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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Carlo Sgorlon: “La carrozza di rame”

3 Gennaio 2015

di Bartolomeo Di Monaco

Il romanzo ha un inizio travolgente, che ci lascia col fiato sospeso, abbagliati da una scrittura che, più asciutta che altrove, non ha perduto il suo fascino di magia e di mistero. Un giovane, Alain, deve sposarsi con una ragazza, Valentina De Odorico, che vive in un paese, Malvernis, che ha la cattiva fama di portare sventura. Ma la ragazza è troppo bella perché Alain, che vive in un paese a quattro ore di distanza, Gallerio, si lasci intimorire, anche se un po’ di paura lo accompagna. Prende la sua carrozza color rame e parte per andarsi a sposare. Ma sin dal mattino son comparsi segni nefasti che lo mettono in ansia, e sventure che lo fanno giungere in ritardo alle nozze, quando ormai sembra che il matrimonio sia sfumato e la sposa si è già ritirata piangendo. Lo sposo, superati gli impedimenti del fato, finalmente convola a nozze. Ma la mattina, Caterino, un personaggio che sembra abbia il dono di fiutare i misteriosi avvenimenti, lo vede partire a gran galoppo, con “i capelli neri allargati attorno alla testa come trucioli di ferro”, e da quel momento nessuno sa più nulla di lui.

Chi ricorda questi fatti è Emilio, il figlio di Valentina, nato da quel matrimonio sfortunato. Memorie di avvenimenti realmente accaduti e di leggende fanno, come sempre, capolino nei romanzi di Sgorlon, e la loro funzione è chiara e perentoria: il passato, ancora lui, non se n’è mai andato da noi; è lui che tesse il filo e colora la nostra vita. Senza la sua costante presenza, attraverso i suoi segni misteriosi, saremmo piante senza radici, destinate a perire. Miriam, la bisnipote di Emilio, che comparirà nel finale, sarà il simbolo più convincente di un tale ciclo imperituro dell’esistenza.

Caterino, “alto e sottile”, “sempre pieno di novità e di invenzioni”, è una miniatura del Pietro de “Il trono di legno”, del Geremia della “Regina di Saba”, ma anche di Altiero, lo scultore artigiano, sempre della “Regina di Saba”. Non è autorevole e imponente quanto gli altri. È considerato inutile, “insignificante”, superfluo; fa il falegname ma ha molti momenti liberi, e allora si muove intorno a Valentina, di cui, come Altiero per Isabella, è un po’ innamorato, e se questa è occupata, si prende cura di Emilio, che gli si affeziona sempre di più. Ma non è il solo. Non vi è, infatti, come negli altri romanzi, un cantore centrale, unico; se ne muovono altri, tutti mai messi a fuoco una volta per tutte, sempre defilati, ma presenti nei momenti che contano per Emilio. Ossia, Sgorlon inietta nella sua storia, da più direzioni, il fascino della parola, che ha sempre dentro di sé, nel momento che è evocata, non importa da chi, il portento di una magia e di una rivelazione. Il romanzo si tinge e si orienta sulla sventura, che già all’inizio è annunciata, sulla dissoluzione e sulla morte. L’amico di Caterino, Toni Lari, “Piccolo di statura, i capelli neri e crespi come un arabo”, racconta di aver udito, il giorno in cui Valentina ha le doglie e fuori piove a dirotto, un “tuono misterioso” provenire dal sottosuolo. Nessuno gli crede, ma quel rombo udito resta lì, non ci abbandona più, incombente e pauroso come un nero presagio. Nei personaggi la memoria corre più spesso alle tragedie del passato, di cui temono il ritorno: la carestia, la pellagra, il colera, l’alluvione, che infatti si presenta con tutto il suo carico di follia, dando vita a pagine che rimandano a quelle stupende de “Il mulino del Po”, il grande capolavoro di Riccardo Bacchelli. Pagine bellissime saranno anche quelle sulla siccità: “Tutti giravano per casa con gli occhi spiritati, i tendini del collo sporgenti, la bocca spalancata, come fossero diventati giganteschi ranocchi che bramavano la pioggia nel pantano di uno stagno disseccato. Le bestie sudavano e si smagrivano nelle stalle.” Cesira, l’astiosa e avida sorella di Valentina, “girava spesso col naso in aria come per sentire l’odore di scalogna che filtrava giù dal granaio”. Sua figlia Romilda non è da meno: “si lasciava andare a fantasie così macabre che tutti in casa la chiamavano la becchina.” In occasione della tromba d’aria, più ancora che in quella della piena del fiume, le superstizioni e le ancestrali paure incombono sulla fattoria e avvolgono indistintamente tutti, perfino l’altro figlio “bastardo” di Cesira, Ettore, il più diffidente e restìo a credere ad una “superstizione cretina.” Anche questa ossessione della sventura, scritta nel destino e non esorcizzabile, ricorda le vicende degli Scacerni, e Ettore e Cesira, e specialmente Romilda, hanno qualche tratto in comune con loro. A differenza di Bacchelli, Sgorlon ci presenta, anziché la storia di una generazione di mugnai allocati sul Po, la storia di una famiglia di contadini friuliani chiusi nel loro casale (il “ciscjelàt”), occupati coi campi e con gli animali, coi quali condividono il bello e il brutto dell’esistenza. Sono gli anni in cui appaiono il telegrafo, il telefono, l’elettricità, la radio, la televisione, che vengono visti come diavolerie. Brigida, la vecchia zia di Valentina, allorché fu approntata la linea del telegrafo “non ebbe dubbi quando Emilio le parlò del vento che si sentiva dentro i pali. «È il respiro del diavolo » affermò cupamente.”

È un angolo di mondo sperduto, attraversato da superstizioni, paure, riti, costumanze che si perdono nella notte dei tempi. Ines Boschin è una ragazzina intorno alla quale tutte queste cose sembrano adunarsi e rivivere. Emilio ne è attratto, allo stesso modo che abbiamo visto fu attratto Silvano da Isabella nella “Regina di Saba” o Giuliano da Flora ne “Il trono di legno”. La vicinanza di Ines risveglia in lui percezioni assopite: “Aveva la sensazione, vicino a lei, di sprofondare nel tempo, di precipitare all’indietro nei secoli, in un mondo di cose lontane.” E anche: “a Emilio parve che avesse addosso qualcosa delle foreste e dei fiumi africani.”

E così come Giuliano ne “Il trono di legno” va alla ricerca del padre, anche qui, Emilio non riesce a dimenticare la carrozza di rame che Caterino gli ha descritto in uno dei suoi racconti, dentro la quale qualcuno ha visto scomparire Alain sulla strada per Venezia.

Sgorlon non tradisce la sua vocazione di attento ricercatore dei segreti che si muovono intorno a noi, alla scoperta di un possibile e diverso modo di vivere la nostra esistenza, più vicino alle verità recondite e forse irraggiungibili della Creazione. Ogni volta tenta di nuovo l’impresa con lo sguardo rivolto verso angoli prima inesplorati e nei quali vede fumare la brace nascosta di una speranza rivelatrice. Il viaggio più strano, dirà Emilio, è quello che si fa nel tempo. La furia degli elementi che si abbatte sugli uomini congiunta alle superstizioni e alle paure è l’amalgama, lo strato della misteriosa realtà invisibile che Sgorlon stavolta si propone di indagare. In questo romanzo compare, in aggiunta a Caterino, un altro cantastorie che, al contrario di questi, resterà sempre avvolto da un alone di mistero. Il suo nome per un po’ resta sconosciuto. È chiamato il Cacciatore e viene a Malvernis ogni tanto. Dalla prima volta sono trascorsi otto anni allorché ritorna, e di nuovo si mette a riferire – tutti raccolti a bocca aperta intorno a lui – ciò che ha visto nel suo girovagare per il mondo. Con la sua presenza un alone di magia e di stupore si aggiunge a quello più cupo e orrido della paura. Si viene a sapere che fa il burattinaio e si chiama Alessandro, figlio di Giuseppe Fabris, “la gloria di Galvaro, che aveva recitato con le sue marionette in tutta l’Europa, davanti a ministri, duchesse e teste coronate.” Si mormora che Alessandro sia ancora più bravo del padre. A Galvaro possiede un palazzo, di cui, l’ultima volta che si è visto, ha lasciato le chiavi a Caterino. La sua parola è fluida e incantatrice, come quella di Simone de “Gli dèi torneranno”. Così come era avvenuto in Simone, anche in Emilio si fa largo la convinzione che la sua nascita non sia stata casuale, ma sia legata ad un destino e “che una sorte strana e appartata lo attendesse.” Sente di essere diverso; al contrario degli altri sprofondati nel presente, egli percepisce che il presente rapidamente si allontana e si trasforma in passato, “perché quella era la natura misteriosa e immodificabile del tempo.” Così pure in Raffaele, il padre di Valentina e di Cesira, ritroviamo un altro cantore del passato che soffre lo stesso malessere e la stessa inquietudine nei confronti del governo di Roma, considerato lontano e indifferente, che incontrammo in Geremia della “Regina di Saba”: “Impossibile che da Roma partisse alla volta di Malvernis qualcosa di buono.”

La meraviglia che ci prende, dunque, come lettori, è quella di scoprire che Sgorlon ci narra sempre il medesimo sogno (anche Emilio, come Simone, busserà ad una porta e gli aprirà una donna, Rossana, come a Simone aveva aperto Margherita) così radicato in lui da identificarsi, forse, con la sua stessa anima, tuttavia la sua arte di grande affabulatore ogni volta ci trasmette una fascinazione sempre rinnovantesi come un’inossidabile “magheria”, nella quale è ancora la parola a spalancare la porta dorata. Immagini, forme, similitudini, prendono vita nella sua scrittura con un improvviso impulso stregonesco che ci stupisce e ci attrae: “Sensazioni stranissime si allargarono a ventaglio in lui, come una coda di pavone che fosse chiusa e arrotolata dentro il sangue.”

Finché compare il vecchio Domenico, il carpentiere, l’anarchico, che vive isolato da tutti, e non esce quasi più dalla sua bottega. Emilio vi è andato per imparare il mestiere, uno dei tanti a cui si avvia spinto dalla sua inquietudine, oltre alla passione che ha di dipingere quadri. Domenico racconta; anche lui, dunque, è un altro cantastorie; tuttavia non ha per il passato lo stesso amore che incontrammo in Pietro e Geremia, ad esempio, e che persiste, in questo romanzo, in Caterino, nel Cacciatore e in Raffaele. Domenico nel passato vede solo “un pozzo di ingiustizie e di fanatismi” e quando Ettore per un po’ di tempo, in attesa di essere assunto in ferrovia come macchinista, va con il cugino Emilio nella sua bottega, presto, ascoltando il vecchio, si sente attratto dall’avvenire: “L’Eden non era indietro, nel pantano dei millenni trascorsi, ma nelle pieghe del futuro.” Sgorlon per la prima volta in modo deciso, attraverso Domenico, allunga lo sguardo oltre il presente, e tra Emilio e Ettore imbastisce un confronto. I due sono amici; Ettore – che richiama un po’ anche il Metello di Pratolini – avverte l’esigenza che, per progredire, la società debba tagliare “ogni ponte col passato” e anche: “L’uomo nuovo nascerà soltanto con lo Stato socialista.”, e “capiva che Emilio non era l’uomo nuovo, ma neppure un rappresentante di quello vecchio, marcito e putrefatto.”

Il confronto consente all’autore di esplorare le miserie del presente e la inconsistenza delle illusioni nel futuro, mettendo in campo la follia della guerra, già vituperata nei precedenti romanzi, ma mai afferrata per i capelli come in questo libro, di cui con descrizioni minute e puntigliose viene evidenziata la gratuita e devastante violenza. Perfino chi era stato interventista e aveva acclamato sulle piazze, come l’ondivago e suggestionabile Poldo, il marito di Romilda, la sorella di Ettore, non sa capacitarsi di come abbia potuto ingannarsi fino a quel punto. Alcuni di questi fatti, come la rivolta dei soldati e la loro fucilazione, uno per ogni dieci dei rivoltosi, li abbiamo visti tragicamente rappresentati in quell’asciutto ed emblematico film di Francesco Rosi: “Uomini contro” del 1970. Già Sgorlon di questa decimazione aveva fatto cenno ne “Gli dèi torneranno”, non risparmiando la sua collera nei confronti del “generalissimo Cadorna”, che aveva impartito l’ordine, ma qui decide di mettere finalmente il dito nella piaga, mostrando quanto la guerra appartenga al vasto “feudo della morte”. Così come vi appartengono le rivoluzioni, si chiamino bolsceviche o fasciste. Presente e futuro, nella loro subdola perversione, s’intrecciano ancora allorché Sgorlon registra le conquiste della scienza: non solo la luce elettrica, il telegrafo, il telefono, ma ora irrompono il grammofono, la radio, la televisione, irrompe il cinema e, dopo le prime meraviglie, “Donne, che avevano dormito per quarant’anni soltanto con il proprio marito, seguivano con il petto affannoso amori di maliarde di altri secoli, che ricevevano i loro uomini in letti a baldacchino, vestite di veli e di gioielli, e passavano la vita sdraiate su divani a farsi adorare.” La guerra pare aver eretto uno spartiacque con il passato, aver chiuso per sempre un’epoca che era vissuta all’ombra e nella suggestione delle tradizioni che si perdevano nella notte dei tempi. Perfino i pozzi scompaiono per lasciare il posto al moderno acquedotto “e la gente aveva tirato l’acqua in casa.” Sgorlon scrive una storia più complessa delle altre che l’hanno preceduta, epica questa volta (e sorprendentemente vi scopriamo un personaggio antieroe per eccellenza, il primo forse di Sgorlon: Valentina, come pure antieroina è Romilda, la cugina di Emilio, che avverte la suggestione del passato quale nessun altro qui, ed è attaccata alla roba come un Mastro don Gesualdo in gonnella), nella quale storia, la realtà concreta e visibilissima mostra la sua faccia senza mascherature e pantomime, attenuando e sovrastando quell’atmosfera dell’invisibile che, nelle altre storie, la dominava e la condizionava. È una rappresentazione cruda, che Sgorlon mette alla prova davanti al lettore, con l’intento di una verifica e di una sfida. Così ci troviamo di fronte Caterino che si accorge che le sue storie del passato, con l’avvento del cinema portato in paese dal Cacciatore, non interessano più nessuno e si rinchiude nella sua casa, e Ettore che è abbagliato dal mito della rivoluzione che si è fatta in Russia e che sta dilagando e, morto il nonno Raffaele, interpreta, pur dispiaciuto, la sua fine come segno che il passato è stato sepolto. Ugualmente lo teme, tuttavia, e cerca maniacalmente di distruggere ogni oggetto che lo ricordi, poiché “il passato rinasce sempre, come un fungo velenoso.” Si sente soddisfatto “per tutto ciò che era scomparso, i carnevali, le quaresime, le feste religiose, le rogazioni per la pioggia. L’antica superstizione si staccava a placche dal muro, come un intonaco lebbroso, e si disfaceva da sola per ragioni di vecchiaia.” E Emilio? Emilio è confuso: “Aveva perso la carta della navigazione, o non l’aveva mai posseduta”; non ha la sicurezza di Giuliano, di Silvano e di Simone; vagamente avverte di trovarsi “dentro la carrozza di Alain, trascinata da cavalli irreali zoccolanti nel vuoto, nella corsa senza soste che sottraeva al più presto tutte le cose”. Nessun personaggio, dunque, nemmeno Emilio che ha in mano i fili della storia, ha una propria centralità. Come sono plurimi i narratori che ci rimandano a Pietro de “Il trono di legno”, ai quali si devono aggiungere Toni Lari e Marco il Pellaro, sebbene non in vista come gli altri, così sono molteplici i personaggi che per qualche momento salgono alla ribalta col piglio ed il rilievo del primo attore. Succederà per Valentina, Cesira, Brigida – sorella della madre di Valentina, sempre chiusa nella sua soffitta e creduta una mezza strega -, Ettore, Emilio, Romilda, Poldo, il Cacciatore, Raffaele – il nonno di Emilio -, Caterino, Stefano – il figlio di Romilda -, Teodoro e così via fino a Miriam, la bisnipote di Emilio. All’improvviso, Sgorlon orienta “l’occhio di bue” su uno di loro, e ne fa uscire uno sfolgorio di luci.

Sarà “lo stagno incantato della lettura” in cui avverte il bisogno di immergersi, che a poco a poco collegherà Emilio a Giuliano, a Silvano e a Simone, zingaresco viaggiatore della realtà come loro, dopo che Emilio si è trovato a percorrere un cammino meno perentorio, in cui la forza della realtà visibile, con il suo bagaglio copioso di sventure, lo ha irretito e confuso, reso cieco e sordo agli incantesimi che la vivificano. Si metterà a ricostruire con la sua impresa edile ciò che la guerra ha distrutto, ma non secondo i “nuovi stili razionali, geometrici e senz’anima”, bensì secondo “quello degli archi, dei porticati, degli androni dell’antica architettura contadina”, “poiché la sua passione più vera era quella di conservare il passato.” La ricerca di un contatto con il passato potrebbe finalmente appagarlo; il suo entusiasmo si propagherà non solo ai suoi operai, ma a tutti coloro che vedono crescere sotto i loro occhi la sua opera taumaturgica. Anche qui, come ne “Gli dèi torneranno”, l’incontro con Rossana sarà determinante per sperare che, come là “la grande bicocca” di Cleulis, Malvernis, il paesino trafitto dalle sventure, possa trasformarsi in una nicchia del passato, dove il presente e il futuro non arriverebbero con il loro fragore tronfio e inutile. Ma in Emilio permane l’insicurezza (“la gelatina di una silenziosa insaziabilità”), e in lui ha fatto il nido una malinconia che non abbiamo trovato altrove, che si manifesta soprattutto nel momento in cui i suoi cari si staccano dal presente e si allontanano nel passato. Perfino gli entusiastici Ettore, immalinconitosi per la delusione cocente ricevuta dai propri ideali infranti, e sul versante opposto, Poldo, il marito di Romilda, deluso dal fascismo e dai tradimenti di Roma, “sentina di ogni vizio”, e la stessa Romilda, prima così solida e scontrosa, l’esaltato e visionario Teodoro, genero di Emilio, impegnato nella ricerca di un misterioso evangelario che contiene un’antica profezia, che ci ricorda per un attimo “Il quinto evangelio” di Mario Pomilio, mostrano le ferite sanguinanti che il presente imprime dappertutto prima di decomporsi, di lasciarsi sedurre e afferrare dal passato e svanire annientato dalla forza della leggenda e del mito. La stessa fattoria, il ciscjelàt, si eleverà a simbolo di tutto ciò. Saranno queste calamità, queste sventure, queste marcescenze, queste aggressioni della morte, sia materiale che spirituale, che accresceranno in Emilio quella sua “insensata insaziabilità”. Resta in attesa. Mai in Sgorlon, come in questo libro, si percepiscono tanto intensamente la fibrillazione e la caducità del presente e la costante e inquieta azione della morte, che richiama alla mente dell’autore la celebre partita a scacchi disputata tra il cavaliere e la morte ne “Il settimo sigillo”, il capolavoro del 1956 di Ingmar Bergman.

Ricordate il tuono misterioso che Toni Lari aveva udito in quella notte di pioggia in cui era nato Emilio? Quell’evento annunciato, disastroso, così collegato alla “profezia sovrana di Malvernis, quella delle ‘case di Pietro’” contenuta nel misterioso evangelario, è rimasto in sospeso lungo tutta la storia, in attesa allo stesso modo che in attesa di qualcosa che lo illuminasse è stato sempre Emilio. In un inverno gelido, affacciato alla finestra, mentre guarda scorrere il funerale di un suo caro, “sentì fino in fondo l’amabilità di ognuno perché nasceva, viveva anni agitati e drammatici, e poi moriva.” E ancora: “Gli uomini erano amabili perché potevano morire da un momento all’altro.” Sarà la chiave che darà il senso alla sua vita, allorché quella profezia si abbatterà con la sua cieca violenza su cose e uomini.

Sgorlon riesce a recuperare e trasfondere in questa opera davvero notevole, complessa e inquieta assai più delle altre, la fugacità e la crudeltà del tempo e soprattutto il dominio della morte, a cui l’uomo tende come a un sonno desiderato; non solo lui vi tende, ma lo stesso universo, al punto che Emilio, ormai novantenne, percepisce “Che la sua stanchezza fosse quella stessa dell’universo, che anelava a interrompere il suo flusso di vita e a riposare in Dio.” Come in Verga e in Bacchelli, anche qui scorrono inquiete le generazioni, a contatto con una realtà mai pietosa e consolatoria, bensì dannata e ostile. Quando la profezia si avvera, Emilio ammette che “Aveva sempre avuto il sentore della fragilità delle cose umane, della loro sostanza effimera e vuota, e aveva sempre intuito il loro destino finale di distruzione e di dissolvimento.”; ci sono dei segni, infatti, mescolati alla realtà, che non riusciamo a decifrare, poiché “Gli uomini erano esseri ciechi, persi nel buio del mondo”. La realtà, ossia, è generatrice di miti, e i miti diventano a loro volta testimoni e annunciatori di nuove realtà che ritornano: “Possedevano quel segnale da secoli, ma nessuno, nemmeno il Cacciatore, l’aveva saputo interpretare.” Alle sue storie, Sgorlon aggiunge, infine, il fascino di quella magheria della scrittura – così sublime nello splendido finale di questo romanzo – che conferma l’autore uno dei più importanti e fascinosi della nostra letteratura.


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Bart