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LETTERATURA: Carlo Sgorlon: “Il paria dell’Universo” e “Il colpo di Pistola”

18 Luglio 2014

di Bartolomeo Di Monaco

Il paria dell’universo

Chi sa che non siano state le convergenze di letture di Rudyard Kypling con le sue storie fantastiche e avventurose, di Robert Louis Stevenson con il suo celeberrimo “L’isola del tesoro”, o anche di Joseph Conrad con “Lord Jim” a suggerire a Sgorlon di cimentarsi in questo genere di letteratura, dando libero sfogo alla fantasia e riversando la sua attenzione verso il mondo dei giovani in formazione, i più pronti a carpirne segreti e significati.

Uno studioso inglese in cerca di un vangelo apocrifo (viene in mente “Il quinto evangelio” di Mario Pomilio) in cui, secondo una diceria, stanno scritte le parole che Gesù tracciò sulla sabbia davanti all’adultera, incontra un uomo cieco e vecchissimo dall’età indefinibile il quale gli racconta la storia di un giovane,  Edoardo Licata (lui stesso) che, da ragazzo, viveva in Sicilia in una famiglia di poveri contadini. Ma non amava la terra, bensì il mare. Diventare marinaio era il suo sogno. Così un giorno al porto giunge una nave veneziana e il ragazzo riesce ad ottenere un imbarco. Dovrà però mostrarsi adatto alla dura vita del mare. Edoardo non ha incertezze. Giunto a Venezia, dopo una delusione legata alle sue origini, prende la decisione della sua vita: “come si era liberato della famiglia, così doveva affrancarsi anche dalla sua terra. Nessuno doveva più capire da dove venisse. Doveva essere l’uomo senza patria, senza passato, senza luogo di provenienza. L’individuo indefinibile, non identificabile, accanto al quale tutti dovevano pensare che era un enigma.

Ci troviamo di fronte ad una scrittura piacevolmente leggera e affabulatoria, nuova per lo Sgorlon inquieto e inappagato che abbiamo conosciuto nei precedenti romanzi. La sua affabulazione ricorda perfino quella magica de “Le mille e una notte”.

Il tema emerge immediatamente: le umili origini del ragazzo gli impediranno di fare carriera nella marina mercantile ed egli vorrà reagire. Oltre la carica di nostromo, infatti, nonostante la sua bravura, non riuscirà ad andare. Pare un ostacolo insormontabile. Per la casta è  un paria, ossia  un miserabile. Nessuno intende nominarlo capitano ed affidargli una nave.

Edoardo è contro un tale pregiudizio che si troverà a combattere e che muterà radicalmente la sua natura, facendolo diventare un protagonista cattivo e terribile: “Al buio e al coperto avrebbe arraffato la sua parte che sotto il sole gli era negata.

Sorprende in un uomo di terra, come fu Sgorlon, l’esattezza del linguaggio marinaro, che denota una preparazione accurata, allo stesso modo che accurate sono la preparazione storica e geografica.
È la stessa esattezza di linguaggio che troviamo in un uomo nato in una città di mare come fu, ad esempio, Mario Tobino.

Sul piano storico a riguardo dei rapporti tra il meridione e i conquistatori piemontesi, un accostamento d’obbligo è allo scrittore Carlo Alianello.
Anche nell’avventura di Edoardo, infatti, gran parte vi gioca il giudizio negativo che i sudditi di Franceschiello nutrirono nei confronti dei piemontesi, di Garibaldi e di Vittorio Emanuele II, considerati alla stregua di predatori.
Edoardo agirà, così, nostromo sulla nave “Ercole”, per impossessarsi del presunto tesoro (per farlo proprio e arricchirsi), che sospetta sia stato caricato a Palermo sulla sua nave per essere trasferito nelle casse della monarchia piemontese.

Quella sua avidità diverrà la causa di una immane tragedia, da cui sarà il solo a salvarsi, ma con la conseguenza di una radicale drammatica mutazione della sua natura: “Tutti avevano radici in qualche posto, in qualche ambiente, mentre lui ora vaneggiava nel vuoto come un soffione portato dal vento. Non era più nessuno. Edoardo Licata non esisteva più.” E ancora: “Ormai era soltanto un’apparenza vagabonda, uno zingaro eterno, il paria al quale ogni luogo era estraneo. Era il paria per eccellenza, il paria dell’universo.

Il colpo di pistola

In questo romanzo si incrociano invece gli echi del grande Balzac, di Stendhal e anche di Dickens.
Del resto, Sgorlon dimostra in questo come nell’altro romanzo, e nel corso della sua intera opera letteraria, di essere stato un grande e profondo lettore, e certamente, tra le sue letture preferite, non è mancata la Bibbia, le cui citazioni sono precise e frequenti.

Un giovane di venti anni studente all’università di Padova giunge – è il 16 dicembre 1819 – a Gemona, nel Friuli, per capire il perché una certa lettera di credito che gli proveniva da un notaio del luogo e che gli consentiva di riscuotere una certa somma presso qualsiasi banca, e quindi di studiare e di vivere, ad un certo punto, e misteriosamente, non gli giunge più. Il giovane, “alto e solido”, si chiama Fausto Martinis, e decide di sostare alla locanda il “Gallo Bianco” dove la vettura lo ha condotto.

Scopre che il notaio è morto e che non riceverà più denaro, per cui dovrà decidere cosa fare della sua vita, visto che studiare non gli sarà più possibile. Sceglie di fare il postiglione. Un mestiere che sembra gli si adatti perfettamente. Il vecchio che gli fa da istruttore e maestro gli regala una pistola, poiché il suo lavoro, specie quando attraverserà boschi e tratti solitari, è pieno di pericoli. È a questo punto che nella mente di Fausto risorge il ricordo di uno sparo misterioso udito nella sua infanzia “lungo le rive del Cormor”, il fiumiciattolo che passa vicino a Udine, accompagnato dal grido di una donna. Non ha mai voluto approfondirlo, quando era viva sua madre, morta di tifo, ed ora invece “gli pareva uno dei ricordi fondamentali della sua esistenza”.

È in questo momento che Sgorlon getta le basi per la sua analisi della vita e del destino di un uomo, così come le aveva gettate per Edoardo con le navi che transitavano nel porto di Palermo e tormentavano di suggestioni, di paure e di ambizioni la sua vita.

La fantasia di Fausto diventa irrefrenabile come la sua insoddisfazione. La sua esistenza deve mutare. Non può accettare di rimanere postiglione per sempre. Conosce una bella cameriera, Caterina, e si fidanza con lei, promettendo di sposarla, convinto che ciò placherà la sua ansia. Ma non sarà così. È ossessionato dalla figura di Napoleone e dalla ventata rivoluzionaria che le sue guerre hanno fatto soffiare in Europa, ma Napoleone muore il 5 maggio del 1821. La notizia arriva alla locanda di Gemona due mesi dopo e per lui è una vera mazzata. Si rifugia, essendo figlio di padre sconosciuto, (la madre Rosa non ha mai voluto rivelargli l’identità del padre, dicendogli soltanto che era morto e che pregasse per lui), nell’idea di essere figlio di un nobile e con queste ubbie si allontana sempre più da Caterina.

Un giorno uno strano signore, un barone, arriva alla locanda, si chiama Hugo von Balthasar e pare dotato di poteri paranormali, una specie di Cagliostro o di Houdini, e di essere un nobile molto ricco. In realtà, si scoprirà che la sua vita si era già incrociata con quella di Fausto. Lo prenderà con sé e lo porterà in molte città del nord, presentandogli nobili e borghesi dell’alta società e facendolo sentire come uno di loro.

Sgorlon non nasconde un’attrazione, che sarà solo momentanea, per un certo gusto gotico, che sa trattare con mano abile, così come poco prima aveva saputo ritrarre con eccellente sintesi le speranze che Napoleone aveva acceso nei cuori dei liberali di tutta Europa. Marlowe e Goethe, Mefistofele e Faust attraversano all’improvviso le pagine di questo romanzo breve ma godibilissimo per i suoi numerosi riferimenti letterari e storici.

Anche i moti rivoluzionari del 1821, i loro ideali, le società carbonare, la repressione austriaca entrano, sempre attraverso il barone, nella vita di Fausto e vi produrranno importanti mutamenti.


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Bart