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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Carlo Sgorlon: “La tribù”

3 Settembre 2014

di Bartolomeo Di Monaco

Ancora il tema del degrado della società è al centro di un altro romanzo di Sgorlon. Lo abbiamo già trovato, ad esempio, ne “La fontana di Lorena”, al quale questo lavoro somiglia molto. L’autore parte da un ambiente sano e a poco poco registra i virus che lo invadono e lo deturpano.
Il paese scelto non poteva che essere il più rappresentativo: “Foràns sorgeva in una zona quasi selvatica, dove il bosco a volte diradava per lasciar spazio alla rovina di un torrione, diventato nido di rovi, ortiche e cornacchie. I boschi erano trafficati da cinghiali e contrabbandieri.”.

Chi racconta è Ivano, studente di legge (diventerà magistrato), che vive in paese e appartiene alla famiglia di Giovanni de Martis, un brigadiere dell’arma dei carabinieri, ex partigiano e nobile decaduto, del cui castello avito, distrutto secoli prima dai Veneziani, si sono perse le tracce a Foràns. La madre si chiama Martina ed è nata in America, nel Colorado, da cui è venuta via a nove anni a causa della grande crisi, e nelle sue vene scorre sangue dalmata, “con un fondo zingaresco.”, ha “lo sguardo di pitonessa e di lupa balcanica.”. Fa la levatrice. È nata da Xenija, la cui vita trascorsa in America non ha mutato il carattere della sua stirpe istriana. Ivano ha due fratelli, Diego, che fa il meccanico, dal viso deturpato da un incidente accadutogli quando aveva tre anni e perciò riservato e malinconico, e Roberto “che pareva avere chissà quali misteriosi traguardi.”, studente pure lui e una specie di dongiovanni, e una sorella, Gemma, che fa la sarta, con un certo successo.
Dunque, una famiglia legata ai tradizionali valori della vita. Dice Ivano: “Tutto in casa mi sembrava ben ordinato e distribuito, e ognuno sistemato nella sua giusta funzione. Ciascuno era soddisfatto di ciò che faceva. Niente mancava alla completezza della nostra tribù.”.

È il momento in cui l’autore comincia a sciogliere il suo gomitolo. Come ha già fatto in altri romanzi, la trama ogni tanto è attraversata e arricchita da inserimenti di storie che sempre richiamano l’antico e il mito. Da essi Sgorlon non si staccherà mai e li privilegerà sulla modernità, vista come la fonte di una decadenza dagli esiti degradanti e nefasti. Ciò che nell’antico può essere accaduto di esecrabile è filtrato da Sgorlon in modo che ne risulti il nocciolo di intangibilità legato alla universalità e alla non contaminazione della creazione. Privilegio che non intende trasferire sic e simpliciter alla modernità.
Sgorlon uomo antico, dunque? Nient’affatto. Sgorlon si rivela sempre di più l’autore che sa collegare passato e presente sulle linee immarcescibili della purezza e della intangibilità, nascoste sotto le incrostature prodotte dalle devianze umane. Ad esempio, ovunque l’uomo ha contaminato la natura, Sgorlon scava, taglia e ripulisce per tornare alle origini, non quelle spurie, ma le prime, quelle verginali, lontane da ogni forma di selvatico e di barbaro. Un cantore quindi di ciò che ha costituito la sostanza e l’amalgama della vita e una indicazione perentoria, la sua, della strada da seguire per il futuro: “Vecchi artigiani morivano e nessuno li rimpiazzava, le loro botteghe restavano chiuse e i loro arnesi pian piano arrugginivano negli scaffali e nei cassetti.
I giovani non ne continuavano il mestiere, avevano altre idee e se ne andavano a cercar lavoro nelle fabbriche e nelle città. La gente mutava anche da noi, e i tempi andavano depositando su di essa qualcosa di simile ad una crosta di calcare, che ne induriva le superfici e i comportamenti, e li riportava indietro nei secoli, a qualcosa d’irsuto e di selvatico: un po’ come i boschi che stavano a ridosso dei paesi, non sfoltiti o tagliati da nessuno, e sembravano sempre più avvicinarsi alle case e intricarsi d’arbusti e di rovi selvatici.”.

Torna ancora una volta l’indicazione di un’azione necessaria che Sgorlon invoca e quasi grida all’umanità. Essa non è facile e lo stesso passato dimostra che ci sono state lunghe epoche colpite da confusione e incrostazioni che non sempre si sono sapute sciogliere e “i popoli più antichi, ai tempi della tribù, dovevano vivere in un tetro disordine morale.”.
Molta importanza viene data alla legge e l’autore esalta la figura di quel “patriarca della preistoria, di cui nessuno aveva tramandato neppure una parola”, che aveva cercato di dare regole alla convivenza civile: “Solo attraverso la legge l’umanità era uscita dalla brutalità irsuta e nefaria dei propri istinti”.
Ma un tale risultato è stato, con il trascorrere dei secoli, continuamente messo in pericolo.
La famiglia de Martis non farà eccezione: “Gli acidi corrosivi che avevano cominciato ad intaccare la famiglia, un po’ dappertutto, per quanto fosse incredibile, si erano infiltrati anche dentro casa sua”. La modernità piomberà, così, sui suoi membri e provocherà paure, smarrimenti (si annoti il bellissimo capitolo X che riguarda Ivano, “sdrucciolato fuori del tempo”), lacerazioni, e non sarà facile per nessuno venirne a capo, visto che “Il Padreterno, immensamente lontano, non manifestava in alcun modo la sua collera, non protestava, non brontolava nei temporali né lanciava i suoi fulmini, perché era invecchiato sopra il suo seggiolone di montagne e di nuvole. Era sempre assonnato e distratto, e da gran tempo aveva smesso di occuparsi di cose terrene.”.

Il lettore troverà nel romanzo molte immagini belle al pari di questa (si vedano anche le molte metafore), che rendono l’idea di una facilità narrativa e di una fantasia rilevanti, oltre che raffinate.
La figura di Dora, la moglie di Ivano, chi sa perché, fa balenare alla mente la Dora (e perché non anche la sfortunata Emily?) del “David Copperfield” di Charles Dickens, pur essendovi tra loro molte differenze, ma le accomuna una nativa innocenza. Molto bello, nell’ultimo capitolo, l’incontro di Ivano con Dora, che era come sparita dalla sua vita.
Infine: questo romanzo si legge tutto d’un fiato, un capitolo tira l’altro.


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