Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Carlo Sgorlon: “Il trono di legno”

18 Dicembre 2014

di Bartolomeo Di Monaco

Non mi era mai successo di sottolineare la prima riga di un romanzo: “Da ragazzo vissi sempre con la testa piena di vento.”. Non è bella? Non ci fa già assaporare promesse intriganti?
Il primo capitolo ci dice che il protagonista narrante, in quel tempo che rammemora, viveva da solo con una certa Maddalena, che s’intuisce possa rappresentare ciò che resta della sua famiglia, ma non si sa niente, se sia una sorella, la mamma, una parente qualsiasi o una donna generosa che ha preso con sé quest’orfano sventurato. Il protagonista ci racconta solo che ogni tanto la vede sparire dentro un calesse che l’aspettava in luoghi solitari, dietro una macchia di acacie o di ontani. Si accenna a un Danese, di cui crede di udire la voce, quando scende in cantina, miracolosamente ricomparso nella casa che aveva abitata tanti anni prima, che deve essere stato un avo importante, al quale immagina appartengano vecchie carte geografiche e libri e quaderni scritti in una lingua incomprensibile. Al ragazzo, inoltre, piace sopra ogni cosa “il canto delle civette. Non c’era suono che io amassi di più. QUELLO ERA PER ME IL RE DI TUTTI I SUONI ESISTENTI, E CONFERIVA ALLA CASA UN’INESPRIMIBILE DIGNITí€ (il carattere maiuscolo è nel testo). Conduce un’infanzia da vero selvatico, impara a leggere e a scrivere da solo, non ha amici. Riesce ad ottenere la licenza elementare, ma non vuole proseguire gli studi. Ha attitudine ai lavori manuali che esaltino la sua fantasia, quali costruire un mulino a vento, una barca a vela, un carrettino, un rampone da baleniere ed altre cose del genere. Gli piace leggere e nella lettura si tuffa con accanimento barbarico. Tra i suoi libri preferiti: Moby Dick, che suscita in lui suggestioni di imprese epiche di cui è il protagonista. Un ragazzo, questo Giuliano, assai precoce, dunque, che ha molta fantasia e si nutre di fantasia. Il paese di Ontàns, vicino al quale vive, in una casa isolata da tutti, è troppo piccolo per lui, che assapora emozioni troppo grandi per essere soddisfatte nella lettura di libri avventurosi.

Mi vengono in mente personaggi immortali creati da Mark Twain, desiderosi della fuga verso una libertà assoluta.

Una rivelazione importante su Maddalena fattagli da un uomo scontroso, bizzarro, Luca, che gira nella notte anche intorno a casa sua, (è forse lui l’uomo che segretamente incontra Maddalena su quel calesse?), un cacciatore accanito, che in casa ha molte teste imbalsamate di caprioli e di cinghiali, i suoi trofei, sarà decisiva per la sua fuga verso l’ignoto, da scoprire e da gustare, il solo che possa dare soddisfazione al suo spirito. Mi pareva di essere nato proprio per salire sul primo veicolo a portata di mano e andare alla ventura. È il suo un viaggio della conoscenza? Se sì, mi domando come Sgorlon abbia immaginato questa storia per non renderla simile a tante altre già scritte e conosciute. È il primo interesse che mi stuzzica leggendo il libro.

Poi si comincia a capire che potrebbe darsi una conoscenza diversa, forse anche più difficile, un’impresa più ardua che aspetta il ragazzo: Tutto mi pareva fluttuante e nuvoloso, quasi che la realtà fosse qualcosa di vago e di soggettivo, e soprattutto come potessero esservi vari livelli di consistenza, tra i limiti estremi del fantastico e del reale. Beh, mica male questo tema che si è scelto – certamente a lui molto caro e già avvicinato altre volte – ma qui c’è una sensibilità vergine, ancora intatta, da imprimere, in cui i primi bagliori, le prime sorprese, le prime intuizioni, le prime scoperte, modellano una personalità in formazione, costruiscono un uomo. E Giuliano, lo si è già capito, non si accontenta di una conoscenza che stia nei limiti della realtà che lo circonda; la sua ambizione è più grande. E forse il seguirlo in questa esperienza aiuterà anche noi.

Si cominciano intanto a diradare le nebbie che lo circondano più da vicino. Viene a sapere talune cose importanti su sua madre e su Maddalena e sui rapporti di Luca con entrambe le donne; va in giro per scoprire anche chi fosse il Danese che aveva abitato la sua casa. Questa figura è la prima che domina con una certa efficacia la fantasia del ragazzo, che apprende come fosse venuto da via, ossia da lontano, da luoghi misteriosi, e di lui nessuno sapesse dire niente ed erano nate dicerie, che lo volevano un prete sfatto, un disertore, oltre che un marinaio. La cosa certa era che, giunto lui in paese, la vita del luogo era cambiata. Il Danese spargeva a quattro mani i suoi molti denari in feste e baldorie, che teneva nella casa che ora abitava Giuliano, la quale, pur così isolata, era diventata la meta di giovani e ragazze, che andavano a divertirsi da lui, che era arrivato al punto di assoldare una banda di musicanti, con tromboni e tamburi, e l’aveva tenuta in casa per due settimane. Elvira, una bella ragazza del paese, contro la volontà del padre, va a vivere con lui, diventa la sua donna. Eppoi, come per incanto, se n’era andato, con la carrozza con cui era arrivato tanti mesi prima, portando con sé soltanto la donna.

La narrazione, al momento, è molto lineare, rimane al centro dell’attenzione il ragazzo con la sua fantasia. È lui che sta conducendo il filo della storia, saldamente tenuto nelle sue mani, anche se qua e là s’intuiscono nicchie di possibili trame che l’autore lascia sparse come in una risacca, dalle quali potrebbero germinare ramificazioni che tutto lascia prevedere influenti e suggestive. Anche sul padre si diradano le nebbie. Un giorno, dopo la partenza del Danese, passati ben venticinque anni, nella casa da lui abbandonata viene ad abitare uno strano giovinotto, un tipo di vagabondo, con i capelli lunghi, che parlava un po’ il nostro dialetto, ma con accento straniero.

Non vi nascondo che leggendo questa presentazione, mi è tornato in mente il padre di Arturo, Wilhelm Gerace, nel romanzo L’Isola di Arturo di Elsa Morante, uscito nel 1957, e allora mi sono ricordato delle ansie che attanagliavano la mente di questo ragazzo, e forse un punto in comune c’è tra i due, tra quel lontano bambino, catturato dal mistero del padre, e questo Giuliano, comparso con le stesse trepidazioni, tanti anni dopo, nel 1973, costruito dalle mani di un altro abile e coinvolgente tessitore.

Le letture, soprattutto di storia, le figure di Cesare, Alessandro, Annibale, Gengis Kahn, il contatto con gli zingari, la cui vita nomade lo attirava, i giochi con ragazze coetanee un po’ sguaiate e libere, sollecitano in lui l’urgenza di scoprire una realtà che mi sfuggiva, che si rivelava nebulosamente, al di là di un velo. Tutto ciò con il quale viene a contatto possiede un alone di mistero: alle fantasie sul Danese, sui genitori sconosciuti, su Maddalena, di cui non sa perché esca a tutte le ore e qualche volta non rincasa la notte, sulla Villa della Contessa, in cui anni prima si era tragicamente conclusa una storia d’amore, si aggiunge il fascino misterioso di una ragazza, Flora (ragazzetta già donna, folle, libera e senza pudori), di cui Giuliano forse s’innamora, la quale pare inseguita da qualcuno che non si sa chi sia, che non si vede, e che la chiama: Flora! Flora! Flora! Da queste esperienze – dice Giuliano – ricavavo la medesima convinzione; che la realtà, le cose più vere del mondo erano al di là del sipario, e non di qua, vicino a me.

Dunque si conferma la storia di un viaggio verso la conoscenza, ma si delinea una sua peculiarità: non si tratta di una conoscenza ordinaria quella che il ragazzo va cercando, ma una conoscenza più profonda, rivelata e stimolata dall’intuizione che le cose più importanti, più vere, stanno dietro la realtà, che è quindi soltanto un’apparenza, una maschera. Ci si sta, a quell’età così giovane, per avvicinare ad un limite che spesso è del tutto ignorato dai grandi, e così viene spontaneo pensare a Giuliano come ad un ragazzo speciale; grazie a lui il viaggio che stiamo facendo insieme al protagonista ci aprirà la porta segreta di una realtà di cui non si sospettava l’esistenza. Non poteva Sgorlon creare per noi, viaggiatori pronti ad annoiarci, un’attrattiva migliore di questa.

Flora è il primo personaggio che si delinei con maggiore evidenza, pur nel mistero che ancora non si è diradato intorno a lei. La sua disinvoltura, la sua incostanza, il suo umore ballerino, la sua voglia sfrenata di fare l’amore, al punto di piombare in camera di Giuliano in piena notte, senza essere vista da nessuno (è lei la donna con la quale Giuliano si congiungerà per la prima volta), ce la rendono subito quale espressione di un reale bizzarro, caleidoscopico, capace di molte sfaccettature in una medesima persona, come se dentro l’essere umano si riflettesse e nascondesse quella realtà diversa che s’intuisce, e non si riesce a scorgere.

Quelle pagine che l’autore dedica a Flora nel momento in cui misteriosamente scompare sono molto belle e delicate. Notate questo brano: Forse Flora aveva fuggito il freddo e la neve perché era fatta per vivere soltanto dove l’esistenza è più dolce e si lascia assaporare a fondo, nei luoghi caldi e mediterranei, o per seguire un misterioso richiamo della natura come avesse l’istinto degli uccelli migratori. E la sua vicinanza non poteva durare più di un’estate e un autunno… Ci sentiamo già soddisfatti di questa lettura che costruisce figure così incantate, dietro le quali s’intravede il mistero di una creazione infinita, che continua dentro ciascun essere umano ed oggi ci fa sentire in un modo, e domani, o qualche attimo dopo, ci trasforma in altri personaggi, nei quali si ode l’eco di ciò che siamo stati. Qui Sgorlon sta dando il massimo; avvertiamo di avere a che fare con un narratore di notevole spessore, tra i maggiori del nostro tempo. Forse il mondo mi sembrava un piacevole segreto che attendeva di essere svelato soltanto perché io proiettavo su di esso ciò che invece esisteva in me.

Il cammino di Giuliano è alimentato dai sogni e dalle fantasticherie. Quando si trova vicino a Maddalena – la donna che lo ha allevato, prendendosi cura di lui -, morente nel letto, che gli rivela di aver ricevuto anni addietro la lettera del Danese, nonno del ragazzo (il cui nome è proprio di quella terra: Daniel Wivallius, che vive nella città di Aahrus), quando corre a chiamare un medico in mezzo alla neve e al freddo intenso, quando ritorna sul calesse del medico, non riesce a pensare alla malattia della donna, ma il suo sguardo al paesaggio intorno, alle montagne imbiancate, ai magredi coperti di neve, lo stesso vento che soffia nelle gole, lo trasportano ai confini di un mondo favoloso che pare attendere solo lui per svelarsi. Perfino davanti al cadavere di Maddalena, la sua mente non riesce a restare lì: Chissà quante navi, in quel momento, lottavano contro la nebbia, le onde, il vento, nei mari freddi, chissà quanti urli di sirene, grida affannose di marinai, stive allagate e scialuppe calate frettolosamente sopra onde che scuotevano la schiena, come cavalli selvaggi… Sepolta Maddalena in una tomba, la più bella di tutto il cimitero, fatta costruire dal suo amante che ora sappiamo chi sia: un possidente molto ricco di Montebelluna, si scioglie l’ultimo laccio che riusciva a mettere un freno all’impeto delle sue fantasie: Ero sempre più staccato dalla mia situazione reale. E più avanti: allora era segno che ero io a dovermene andare. Adesso nulla vietava che lo facessi.

Si sta preparando il grande viaggio, dunque, il viaggio che cercherà di trovare una congiunzione tra la nostra fantasia e il pullulare delle infinite esistenze. Ci sentiamo vicini a Giuliano, ci serriamo al suo fianco, anche noi ci stiamo preparando con la nostra fantasia, pronti ad incontrare e misurare il mistero. Seguiamolo per un attimo: Decisi di non portar via quasi nulla. Tutto sarebbe rimasto lì, e mi avrebbe atteso magari per decenni, perché non era escluso che un giorno sarei potuto tornare. Capii che non potevo tagliare l’ultimo ponte; che una passerella, un filo soltanto, magari, non possono non continuare a esistere dietro di noi, per legarci al passato. È il motivo caro a Sgorlon delle radici che stanno salde nel passato, il quale è sempre dentro di noi, si fa presente, affinché ci ricordiamo di lui per preparare il nostro ritorno.

La partenza avviene di notte, senza salutare nessuno, nemmeno la zingarella Lucilla, che aveva preso il posto di Flora. Come sempre avviene, quando ci si allontana da un luogo dove abbiamo lasciato tracce dei nostri sentimenti, si ha paura del cambiamento: Avevo paura di pentirmi e di tornare indietro. Mentre camminavo verso il ponte del Tagliamento, pensavo che forse non avevo la tempra del Danese, e non ero adatto ad affrontare l’ignoto. Sarei diventato, probabilmente, solo un emigrante come tanti altri, e appena finiti i soldi mi sarei messo a lavorare in una fornace o in qualche cantiere.

Ho riportato questi ultimi brani, perché li ritengo fondamentali per spiegare come si avvia in ciascuno di noi il viaggio verso la conoscenza, verso l’ignoto. C’è sempre il timore di fermarsi, di non assecondare il nostro istinto, di non sentirsi adeguati a reggere la forza della nostra fantasia, dei nostri sogni (il sogno è presente molte volte in questo viaggio), dei nostri ideali. Si ha paura che il passato si arresti, che dopo essersi inserito nel presente, non abbia la forza di proseguire, di trasformare, cioè, anche il futuro nell’albero nato da quelle lontane radici.

Mi rammento solo ora che la dedica del libro Ai miei genitori ha proprio un significato di questa natura. È il nostro viaggio, ma è soprattutto il viaggio di Sgorlon, che lo offre a noi, come un dono prezioso, raro, forse unico, per incoraggiarci a percorrere la stessa magica strada, che compare, come il fascio di luce di una stella cadente, all’improvviso, e ci fa capire che non accadrà più: e quindi la si colga, ci s’incammini dentro quella luce, prima che si consumi e si spenga.

È una realtà, quella ignota, che si rimodella sempre, nel suo fascino misterioso, all’arcano che è dentro di noi: la neve bastò a darmi la sensazione che era piacevole buttarsi, così a capofitto, dentro la realtà misteriosamente intatta che io avevo sempre sentito vivere dentro di me… Non c’è quindi nulla di estraneo fuori di noi; la chiave per vedere, per capire, per emozionarsi è in noi: tutto comincia da noi, da ciò di cui siamo composti, che non è uguale e che non solo fa diversi l’uno dall’altro, ma diverse rende anche le realtà che si formano fuori di noi. È un cammino parallelo, che nel momento che si dischiude al nostro interno, apre il velo di ciò che sta fuori. La prima conoscenza, il primo contatto tra le due realtà avviene quando, tra le montagne colme di neve, in mezzo ai passi solitari e ventosi, nella paura dei luoghi e dello smarrimento, avverte: Mi sembrava di diventare una parte del luogo, un oggetto qualsiasi, per esempio il tronco di un abete, o un macigno con le crepe stagnate dal ghiaccio e dalla neve.

Sta andando a cercare Flora, di cui ha avuto, mentre voleva recarsi in Danimarca alle ricerche del nonno, vaghe indicazioni da uno sconosciuto incontrato sul treno.

Giunge a Cretis, un paesino sperduto tra i monti, dove vive una ragazza dalla bellezza fresca e riposante, taciturna, laboriosa; ha i tratti antichi degli etruschi, la chiamerà l’Etrusca (e vedrete da soli che ci riserverà più di una sorpresa): mi parve che il viso tondo e gli occhi della ragazza mi ricordassero qualcosa, ma non ci feci caso più di tanto. Del resto avevo quasi sempre la sensazione che ciò che mi circondava rimandasse a cose più lontane, che si affacciavano appena negli anfratti e negli spessori allusivi del passato. E ancora: Una volta mi parve di capire cosa avesse il suo viso, che mi sembrava stranamente già noto. Il suo naso diritto, gli occhi ben tagliati, gli zigomi alti e sporgenti, la frequente immobilità realizzavano in lei un tipo antico di donna, che avevo tante volte visto in un libro di scultura: quello etrusco.

In ogni cosa che incontra o che sente, Giuliano realizza l’incontro tra il presente e il passato. È il sensore della loro congiunzione perpetua. Come Namu, che vive a Cretis e fa la guaritrice: una donna piccola e rinsecchita dai tratti che rimandano alle civiltà lontane degli Atzechi o dei Maya: uno sbiadito ricordo del passato, rimasto impigliato chissà come nella rete del presente. Fu proprio questa l’idea che mi saltellò per la testa: che Namu fosse vissuta secoli prima, ai tempi di Montezuma, e le sue fasciature non fossero destinate a me ma a qualche guerriero ferito fra le piante di mais o di agave americana. Quale potere rievocativo ha questo narratore, quale capacità di penetrazione ha in dono la sua scrittura!

Giuliano è sulle tracce di Flora; fermarsi a Cretis forse gli darà la possibilità di incontrarla; si decide a restare, perciò (la mia non era più una ricerca ma un’attesa); aiuta i suoi ospiti, Pietro e il Rosso, nei loro lavori. L’atmosfera che si crea in quel paese da nulla, seppellito nella neve e nel silenzio, è la stessa che ritroveremo, dieci anni dopo (1983), soprattutto ne La conchiglia di Anataj, dove nelle lande sperdute della Siberia colma di neve si narra della costruzione di una ferrovia. Vi si avverte la stessa sensazione mitica dell’esistenza.

È a Cretis, nella casa di Pietro, di Rosso, di Namu e dell’Etrusca che Giuliano vede un seggiolone a braccioli che pareva un rozzo trono di legno (dirà più avanti che quella di Pietro era una piccola corte contadina), su cui sta seduto il Rosso mentre suona la chitarra e gli altri cantano a voce bassa in una lingua che non era nessuna di quelle che io, pur non parlandole, ero in grado di riconoscere. Cretis, dunque, come paese del sogno, del mito che sta dentro ciascuno di noi. Paese che svela a Giuliano che il progetto che il destino aveva elaborato per lui: Forse avevo già cominciato a realizzarlo senza saperlo, e anzi ero convinto che per solito dovesse accadere proprio questo, ossia che solo dopo averlo realizzato si potesse vagamente riconoscerlo.

È una scoperta, un brano di quella conoscenza che non si sa mai se arriveremo a percepire e a conquistare fino in fondo. L’Etrusca si chiama Lia (non vogliamo dire di più) e Pietro è suo nonno. Entrambe le figure a poco a poco prendono rilievo. La prima diviene la donna di Giuliano, si concede a lui come se “fosse un favoloso animale, e per lei il fare l’amore fosse qualcosa che riguardava soltanto la zona dell’istinto e della natura, e non fosse mai salito a complicare le cose in quella dell’intelletto.”. Pietro ha girato il mondo, e se lo porta con sé, pare un uomo senza età, e nato pressappoco al tempo della battaglia di Waterloo o delle prime rivoluzioni carbonare.”. È un raccontatore formidabile: “Più particolari aggiungeva, più la sua narrazione sembrava diventare un mito.”. Dirà più avanti (in caratteri maiuscoli): “PIETRO ERA UN RE DEI RACCONTI, ANCHE SE AVEVA POCHISSIMI ASCOLTATORI.”.

In quel paese, dunque, così piccolo e sperduto sui monti, nascosto dalla neve, in quella casa, attraverso la figura di questo vecchio senza età, si trasferiscono tutte le emozioni che sono sparse nel mondo, e Giuliano subisce un momento di arresto nella sua corsa verso l’ignoto. È abbagliato da una conoscenza vastissima, densa, ricca, che sta racchiusa dentro una singola persona, e da essa s’irradia per penetrare in noi, e si moltiplica in noi. Il mio unico rapporto con le terre polari si sarebbe limitato ai racconti di Pietro.

È un segno, questo, della magia, della seduzione della parola, e si avverte che è un grande omaggio che ad essa ha voluto tributare Sgorlon. Questo omaggio si fa evidente più avanti: Le esperienze di Pietro per me non esistevano se lui non le traduceva in parole. Quando lo faceva, era come se esse diventassero mie, vivessero anche in me, cessando di essere soltanto sue. Si arriva a concentrare tutta la potenza e la suggestione presenti nel mondo nel miracolo della parola. Mai omaggio è stato reso con tale grandezza, al punto che Giuliano pensa: Scorsi perfino la possibilità di rinunziare a cercare altrove le avventure sognate per contentarmi di ascoltare quelle che Pietro mi raccontava, poiché anche sentirle narrare era un modo di viverle.

Si intuisce che stiamo attraversando una zona importante della storia. Siamo come sospesi e l’ansia e la frenesia che ci prendono appaiono quali annunciatrici di una verità nuova che si sta per acquisire, nascosta prima da qualche parte, e che solo arrivando al termine di questo viaggio, riusciremo a conquistare, facendola nostra per sempre. Non ero più un visionario, ma da quando avevo conosciuto Pietro la mia capacità d’immaginare le cose era aumentata. Egli mi aveva insegnato a liberarmi dalla tirannia delle sensazioni presenti per cogliere percezioni lontane, che girano liberamente nel mondo, e che ogni tanto qualcuno riesce a sentire, anche se non sono legate all’immediatezza del concreto. C’è già, quindi, un risultato, ossia un modo diverso, rispetto a prima, di porsi nei confronti della realtà. Ora Giuliano è convinto che per lui è stato preparato un giorno felice in cui avrebbe conosciuto veramente se stesso e il suo destino. Cretis, luogo diventato mitico dentro di lui, appare una tappa importante. Lo attende qualcos’altro? “Ma talvolta pensavo che il mio grande giorno fosse già passato e, quel che era peggio, io non avessi saputo riconoscerlo.”.

Non è, questa, la paura che deriva dalla indeterminatezza dei nostri desideri? La sensazione di smarrimento dentro l’infinito, confuso sogno che è la vita? Pietro è il prezioso e raro strumento di conoscenza che beffardamente il destino ha collocato, non alla vista di tutti, ma in un angolo sperduto tra i monti, che racconta e racconta il mistero, seduto, come un re in esilio circondato ormai soltanto dai fedelissimi, su quel seggiolone di rovere di Slavonia, che somigliava a un rozzo trono contadino. Pietro aveva ragione – dice Sgorlon – di non desiderare nulla di più di quello che aveva. Le storie che raccontava, infatti, trasformavano la stanza in una lanterna magica che produceva immagini a non finire, diventava la sfera stregata dentro la quale si poteva veder rifluire l’infinita varietà dell’universo. E appena più avanti: Cominciai a capire fino in fondo quale fosse la strepitosa potenza della parola e del racconto.

Credo che nessuno abbia mai elevato a così sublime livello l’inno alla parola e al narrare. E questo inno sorge da un villaggio minuto, povero, dimenticato. I giovani lo abbandonano, affascinati dal miraggio di una vita migliore, e si ha la percezione di una civiltà stupenda, rivelatrice di segreti immani, che si sta spegnendo, senza che alcuno si renda conto della irreparabilità della perdita. Si leva il canto malinconico di chi avverte – è il tema dominante della produzione di questo autore – il passaggio verso una modernità che è cieca e insensibile, tale da inaridire il cuore e la mente dell’uomo.

Ed eccolo il collegamento tra la civiltà che sta morendo e la magia della parola, che insieme con quella pare destinata a scomparire: La civiltà artigianale e contadina e il narrare parevano fatti l’una per l’altro. Giuliano intuisce che non è capitato a Cretis per caso. Il destino lo ha mandato lassù, perché si renda conto del valore di ciò che si sta perdendo. Anche Pietro non è più quello di prima. Quando racconta si sente che fa fatica. Ormai anche lui ha i giorni contati. Doveva custodire il mondo minacciato dei racconti, e la sua funzione era di rimitizzare il mondo, ma la morte che si avvicina e gli si mette a fianco gli bisbiglia dolore, malinconia, desolazione, sconfitta. Cosa fare, dunque? Restare poteva significare creare dentro Giuliano sbavature di incertezza che facevano perdere alla verità consistenza a mano a mano che il tempo passava. Conoscevo benissimo quel sentimento. Sapevo con esattezza come poteva accadere che una cosa dentro di noi si trasformasse progressivamente da certezza in leggenda, apparenza e fumo.

Il rischio è grande; a contatto della morte, della lenta e devastante decomposizione, tutto, anche quel viaggio intrapreso con tanta speranza, può contaminarsi e fallire. Il protagonista va cercando in giro per le valli e le montagne la prova della sua autonomia rispetto alla gente di Cretis; la prova che potevo saltar giù dalla diligenza, fuggire dalla gabbia, se avessi voluto, e volar via liberamente. Ma l’avvicinarsi del vecchio alla morte insinua in lui il convincimento di essere il suo erede, di aver ricevuto, tra i molti gesti compiuti da lui, anche un’investitura, un passaggio di consegne. Sono i momenti più straordinari vissuti dal giovane, che è messo di fronte ad una decisione da assumere molto forte, perché ha a che vedere con la formazione della sua personalità.

L’autore vi indugia scrivendo pagine e pagine in cui l’indecisione, l’alternanza dei pensieri, il passaggio continuo tra il mito che ammalia e l’ambizione di scoprire una realtà farraginosa e oscura che trasmette al nostro interno incessanti appelli alla conoscenza, si caricano di una tensione avvincente, che ci fa partecipi di una scelta che avvertiamo anche nostra.

La figura di Lia cresce e nel momento in cui Giuliano vibra del dubbio che lo assale, lei è muta con lui e, come un presentimento, la sua natura si dispiega e si rivela: Mentre suo nonno sembrava appartenere a ogni epoca, Lia pareva invece non essere di nessun tempo, essere solo la Donna Eterna.

Ma ecco che compare Flora. Quella sospensione che si era creata intorno al protagonista si dissolve. L’estro di Flora, la sua esuberanza, la forte personalità, la sua irrequietudine, sconvolgono la tranquilla esistenza degli abitanti di quella casa. Lei si mette, per naturale disposizione, e non perché lo voglia, al centro di tutto, della casa come del paese. La sua figura domina come una feudataria, come la regina di Saba.

Giuliano è il più colpito; si ridestano in lui gli antichi sentimenti, e tra questi quel desiderio di fuggire, di viaggiare, di allontanarsi da ciò che già si è conosciuto e non ha più niente da donarci. Sembra che sia l’arrivo di Flora a sconfiggere la sua indecisione, come se il passato fosse venuto di prepotenza con lei a riprendere in mano le redini di quel cammino che deve essere compiuto. Ma non è facile. Quelle sue attese coincidevano con la mia, ridonavano ad essa nuovo fervore, mentre solo poco prima pareva asfittica e morente. Flora diviene come uno specchio per Giuliano, l’attrazione che torna a provare per la donna non è solo sessuale; vi si insinua la seduzione di una vita in movimento, arruffata, che si può vivere anche con la testa nel sacco, ma è sempre qualcosa in più, di fantastico e di sublime, di diverso dalla sedentarietà di una vita a Cretis, dove una civiltà si sta sgretolando e non vi è altro che sapore di morte. Flora all’improvviso non c’è più. È partita. Scoprii subito che, senza Flora, mi sentivo estraneo a me stesso, perché non mi bastavo, perché lei si portava via qualcosa di me, forse la parte più importante, e io restavo come un luogo pieno di rovine, dal quale tutti coloro che amano la vita non avrebbero potuto che fuggire a precipizio. Non potei far altro che inseguirla. C’è l’identificazione in questo momento di Giuliano con Cretis morente, con Pietro morente, di cui è convinto che non sarà il suo erede in quella sorta di magico narrare.

C’è la paura che il viaggio s’interrompa, che quel giorno felice, in cui tutto il fantastico possibile può accadere, rischi davvero di non giungere mai più o addirittura di essere passato senza che se ne accorgesse. Flora comincia a prendere i contorni di un’ambizione, di una meta a cui tendere. Sarà lei, anziché il Danese, quel nonno contornato dal fascino e dal mistero, a rappresentare il traguardo di quel viaggio?

Qui devo osservare che la tessitura del romanzo è la più lineare che si potesse scegliere; il viaggio di Giuliano avrebbe potuto accendere nell’autore la fantasia di situazioni multiple e assai più complesse, ma la strada che viene percorsa, sebbene apparentemente semplice e scoperta, si snoda avvolta nelle atmosfere dell’invisibile, dell’impalpabile, dell’inafferrabile: Il mio spirito era teso a cogliere ogni richiamo che venisse da fuori, o che zampillasse e serpeggiasse dentro di me. Ed è ciò che dà alla storia quella luminosità, quella chiarezza, quella profondità che avvertiamo.

Ma qualcosa che già era apparso a Cretis prende consistenza a poco a poco. Sarà proprio la vita sregolata e nervosa con Flora a farla emergere. Flora è la prima meta che ha raggiunto e quella frenesia di lei lo guida alla prima scoperta, assai triste: Mi pareva di vivere circondato da tante cose che non si lasciavano raggiungere, che si spostavano sempre più in là. Oppure che, raggiunte, si rivelavano inconsistenti. A renderle così imprendibili ed evanescenti è il tempo, del cui spessore, della cui forza, della cui presenza perenne, Giuliano prende conoscenza, suo malgrado. Le cose che percepisce venivano spinte dalla mia parte, in un tutto continuo, ingrandivano davanti ai miei occhi, fino a giungere a portata di mano. Ma in quel punto io ero sempre distratto o assonnato, per cui passavano alle mie spalle troppo presto, senza che fossi riuscito a sentirne il reale spessore. Sono i primi segnali di una sconfitta? O questa presa d’atto è una delle componenti della conoscenza che va cercando?

Si accorge che Flora, tornata a lavorare nei teatri e divenuta di nuovo la donna misteriosa e imprendibile che si allontana sempre più da lui, in realtà ha la sostanza di quelle cose vuote che passavano come tappeti volanti sopra di lui; si fa forza e l’abbandona. Potevo trattenerla, conservarla totalmente soltanto nella memoria.

Così, di nuovo solo, ecco che arriva in Danimarca alla ricerca di quel nonno mitico, di quel Daniel Wivallius che aveva tanto mai nutrito la sua fantasia di visionario. Va in giro, nessuno conosce Daniel, ora è un’ombra anche lui. Ma è proprio lassù, in quel paese lontano in Danimarca, Aarhus, mentre lo cerca nelle case e nelle bettole, che ha la percezione di quella scoperta che andava cercando: Noi non eravamo che musiche effimere contenute da un disco, da uno spartito che può essere suonato infinite volte, mentre ritenevamo di essere lo spartito medesimo, e che i suoi fogli venissero stracciati con la nostra morte, in maniera che le note non venissero più ripetute. Le cose si ripetevano, ritornavano uguali, si ripercuotevano come echi, somigliando tutte quante a una accaduta in principio del tempo. Eccolo il passato. La sua forza sta nell’essere in se stesso anche presente e futuro. Ossia, il tempo.

Si sente finalmente cresciuto, sono passati molti anni trascorsi in giro con Flora, avverte che questa percezione può condurlo a una grande e risolutiva scoperta. Che è questa: la fantasia. Attraverso la fantasia avrei potuto vivere e raccontare tutte le avventure del mondo, mentre viverle veramente, ora, mi avrebbe soltanto generato un sentimento di noia e di ripetizione.

Dunque la fantasia è lo strumento più importante che possiede l’uomo per intuire, percepire la bellezza e il mistero che stanno al suo interno e nel mondo. E raccontare, al modo di Pietro, il vecchio abitante di Cretis, significa rappresentare la vita. Da sempre tendevo alle storie e al racconto. Già più volte avevo avuto la sensazione che le parole e il racconto fossero le cose più solide del mondo. Mentre le altre passavano fatalmente (…)  perché il tempo, il Grande Illusionista, ne simulava soltanto la concretezza e la solidità, quando in realtà le disgregava, ed esse erano soltanto simulacri, fantasmi che correvano dal futuro al passato, le parole invece erano eterne, e potevano servire per sempre a suscitare la suggestione delle cose. Dunque, l’avventura da me cercata, la festa lontana non avevano altro luogo che nel mondo della parola.

Il suo ritorno a Cretis è segnato dal destino, il quale tuttavia gli riserverà qualche sorpresa, che il lettore scoprirà da sé. Cretis sarà per Giuliano il centro del mondo.

È uno straordinario romanzo, questo di Sgorlon, in cui le singolari atmosfere sono rese con una delicatezza ineguagliabile, e che celebra la sua stessa natura: la parola e la sua magia. Ci crederete? È un romanzo così ricco di percezioni, di sensibilità, di limpidezza della scrittura, che scoraggia molti di noi a ripercorrere, così inadeguati dopo di lui, i sentieri magici della parola.

Carlo Sgorlon. Non riesco a comprendere il seguito di pubblico di alcuni narratori italiani viventi, di cui si sente parlare spesso. Confesso che non nutro per essi il necessario entusiasmo e mi trovo quasi sempre nella condizione di interrompere la lettura dei loro libri celebrati. Non così accade per Carlo Sgorlon, che considero un narratore vero, e raro nelle patrie lettere dell’Italia dei nostri giorni. I primi romanzi che ho letto di lui (solo dopo qualche tempo sono seguiti gli altri) e che mi hanno ammaliato, non uso a caso questo aggettivo, sono La conchiglia di Anataj e L’ultima valle. Figure come quelle di Anataj, di Gurka, zio Eroska, Vanka il luparo, ma ve ne sono molte altre, non si dimenticano. Ne La conchiglia di Anataj la storia si svolge in una paese oltre gli Urali, dove la neve e le asperità della vita non mancano, ammantandosi, nondimeno, come i paesaggi, di malia. Si centellinano le descrizioni suggestive di questo narratore friuliano che fa onore alla nostra letteratura, e del quale quasi nessuno parla, capace di adoperare parole come: micidioso, sbilencato, guardatura, sbrendoloso, sodezza, allarmosi. Anche ne L’ultima valle, dove un ingegnere è alle prese con la costruzione di una diga, non manca l’ampio respiro di una narrazione che sgorga spontanea e che attrae.


Letto 2518 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart