Beckett e il nulla

di Mario Bonfantini
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 26 marzo 1970]

« …II telaio della finestra era verde, pallido, la parete grigia, mia madre bianca e così minuta che potevo vedere dietro di lei (al ­lora era acuto il mio sguar ­do) l’oscurità della stanza, e su tutto questo il sole tondo appena sorto: tutto ridotto dalla distanza, molto grazio ­so nel suo insieme, realmen ­te, ricordo, il vecchio grigio e poi l’esile cornice verde e il bianco appena accennato sul ­lo sfondo nero, se solo lei avesse potuto stare ferma e permettermi di guardare tut ­to questo ». Così Samuel Beckett, nel corso di un lungo frammento: «Da un’opera abbandonata », che forma con tre altri scritti un libretto di traduzioni italiane coi testi originali a fronte, in inglese il primo, in francese i se ­guenti, pubblicato di recente da Einaudi (Teste-morte, tra ­duzione di Valerio Pantinel e Guido Neri, pp. 90, L. 1.000). Libretto essenziale, potente ­mente rappresentativo, così scarnito, del ben noto nichi ­lismo radicale del Beckett e della poesia che lo fiorisce. II passo citato ci sembra una raffinatissima « natura mor ­ta » (parola congeniale al nostro autore!) dove l’unico elemento vivo in sé, la madre, è solo una nota di colore, e se si muove distrugge l’incanto della visione.

Questo primo testo, del 1957, in un inglese esemplar ­mente lineare, è una confes ­sione, autobiografia immagi ­naria presto interrotta, d’un tipico non integrato, una spe ­cie di vagabondo invecchiato che non rimpiange nulla: « Solo rimpiango di essere nato, morire è un affare che va troppo per le lunghe, ho sempre pensato », ma non ri ­nuncia a forti sensazioni di vita fisica. I tre che seguo ­no: «Basta », «Immagina ­zione morta immaginate », « Bing », pubblicati fra il ’65 e il ’66, progressivamente più brevi, sono una specie di Gradus ad obitum, che parte dal memoriale di un tempo favo ­losamente lontano, presentato quasi come un testamento da un essere che solo dall’ulti ­ma riga si apprende di sesso femminile, il quale nell’in ­fanzia ha lentissimamente camminato per anni, tenuto per mano da un vecchio anchilosato, curvato in avanti ad angolo retto in modo da guardare soltanto la terra; una terra di ripide salite e di penose discese, cosparsa nien ­te altro che da fiori, ma ri ­dotti a corolle, senza stelo (« neanche l’idea che si po ­tessero mettere all’occhiel ­lo »), di cui i due ogni tanto si cibano.

Segue un quadro cui un pittore potrebbe dare il nome di « Mondo in bianco »: due corpi umani candidi, « né grassi né magri, né grandi né piccoli », piegati in modo da contenersi in un cubicolo bianco, come di cemento, a volta rotonda, in una immo ­bilità assoluta che contrasta « con la luce solare scatena ­ta », mentre solo un duplice sguardo sinistramente azzur ­ro si leva da quella coppia a rivelare la vita con un « infi ­mo trasalimento subito re ­presso »; il tutto in un silen ­zio astrale. E i tocchi succes ­sivi della figurazione si mol ­tiplicano, insistono fino alla ossessione.

Similissimo il quadro se ­guente, dove però c’è un cor ­po solo e gli occhi man ma ­no risultano soltanto fori: « Testa globo in alto occhi fori azzurro pallido quasi bianco fisso avanti silenzio dentro hop altrove dove da sempre se no si saprebbe ». Visione ormai atemporale. Ci appare definito solamente il tempo che l’artista impiega a finir bene il suo quadro. E i tre « pezzi » sono in fondo tre momenti: una coppia di ­ciamo attiva, o meglio il suo ricordo; una coppia quasi morta; un essere solo, in una agonia indefinita.

Ma se i tre testi anzidetti sono tassativamente definitorii della visione del mondo, di quella che si chiama comune ­mente « esistenza », che Bec ­kett ci impone; quello prece ­dente, in inglese, ci offre una chiarissima conferma del pro ­cedimento dell’artista, che è per astrazione o meglio per erosione. Egli parte da visio ­ni di vita sempre sottintese e pur rivelate ogni tanto da rapidi sguardi all’indietro (si veda a p. 19), rifiutate ma pur sempre tenaci, disgustan ­ti e fascinose ad un tempo nella loro vieta banalità (già sapute, avrebbe detto Rimbaud), e corrodendole e im ­poverendole col suo codice le riduce al suo schema essen ­ziale: cioè al loro inesorabile, indefinito perché mai conclu ­so, declinar verso il nulla. E appunto perché sorgono da un ricco humus, le sue deso ­late figurazioni sono così vi ­tali.

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