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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Carlo Sgorlon: “Le sorelle boreali”

11 Dicembre 2014

di Bartolomeo Di Monaco

Ci troviamo in un paesino, Nižni, nell’estremo Nord dell’Europa, collocato tra la fine della taigà e l’inizio della tundra sterminata “in cui non vivono che piante di basso fusto, felci, licheni, muschi e animali come renne e lupi.” Come accade quando ci si trovi in paesi vicini al Polo Nord, a Nižni non è mai completamente giorno né mai completamente notte: “Amava anche i giorni che erano simili alle notti, e le notti bianche che parevano il giorno al crepuscolo.”. Il villaggio è talmente lontano dalle grandi città che vi si pratica ancora la religione dei padri, bandita altrove.
Il protagonista che avvia il romanzo si chiama Dimitri Strigov, figlio di un architetto e di una maestra i quali avevano subito le umiliazioni del regime comunista. E così accade anche a Dimitri che avrebbe voluto farsi pope, ma proprio quando era arrivato agli ultimi esami, il seminario di Leningrado, dove studiava, era stato chiuso per sempre. Tornato a Nižni, ancora preso dal suo sentimento religioso, si mette a disposizione dell’anziano pope acquistando simpatie e stima dagli abitanti. Infine sposa la figlia del pope, Larissa, e dal matrimonio nascono cinque femmine: Lisa, Ludmilla, Annette, Olga (che sarà un’importante protagonista del romanzo, “una forza della natura. Olga non era mai stanca.”, la quale si adopererà per alleviare le sofferenze altrui) e Natascia (anche lei sarà protagonista di una tragica esperienza). Quando arrivò il tempo degli studi, vi si dedicarono tutte con profitto, frequentando la scuola di Kem. “Amavano il gioco e la danza, erano tutte ottime ballerine, all’insaputa del padre, che stava sempre in chiesa per le ragioni più varie.”.
Dalla loro nonna (la madre di Dimitri), Irina, apprendono che hanno una bisnonna, Elisa, ancora viva, più che ottantacinquenne, che vive in Italia, nel territorio di Venezia, in una casa molto grande, la quale era stata una donna bellissima e aveva sposato il granduca Eugen Strigov, “che era tra l’altro un lontano parente dello Zar”.
Sembra l’avvio di una dolce favola. Tutti i più importanti ingredienti non vi mancano: la discendenza nobiliare, l’amore in famiglia, la neve, la vicinanza al Polo Nord con le conseguenti ulteriori suggestioni. Ed in specie: la bellezza e le qualità morali delle giovani ragazze Strigov che ora (la nonna Irina è morta) cominciano a prendere una loro autonomia e a farsi notare: “In casa Strigov v’era un’atmosfera speciale. Ogni uomo che vi entrasse, per una ragione o per l’altra, se ne accorgeva immediatamente. Notava subito la bellezza eccezionale di Natascia, ma anche l’attrazione arcana delle altre, tutte biondissime e con le trecce lunghe. Erano ancora giovani, e tuttavia mostravano meno anni di quelli che avevano. Il loro incarnato pareva di seta rosata, perché il sole oltre il circolo polare non riesce a indorare nemmeno la pelle di un bambino.”.

Pare per qualche momento di entrare dentro i miti friulani, ad esempio quello delle agàne, tante volte evocate da Sgorlon nei suoi romanzi. Si leggerà più avanti: “Avevano qualcosa di mitico. I loro capelli biondi erano come alghe marine, carezzevoli e fini, ed emanavano un richiamo di sirene.”.
Ma in questo libro, la storia delle cinque sorelle vuole esprimere qualcos’altro, e lo scopriremo a poco a poco, dopo che il loro padre, Dimitri, morto il pope del villaggio e mai sostituito, si troverà, superati angustie e tormenti, a farne le veci, per adempiere alle necessità religiose degli abitanti, ancora restii ad abbracciare l’ateismo di Stato.
Poi ecco che cade il muro di Berlino, il padre Dimitri muore e la madre Larissa si ritira in convento. Le cinque sorelle restano sole ad affrontare la crisi economica che sta affondando la vecchia Urss. Un giovane, Ivan, improvvisamente arricchitosi, sembra volerle aiutare, ma ne approfitterà per circuire Olga, che penserà a vendicarsi. Non fa in tempo, poiché arriva la notizia che la bisnonna che vive in Italia è morta e le ha lasciate eredi del suo discreto patrimonio, in specie una grande casa in stile Liberty, “con i muri rossi e le imposte verdi.”. “Ereditavano anche tutto ciò che alla casa si connetteva, ossia il mobilio, il giardino, il parco, e una somma in buoni del tesoro, custodita in una banca di T.”, oltre al titolo di granduchesse, di cui “adesso andavano fiere”.
Dunque, il loro futuro è l’Italia? Non sono ancora sicure, ma decidono di partire tutte e cinque per un sopralluogo.
Il lettore si domanda, a questo punto, perché l’autore, partendo da un paese quasi sperduto all’estremo Nord dell’Europa, che pareva vivere in pace prodigiosamente difesosi dal materialismo ateo, metta a punto un fatto storico, quale la caduta, nel 1989, del muro di Berlino con il conseguente lento sgretolamento dell’Urss, per aprire alle cinque sorelle boreali la strada dell’Italia: “Puntarono tutto sull’Italia come fosse un numero rosso o nero segnato dentro la bacinella di legno di una roulette.”.
A cominciare dal viaggio delle cinque sorelle, Sgorlon esprime con spietatezza alcune denunce che riguardano la società moderna e l’uomo che ne è il costruttore principale. Un’agenzia di viaggi italiana, che risulta poi inesistente, si fa pagare un grosso anticipo sul viaggio, poi al confine con l’Italia tutti i viaggiatori sono abbandonati e con un sotterfugio privati dei passaporti. Così le sorelle saranno costrette a valicare il confine in modo clandestino. Per fortuna Lisa è riuscita a conservare il proprio e grazie a lei potranno sbrigare qualche formalità burocratica. A causa della ingente tassa di successione che pesa sull’eredità, si cerca di convincerle a vendere la casa, Villa Elisa, ed è già pronto un solerte compratore. Ma non vogliono farlo e si mettono a lavorare. Grazie alla loro bellezza e anche alla loro bravura non è difficile trovare un’occupazione, ma saranno sfruttate e il loro salario, prive come sono del passaporto, sarà un terzo delle altre lavoratrici.
Presto si accorgono, vedendo delle giovani, bianche o nere, sui bordi di talune strade, vestite con gonne succinte, del traffico della prostituzione.

La società, pare suggerirci l’autore, nel tentativo di evolversi produce un’infinità di scorie che vanno ad accrescere la infelicità dell’esistenza umana. A confronto dei pochi che approfittano del progresso per arricchirsi, troppi ne pagano le conseguenze restando imprigionati nella povertà e nella miseria morale. L’autore scriverà: “Nessuno aveva più a cuore le cose dello spirito, e nemmeno quelle del futuro, ma erano tutti assillati soltanto dall’avidità del presente, affamati come lui.”.
Le sorelle boreali si troveranno in qualche modo, e loro malgrado (cadranno ingenuamente nelle mani degli usurai), immerse in una cultura avida e spietata, che andava spadroneggiando in Italia e in buona parte del mondo: “Sembrava che fossero entrate non nell’Italia dei loro sogni e delle loro fantasie, ma in un paese della truffa e della menzogna.” Ce n’è anche per il sistema della giustizia diventato “sempre più ambiguo e discutibile.”. Come pure per i cristiani divenuti indifferenti alla propria fede ed incapaci di difenderla dal desiderio di conquista da parte di quella musulmana: “forse nel risveglio del mondo maomettano era da vedere qualcosa di più profondo, di più vasto e indefinibile, cioè l’intuizione che il cristianesimo stava morendo d’inedia, ed era una civiltà in agonia…”. Di questo è convinto il fanatico musulmano Ismael, il quale traffica con la droga poiché essa è “una delle armi più efficaci cui era affidata la jihad e la rivincita del mondo islamico.”. Ma Ismael dice anche al suo amico Ibrahim che già “milioni di musulmani erano entrati in Italia, in Spagna, in Inghilterra, in Francia, in Germania, anzi in tutti gli stati europei.”. Come non pensare, a questo punto, a Oriana Fallaci e ai suoi timori?
Eccoci dunque, e di nuovo, in presenza di un narratore autentico per bravura di scrittura, per amore verso la verità e per coraggio. Un altro libro scomodo a molti.
Non v’è dubbio, inoltre, che il romanzo assume anche il valore di metafora nel punto in cui trasferisce personaggi che vivono in un ambiente sano, quale quello vissuto a Nižni, che aveva resistito perfino all’ateismo di stato e ai metodi del socialismo reale, in uno dei tanti paesi, in questo caso l’Italia, giudicati moderni e civilizzati, ed invece inefficienti e corrotti. In un processo in cui alcuni dei nostri personaggi sono coinvolti per essere riusciti, pur in forme anomale, a sgominare una cupola mafiosa, viene sentenziata contro di loro una condanna a due anni: “A Olga, Lisa e Ludmilla pareva di essere venute dalla luna, perché qui il buonsenso era completamente latitante. Loro si sentivano portatrici di una concezione semplice e immediata, dove il bene era bene, il male era male, il delitto era delitto. Ma qui pareva che tutto fosse mescolato e che ogni confine etico si fosse perduto.” Se non siamo ancora arrivati al sistema della giustizia descritto da Franz Kafka ne “Il processo”, poco ci manca.
Ma sarà la forza morale e il sentimento forte della famiglia ad aiutare le cinque sorelle boreali a superare le avversità e a tornare a sorridere.


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Bart