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LETTERATURA: I MAESTRI: Beckett e il nulla

17 Luglio 2014

di Mario Bonfantini
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, gioved√¨ 26 marzo 1970]

¬ę √Ę‚ā¨¬¶II telaio della finestra era verde, pallido, la parete grigia, mia madre bianca e cos√¨ minuta che potevo vedere dietro di lei (al ¬≠lora era acuto il mio sguar ¬≠do) l’oscurit√† della stanza, e su tutto questo il sole tondo appena sorto: tutto ridotto dalla distanza, molto grazio ¬≠so nel suo insieme, realmen ¬≠te, ricordo, il vecchio grigio e poi l’esile cornice verde e il bianco appena accennato sul ¬≠lo sfondo nero, se solo lei avesse potuto stare ferma e permettermi di guardare tut ¬≠to questo ¬Ľ. Cos√¨ Samuel Beckett, nel corso di un lungo frammento: ¬ęDa un’opera abbandonata ¬Ľ, che forma con tre altri scritti un libretto di traduzioni italiane coi testi originali a fronte, in inglese il primo, in francese i se ¬≠guenti, pubblicato di recente da Einaudi (Teste-morte, tra ¬≠duzione di Valerio Pantinel e Guido Neri, pp. 90, L. 1.000). Libretto essenziale, potente ¬≠mente rappresentativo, cos√¨ scarnito, del ben noto nichi ¬≠lismo radicale del Beckett e della poesia che lo fiorisce. II passo citato ci sembra una raffinatissima ¬ę natura mor ¬≠ta ¬Ľ (parola congeniale al nostro autore!) dove l’unico elemento vivo in s√©, la madre, √® solo una nota di colore, e se si muove distrugge l’incanto della visione.

Questo primo testo, del 1957, in un inglese esemplar ¬≠mente lineare, √® una confes ¬≠sione, autobiografia immagi ¬≠naria presto interrotta, d’un tipico non integrato, una spe ¬≠cie di vagabondo invecchiato che non rimpiange nulla: ¬ę Solo rimpiango di essere nato, morire √® un affare che va troppo per le lunghe, ho sempre pensato ¬Ľ, ma non ri ¬≠nuncia a forti sensazioni di vita fisica. I tre che seguo ¬≠no: ¬ęBasta ¬Ľ, ¬ęImmagina ¬≠zione morta immaginate ¬Ľ, ¬ę Bing ¬Ľ, pubblicati fra il ’65 e il ’66, progressivamente pi√Ļ brevi, sono una specie di Gradus ad obitum, che parte dal memoriale di un tempo favo ¬≠losamente lontano, presentato quasi come un testamento da un essere che solo dall’ulti ¬≠ma riga si apprende di sesso femminile, il quale nell’in ¬≠fanzia ha lentissimamente camminato per anni, tenuto per mano da un vecchio anchilosato, curvato in avanti ad angolo retto in modo da guardare soltanto la terra; una terra di ripide salite e di penose discese, cosparsa nien ¬≠te altro che da fiori, ma ri ¬≠dotti a corolle, senza stelo (¬ę neanche l’idea che si po ¬≠tessero mettere all’occhiel ¬≠lo ¬Ľ), di cui i due ogni tanto si cibano.

Segue un quadro cui un pittore potrebbe dare il nome di ¬ę Mondo in bianco ¬Ľ: due corpi umani candidi, ¬ę n√© grassi n√© magri, n√© grandi n√© piccoli ¬Ľ, piegati in modo da contenersi in un cubicolo bianco, come di cemento, a volta rotonda, in una immo ¬≠bilit√† assoluta che contrasta ¬ę con la luce solare scatena ¬≠ta ¬Ľ, mentre solo un duplice sguardo sinistramente azzur ¬≠ro si leva da quella coppia a rivelare la vita con un ¬ę infi ¬≠mo trasalimento subito re ¬≠presso ¬Ľ; il tutto in un silen ¬≠zio astrale. E i tocchi succes ¬≠sivi della figurazione si mol ¬≠tiplicano, insistono fino alla ossessione.

Similissimo il quadro se ¬≠guente, dove per√≤ c’√® un cor ¬≠po solo e gli occhi man ma ¬≠no risultano soltanto fori: ¬ę Testa globo in alto occhi fori azzurro pallido quasi bianco fisso avanti silenzio dentro hop altrove dove da sempre se no si saprebbe ¬Ľ. Visione ormai atemporale. Ci appare definito solamente il tempo che l’artista impiega a finir bene il suo quadro. E i tre ¬ę pezzi ¬Ľ sono in fondo tre momenti: una coppia di ¬≠ciamo attiva, o meglio il suo ricordo; una coppia quasi morta; un essere solo, in una agonia indefinita.

Ma se i tre testi anzidetti sono tassativamente definitorii della visione del mondo, di quella che si chiama comune ¬≠mente ¬ę esistenza ¬Ľ, che Bec ¬≠kett ci impone; quello prece ¬≠dente, in inglese, ci offre una chiarissima conferma del pro ¬≠cedimento dell’artista, che √® per astrazione o meglio per erosione. Egli parte da visio ¬≠ni di vita sempre sottintese e pur rivelate ogni tanto da rapidi sguardi all’indietro (si veda a p. 19), rifiutate ma pur sempre tenaci, disgustan ¬≠ti e fascinose ad un tempo nella loro vieta banalit√† (gi√† sapute, avrebbe detto Rimbaud), e corrodendole e im ¬≠poverendole col suo codice le riduce al suo schema essen ¬≠ziale: cio√® al loro inesorabile, indefinito perch√© mai conclu ¬≠so, declinar verso il nulla. E appunto perch√© sorgono da un ricco humus, le sue deso ¬≠late figurazioni sono cos√¨ vi ¬≠tali.


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