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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Carlo Sgorlon: “Il velo di Maya”

24 Dicembre 2014

di Bartolomeo Di Monaco

Il romanzo ha un inizio temporale esplicito: la fine di ottobre, una sera del 1950, ed anche uno spazio definito: la chiesa di Santa Maria Ausiliatrice, “non lontana dal loro palazzo cinquecentesco.” Si tratta della famiglia d’Artegna composta dal capofamiglia Ranieri, archivista, dalla moglie Agnes, casalinga, e dal figlio Jacopo. Che cosa succede quella sera? Succede che, andati alla Messa prefestiva, al ritorno a casa i genitori si accorgono che Jacopo non è con loro. La madre lo cerca e infine scopre che è rimasto nella chiesa, ormai svuotata dei fedeli, e sta suonando l’armonium: una vera sorpresa. Ancor più quando il figlio le rivela che nella soffitta di casa ha un cembalo, che il padre di un suo amico gli ha accordato e sul quale, assenti i genitori, si è addestrato a suonare lo strumento. Jacopo ha otto anni e “sapeva suonare, ma nessuno gli aveva mai insegnato neppure a leggere uno spartito. Lo faceva per istinto, perché qualcosa aveva introdotto nei suoi cromosomi una disposizione musicale incomprensibile.”.

È l’avvio di una vicenda straordinaria. Sgorlon ne approfitta per ribadire una delle sue convinzioni più ferme e assidue: “La natura o il Padreterno, o quello che si voleva, lo avevano fabbricato per stupire la gente e farle pensare che la mente umana, e anzi la realtà tutta, nel suo complesso, era molto più complicata di quello che la gente solitamente pensava.”.

L’incomprensione con e tra i genitori inducono Jacopo ad abbandonare la casa di nascosto, recandosi a Verona, dove conduce per un certo tempo una vita zingaresca, con ciò confermando un’attenzione speciale che Sgorlon ha sempre avuto per questo genere di vita avventurosa. Con l’aiuto del flauto di legno e della sua bravura si farà notare mentre suona in strada e i passanti gli gettano delle monete. Sarà notato da un impresario teatrale che gli offrirà dei biglietti omaggio per assistere ad un concerto e al Rigoletto.

Lungo le strade di Verona continuerà a suonare accompagnandosi con una giovane zingara, Desirée, a cui insegnerà a migliorarsi finché all’improvviso e misteriosamente la ragazza sparirà e rafforzerà in Jacopo il proposito di tornare a casa, dove la madre gli rivelerà che si è convinta della serietà della sua passione e lo ha iscritto all’istituto musicale. Jacopo non solo è bravo e stimato da professori e allievi, ma è versatile e riesce a suonare molti strumenti. Tuttavia avverte come un diaframma invalicabile il momento in cui dalla musica tradizionale si passa all’insegnamento della musica moderna, in cui pare abolito il sentimento per dare l’intero spazio all’intelletto. L’autore ne approfitta per ribadire, anche qui, la sua convinzione che il sentimento occupa un ruolo importante nell’universo e negli uomini e non ci se ne deve privare: “Le musiche che la gente riesce a ricordare sono quelle che si accordano e rispondono a certe strutture musicali innate, e ribadite dall’ambiente e dalla cultura, che abbiamo nel profondo.”. E poco dopo ecco il suo omaggio alla musica, già considerata, qualche brano precedente, fascinosa come una donna, in possesso, ossia, di “un’essenza femminile.”: “la musica era un’esigenza universale dello spirito e uno dei volti della bellezza.”.

Non è senza significato che proprio in questo romanzo, in cui la musica ha la parte principale, anche la donna, e soprattutto la sua misteriosa natura, fatta di seduzione, bellezza, gelosia, desiderio di dominio e tanto altro ancora, assuma la connotazione di comprimaria. L’insegnante Alice, la viziosa Letizia, la figlia di un giostraio: Desirée (che gli riserverà la sorpresa finale), poi Marisol (soprattutto) e Tatiana, caricano la storia di un forte contenuto erotico tra i maggiori trovati nelle opere dello scrittore friulano. L’alone che le avvolge attrae e conquista il lettore. Jacopo era “molto vulnerabile nei territori di Venere.”. La musica è donna, secondo il suo pensiero, e ne è convinto a tal punto che a Desirée (bella l’immagine di lei che non ha timore di spogliarsi e mettersi nuda davanti a lui) confida che il suo sogno è quello di organizzare un’orchestra formata da sole donne. Lo farà, poiché “Sentiva che la donna era un essere privilegiato e il capolavoro della natura.”.

Riguardo a Desirè, rimasta come domestica in casa di Jacopo e del padre, dopo la morte della madre di cui era stata assistente, l’autore scrive: “L’amore ha parole profonde e decisive per tutti. A Jacopo esso stava dicendo che Desiréè, chiunque fosse, da qualunque famiglia venisse, era la sua donna, quella che avrebbe avuto accanto a sé per sempre.”. La scelta, qualunque sia alla fine la donna della sua vita, è stata fatta e la congiunzione tra musica e donna non poteva avere rappresentazione migliore: “Ciò che contava era che Desirée e lui erano entrati nello schema dell’eros, nel piano misterioso della natura, che secondo molti nessuno aveva disegnato, ma esisteva.”.

Il legame tra la donna e la musica viene messo in rilievo anche quando Jacopo è chiamato in Austria a dirigere l’orchestra per rappresentare l’opera di un autore moderno. Questo tipo di musica non piace a Jacopo, che la considera lontana dal sentimento e troppo frammentata, illogica e disarmonica, ma è un incarico prestigioso a cui, come gli suggerisce Desirée, non deve rinunciare. Ebbene, durante le prove, non solo lui, ma anche le donne che compongono l’orchestra “capivano che, all’interno di quel poema smisurato, era avvenuta una specie di catastrofe, di diluvio universale su ciò che esse avevano sempre inteso per musica.”.

Il libro si va sempre più rivelando come narrazione delle peripezie (non esenti, sotto il profilo strettamente letterario, da venature picaresche) vissute da un propugnatore e difensore della musica classica contro l’avanzata irruenta di una musica avversa al passato e portatrice di una rivolta simile a quella che si andava formando nella società. La battaglia di Jacopo è irta di ostacoli, come sempre succede – pare suggerirci l’autore – allorché si intraprendono lotte tese alla salvaguardia di ciò che non appartiene all’uomo ma alla natura e alle sue regole eterne. Jacopo, in questa battaglia, sarà assistito anche dalla fortuna: “Ogni uomo era o non era per condizioni impercettibili della sorte.”.

Sgorlon ci riserverà anche delle sorprese che terranno il lettore con il fiato sospeso, dando al romanzo qualche segnatura rocambolesca che costringerà Jacopo a sospendere la sua dedizione alla musica per seguire le disavventure della sua Desirée ed altro ancora, che consentirà all’autore, inoltre, di rendere omaggio al Corpo degli Alpini.

Prenderemo a conoscere, infine, un Jacopo “secondo”, il quale sarà interessato ai misteri del mondo, tanto cari a Sgorlon, ivi compresi quelli che attengono all’eros. Nel breve smarrimento provocato dalla scomparsa di Desirée, infatti, l’eros fa di nuovo la sua comparsa prepotente, recuperando presto il suo spazio grazie alle seduzioni di una avvenente orchestrale di origine argentina, Marisol. Data ormai per perduta la sua Desirée, Jacopo non saprà resistere alla sua malia: la “sentiva come un enigma della bellezza cosmica che aveva assunto forme umane.”. Ormai il pensiero di essere immerso in qualche cosa di arcano e misterioso ha preso possesso dentro di lui: “L’apparenza delle cose era forse la loro vera essenza. Essa era al di qua del velo di Maya, perché al di là le cose erano simili al nulla. Oltre il mantello della dea essere e non essere erano pressoché la medesima cosa. Ciò che valeva per la musica si poteva ripetere per ogni cosa e per ogni creatura.” E ancora: “il velo di Maya non era quello dell’inganno, che serviva a mascherare l’infinito labirinto e l’infinito miraggio del mondo, ma un dono degli dèi, per renderci più accettabile l’esistenza.”. Il punto di congiunzione tra Jacopo come uomo e la sua musica come espressione e vibrazione dell’universo è raggiunto: “Lui, anche come compositore, non era che un ponte attraverso il quale l’armonia dell’essere s’incarnava in suoni, in note, in frasi musicali, e passava dall’inespresso all’espressione.”.

A tale riguardo l’eros è stato un potente intermediario, una suadente voce suggeritrice (esso “Aveva sempre come compagno la musica”), non certo, tuttavia, in solitudine bensì accompagnato da tutti i sensi da cui l’uomo è posseduto, i quali danno significato al vivere. L’eros sarà perfino la medicina che lo guarirà da una disavventura, dalla quale sarà liberato dagli Alpini mandati a cercarlo da suo padre Ranieri, le cui conseguenze ne avevano compromesso i rapporti amorosi con la sua nuova donna, divenuta sua moglie, Marisol, e la sua creatività musicale. Marisol, una donna procace, ce la metterà tutta per risvegliare in Jacopo l’eros perduto e, come conseguenza diretta, il suo interesse, che si era spento, per la musica classica.

Troveremo: “Era una sorta di iniziazione a un rapporto amoroso straordinario, in cui l’eros era assente, ma veniva evocato come una divinità remota e capricciosa, di cui si attendesse il ritorno in modi sciamaneschi.”. Un qualcosa, ossia, che se n’era sparito oltre il velo di Maya e che Marisol si sforza, ancor più di Jacopo, a riportare al di qua del velo (“l’Ospite atteso”).

Si tratta di un romanzo fondamentale nella produzione di Sgorlon, il quale nell’eros e nella musica identifica le principali manifestazioni dell’energia universale, in grado di trasformare il nulla che si trova al di là del velo di Maya nel ciclo esistenziale che è possibile soltanto con il trasferimento di questo nulla, o anche di questo essere o non essere, di questa “parte notturna del mondo”, al di qua del suddetto velo.

Da segnalare un concetto che l’autore esprime ricorrentemente, ma mai in modo così esplicito come in questo libro e che anche il lettore avrà provato: “ciascuno di noi, in forza di un sentimento naturale, di cui non siamo responsabili, avverte se medesimo un po’ come il centro del mondo.”.

Vi ho scoperto qualcosa che riguarda anche me, che giunto alla fine dei miei settantadue anni, e molto deluso delle cose di questo mondo, pur essendomici impegnato da giovane ed oltre, ho trovato a me congeniali. Sono le qualità che Sgorlon attribuisce al giovane Andrea Malatesta: “A lui non importava quasi nulla degli eventi pubblici e generali, l’andamento dell’economia, il continuo saliscendi della Borsa, chi fosse al potere, se ci fossero in programma grandi opere pubbliche o scioperi micidiali.”.

È l’ennesima riprova che ci troviamo di fronte ad un narratore che non si limita a raccontare, per la qual cosa forse nemmeno si metterebbe a scrivere, ma che cerca le risposte fondamentali non solo riguardo all’uomo ma soprattutto riguardo all’esistenza universale.


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