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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Letteratura: Carlo Sgorlon: “L’alchimista degli strati”

28 Dicembre 2014

di Bartolomeo Di Monaco

Il protagonista, Martino Senales (sarà lui, diventato geologo, l’alchimista degli strati del titolo), altoatesino,concepiva la vita come un’immensa staffetta dove ogni uomo, giunto alla fine, consegnava il suo testimone a chi veniva dopo di lui, che l’avrebbe portato più avanti.”. Studente di geologia al Politecnico di Milano, Martino ambisce a diventare scienziato e il pensiero gli è suggerito dall’esploratore Robert Scott che fino al momento della morte nell’Antartide aveva voluto lasciare tracce del suo lavoro. È una descrizione positiva, questa volta, della utilità dell’uomo nell’universo.

Al Politecnico arriva un giovane misterioso, Abramo Fusswi, che pare ricchissimo. Sembra provenire dal Medioriente. Il suo Dio è Allah (dunque un mussulmano come Mansùr de “Lo stambecco bianco”). Segue le lezioni con impareggiabile attenzione. È un tipo taciturno, che però fa amicizia con Martino. L’amicizia è un altro dei temi ricorrenti in Sgorlon e quando ne approfondisce la sostanza lo fa per estrarne gli aspetti positivi utili ad uno sviluppo più in sintonia con le leggi del Creato: a riguardo di Karen, una ragazza danese da entrambi frequentata, “Finirono anzi per scoprire che il rapporto esistente tra loro era più importante di Karen.. Allo stesso modo succederà per Leni. La donna fa sempre la sua apparizione nei momenti cruciali e mostra la sua malia e la sua padronanza delle leggi universali. Sarà così, infatti, anche quando Abramo, dopo avervi soggiornato per una settimana, scompare dalla casa di Martino, e fa la conoscenza con la giovane nobildonna che abita un antico castello ricco di storia medioevale. Il suo nome è Magdalena Eva Rosenkrug, chiamata Leni. Allorché Martino, condottovi da Abramo, va a trovarla, da uno specchio la intravvede che si “stava cambiando d’abito e tendendo meglio le calze nere sulle gambe. Martino, quando vedeva una giovane donna, pareva sempre entrare in un enigmatico campo magnetico”. È l’ennesima conferma della considerazione che Sgorlon nutre per il ruolo della donna nell’universo, pressoché un ruolo centrale. Nei suoi romanzi tutte hanno avuto un protagonismo determinante, spesso in direzione del bene. uando, Leni è specializzanda in neurologia. Tra i suoi antenati poteva vantare anche la trisavola Erika che, vedova, era diventata l’amante di Massimiliano d’Asburgo, e con ciò era riuscita a salvare le popolazioni intorno al proprio castello dal saccheggio della soldataglia.

Il pensiero di Leni non abbandona la mente di Martino e anche questa volta deve fare i conti con la sua amicizia nei confronti di Abramo che immagina sia riuscito con la sua bellezza, la sua ricchezza e i suoi talentuosi modi di fare ad entrare nella camera da letto della ragazza. Tuttavia Martino è anche un geologo e uno speleologo (“Martino provava emozioni straordinarie calandosi nelle viscere”) e un tale interesse si accompagna a quello per Leni, in quanto dai suoi studi va convincendosi sempre di più che “in tutti i processi geologici la protagonista era la temperatura, ossia la vicinanza maggiore o minore con il magma degli strati profondi.”. Ossia: “Il calore era la base della vita.”. Del resto, non sarà con il calore della lama del suo coltello, sterilizzata con il fuoco, che il protagonista guarirà la figlia di una famiglia di beduini? O non sarà il calore della lava uscita dall’Etna ad attrarre il suo pensiero di riuscire a produrre una energia alternativa al petrolio? È un interesse nuovo che va sviluppandosi nell’autore, mai affrontato come tema specifico, e non finisce di stupire la sua curiosità scientifica che potremmo definire di tipo leonardesco. La capacità del narratore friulano sta nel modo in cui ci sa condurre per mano lungo un percorso che sarebbe potuto apparire tedioso ad un lettore pressoché sprovveduto, se non lo accompagnasse con le magherie, le abitudini, le leggende (ad esempio quella dei ginn, “esseri intermediari tra gli uomini e Allah, ma ve n’erano anche al servizio delle potenze oscure.”) che attraversano il mondo dei protagonisti. Così Sgorlon si mantiene anche nei campi più ostici, non solo un conoscitore preparato della materia, ma anche il consueto favoleggiatore che sa farci attraversare più di una volta il velo di Maya, dove, come nelle leggende, l’essere e il non essere si fondono.

Una delle occasioni ci viene offerta allorché Abramo è richiamato in patria da suo padre, l’emiro di uno di quegli Stati arabi dove il petrolio abbonda. Parte portando con sé Martino che riceve, con il consenso dell’emiro, la direzione dei lavori per l’estrazione del petrolio. Martino è incantato dall’ambiente, dove il moderno si mescola alla tradizione. Conosce usanze mai sospettate come quella secondo la quale l’uomo forestiero ha diritto ad avere in casa un domestica che gli farà anche da moglie temporanea. Anche in un luogo lontano dal suo Paese, Martino ha modo di vedere confermata la sua convinzione che l’uomo non può stare senza una donna e che l’eros è una espressione potente dell’universo, pressoché un dio: “l’eros l’aveva toccato da tergo su una spalla, e lui aveva capito di essere uno dei suoi sudditi più fedeli.”; “l’eros, che Martino definiva forza cosmica.”. È, pure questo, come “Il velo di Maya”, un libro in cui l’eros si impadronisce di un ruolo fondamentale. Quella che gli viene assegnata è una donna attraente e si chiama Ruqayya; è stata già per sei volte la moglie “a termine” di altri uomini: “Era una ragazza sui trent’anni, docile, sorridente e laboriosa.”; “la notte, se lui era d’accordo, si sdraiava accanto a Martino, serena e piena di attenzioni.”.

Non è il primo romanzo in cui Sgorlon cerca di avvicinare gli occidentali al mondo misterioso dell’Oriente e lo fa da un po’ di tempo con l’affetto di chi forse ha del tutto compreso ed assimilato le differenze, accettandole (non è senza significato il ricordo dei buoni rapporti tra il Saladino e Federico II di Svevia, messo a confronto con l’insorgere di un estremismo islamico insofferente e ingiustificato).

Nel nuovo lavoro, Martino ha modo di soddisfare la sua curiosità e il suo amore per la geologia. La ricerca del petrolio gli consentirà di scoprire la sua origine, ossia i fenomeni sotterranei che si legano alla sua formazione. Scendere nelle profondità della terra, sondare le rocce che vi si nascondono con i loro misteri, è una delle molte vie attraverso le quali l’uomo può giungere alla conoscenza dell’Essere universale, di quella energia, cioè, che compone ogni cosa, compreso l’uomo.

La storia di Martino si profila sempre di più come indirizzata a tale scopo. Diverso è, infatti, il suo sentimento, da quello delle compagnie occidentali che si appropriano “per quattro soldi” del grezzo per raffinarlo e trasformarlo in ulteriore e maggiore strumento di ricchezza a loro esclusivo vantaggio: “Europei e americani agivano soltanto per i loro interessi”.

Ma non manca la nostalgia per la sua terra, l’Alto Adige, e per il suo paese, Alpendorf, ed essa affiora mentre cominciano ad apparire i primi segnali dell’estremismo islamico.

Un’altra occasione per affermare il ruolo dell’eros nella Creazione si presenta allorché in una strada del piccolo emirato incontra una bella ragazza veneziana, Irene Mantovani, la quale, appassionata di letteratura e di storia, aspira a fare la giornalista. È stata fidanzata, e poi lasciata: “in minigonna e maglietta attillata era una festa per gli occhi.”. E ancora: “v’era nell’aria quel flusso di simpatia e di seduzione che nasce spontaneamente perché inserito nelle grandi leggi della natura.”. E: “A Martino, Irene pareva la cosa più splendida e luminosa che ci fosse nel mondo.”. Ancora è la donna a segnare la direzione di marcia nelle storie di Sgorlon.

Uno dei pensieri che ricorre frequente nell’autore, e dunque anche in questo romanzo, è quello della migrazione imponente dei poveri che fuggono dalle loro terre su barconi sgangherati allettati da un’Europa che essi vedono come il regno della felicità, trovando spesso, una volta giunti, o se giunti, dolore e disperazione. Sgorlon è ossessionato dal fenomeno. Prima o poi gli Stati invasi si sarebbero dovuti difendere, e allora che cosa sarebbe successo?

Ricordate quando in alcuni romanzi certi fanatici mussulmani trovavano nella migrazione verso l’Europa e la cristianità una rivincita inevitabile delle sconfitte subite nel corso delle Crociate e anche subite nei secoli successivi? Ora Sgorlon vede il fenomeno con il timore di colui che non riesce a decifrare con esattezza l’implosione che la migrazione contiene in sé. Una forma di difesa dell’Occidente sembra a lui inevitabile.

Martino e Irene, dopo una vacanza in Italia, tornano nel piccolo Emirato, e Irene comincia ad insegnare in una nuova università, voluta dall’emiro, ma avverte che qualcosa sta pericolosamente cambiando e che molti studenti sono attratti dalla rivoluzione predicata dagli ayatollah e dai taleban. Dunque, forse la loro vita corre dei rischi: “Dov’era il mondo arabo che ambedue avevano amato?”. E ancora: “vivevano in un allarme e in una tensione ininterrotti.”. L’autore traccia qui il quadro dei movimenti estremisti che si stavano delineando nel mondo islamico e che avrebbero provocato tante rivolte e tanti capovolgimenti. All’università dell’emirato, dove Irene insegna, gli studenti “non volevano saperne che la storia era cambiamento continuo e che antiche opinioni e costumi, quali che fossero, dovevano sempre fare i conti con le mutazioni ininterrotte provocate dal tempo.”.

Non sono più gli strati rocciosi da cui scaturisce il calore sotto la forma del petrolio (l’olio della pietra) o della lava dei vulcani (“il calore che c’era negli strati profondi…”), bensì gli strati che si stanno formando e ramificando nella società, un po’ dovunque, e che rischiano di spargere sangue e desolazione, così come nell’antico un qualche segmento di irrazionalità e di odio portò all’incendio e alla distruzione della grande biblioteca di Alessandria (efficaci le pagine che fanno cenno al “più grave incendio subito da una biblioteca in tutta la storia umana.”, come più tardi saranno efficaci le pagine dedicate alla marcia di Martino nel deserto insieme con una tribù di beduini: “Misuravano le distanze a giorni o a settimane, e la fretta non spuntava mai nella loro mente.”).

Sgorlon mescola, com’è suo costume, alla dirompente fantasia, fatti realmente accaduti, come l’occupazione dell’emirato da parte di uno Stato confinante, dando così al racconto un filo conduttore che ci consegna in una visione di straordinaria unità l’antico e il moderno congiuntisi allineando, anche in modi burrascosi, continuità e contraddizioni.

La resistenza di Martino (ed anche del suo amico Abramo, che ha ormai abbandonato il suo Paese dopo l’occupazione del suo emirato avvenuta da parte di un altro Stato arabo a causa della presenza del petrolio, e ha preso ora la cittadinanza italiana) è prodigiosa. Le disavventure lo hanno umiliato, ma non piegato. Egli si “sentiva una specie di alchimista. Si vedeva un po’ come un Paracelso, un Cardano, un Agrippa di Nettesheim, un Giordano Bruno, uno di quegli uomini strani che avevano avuto l’intuizione che un’epoca della cultura si era chiusa e un’altra stava per cominciare.”.

Ma che cosa sarebbe stata questa nuova cultura, questa nuova civiltà? Come poteva contribuirvi Martino? Così si mette in testa di trovare nuove fonti energia alternative all’oro nero, che tante guerre, invidie ed ingordigie ha suscitato (il “regno sinistro del petrolio”). Nello spazio, intorno all’uomo, di energia ce n’era tanta, bastava solo trovare il modo di prelevarla dagli strati in cui si trovava nascosta, incanalarla e sfruttarla: per esempio “l’immensa forza delle maree.”, oppure il “magma delle eruzioni”, e altro ancora: “in un modo o nell’altro, bisognava fornire energia pulita all’umanità”. Anche Abramo è d’accordo con lui. È un’impresa titanica, a cui si dedica, ma che a volte gli fa fumare la testa: “non riusciva a pensare a se stesso se non come l’uomo che aveva un destino legato al problema dell’energia.”. Dopo vari tentativi con l’acqua, si convince che “era il calore della terra ad avere in sé, ben nascosta, la soluzione del problema.”.

Come si vede ci troviamo di fronte ad un romanzo che si potrebbe definire a composizione stellare in cui le punte sono rappresentate da alcuni obiettivi che abbiamo trovati espressi in altre opere dell’autore: l’amore universale (“una grande energia, la vera forza della vita”), il ruolo della donna (“La natura ha fatto molte cose incredibili. Ma la più stupefacente è la bellezza delle donne e le loro forme irresistibili.”), quello dell’eros (discrete nella loro bellezza le frasi che leggiamo verso il finale, in cui è descritta la scena d’amore tra Martino e Leni, tra cui: “lo aveva ospitato nella sua intimità, che era il culmine di ogni possibile desiderio e di ogni specie d’amore.”), l’importanza dell’amicizia, i pericoli di un progresso incontrollato, la povertà di molti e la ricchezza di pochi, l’estremismo come fattore disgregatore dell’armonia tra i popoli diversi per razza e religione, ed altro ancora. Tutto ciò dà a quest’opera un valore ed una singolarità degni di attenzione e di ammirazione.

Abramo e Leni finiscono per dare all’impegno di Martino quello previsto profeticamente da un antico manoscritto, in cui si legge che l’era dell’oro nero, il quale è “dominato dalla signoria del Male”, volgerà al termine e un nuovo profeta lavorerà per sostituirlo con qualcosa finalizzato al bene. Ma se davvero esistevano i profeti, ciò “era segno che l’avvenire già esisteva, pensato e inserito in un piano sconosciuto.”. E poco più avanti: “la freccia del tempo sarebbe potuta essere rivolta anche nel senso contrario, correndo dal futuro al passato.”.

Sono approfondimenti di una teoria esistenziale che Sgorlon raramente aveva affrontato come ipotesi plausibili. Essi sono allo stesso tempo affascinanti, misteriosi e sconvolgenti, soprattutto ove si pensi che provengono da uno di quegli scrittori non scienziati che non ha mai rinunciato, anche a costo di ripetersi, di indagare sull’uomo e sull’universo di cui fa parte.

È un romanzo ispirato dalla speranza.


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Bart