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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Carlo Sgorlon: “La tredicesima notte”

1 Gennaio 2015

di Bartolomeo Di Monaco

Premetto che stravedo per questo scrittore friulano e non potete immaginare la gioia che ho provata, leggendo l’incipit di questa storia, nel respirare un’atmosfera che cercai anch’io di rendere, con minor esito certamente, nel 1992 quando scrissi I figli di Ludovico. In un luogo di fantasia, Monterosso, un piccolo paese di montagna, con le case dipinte di rosa, di viola e di verde, avvengono delle morti strane tra gli abitanti: A volte si abbattevano al suolo improvvisamente, come cicute tagliate dalla falce, e portandosi le mani al petto in modi affannosi e rantolanti. Non si tratta di un’epidemia: Quei dolori improvvisi che trafiggevano il petto richiamarono per somiglianza gli spilloni che nelle fatture si infilano dentro le figure di cera, per invocare la morte di una persona detestata. Di questo scrittore ho letto L’ultima valle e La conchiglia di Anataj, dopo questo libro leggerò Il trono di legno, la sua opera forse maggiore, e già mi accarezza quell’aria sottile come un refolo di vento che percorre di suggestioni, di incantesimi, di malie le sue opere. Un autore capace di trasformare in un vetro trasparente la realtà, e mettere a nudo ciò che da sempre sta dietro al recinto delle cose concrete che ci circondano, e di ciascuna di esse ci mostra lo spirito che la fa esistere. Uno straordinario scrittore contemporaneo, uno dei pochi capaci di non farci rimpiangere i grandi romanzi del passato.

Individuata la strega causa del maleficio e bruciatala, e descritta la ribellione di tutte le donne di Monterosso che continuarono a dichiararsi streghe per solidarietà con la compagna finché non furono interrotte le inquisizioni, l’autore fa rapidamente scorrere circa due secoli di storia e le due guerre mondiali fino a che non s’incontra Emma Castenetto, discendente di quella Veronica che fu arsa viva. Di lei s’innamora un giovane venuto dall’America, Osvaldo, figlio di un emigrante e di una indiana, una cheyenne alta e fiera, dai capelli nerissimi, quasi blu, che aveva imparato a leggere il futuro nelle macchie delle pelli di bisonte. Si sposano in fretta e vanno ad abitare nella casa di lei, dove vive anche la madre Matilde, che fa il notaio di professione, il cui marito era fuggito in America e di lui si erano perdute le tracce. L’attrazione tra i due era tanto forte che: Lo facevano dove capitava, incuranti di poter essere sorpresi da Matilde, che subito si ritraeva come punta da un’ape. Qualcosa di strano c’è in quell’unione, così pensa Matilde. La storia è qui che prende l’avvio, alla ricerca del mistero che avvertiamo avvolge i due sposi. Che deriva da una profezia che la madre indiana ha fatto al figlio: Molte volte gli aveva detto, ora scherzando, ora con serietà, di non sposare mai una donna con i capelli rossi e il cui padre fosse cacciatore di animali da pelliccia. Sono queste due coincidenze che Osvaldo viene a scoprire nella sposa, ed allora quella profezia, alla quale aveva sempre dato poca importanza e rivelato ad Emma cercando di buttarla sullo scherzo, comincia a lavorare dentro di lui, che diventa taciturno, e nella casa entra un’atmosfera di tensione e di ansia paralizzante. Sembra che sia questo il filo conduttore: un rapporto matrimoniale su cui dovranno comporsi le minute tessere di un mosaico. Ma cosa fa l’autore? Mette subito fuori scena Osvaldo, che viene trovato morto in un lontano paese dove era stato mandato da Matilde per alcune ricerche catastali attinenti alla sua professione di notaio. Lo trovano in fondo a un canalone boscoso, semidivorato dai corvi e dalle volpi. E ora? mi sono chiesto. La profezia su cui immaginavo si costruisse la storia si è già abbattuta su colui per il quale era stata formulata. Dunque? L’autore sta giocando con il lettore? Che cosa resta da raccontare? E qui devo riconoscere che questa mossa imprevedibile, eppure così semplice, accresce l’attesa di un seguito che in questo momento è tutto da delineare. Che cosa ha in testa Sgorlon? La tessitura della trama comincia a dilatarsi; entrano in campo nuovi personaggi, il nobile decaduto Lanfranco di Cassinberg, che abita con il figlio Norberto e la sorella Doralice, il castello scalcinato e cadente di Monterosso ed ha in paese un’officina meccanica; e Fabrizio Mattioni che vive in California ed ha un grande successo come documentarista, nativo del paese, di cui è il figlio più celebre, sulla bocca di tutti. Ma i suoi lungometraggi sono lodati soprattutto dagli specialisti e non arrivano al grosso pubblico, ragion per cui non può vivere di solo cinema e si sa che si arrangia a fare altri lavori per campare. Anche la bambina che nasce da Emma, figlia di Osvaldo, si presenta sulla scena in modo insolito: Quando pareva che il parto stesse per concludersi felicemente, e che ormai fosse una questione di minuti, ci fu lo scatto di un meccanismo bizzarro della sorte, che lo bloccò e lo riportò in alto mare. Aveva i capelli rossi, come la madre, e le viene dato il nome di Veronica: un’altra Veronica Castenetto. È una bambina precoce, anche un po’ strana. All’età di cinque anni Matilde, la nonna, ed Emma, la madre, la portano in visita dai Cassinberg; Veronica per tutto il tempo giocò con Norberto, un coetaneo troppo taciturno da destare più di un sospetto sulla sua normalità (ma, come vedremo, si trasformerà da brutto anatroccolo in bianco cigno).

Sgorlon ha costruito il meccanismo: si apre un ventaglio di possibilità, s’intravede che alcuni percorsi, se scelti tra i tanti, porteranno a situazioni e circostanze oscure, tenebrose, tali da richiamare il passato e la tragica fine di quell’antenata che portava lo stesso nome di Veronica. Alla bambina cominciano ad accadere cose straordinarie, visioni anche, e addirittura, caduta nel fiume Duss e salvata da Wolf, il suo cane, un pastore tedesco che da cucciolo era appartenuto a Norberto, si asciuga gli abiti con la forza del pensiero: cominciò a rendersi conto che certe volte era sufficiente che lei pensasse qualcosa perché questa accadesse. Ce n’è già abbastanza per essere sicuri che l’autore ha deciso la sua scelta e sta facendo crescere il personaggio principale lentamente, ma con linee certe, le quali già ci prefigurano un mondo magico ricco di sorprese e di mistero, un mondo nel quale Sgorlon sa di potersi muovere a suo agio, e di non avere rivali. Una costruzione, questa, in cui si avverte anche il compiacimento. La scrittura, come si vede benissimo nel capitolo IV, si distende e la narrazione prende i colori della fiaba. Quella congiunzione, che si sa non facile, tra un mondo normale, ordinario, coi suoi monotoni gesti, e il mondo impossibile e fantastico della fiaba, qui avviene per una confluenza naturale, la cui spinta deriva da una ispirazione visionaria in cui si mescolano allucinazioni, prodigi e misticismo. Il rapporto tra il cane Wolf e la bambina può essere un esempio. E anche qui: I capelli crepitavano sotto il pettine come fossero elettrici, e più di una volta presero fuoco, con fiamme vere e proprie, che li lambivano e subito si spegnevano, alla maniera dei fuochi fatui nei cimiteri.
Veronica rideva ma le donne di casa erano attraversate da oscuri spaventi, che nemmeno osavano confidarsi.
Riporto, poiché do molta importanza a questo aspetto visionario e mistico, un altro brano significativo: Se ne stava sulle terrazze, con le braccia aperte e i capelli al vento, e rideva a ogni tuono e a ogni fulmine, come avesse con queste cose una lunga familiarità e un’oscura parentela, che veniva dalla radice stessa del suo essere, e forse anche da più lontano, molto prima che lei nascesse. Ma gli esempi abbondano e tale commistione appare sempre più evidente.

Ricordate Fabrizio Mattioni, il regista? È nella sua casa, rimasta vuota dopo la morte della madre, che Veronica ha modo di saldare l’amicizia con Norberto, Rebecca e Egidio, più o meno suoi coetanei. Scorrazzano per le stanze di questa casa immensa e si divertono a saccheggiarla e le bambine si provano gli abiti della povera defunta, si mettono il rossetto, e paiono donnine in età da marito. È attraverso il gioco che si prepara la crescita di Veronica, che è una crescita diversa dalle altre, speciale: Veronica si rese conto che esisteva il dolore di uomini e animali, e su di esso, per la prima volta, concentrava tutta la sua attenzione. Era il dolore del mondo, sospeso nascosto e segreto… E ancora: Lungo il ritorno fu attraversata da fruscianti impressioni di sentirsi tuttuno col bosco e di esservi già stata, prima di nascere… L’autore ci fa sentire che potrebbe esserci un collegamento tra questa Veronica e l’altra che fu bruciata, ma non ce ne dà certezza. Gioca anche lui sul mistero, giacché noi sappiamo poco di quell’antica donna, che era bella e fu bruciata innocente come fosse una strega. Intorno alla Veronica bambina si stanno a poco a poco radunando qualità, essenze nuove e straordinarie. È questa lenta evoluzione, che ha ancora il registro della fiaba, ad attrarre la nostra attenzione. In montagna l’istinto di Veronica era quello di parlare sottovoce alle rocce e ai ghiaioni, come parlava agli animali, e soprattutto a Wolf, che la seguiva e capiva ogni suo gesto. Ricordate Lanfranco di Cassinberg, il nobile decaduto che ora fa il meccanico e l’inventore, il padre di Norberto? Lui e il regista sono due pedine disposte sulla scacchiera molto tempo fa e quasi dimenticate, ed ora un filo sottile comincia ad avvicinarle alla protagonista. Veronica, che è una ragazza di quindici anni ormai donna (Adesso era una ragazza alta e ben fatta, di quelle che sono seguite per la strada dai fischi dei giovinotti), sente la mancanza di un padre, e vede nel signore del castello l’occasione per averne finalmente uno. È attratta da questa idea, che si fa sempre più forte. Comincia, ogni giovedì, a sparire, a stare lontano da casa più del consentito, mettendo in ansia la madre e la nonna. Si sa che se ne va in giro con Norberto, al quale si rivolgono le donne per scoprire l’arcano, ma inutilmente, e da lui apprendono solo che Veronica, quando giungono in alta montagna, al rifugio Edelweiss, vi entra, lasciandolo però fuori. Non sa se lì ci sia qualcuno ad attenderla. Quando la ragazza poi torna a casa, come se nulla fosse accaduto: Ogni tanto, senza dire una parola, si metteva a carezzare sua madre, come stesse per abbandonarla e andare chissà dove, per sempre. Vedete bene che l’aria qui si sta facendo rarefatta, il velo tra la realtà e il fantastico è ormai sottilissimo, e forse, ancora impercettibili, già si aprono spiragli che ci sospingono a guardare, a prepararci, ad attendere. E Veronica, proprio nel momento in cui la natura aveva cominciato a mandare in lei i suoi squilli più trionfali, rinunciava alle sue grazie e perfino a se stessa. Ma perché? Infatti, Veronica si taglia i capelli, si veste con abiti maschili e fugge da tutte quelle vanità femminili tipiche dei suoi anni. Ai paesani viene in mente, poiché la ragazza sente delle “voci”, e le sente unicamente lassù, in alta montagna, che sette secoli prima qualcuno era apparso ad una ragazza che si era smarrita. Quel qualcuno era nientemeno che la Madonna della Neve, per la quale era stata costruita la cattedrale di Monterosso. I Cassinberg tornano a comparire come fantasmi nella vita di Veronica, in quanto quella cattedrale fu disegnata e cominciata da un loro antenato, monaco templare: Ulderico di Cassinberg. La trama ora si sta davvero allargando, e sembrano tanto lontani gli inizi di questa storia, inizi che sono ormai usciti dal presente e si sono trasformati in ombre che, come nere nuvole, stanno sopra le vicende, incombono non per illuminarle, bensì per mantenere su di esse tutte le sfaccettature di un enigma che ogni volta pare avvicinarsi ad una soluzione, e, invece, se ne allontana, lasciandoci smarriti. Costringendoci, infine, ad un ritorno sui nostri passi per tentare un altro sentiero, un’altra possibilità. È una magnifica partita quella che Sgorlon sta conducendo con il lettore, e vale assai più della storia narrata, la quale va assomigliando, come dice lo stesso autore, a qualcosa che di simile accadde a Fatima o a Lourdes. È chiaro che non bisogna cadere nella trappola.

L’autore vuole sviarci, sorprenderci. Si deve allora accrescere l’attenzione, raddoppiare la vigilanza; sta qui la fortuna di questo racconto: l’essere e il non essere ogni volta che sembra raggiunto il risultato. Si ha la sensazione che tutto stia per risolversi in una specie di replica della vita di Bernadette, o dei ragazzi di Fatima: Francesco, Giacinta e Lucia. Infatti a Monterosso si vagheggia che possa anche lì accadere il miracolo di un afflusso straordinario di pellegrini venuti apposta sul luogo delle apparizioni, e invece non accade niente di tutto ciò. Quel po’ di folla che era sul principio salita al rifugio, ora si è dispersa, ridotta a pochi elementi. Ed anche in Veronica non succede niente di quanto era successo agli altri, tutti o morti o finiti in convento. Lei aborriva il convento: Ma ciò che temeva di più era di finire in convento, dietro le grate di ferro di una clausura che a lei era sempre parsa simile a quella di una prigione. Di un filo lunghissimo, e di molte tinteggiature, è intessuta questa trama. A me è venuto in mente, dopo questa già numerosa serie di variazioni di direzione, che Sgorlon, non solo stia giocando con noi, ma tragga una pruriginosa soddisfazione da questo suo menarci a destra e a manca. Il piacere dello scrivere qui supera ogni limite come se Sgorlon volesse applicare al romanzo ciò che Johan Huizinga applicò alla storia, il gioco come strumento di rivelazione. In Veronica si accresce il desiderio della normalità, fa perfino ritorno a scuola, ma la sua presenza continua a generare fenomeni inspiegabili: non riusciva ad indossare vestiti senza che si strappasse qualcosa, le lampadine della sua casa scoppiavano, gli oggetti cambiavano di posto senza che nessuno li toccasse, il telefono squillava senza motivo. Lanfranco di Cassinberg dice la sua in proposito: si tratta di uno spirito burlone e dispettoso, che fa dannare la gente di casa. Ma i paesani vanno più in là e pensano alla presenza del diavolo, addirittura dentro il corpo della giovane. Sostengono che sia un’indemoniata; il parroco invece è di tutt’altro avviso: È senz’altro una medium potente… Non l’avete ancora capito? Quel desiderio di avere un padre, lo rammentate? Sgorlon non se lo è dimenticato ed aggancia quel filo che ci pareva interrotto. Veronica, nello sforzo di riprendere una vita normale, fa di tutto perché la madre Emma vada in gita con Lanfranco. Anche Norberto sente la mancanza della madre, morta quando aveva quattro anni. Entrambi desiderano che i genitori si sposino. Ma non accadrà. Ancora un fatto straordinario lascerà orfani i due giovani, e si torna ad avvertire la presenza incombente di quei fantasmi che ogni tanto vengono a ricordarci che tutto ciò che sta racchiuso in loro, quel presente ogni volta trasformato in passato, è lì, e sparge, quando meno lo si aspetti, quegli invisibili impulsi che rendono sorprendente, misteriosa e inspiegabile la vita. Per l’atmosfera che si respira, questa di Sgorlon sembrerebbe una storia lontana nei tempi, che ci viene ricordata come una favola, e invece Veronica indossa la minigonna, quando arriva quella moda, e si tiene aggiornata sulle novità che sono continue e numerose, anche se la ragazza aveva l’impressione di aver fatto parte, in altre epoche geologiche, della grande famiglia degli uccelli, così come forse essi si ricordavano d’essere stati rettili e di avere respirato con le branchie, nei laghi e negli stagni di terraferma. Comincia a delinearsi una saldatura tra questa Veronica e l’altra che fu bruciata, ma non proprio; è meglio dire: tra questa Veronica e le donne che protestarono sulla piazza di Monterosso per porre fine alle atrocità dell’Inquisizione. Si destano in lei anche una repulsione per tutto ciò che è maschile, che però non durerà molto, e l’intuizione che la donna è qualcosa di più prezioso dell’uomo. Anche le figure degli amici Norberto, Rebecca ed Egidio, tutti ormai cresciuti nel frattempo, vengono messe a fuoco e così si intuisce che l’autore ha cucito insieme alcuni fili gettati all’inizio del racconto, e taluni di essi (non tutti) hanno concluso la loro funzione d’intreccio ed ora se ne distendono altri, prima raggomitolati in un informe abbozzo, per avviare una nuova fase. Ci si rende conto della complessità della storia, che appare come un fiume dai molti affluenti, nonostante che la narrazione sia condotta con la leggerezza della fiaba.

Ma è a questo punto che si verifica un passaggio importante. Ci eravamo fatti un’idea di una Veronica la cui qualità principale erano le sue doti ultranaturali; si era finora mossa in un ambiente fatto di realtà e di ombre, circondata da un alone fascinoso di mistero. Ebbene, si può dire che, d’un tratto, Veronica muta, si avvicina ad essere una donna come le altre. È diventata architetto, Egidio è in America per imparare a fare il giornalista; Veronica teme che qualcosa glielo rubi laggiù, e non faccia più ritorno. Essendosi concessa a lui una notte, lo considera suo marito a tutti gli effetti e porta la fede al dito perché in paese lo sappiano tutti. Convince la nonna Matilde a ristrutturare la loro vecchia casa e la trasforma in una grande villa dall’aspetto antico ed elegante. Fa questo per preparare una casa accogliente al ritorno di Egidio, ma – è questo soprattutto l’aspetto che vorrei sottolineare – avverte che le sue radici sono lì, a Monterosso (Per difendere la sostanza della sua persona doveva restare a Monterosso. Questo era il senso del futuro), e che il futuro è possibile, vivibile, solo se ci sarà un ritorno al passato: Solo gli uomini senza passato e senza fantasia potevano credere che si vivesse ancora nell’epoca dello sviluppo senza limiti, e invece esso cominciava a incrinarsi e a entrare in crisi da tutte le parti. È uno dei passaggi più impegnativi, a mio avviso, per comprendere il senso di questa storia accidentata, dai molti inviti e dalle molte sospensioni. Fra tutte le percezioni ultrasensoriali di Veronica è questa che ne delinea finalmente la figura. Anche la scrittura acquista un ritmo più veloce, come se avesse trovato, anche lei finalmente, l’alveo antico, dal percorso certo e desiderato. E come per magia i vecchi emigranti tornano, incaricano lei, che ha dato prova della sua bravura, a ristrutturare le loro vecchie abitazioni. A Veronica tutto questo parve l’inizio di un’epoca nuova. Ecco in che cosa si sta trasformando Veronica, in un tramite grazie al quale gli dei, come li chiama l’autore, stavano ritornando, travestiti da mendicanti, per non farsi riconoscere, come aveva fatto Ulisse dopo essere sbarcato sulla sua isola rocciosa. Ora “Veronica era felice.”. Il senso del tempo che trascorre, tuttavia, più che da questi cambiamenti, è tutto raccolto nella figura di Matilde, la nonna di Veronica. Ritiratasi dal suo lavoro di notaio, nel suo spirito e sul suo volto corrono i segni del tempo: il suo tempo era consumato, e ormai la morte aveva cominciato a farle la posta dietro ogni muro e ogni cantone. Lei aveva fatto una vita sana e morigerata, ma il suo fisico si era logorato lo stesso. Dirà più avanti, a proposito di Doralice, la sorella di Lanfranco di Cassinberg: La morte… Già, c’era anche lei… Sono pagine non casuali. L’autore ci ricorda che è l’arcano, l’inspiegabile, il mistero a dominare l’esistenza. Non vuol farcelo dimenticare, perché ha in serbo ancora qualche sorpresa per noi. Ecco che Norberto dona a Veronica, come regalo del suo matrimonio con Egidio (non sa che non è mai stato celebrato, ed è una finzione di Veronica), una delle cose più preziose che ha al castello: un antico codice miniato, con ventisei fogli di pergamena, nel quale è racchiusa la storia dell’incontro tra Riccardo Cuor di Leone e il suo avo Ulderico di Cassinberg, monaco templare, e come tra i due si pervenne alla decisione di costruire la bella cattedrale di Monterosso. Si tratta di un dono troppo prezioso per non significare qualcosa che al momento si intuisce soltanto, così come s’intuisce, per una frase lasciata correre in sordina dall’autore, che in America qualcosa d’importante doveva essere accaduto a Egidio, il cui rapporto con la bella Veronica non riesce a decollare, non per colpa della donna, ma per una sua incomprensibile freddezza. Ci si accorge che si stanno aprendo altri due fronti di questa complessa narrazione, e devo ammettere che solo ora mi domando la ragione di quel titolo così colmo di suggestione. Infatti, che cosa può significare: La tredicesima notte?

Finalmente vengono messe a fuoco due figure, che si sono presentate più di una volta al lettore: Norberto di Cassinberg e Rebecca, l’amica sguaiata e dispettosa, e si scopre che il talento pittorico del giovane, che si estrinseca nella riproduzione di quadri famosi, si sta affermando nel mondo e i più importanti musei ricorrono a lui ogni volta che mandano al restauro l’originale: Meglio una copia ben fatta che la parete vuota; Rebecca, invece, si sta ormai rivelando dotata di potere magici, di cui hanno fatto già le spese uomini e donne del paese: Così Rebecca s’era convinta di essere in possesso di una potenza sterminata, che lei medesima in qualche modo temeva. Ci si domanda, a questo punto, che rapporto l’autore sta pensando di instaurare tra Veronica e Rebecca, entrambe dotate di poteri particolari. Quanti fili sta muovendo il burattinaio Sgorlon! Devo ammettere che l’azzardo della struttura narrativa qui è portato a livelli molto alti. Non bastando –  una volta messe a fuoco le fisionomie dei due personaggi –  ci fa capire che tra Norberto e Rebecca c’è forse un rapporto inquietante, legato alla personalità dominatrice della donna. Ancora una volta ci si domanda: che cos’è La tredicesima notte? Non certo quella del terremoto che distrugge Monterosso e si porta via l’unica vittima, Matilde, ormai vecchia e già da tempo ghermita dalle ombre della morte. Morta di infarto, seduta nella sua poltrona, dalla quale non aveva voluto muoversi nonostante le insistenze di Veronica. Anzi, si era adornata dei suoi gioielli più preziosi e l’aveva attesa, la nera signora. Si è frantumato così, inaspettatamente, il sogno di Veronica di vedere il suo Monterosso come il Paese del Ritorno? Sperava che Fabrizio Mattioni, il figlio più illustre di Monterosso, il regista che era stato famoso ed incontrava ora difficoltà in quell’America capace di bruciare in poco tempo ogni ordine di ambizioni e di speranze, tornasse, come avevano già fatto in tanti, anche lui nella sua terra. Ma di lui non si sapeva più niente. Perfino la Cattedrale era stata ridotta dal terremoto in un ammasso di rovine. Gli dei non sarebbero più tornati, perciò, a Monterosso; dovevano rimandare la loro venuta, perché anche i loro templi erano andati disfatti? Si scopre la ragione per cui Egidio è fuggito dall’America, una ragione grave, però Veronica gli perdona tutto, ma non andrà mai a Milano, dove ora lui fa il giornalista per il Corriere della sera. È impegnata, come i suoi compaesani, alla ricostruzione del paese, giacché si è convinta che: Monterosso non finiva, così come non moriva la civiltà alpina e contadina, che fabbriche e ciminiere parevano aver sconfitto e cacciato dal versante vivo della storia. Al contrario, era la civiltà industriale che era entrata in affanno e mostrava tutti i suoi lividi e le sue scuciture. Quest’ultima condanna è dura e inappellabile. Norberto è l’unico degli amici più vicini ad accostarsi alla sensibilità e alla determinazione di Veronica. Desidera ricostruire la Cattedrale che sette secoli prima aveva voluto il suo antenato Ulderico di Cassinberg, e si mette a ricercare, ordinare e numerare le pietre cadute, affinché sia più facile provvedervi.

Intanto, uno dei sogni di Veronica si realizza, ossia si scopre che quel misterioso personaggio, alto, con una folta criniera di capelli grigi, e una barba arricciata e selvosa, che da qualche tempo gira per il paese, altri non è che Fabrizio Mattioni, il regista tornato a Monterosso dall’America. Nella casa di questi (dove da bambina Veronica giocava con gli amici), per la precisione in fondo ad un pozzo, viene rinvenuta una scoperta davvero interessante, che provocherà dei cambiamenti significativi, in primo luogo nei confronti proprio di Veronica, che riuscirà, fra l’altro, a spiegarsi del perché è dotata di quei poteri particolari, ed infine nei confronti del paese. La rinascita della Cattedrale, la quale riprende a poco a poco la sua forma antica, sembra resuscitare nel paese le incarnazioni di sette secoli prima, quando Ulderico di Cassinberg si accinse alla sua edificazione, e la stessa narrazione pare volgersi indietro, ora, come a tessere un cerchio magico, ossia: a trasformare ancora una volta il presente nel passato, come un filo della tela infinita che costituiva “il dolore del mondo”. E, a proposito di Veronica, l’autore scrive: Si sedette su un sasso, e sentì quasi freddo. La temperatura si era abbassata di colpo, e il cielo era tutto verdastro di nuvole. Capì che presto sarebbe nevicato, anche se marzo era per finire, e la primavera era alle porte. Nell’immaginazione vide una grande nevicata che copriva ogni cosa, i tetti e le strade di Monterosso, i rami degli alberi, i prati, i boschi, le montagne, come quella che, secondo la leggenda, si era verificata a Monterosso subito dopo l’esecuzione di Veronica Castenetto, sua antenata, per restituire pace agli uomini e alle cose. Aspettò un poco, poi si accorse che davvero erano cominciati a cadere grandi fiocchi. Le venne da sorridere perché sentiva che il Grande Mago era ritornato. Lo spettacolo senza fine ricominciava. È la chiusa della storia, e toccherà proprio all’ultimo capitolo rivelarci che cos’è La tredicesima notte; vedrete, una notte che, come dice l’autore, non aveva il corrispondente in nessun luogo della terra. Ecco, il cerchio si è chiuso, il presente si è unito al passato.


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Bart