numerose e accentuate, raccontare storie mi aiuta ad accettare la mia condizione esistenziale, tanto più che la narrativa, modellata all’etica, rappresenta anche un modo di giovare al prossimo.”. E subito dopo una duplice speranza: “ho scritto altri libri, perché inventare storie mi aiutava a vivere. Non so quale sarà il loro destino, perché sto percorrendo l’ultimo tratto del mio Viale del tramonto, e probabilmente non potrò occuparmi di loro.

E: “Ora il Friuli sembra quasi vergognarsi di me e considerarmi una lampada da nascondere sotto il moggio. Forse un giorno le cose cambieranno, e anche la cultura locale si renderà conto che io sono uno dei suoi scrittori più dotati d’invenzione, di gusto di raccontare, di forza etica, di dignità, di libertà, di ampiezza di orizzonte e di epico potere evocativo.”.

Credo che quel giorno sia arrivato.


Letto 1870 volte.


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Bart