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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Carlo Sgorlon: “Regina di Saba”

16 Dicembre 2014

di Bartolomeo Di Monaco

Mi sono chiesto come avrei potuto cominciare al meglio le mie letture di questo nuovo anno 2004, e così ho scelto un autore italiano a me molto caro, di cui avevo già letto “La conchiglia di Anataj”, “L’ultima valle”, “La tredicesima notte” e “Il trono di legno”. Toccava ora quindi a “Regina di Saba”, “Gli dèi torneranno”, “La carrozza di rame”, che seguono “Il trono di legno” di due anni in due anni, segnando il periodo aureo di Sgorlon: 1973, 1975, 1977, 1979 (ci sarà poi “La conchiglia di Anataj” del 1983), ma non solo. Possiedo anche “L’armata dei fiumi perduti” e “Il taumaturgo e l’imperatore” e chissà che non legga anche questi, e fare così l’en plein. È un regalo che mi concedo da solo, il più gradito. Già i titoli hanno il profumo di quelle fiabe che sai già che ti condurranno altrove, nel regno della poesia, forse.

Non si sbaglia con Sgorlon. Avete in mente “Campo di grano con volo di corvi” di Van Gogh? È possibile rendere quelle sensazioni magiche con la parola? Leggete qui: “I corvi attraversavano la valle agitando le ali come fossero neri stracci per la polvere. Già i primi si stavano posando sulle rocce grigie che emergevano dai rossi vinati del bosco, al di là del paese, si ricomponevano nella loro tozza figura, rimpicciolivano, rientravano in se stessi, mentre gli altri ancora in volo continuavano a lanciare i loro gridi, come rauchi segnali.” Sono, questi, lampi, rapide illuminazioni, che Sgorlon accende per i suoi lettori, come a dire che ci condurrà per mano attraverso il bosco intricato e fascinoso della sua scrittura e ogni tanto vedremo brillare qua e là, al nostro fianco o davanti ai nostri occhi, il luccichio di rare gemme, di pietre preziose riemerse, di tesori nascosti e finalmente ritrovati, che stanno rinchiusi dentro l’animo di ciascuno di noi.

Ligolais è un piccolo paese del Friuli abitato da gente modesta; la famiglia del protagonista, Silvano, che vive con la madre Regina, di sessant’anni, abbandonata dal marito, un attore di teatro, e con la sorella Corinna, di ventisette, forse è tra le più povere. Non hanno la luce elettrica, “Costa un occhio”, e le stanze della loro grande casa sono illuminate da “candele e fanali a petrolio”, così che “quando veniva notte, sulla casa scendeva un’atmosfera opprimente. La sentivano anche mia madre e Corinna.” Già cresce nel ragazzo, come era successo nel precedente romanzo “Il trono di legno”, il “richiamo verso una patria perduta, dove ero aspettato con ansia.” Gli altri personaggi che gli stanno attorno sembra, invece, che portino indosso una smania, una maledizione, che li ha condannati a restare reclusi e a patire: la madre “soffriva di insonnie caparbie, indomabili”, la sorella “aveva una faccia sempre pallida e sbattuta” e di lei “si erano messi a dire che portava sfortuna” per via che aveva avuto una specie di spasimante, Luciano, dall’aria “sempre rannuvolata e aggrondata, come in preda a pensieri stravolti”, finito disperso nella Grande Guerra. L’atmosfera opprimente è accentuata dal fatto che, proprio per questo amore tragico della figlia, tra Corinna e sua madre non v’è praticamente più dialogo, dopo liti furibonde che le avevano condotte a non parlarsi quasi del tutto.

La scrittura di Sgorlon ha la bellezza di un merletto, niente è sprecato, tutto sorge e si compone nella magia dell’arte. Quello che si compie in noi, leggendolo, è lo stesso prodigio che Silvano, durante le vacanze natalizie, avverte allorché incontra sulla riva del fiume una giovane albina, Isabella, originaria di Venezia, la stessa che aveva intravisto fugacemente quando era scoppiato l’incendio nel bosco. Ha le trecce bianche e gli occhi arrossati come quelli di un coniglio e “aveva la leggerezza e l’allegria volatile di Alice, e in pari tempo la saggezza malinconica e solenne della Regina di Saba.” Darà al ragazzo l’occasione di tornare a riflettere su una convinzione che lo ha sempre affascinato, ossia che esista una realtà più vera di quella che sta dinanzi a noi, e che si raggiunge attraverso “una porta magica”, al di là della quale si aprono “luoghi privilegiati dove le barriere si dileguavano, dove si aprivano balconi che mostravano all’improvviso quello che doveva essere il mondo più vero.” E anche: “Avevo l’impressione che la realtà delle cose non fosse in rapporto al loro succedere, al loro allinearsi nelle quinte del mondo, alla loro consistenza spaziale e temporale, ma con qualcosa d’altro, di più intimo ed essenziale, posto all’interno di esse.”

È il motivo che presiede a molte narrazioni di questo autore. Amelio, il barbuto reduce della Grande Guerra, sconvolto e disadattato, trovato morto per il freddo in un rudere e che aveva fatto fuggire Isabella terrorizzata, conferma in lui l’attrazione per una esistenza che sta altrove, come se Amelio “avesse oltrepassato un confine enigmatico, e fosse entrato nella realtà che stava al di là di esso.” La realtà che sta sotto i nostri occhi, ossia, è vista come un dovere da compiere – la vita in collegio, ad esempio -, grazie al quale è possibile acquistare il diritto “di dedicarmi alle cose private e segrete.”, ovvero a una diversa e superiore realtà spirituale, pur essa abitata come l’altra, e vissuta come continua, fascinosa, favolosa, ricerca. Il ritorno al paese, Ligolais, risveglia in lui sempre una “vasta rete di superstizioni e di leggende”, che sono come il passe-partout, la chiave magica per incamminarsi in quell’oltre (“sull’altra sponda del mondo”) che pure ha la sua sorgente dentro di noi, solo che la si sappia trovare: “perdevo di nuovo la mia identità, ridiventavo molle come cera scaldata, pronto ad essere gettato in altri stampi e ad assumere forme diverse.” Personaggi, oggetti, paesaggi, subiscono così il filtro della sua trasfigurazione fantastica, ed incarnano i miti che hanno abitato il passato, e che non sono mai scomparsi, pronti a tornare ad ogni richiamo dell’anima. Della madre scrive: “La sua personalità mi pareva simile a una cripta di chiesa o di palazzo medioevale, dai muri e pilastri massicci, dove non è mai entrata se non la luce di qualche fiaccola e dove si possono immaginare nefandi delitti.” La conquista, il punto di arrivo della sua ricerca, si ha ogni qualvolta nel presente riesce ad incastonare il passato, non quello ordinario, che i secoli hanno ridotto in polvere, bensì quello che si è tramutato in leggenda e in mito. La scrittura scivola leggera su di noi come acqua tersa che lasci intravedere luccichii e tesori che giacciono sul fondo. Raro trovare una tale densità di contenuti, una tale forza evocativa e fantastica, in una scrittura che si matura dentro un vocabolario di parole semplici, all’interno di una sintassi talmente ordinata che pare il naturale, ma non per questo facile, corredo di un matrimonio tra contenuto e forma che ha pochi eguali tra gli scrittori della nostra Italia; e solo la morbidezza e le rotondità di un Dickens, forse, al di là del diverso contenuto, riescono a sovrastarla.

Il teatro, verso il quale prova un amore smisurato, ereditato certamente dal padre, allo stesso modo in cui aveva ereditato il “ciuffo biondo, simile a quello di mio padre, che continuava a cadermi sugli occhi.”, lo rafforza nella convinzione dell’esistenza di una realtà diversa da quella che osserva muoversi quotidianamente intorno a sé. Incontra di nuovo Isabella, che le appare già donna, una sera che va a teatro. La riconosce tra gli attori che stanno recitando “Sogno di una notte di mezza estate”. È proprio lei, nei panni di Titania. Il fascino della femminilità, su cui andava vagheggiando da quando l’aveva incontrata più di un anno prima, e contro il quale la sua severa madre l’aveva messo in guardia, scava in lui una suggestione più fascinosa e incantata della stessa visione reale, come se Isabella fosse “una donna bianca e luminosa uscita da chissà quali plaghe boreali. Era piena di risonanze di luoghi e di civiltà diverse, un incredibile amalgama di sfondi ai quali io ero sempre molto sensibile. Mi pareva una creatura improbabile, eppure aveva l’aria di conferire una sorta di realtà e di concretezza alle cose più evanescenti.” Intuizioni, sensazioni, visioni, dunque, che possono trasformarsi in realtà. Isabella diventa così una specie di luminosa cometa dei sensi moltiplicatisi all’infinito, capace di trarre dal buio i tanti mondi che stanno dentro e attorno a noi. Ciò che Isabella risveglia nel protagonista non è solo attrazione fisica, passione o amore, ma soprattutto conoscenza, disvelamento, proiezione smisurata verso l’ignoto e l’infinito: “Certe volte il suo potere mi suscitava un senso di sgomento, come non fosse collegato soltanto a fatti accertabili e naturali, ma a qualcosa di inconoscibile.” E ancora: “Isabella era la sovrapposizione di infinite cose, e io mi calavo in lei come fosse un sistema di grotte scavate nella roccia, che non si finiva mai di esplorare, pieno di echi, di ombre e di luci, di fiumi e di laghi sotterranei.”

Il fascino del vivere risiede, dunque, in questa continua ricerca di ciò che sta dietro, di ciò che, nascosto ai nostri sensi ordinari, genera e dà movimento all’esistenza, di ciò che alimenta e rende emozionanti la nostra mente e la nostra fantasia (“il vento dell’immaginazione”), il meraviglioso, ossia, che potrebbe anche dare un volto e un nome al mistero.

I personaggi di Sgorlon sono evocatori di miti e miti essi stessi; non vivono soltanto nel presente, e nemmeno si può dire che aggiungano semplicemente il passato al presente come tante reincarnazioni, ma si portano dietro sempre, come un seducente alone, la delicata e complessa tessitura di una realtà indicibile e inconoscibile, senza tempo, fatta di echi, sussurri, voci, istinti, visioni, emozioni, preveggenze, e di quant’altro di arcano ancora avvolge l’universo. Sgorlon ci mette a disposizione un prodigioso ordito che trasforma ciò che non si vede e non si conosce in un’emozione panica e trascendente a un tempo, che non riuscirà a saziarci mai, nonostante la sua abbondanza, come non ci saziano mai l’infinito e il mistero; e in ciò si annida un’attrazione fatale, magica, in grado di sedurci, di smarrirci, di dilatarci in una trasfigurazione che ci assorbe nello stesso ordito e ci consuma lentamente. Non solo Isabella, ma tutti noi siamo, perciò, “la bella addormentata”, a cui l’autore congiunge la scoperta di un mondo più vicino di quel che non si creda alla nostra anima, e forse gli somiglia. Non è un caso che sia spesso il mare, che è quanto di più seducente e misterioso possa coltivare la nostra fantasia, a suscitare nel protagonista vagheggiamenti e visioni.

La nonna di Isabella, Zora, che “vuol dire aurora”, donna che era stata bella e aveva fatto la maga e la contrabbandiera, e la stessa Isabella, nonché sua madre Ljuba, la sorellina Bianca, Regina e Corinna (queste ultime due “Sembravano strani uccelli arruffati, dopo un temporale, o sopravissuti di un mondo antico”), Isacco, Elia, come pure l’anziano e misterioso marinaio incontrato nel porto di Trieste, la giovane Suwon, più che personaggi sono rivelazioni, scoperte, punte emergenti di un iceberg, il quale altro non è che l’universo intero. Come sono punte dello stesso iceberg il mare, i paesaggi, gli oggetti, e così via. Sgorlon disvela e ci comunica il mondo nascosto, che si manifesta sempre, a chi sa vederlo, tutto intero attorno ad ogni cosa, e ci immerge in esso con la pensosità e la seduzione del veggente.

Quando, interrotti gli studi universitari, Silvano si dà definitivamente all’attività di traduttore, il mondo che gli si spalanca davanti attraverso i sentieri della scrittura altrui trasforma la sua stanza in “un crocicchio dove cento eventi e cento personaggi diversi si davano enigmatici appuntamenti.” Personaggio e autore per qualche momento si incontrano: “La fantasia invece mi portava continuamente lontano, alla ricerca di luoghi, cose, persone e immagini che rispondessero alle grandiose seti e fami che provavo.” E ancora: “tendevo all’epica e ai fascini del mito.” L’immagine del mare di nuovo si accompagnerà a questa smania di conoscenza: “là dentro, nelle sue profondità inesplorate, la vita si realizzava in mille forme, le più fantasiose e imprevedibili.” La stessa scrittura è conoscenza. Quando Sgorlon si avvicina a un personaggio, gli gira attorno, ne odora i “profumi sottili”, le essenze più nascoste, poi, lavorando come una mola, vi aderisce per incontrare il mistero. Proprio come fa Silvano nei confronti dell’ex ardito e squadrista Germano: “Cominciai a girargli intorno e a studiarlo come fosse uno strano coleottero, o un irsuto animale scovato in qualche caverna.” Nemmeno la dolorosa storia di quegli anni dominati dal fascismo (che il protagonista, io narrante, chiama il “carnevale” o anche “la grande baraonda”, e gli italiani di allora il “popolo dei topi”) riesce ad estinguere o anche solo a frenare l’afflato di una ricerca che è sospinta dal fascino del mistero. La conoscenza, infatti, non è mai completa, non ha mai un esito finale, una risposta sicura, e lascia una sete continua, una fame insaziata, un desiderio incalzante e inestinguibile. Ad un certo punto scrive che caverne come quelle del Carso esistevano anche nella realtà “nella quale ci si poteva immergere senza fine, senza riuscirne mai a toccarne il fondo.” È in questo modo che Sgorlon, “invece di attraversare il mondo del vero e dell’accaduto, che avevo lasciato cadere da tempo”, ci trasmette, più che azioni, che infatti sono rade, un sentimento complesso e non classificabile, nel quale intuiamo che sono state raccolte e convivono le molte seduzioni legate ai nostri simboli, ai colori, alle immagini che ci siamo create sull’eternità, l’infinito, la leggenda, gli incantesimi, la paura, il mistero, il mito, il passato, l’antico, e chissà quant’altro ancora, in una nebulosa dentro cui si ha la sensazione di essere riusciti a racchiudere, anche se non a decifrare, il tutto che muove l’universo e la nostra vita.

L’amore per Isabella, perduta e ritrovata, e alla quale sono dedicate pagine tra le più belle e significative allorché la incontra a Trieste, sembra il disperato tentativo di dare un senso comune alla realtà di tutti i giorni, così come normalmente si fa, ma la stessa Isabella finirà per apparirgli avvolta nei molti simboli, nei molti enigmi che ci coinvolgono e non ci abbandonano mai e la sua presenza si dilaterà fino al punto di sovrastare la dolorosa realtà devastata dai venti della dittatura, delle leggi razziali e della guerra: “Pareva spesso in ascolto di voci che non si udivano o in contemplazione di scene che non si vedevano, come se la realtà che si guarda e si tocca non fosse che una parte del mondo, forse la più banale, e al di là ci fossero mille altre cose, che sfuggivano ai più, come se oltre le apparenze ci fossero significati che certe volte si potevano cogliere, solo che si facesse attenzione.”

Difficilmente troviamo un personaggio posto così al centro di una storia, come questo di Isabella. La magia e i simboli che sprigionano da questa giovane donna così piena di vita: (“entrava nella vita altrui come una ventata d’aria fresca”), permeano di sé gli altri personaggi, che ci appaiono avvolti nello stesso alone di mistero. Vi è una identificazione carismatica tra Isabella e gli altri, e anche tra lei e Silvano, e tra lei e l’autore addirittura, così che si potrebbe dire che il personaggio di Isabella rappresenti, secondo l’interpretazione universale e visionaria, istintuale, mitica ed esoterica di Sgorlon, dilatato, scarnificato ed insistito com’è, la parte migliore, sia pure debole e caduca, tuttavia fortemente liberatoria e redentrice, della condizione umana di tutti noi (“Nella vita ci sono misteriose altalene, sentimenti opposti salgono e scendono dentro di noi”), quella condizione che fa della nostra vita qualcosa di diverso e distinto, di più elevato e sacro – ma anche, ahimè, di folle, crudele e oscuro, al pari di quegli echi e di quei “roghi sterminati della guerra” che si levano nel finale con impetuoso crescendo – della stessa pur sempre fascinosa ed inafferrabile realtà.

 


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Bart