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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Carlo Sgorlon: “Il taumaturgo e l’imperatore” (già “Marco d’Europa”)

22 Dicembre 2014

di Bartolomeo Di Monaco

Non si sottrae Sgorlon al fascino di ricostruire la storia di un personaggio friulano vissuto nel XVII secolo, al tempo dell’invasione dei turchi, che aspiravano a conquistare l’Europa cristiana ed erano giunti alle porte di Vienna. Il personaggio è padre Marco d’Aviano, “che da laico si chiamava Carlo Cristofori”, e l’autore è venuto a conoscenza delle sue gesta da un padre cappuccino, il dottor Venanzio Renier, che lo invita a scriverne la storia. Premette Sgorlon, significativamente: “Io ero molto perplesso […] Però un narratore è anche un artigiano, un professionista, e deve saper raccontare qualunque storia, anche quella di un santo. In certo modo mi sentii sfidato, e così decisi di accettare.”

Suonano in tutti i villaggi le campane a martello. La gente è appena andata a dormire e subito si riveste alla bene e meglio “infilando le brache da lavoro, ancora impataccate di terra” e scende nelle strade e nelle piazze. Questo succede anche nella cittadina friulana di Aviano, da dove si diparte la storia. Cosa è e cosa non è, finalmente arriva un carretta guidata da un contadino tutto trafelato e si viene a sapere ciò che si temeva: stanno arrivando i turchi! “Teste mozze rotolarono e furono infilate sulla cima delle picche, tra urla di terrore. Anche vecchie donne furono scannate, mentre le giovani furono rapite, per essere vendute sui mercati d’Oriente.”

È un’epoca tristissima quella in cui ci si avventura, giacché l’Europa è funestata dalla guerra, “una strega scrofolosa e urlante che non si addormentava mai del tutto.”: guerre di religione e guerre tra stati per l’allargamento dei propri confini.

Carlo Cristofori, che diventerà poi padre Marco d’Aviano, nasce circondato da atmosfere cupe, in una famiglia molto agiata, con il padre Marco che era un mercante “molto conosciuto” e il cui nome “era molto rispettato in tutta la zona”, e la madre Rosa donna religiosissima: “La misericordia divina era un punto fermo nelle convinzioni di Rosa Zanoni.”

Uno zio paterno, Cristoforo Cristofori, era parroco di San Leonardo. In quel tempo erano fresche nella memoria del popolo le imprese dei turchi che avevano razziato e ucciso dappertutto. Ancora si raccontava delle loro crudeltà. Padre Mariano, un frate cappuccino capitato durante la quaresima a predicare nella piazza del paese, gremita fino all’inverosimile, invitato a casa dei Cristofori, davanti al piccolo Carlo “parlò dell’assalto a Cipro, avvenuto settant’anni prima, e del terribile assedio subito da Famagosta”, città nella quale “la ruota del supplizio era stata installata sulla piazza principale” e “Marcantonio Bragadin era stato scuoiato con affilatissimi coltelli dal carnefice”. Sgorlon disegna in questo modo l’atmosfera in cui il ragazzo cresce, infervorato dalla religione e dal desiderio di adoperarsi pure lui per sconfiggere l’avanzata di un popolo, quello turco, capace di tali nefandezze. Si stupisce che tra i tintori che lavorano nella fabbrica, suo padre prediliga nientemeno che un turco, AbÅ«’l Kahyz, (“che non era turco, ma curdo”), il quale aveva “cicatrici sul petto e sulle braccia”, ed era “sempre un grande nemico della cristianità”. Ma per il padre, AbÅ«’l era un buon tintore, che conosceva molti segreti del suo mestiere, e “questo bastava al padrone.”

Invece Carlo, in un viaggio che fa col padre a Venezia, nota che la città “era un piccolo fiume di persone che venivano dalle terre del turco, anche se non erano turche loro.” e teme che sia, dopo la sconfitta subita dai turchi a Lepanto, una nuova forma di invasione e di conquista: “I nemici erano entrati in città in modi del tutto pacifici, senz’armi, né assalti, con il sorriso sul volto e senza mascheramenti di sorta.” È in corso anche la guerra dei trent’anni (1618-1648), che vede l’impero asburgico, difensore della cattolicità, combattere contro i francesi, desiderosi di primeggiare in Europa, e nel collegio dei Gesuiti, dove Carlo è andato a studiare, molti compagni, rampolli di nobili e ricche famiglie, nascostamente parteggiano per questi ultimi, destando meraviglia e incomprensione nel giovane, la cui attenzione, tuttavia, è rivolta soprattutto verso l’impero ottomano il quale, profittando delle guerre in corso tra gli stati cristiani, aveva ricominciato il suo assalto alle fortezze veneziane, tra le quali, quella dell’isola di Candia, il cui mare una mattina è funestato da un numero impressionante di fuste e sciabecchi “che issavano la bandiera della mezzaluna”. Non ha altro modo di raggiungere Candia per arrecarvi il suo personale soccorso se non quello di farsi frate cappuccino, e così, avuto il consenso dei genitori, si ritira nel convento di Conegliano, affidato al “Maestro dei novizi”, “padre Bernardo da Pordenone, un vero uomo di Dio.”, ed è qui che assume il nome con cui sarà conosciuto: padre Marco d’Aviano. L’impero ottomano è visto come l’impero di Satana: “il vero dominatore non era Maometto IV, del resto ancora giovanissimo, ma Satana medesimo.”, “perché i turchi nient’altro sapevano progettare che l’invasione, il massacro e la diminuzione del regno di Cristo.” Di fronte ad una cristianità disorientata e divisa, in un secolo devastato da guerre di religione e di potere, sta, dunque, un popolo compatto e deciso, quello dei turchi, “eterni padroni della guerra”, che “sognavano un impero i cui confini coincidessero con quelli del mondo.” Sgorlon ricostruisce la storia e il clima di quegli anni con assoluta precisione e maestria, mettendo a disposizione di fatti realmente accaduti la sapienza del suo narrare. Così, se negli altri romanzi, noi abbiamo assistito al dispiegarsi della sua fantasia nella costruzione di una trama volta a rappresentare il destino dell’uomo sempre circondato dall’arcano e sottoposto ad eventi che stanno al di là dei confini conosciuti di spazio e di tempo, qui egli ricerca negli stessi fatti accaduti la vocazione di un destino ineluttabile. La vita di Carlo Cristofori ci appare come segnata e predestinata, allo stesso modo di quella del Sansone biblico che “aveva scosso le colonne del tempio di Dagon, trascinandosi dietro nella morte anche centinaia di filistei.”

Sono i motivi che già ci hanno affascinato nei precedenti romanzi di questo autore: “lui viveva soltanto perché Dio l’aveva pensato e amato, perché in Dio pensiero e amore erano il profilo di un’unica realtà.” Le scoperte scientifiche che si andavano facendo in quegli anni, provavano che esisteva “uno spazio sterminato e un giro sconfinato di mondi celesti. Dopo il sole e i pianeti dovevano esserci altri soli e infiniti pianeti.” Padre Marco comincia la sua vita di predicatore e ad ascoltarlo vengono in molti, attratti dalla sua facondia, o meglio dalla sua “potenza evocativa”. Anche lui è, dunque, un raccontatore, come ne abbiamo già incontrati in Sgorlon: “non era un parlatore raffinato, prezioso e concettoso, ma di genere popolare.” Ha modo di ricredersi sul padre e ora capisce che teneva il fedele AbÅ«’l, come altri di razze diverse, “perché li giudicava uomini come gli altri.” Sono gli anni della sua formazione e del cambiamento. Candia ha dovuto arrendersi all’assedio dei turchi, il mondo pare sconvolto, e sempre di più Marco si sente attratto dal pensiero che è “l’immensitudine non misurabile di Dio a prevalere su ogni cosa.” e Dio è “il maggiore dei misteri e dei possibili incanti.” Si avvale delle cupe immagini della morte per conquistare lo spirito degli ascoltatori, e ancora una volta la tenebra di colei che non poteva esistere senza la vita, torna a suscitare meraviglia e sgomento negli uomini, giacché senza la morte “la vita stessa perdeva ogni senso.” Sgorlon rende tutto ciò con fascinosa partecipazione, suscitando in noi, ancora una volta, come ne “La carrozza di rame”, il ricordo di quel grande capolavoro di Ingmar Bergman, “Il settimo sigillo”. La vita di padre Marco ha uno scopo ben preciso; cominciano a mostrarsi e confermarsi in lui i segni di una predestinazione. Inviato a predicare in luoghi diversi e lontani, in tutti accende entusiasmo e fervore religioso. Alcuni fatti miracolosi avvengono per il suo tramite e lui stesso non sa capacitarsi del perché: gli stessi gesti compiuti tante altre volte, ora, all’improvviso, si tramutano in una energia guaritrice. È un taumaturgo: “Ciò che aveva notato in sé, ambedue le volte, era stata un’emanazione di energia, una vampata di calore, una lingua di fuoco che aveva attraversato le sue braccia e le sue mani.” Per altre vie, rispetto ai precedenti protagonisti dei romanzi di questo autore, padre Marco è anche lui, comunque, portatore di quel mistero onnipresente che lega l’indefinibile alla realtà. Le guarigioni che va compiendo sono la manifestazione di una energia portentosa che certamente deriva da Dio, ma nel contempo rivela l’infinitudine e il mistero della Creazione. Attraverso i prodigi di padre Marco, Sgorlon, nel momento in cui ci fa entrare nelle umili case dei miracolati, o sostare lungo le strade, o visitare le lussuose dimore di Venezia e delle famiglie regnanti, compie un legamento indissolubile tra la realtà misurabile e l’infinito, tra ciò che cade sotto i nostri sensi e ciò che solo possiamo appena percepire come avanguardia di un mondo che sta oltre e che non può che confonderci e smarrirci: “Molteplici sono i desideri dell’uomo, ma il massimo è senza dubbio quello di stabilire un contatto con il mondo invisibile. Marco pareva possedere quel contatto.”

Il disegno turco di abbattere la cristianità, di “trasformare la basilica di San Pietro in una grande moschea turca, ossia di avere tutta l’Europa ai suoi piedi”, continua ad assillarlo come tanti anni prima. I turchi sono arrivati ad impadronirsi di interi stati e, sotto il comando del feroce Kara Mustafà “il Nero”, che voleva fare dell’Europa “un continente turco”, e con le ambizioni del gaudente Maometto IV (soprannominato Maometto il Cacciatore) che, rivelatosi in realtà assai deciso e spietato, “sognava di passeggiare un giorno nei viali della reggia che il Re Sole stava costruendosi”, la loro minaccia si è fatta ancora più terribile. E l’Europa come reagisce? Non reagisce; conclusa la guerra dei trent’anni, ancora è occupata nelle lotte intestine, consunta dalle invidie e dalle gelosie tra gli stati più importanti. Il Re Sole sta combattendo gli ugonotti per convertirli al cattolicesimo con una tale violenza da ricordare quella dei turchi.

Padre Marco è contrario alla crudeltà e alla guerra, ma “sapeva benissimo che l’unico rimedio all’avanzata dei turchi era l’uso della spada.”

L’imperatore che incontriamo nel titolo, con il quale è destinato ad incontrarsi, è Leopoldo I d’Asburgo, “il sacro romano imperatore tedesco” che, dopo il Pontefice, “Era la suprema autorità politica del mondo.” Lo manda a chiamare dalla residenza di Linz, dove si è ritirato, essendo la capitale, Vienna, colpita dalla peste. La sua vocazione era quella di diventare un prete, ma la morte del fratello Giuseppe, lo aveva fatto togliere dal seminario per salire sul trono. Ora è affranto dal rimorso di non poter condividere la sorte dei suoi connazionali residenti a Vienna e di essere stato costretto dalla sua carica a lasciarli soli di fronte al pericolo della morte. Anche riguardo alla minaccia dei turchi, il suo primo moto è stato quello di cercare di “chiudere gli occhi e di convincersi che essa non esisteva”, “Il suo tormento era quello di non essere all’altezza della carica.” Lo angustia altresì il trovarsi sempre in conflitto con la Chiesa di Roma, lui, imperatore dello “stato più cattolico d’Europa.” Nel contempo, il superbo e ambizioso Re Sole continuamente trama contro di lui in modi sempre più insidiosi, al fine di scalfirne l’autorità ed incita i turchi a non temere gli Asburgo. Finalmente la Provvidenza fa incontrare il taumaturgo e l’imperatore cattolico. Si sentono subito a loro agio. Padre Marco si rende conto degli intrighi dei cortigiani, volti solo a curare i loro interessi, e delle debolezze caratteriali dell’imperatore, mal consigliato. Non si può stare inerti, la prima cosa da fare è muovere guerra ai turchi, arrestarne la tracotanza, tutto il resto si sarebbe aggiustato di conseguenza. È l’insistente consiglio che rivolge al sovrano. Lungo il percorso di padre Marco e di padre Cosma, che lo segue come un’ombra e tiene un diario di viaggio in cui annota soprattutto i molti prodigi del compagno, incontriamo brani di storia sia civile che religiosa che fanno costantemente da sfondo, ed anche da richiamo, e nelle cui trame Sgorlon si muove in modo tale da suscitarne la malia. Personaggi storici che appena compaiono, o ambienti, come quelli delle varie corti di regnanti e di principi in cui si trova a predicare, o città e villaggi attraversati, con pochi tratti di penna assumono vita propria, al di là del narrato, ed il lettore ritrova lo sviluppo della vita di quegli ambienti e di quegli uomini nella propria sollecitata fantasia. Non è qualità di poco conto. Un modo, ossia, di moltiplicare la propria scrittura in infinite altre storie non narrate ed invisibili che hanno in sé il germe della creazione, che si insinua e si sviluppa nella nostra fantasia. L’invisibile che Sgorlon ha sempre posto accanto alla realtà, con un potere di suggestione infinito, in questo romanzo – dal grande e sontuoso affresco che spazia su tutta l’Europa di quel tempo, con il sapiente innesto di particolari che denotano una sicura competenza e una preparazione puntigliosa – si trasferisce nella scrittura, nel rapporto tra narrato e non narrato, il quale ultimo non abbandona mai il primo, arricchendolo in ampiezza e, meglio ancora, in “infinitudine” e “magheria”.

La minaccia turca si fa di giorno in giorno più sfrontata, finché Maometto IV invia una lettera a Leopoldo I annunciandogli che di lì a poco sarà a Vienna ” dove gli avrebbe fatto il servizio di tagliargli la testa”. Il vecchio sogno di padre Marco di arrestare l’avanzata dei turchi forse è per realizzarsi. Anche il Papa Innocenzo XI alza la sua voce perché si formi una Santa Alleanza, un’altra Lega Santa, così com’era accaduto a Lepanto. Marco non può restarne fuori. Si sente predestinato a quell’evento straordinario. Sgorlon costruisce le pagine imponenti, epiche, che ci aspettavamo, così come si era già visto ne “L’armata dei fiumi perduti” allorché ci aveva narrato lo scontro tra cosacchi e partigiani, e quel rullare dei tamburi nel momento in cui l’armata turca, levate le tende, si accinge ad avanzare, sembra risuonare non solo nello stretto spazio di una pianura, prima quella ungherese e poi quella austriaca, ma per tutta l’Europa. Come al comando dei turchi sta il feroce Kara Mustafà, così l’esercito cristiano è guidato dal valente Carlo di Lorena, ma il suo compito è arduo. L’imperatore è impaurito, fugge da Vienna, e sul suo esempio, la città è abbandonata in tutta fretta da chi può farlo, disponendo di denaro e di carrozze. “Qualcuno ricordava il martirio di Marcantonio Bragadin, spellato vivo sulla piazza di Famagosta, dopo la sconfitta di Cipro.” Di lì a poco Vienna cade sotto assedio, ed è a questo punto che l’imperatore avverte il bisogno di avere al suo fianco padre Marco; ma non solo lui, lo stesso Carlo di Lorena e tanti altri riconoscono che vi è la necessità che nei soldati cristiani si accenda il fuoco del suo carisma. Lo chiamano e il frate cappuccino accorre. Non è a Candia che si dirige, che era stato il suo desiderio da ragazzo, ma a Vienna, la città più importante della cristianità, la cui caduta avrebbe significato il dominio su tutta l’Europa dei turcomanni. Il Papa stesso “gli aveva ordinato di partire con ogni mezzo, perché a Vienna serviva la sua presenza.” Sgorlon sfodera qui le sue avvincenti risorse di grande narratore. Padre Marco in qualche modo riesce ad avvicinarsi a Vienna assediata e subito la sua presenza è percepita dai soldati come un evento destinato a dare loro la vittoria. Si stanno radunando, infatti, altri rinforzi provenienti dalla Baviera, dalla Sassonia, dal Palatinato e perfino dalla Polonia alla testa del valoroso re Janos Sobieski III, che pretende il comando generale, sostituendosi a Carlo di Lorena. Leopoldo I è di nuovo rifugiato nella sua residenza di Linz, ma è pronto ad assumere lui il comando, se non vengono sedate le rivalità. Sarà padre Marco a conciliare le ambizioni dei due comandanti. Sgorlon ci fa entrare nel bel mezzo della guerra: i turchi sono riusciti a conquistare “alcuni baluardi e bastioni”, la città è colpita da un’epidemia che la sta decimando, mancano acqua e viveri. Lo stesso Re Sole, che tanto aveva brigato perché i turchi invadessero l’Impero, ora teme che la guerra travolga lui pure, insieme con l’Europa. L’azione di convincimento e di incoraggiamento svolta da padre Marco si riverbera su tutti, sulla truppa come sui comandanti. Si comincia a parlare di lui come di un nuovo Pietro l’Eremita, “che aveva sostenuto il morale dei soldati alla prima crociata”, o di una Giovanna d’Arco. Sgorlon si sofferma su questa cruenta pagina di storia, giacché ne vuole evidenziare tutta l’importanza per il destino dell’Europa: “Tutti capirono che l’assedio subito da Vienna era uno dei più pericolosi che si fossero mai verificati nella storia dell’Occidente, perché esso avrebbe segnato il destino stesso di tutta l’Europa.” Come nel 732 d.c., con la battaglia di Poitiers, si era scongiurato che l’Europa diventasse araba e maomettana, così in quell’ultimo scorcio del 1683, la vittoria della cristianità avrebbe impedito che l’Europa diventasse un continente turco. Un nuovo spirito di crociata pervade l’esercito cristiano che si sta muovendo in soccorso di Vienna, e si è consapevoli che tutto ciò va ascritto al merito dell’uomo di Dio, ossia di padre Marco e del suo fervore taumaturgico. Dall’alto della collina di Kahlenberg, egli mostra agli eserciti che stanno combattendo la croce di Cristo “brandita verso il cielo, come una lancia di forma inusitata.” È il 12 settembre del 1683, quando Vienna è liberata e il terribile Kara Mustafà fugge a cavallo determinando la rotta dei turchi, che “andò ingrossandosi e divenne un’alluvione.” Ma ancora una volta, dopo la vittoria, gli stati cattolici prendono a contendersi tra loro, soprattutto contro la Francia e la Spagna, divenute sempre di più intriganti e dispotiche, e così la guerra contro i turchi, rifugiatisi in Ungheria, tarda a riprendere, con rammarico di padre Marco, che continua a vedere in loro il maggior nemico della cristianità. Le truppe cristiane si abbandonano al saccheggio e alle violenze nei confronti dei villaggi ungheresi, preoccupate di rifornirsi di cibo che la mancanza di adeguati finanziamenti da parte del Papa rende insufficiente. Lontano è il pensiero dei comandanti di affrontare con un attacco decisivo i turchi, rinserrati nella robusta fortezza di Buda, al di là del Danubio. Sarà ancora l’opera instancabile di padre Marco a consentire nuove avanzate e nuove conquiste, ma allorché Carlo di Lorena, per ragioni di salute, è sostituito al comando dell’armata da Luigi del Baden, il quale ritiene i turchi ormai “travolti da un destino storico irreversibile” e che la vera minaccia è rappresentata dal Re Sole, e allorché muore Papa Innocenzo XI e sale al soglio pontificio Alessandro VIII, che interrompe del tutto “le generose sovvenzioni del passato”, il sogno di Marco si dissolve. Ora è contro la Francia che si costituisce la Lega di Augusta, ossia la cristianità si scanna al suo interno per le solite insaziabili ambizioni e gelosie, così perverse da riuscire a provocare perfino un nuovo attrito tra l’imperatore cattolico e il Santo Padre. Nessuno come l’imperatore Leopoldo ha avvertito l’amicizia e la grandezza di padre Marco. Alla sua morte, che avviene a Vienna, dove il frate cappuccino si trovava per servire ancora una volta Leopoldo, riuscendo a riconciliarlo col Papa, vuole che tutta Vienna, dal popolo alla nobiltà, renda omaggio al corpo del taumaturgo, che sarà poi sepolto nella famosa cripta dei cappuccini, accanto ai sarcofaghi borchiati e di metallo scuro degli imperatori d’Asburgo. Al momento della traslazione “Tutte la campane di Vienna suonarono a festa.”


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Bart