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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Letteratura: Carlo Sgorlon: “Lo stambecco bianco”

26 Dicembre 2014

di Bartolomeo Di Monaco

Al largo di Fiume arriva una nave carica di clandestini. Tra essi un libanese di quindici anni, Mansùr, che vuole raggiungere il padre Walid al Muqaffa forse rifugiatosi in Svizzera e, come lui, fuggire dalla guerra che stava straziando il suo Paese. Conosce per la prima volta le montagne della zona e ne resta suggestionato. C’è la neve (“Era bellissima la neve. Trasformava le cose.”) e fa freddo: a tutto ciò non è abituato, ma il fascino dell’ambiente è irresistibile.

Sgorlon ci narra dunque la storia di uno dei tanti clandestini sbarcati in Italia per suggerirci che non tutti sono eguali e qualcuno ha dovuto lasciare la propria terra costrettovi da circostanze più forti della sua volontà: “la guerra, che aveva sempre governato la sua vita, non gli aveva mai consentito di uscire da Beirut.”.

Mansùr è fortunato giacché in un casolare di montagna, isolato ed in mezzo alla neve, dove si era introdotto per ripararsi dal freddo e sfamarsi, trova Gregorio Cassin, un uomo “alto, asciutto, con i capelli brizzolati e il viso abbronzato e solcato della gente di montagna.”, che lo accoglie e lo invita a restare con lui. Gli procura anche nuovi abiti adatti al clima rigido dell’inverno. Mansùr capisce di essere “entrato in una direzione diversa della sua vita”. Il rapporto di comprensione e d’intesa che si instaura tra Gregorio e Mansùr, il cui padre – apprende da Gregorio – è morto assiderato insieme con altri due compagni non molto lontano dalla casa di Gregorio, ha un’impronta fortemente innovativa nell’autore che, attraverso Mansùr fa emergere la parte nobile e fiera della civiltà mussulmana. Ci troviamo di fronte ad un clandestino che riesce ad esprimere la grandezza della sua razza anche nelle piccole cose e nella modestia e riservatezza dei suoi comportamenti. Gregorio ne trae motivi di soddisfazione e di rispetto: “nodi segreti andavano stringendosi tra loro.”.

Ne approfitta per portare in giro nei boschi Mansùr, allo scopo di insegnargli il valore immenso della natura e la colpevolezza degli uomini ogni volta che hanno voluto violarla. Come ora, che si sta pensando di costruire una nuova strada per raggiungere l’Austria.

Tornano con prepotenza i motivi cari a Sgorlon. La natura è il tessuto ammaliatore della trama, qui semplice, ma proprio per questo esplicita: “Alla terra sempre si ruba qualcosa. E non si restituisce mai nulla.”.

Come pure quello della donna, la sua espressione più bella (spesso messa in simbiosi con una sensuale capacità di danzatrice), e qui impersonata da Ines (“gli altri accanto a lei si sentivano esplorati nel profondo e nelle intenzioni più segrete.”). O anche quello (come ne “L’ultima valle”) della costruzione di una superstrada che avrebbe ferito la natura e inferto un duro colpo all’armonia della Creazione. Gregorio, che nel frattempo ha adottato Mansùr, è convinto che di strade “ve n’erano già troppe, e ognuna di esse significava distruzioni di grandi superfici di bosco e di campagna.”. Come in pressoché tutti i romanzi, Sgorlon affida ad alcuni personaggi particolari, di solito non più giovani e già carichi di esperienza, il proprio ruolo di custode della tradizione della natura. In questo libro va più in là ed esprime una profezia apocalittica, di cui non aveva mai fatto uso con tanta forza nel condannare l’opera dell’uomo contro la natura. Lo fa attraverso un articolo che Gregorio scrive su di una rivista trimestrale del luogo, in cui sostiene che: “gli uomini erano diventati troppo numerosi, invadenti, sovvertitori degli equilibri biologici, e che la natura stava per eliminarli dalla vita come aveva fatto con tante altre specie. “. È l’inizio di una battaglia che Gregorio perseguirà con convinzione e accanimento. A quell’articolo, infatti, ne seguiranno altri e la gente del luogo comincia a riflettere: “Quelli che leggevano tornavano a sentirsi figli del Pianeta.”. Non tutti sono d’accordo con lui, ovviamente, ma il seme di un concetto rovesciato di progresso è stato versato e si doveva solo attenderne con pazienza gli eventuali frutti, visto che “Anche la ragione non era altro che un prodotto della natura, indirettamente, perché era una risultante del cervello, fabbricato dall’evoluzione.”. Mansùr non è d’accordo con lui; la costruzione della superstrada lo esalta sempre più, proprio mentre nel resto della popolazione i dubbi e le ragioni di Gregorio si vanno affermando non appena i progetti, e soprattutto il mostruoso viadotto che entrerebbe nel bosco, sono conosciuti. Mansùr non ha ancora finito gli studi ma ha fretta di dedicarsi ai lavori della nuova costruzione: “Progressivamente andava sostituendo il suo antico mondo perduto con quello nuovo”. Il passaggio di Mansùr da una civiltà diversa (che si porta ancora addosso, facendosi però apprezzare per talune qualità ad essa collegate) devastata da una perenne guerra non paiono aprirgli gli occhi sull’importanza che può avere per un uomo come Gregorio la salvaguardia della natura dalla quale, recependone le sensibilità e le voci (“in qualche modo sentiva delle voci”), egli riesce a trarre le motivazioni più profonde per la propria vita e per la propria arte (è un modesto scultore del legno): “Al centro di tutto non era da collocare l’uomo, ma la natura medesima”. Ines (che svolgerà un ruolo importante) ed Edoardo, entrambi imprenditori di talento, vogliono sfruttare quanto prima le doti di Mansùr, in concorrenza tra loro. Ma sarà il lavoro svolto per Edoardo a far scoprire al ragazzo che le cose si muovevano soprattutto nell’interesse di alcuni, i cosiddetti uomini di affari tenuti in pugno da una specie di mafia o di malavita, e mai nell’interesse della gente. Così accade che un clandestino, venuto da una terra diversa e lontana, arrivato nel nostro Paese, è riuscito in pochi anni (“Mansùr aveva visto giusto.”) a penetrarne i meccanismi e a toccare la piaga delle sue profonde ferite. Si forma così una inaspettata alleanza tra Gregorio e il figlio adottato, intanto diplomatosi ragioniere, ed insieme si avviano a condurre una battaglia per la quale non si sentono più soli. L’eco di questa battaglia, ossia di una vallata che si oppone alla costruzione di una superstrada per difendere la natura dalle offese della modernità, ha subito risonanza nazionale e se ne interessano anche le televisioni attirate dal fatto che tra i sostenitori ci sia anche un forestiero, un libanese, di cui presto conoscono tutta la storia.

La modernità è vista ancora una volta come diavoleria contro la natura, capace di mettere zizzania tra gli uomini, riducendone la capacità di comprendere la reale portata delle loro azioni: “Una delle caratteristiche del diavolo è quella di non avere volto, né indirizzo. O di averne troppi e troppo mutevoli.”. Edoardo è una delle vittime principali della situazione. Finito nelle mani della malavita, che ha mire speculative sui lavori della strada, indotto a ciò dalla sete di denaro, si troverà a perdere la speranza di poter sposare la bella e ricca Ines, e verrà travolto economicamente dalla decisione voluta dalla popolazione di non dare esecuzione al progetto su cui egli e i suoi sconosciuti compari avevano puntato.

Edoardo medita quella che sarà una tragica vendetta. Si legge a proposito di un personaggio vittima di Edoardo: “Gli avevano rubato ogni cosa, la moglie, la figlia, la terra, l’onore, il rispetto di se stesso, la fiducia nella parola altrui, e di lui avevano fatto un uomo di legno, di cui si tiravano le fila.”. A questo sentimento di odio fa da contrasto quello che Mansùr scopre nei confronti di Sonia, una biondina di diciotto anni che fa la commessa in uno dei negozi di Ines. Eppure la ragazza appartiene alla razza degli infedeli, ed egli dovrebbe tenerla lontano dai suoi pensieri. Ma non ci riesce. Non conosce ancora che si tratta del sentimento fondamentale dell’amore, a cui, chi ne è preso, non può sottrarsi, ma Sgorlon ne ha bisogno per aiutare l’umanità a sollevarsi dall’abisso in cui è caduta. Lo ribadirà anche nel finale quando a Gregorio capiterà in questo campo una sorpresa davvero inaspettata. Di lui Ines penserà: “era l’uomo che cominciava a tornare indietro, ripercorrendo a ritroso la via dello sviluppo e della crescita economica, di cui tutti sempre parlavano e per cui tutti si davano da fare.”. Perfino lo stambecco bianco, che ogni tanto qualcuno vedeva sulla montagna, Mansùr spera che sia sopravvissuto alla tragedia della valle.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart